giovedì 8 dicembre 2022

A scuola di cinema: L'Attimo Fuggente (1989)

1968: Il futuro sceneggiatore Tom Schulman si diploma presso la Montgomery Bell Academy. Sono stati anni formativi per lui importanti, che influenzeranno la sua futura carriera. In particolare, Tom Schulman è rimasto molto colpito dai metodi di insegnamento di due professori.
Il primo è Harold Clurman, il quale ogni tanto faceva visita agli studenti nelle loro stanze lanciandosi poi in appassionanti monologhi e dando loro consigli di vita. Il secondo è Samuel Pickering, un insegnante di letteratura inglese che, per tenere viva l'attenzione degli studenti, teneva a volte le proprie lezioni stando in piedi sulla scrivania o rimanendo seduto in un cestino della spazzatura.
Qualche anno dopo, basandosi in parte su queste sue esperienze personali, Tom Schulman scrive la sceneggiatura di una celebre pellicola.


Nel tentativo di farsi notare nel mondo del cinema, Tom Schulman scrive alcune sceneggiature, una delle quali è appunto quella che presenta alcuni tratti autobiografici, completata nel 1985, e che è anche la prima che riesce a piazzare, in quanto viene opzionata dalla Touchstone Pictures nel 1987.
L'inesperto Schulman viene colto dal terrore quando riceve dagli esecutivi della Touchstone alcune richieste di modifica, quali incentrare la trama maggiormente sul professor John Keating piuttosto che sui ragazzi e soprattutto cambiare la loro passione dalla poesia alla danza, introducendo il nuovo titolo di Sultans of Swing.
Al primo meeting, tuttavia, il presidente della Touchstone Jeffrey Katzenberg rigetta tutte queste modifiche proposte, mantenendo l'idea originaria.
La regia viene in principio affidata a Jeff Kanew, il quale vorrebbe affidare la parte di John Keating a Liam Neeson, ma la Touchstone vuole invece mettere sotto contratto Robin Williams. L'attore, tuttavia, non appare molto entusiasta di lavorare con Kanew.
Pur venendo costruiti i primi set di scena in Atlanta, Robin Williams non si presenta al primo giorno programmato di riprese - pur non avendo mai garantito che ci sarebbe stato - e così alla fine il progetto viene messo in stand-by e i set bruciati.
La Touchstone propone allora la regia a Dustin Hoffman, offrendogli al contempo anche la parte di Keating, ma le parti non raggiungono un accordo economico e un compromesso in merito alle date delle riprese, così anche questa soluzione viene messa da parte.
Nella seconda metà del 1988, Jeffrey Katzenberg ha un incontro con Peter Weir, il quale ha appena scoperto che dovrà attendere almeno un anno prima di poter iniziare a lavorare a un proprio progetto personale, Green Card - Matrimonio di convenienza (Green Card), in quanto il protagonista designato Gerald Depardieu non potrà liberarsi dai propri impegni prima di questo tempo.
Katzenberg sottopone dunque la sceneggiatura di Schulman al regista australiano, il quale la legge d'un fiato durante un volo di ritorno per Sidney, in quanto attirato dal suo titolo particolare. Ne rimane così affascinato che poco tempo dopo ritorna negli Stati Uniti, accettando il progetto e, con la partecipazione di Robin Williams infine confermata, iniziando le procedure di casting degli attori più giovani, selezionati principalmente tra coloro che hanno tra i diciotto e i venti anni.
Per la parte di Todd Anderson viene scelto Ethan Hawke, al suo secondo lungometraggio dopo la per lui deludente esperienza di Explorers, a seguito della quale si è ritirato dalle scene per tre anni, nonostante all'epoca abbia solo diciotto anni.
A Peter Weir c'è tuttavia un aspetto della sceneggiatura che proprio non piace e che chiede a Tom Schulman di modificare. Nel trattamento originario, infatti, John Keating è malato terminale a causa del linfoma di Hodgkin e l'ultima scena lo vede sul letto di morte, circondato dai suoi studenti. La malattia è anche la motivazione principale che lo spinge a chiedere ai suoi studenti di cogliere l'attimo.
Peter Weir ritiene che questo aspetto non sia necessario e che la trama funzioni benissimo anche senza di esso. Dopo tre giorni di discussioni con lo sceneggiatore, tale sottotrama viene infine tolta.
Prima dell'inizio della lavorazione, Peter Weir fa convivere gli attori protagonisti per circa due settimane, continuando in questa strategia anche durante le riprese, di modo che si stabilisca tra loro un effettivo legame che si rifletta anche nei personaggi che interpretano.
Durante questo periodo, i ragazzi adottano una capigliatura in stile anni '50 del ventesimo secolo, leggono libri, ascoltano show radiofonici e vedono film di quel periodo e scrivono poesie.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 14 novembre 1988, tenendosi nel Delaware. La St. Andrew School di Middleton viene utilizzata come luogo delle riprese ambientate nel collegio maschile. In principio la lavorazione deve svolgersi in Georgia, ma siccome risulterebbe troppo costoso creare neve artificiale si opta per il Delaware dove si può utilizzare della neve naturale.
Robin Williams è reduce dal divorzio con la sua prima moglie, Valerie Velardi, e sta uscendo con la sua nuova compagna Marsha Garces. Il suo umore non è dei migliori, pur tenendolo ben nascosto durante la lavorazione, tanto che in pochi si accorgono davvero del suo stato d'animo. Peter Weir è uno di questi e gli consente di fare qualche improvvisazione, cosa che migliora in generale l'atmosfera sul set.
Tranne che per una persona: Ethan Hawke. L'attore intende rimanere nel personaggio il più a lungo possibile e dunque non ride mai, cosa che sorprende un po' Robin Williams, cosicché di tanto in tanto l'atteggiamento di Hawke diviene oggetto di qualche battuta. Ethan Hawke si convince infine che Robin Williams lo abbia preso in antipatia.
Le riprese si concludono il 15 gennaio 1989.
L'Attimo Fuggente (Dead Poets Society) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 2 giugno 1989. A fronte di un budget di circa 16 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 236 milioni di dollari. Tom Schulman, inoltre, vince l'Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale.
Qualche tempo dopo, Ethan Hawke riceve una telefonata: è l'agente di Robin Williams. Quest'ultimo è rimasto colpito in maniera favorevole dalle sue capacità recitative e ha suggerito dunque al proprio agente di contattarlo e metterlo sotto contratto.
A quanto pare, l'impressione di Ethan Hawke su Robin Williams era sbagliata e anche grazie a lui può infine intraprendere con successo la sua carriera di attore... ma questa è un'altra storia.

mercoledì 7 dicembre 2022

Fabolous Stack of Comics: Batman Versus Predator


Da un lato abbiamo Batman, il Cavaliere Oscuro, il protettore di Gotham City, uno dei più grandi eroi della DC Comics. Dall'altro abbiamo il predatore venuto dallo spazio, introdotto per la prima volta nel film del 1987 Predator e poi apparso in svariati sequel, nonché in molteplici fumetti pubblicati dalla Dark Horse.
Questi due personaggi, in apparenza del tutto antitetici, si incontrano e si scontrano - per la prima volta - nella miniserie di tre numeri, pubblicata tra il 1991 e il 1992, Batman Versus Predator, scritta da Dave Gibbons e disegnata da Adam Kubert e Andy Kubert.
Vi è una guerra tra bande in corso a Gotham che coinvolge i criminali Alex Yeager e Leo Brodin, i quali però mascherano tutto dietro una facciata di uomini perbene adorati dalla comunità. Tra le loro imprese legali vi sono anche delle palestre.
Atterrato a Gotham, il Predator inizia a prendere di mira dapprima i pugili e gli sgherri al servizio dei due criminali, dopodiché mette nel suo mirino gli stessi Yeager e Brodin. Superfluo aggiungere che Batman non può fare a meno di intervenire.
Ma se il Cavaliere Oscuro ha già affrontato minacce aliene in passato, questa è diversa da ogni altra. E più letale di ogni altra, tanto che questa rischia di essere davvero l'ultima battaglia dell'eroe.
Ci sono storie che a una prima occhiata possono apparire improbabili, se non addirittura impossibili a verificarsi, pur in contesti straordinari e fantastici quali gli universi supereroistici. E un incontro/scontro tra Batman e Predator può sembrare tale, vuoi per la grande diversità tra i due personaggi, vuoi per i differenti loro livelli di potere.
Ma succede anche che poi sulla carta queste storie funzionano, perché si trova il giusto contesto in cui farle accadere e si sviluppa la giusta alchimia. Tale è il caso di Batman Versus Predator.
Dave Gibbons riprende, non so in maniera quanto consapevole, il concetto di giungla urbana presente nel film Predator 2. E quale giungla urbana più letale, popolata da bande criminali e strani superesseri, se non Gotham City? Batman diventa dunque l'Arnold Schwarzenegger o il Danny Glover della situazione (ed essendo un detective vigilante, ci sta) e come loro all'inizio non comprende bene la minaccia, ma più progredisce la storia più arriva a capire l'insolito modo di agire del Predator.
Entrambe le caratteristiche di base dei due personaggi vengono rispettate: da un lato lo spasmodico desiderio di giustizia di Batman, pronto anche a sacrificare la propria vita per esso, dall'altra la furia scatenata del Predator, che pure è motivato da un perverso codice d'onore e di rispetto del proprio avversario.
Insomma, ci pare di aver visto un bel blockbuster d'azione in forma supereroistica, una sorta di ibrido fumettistico dei più interessanti elementi dei primi due film incentrati su Predator, uniti in una amalgama ben fatta.

martedì 6 dicembre 2022

Fabolous Stack of Comics: Savage Dragon - Licenziato


Dopo essersi liberato della minaccia del Demonio in Una Chiacchierata con Dio (A Talk with God), ma di certo solo in maniera temporanea, Savage Dragon può tornare a occuparsi delle consuete faccende come le bande criminali di Chicago, le scimmie con un cervello vivente e... un'invasione marziana!
Il tutto nella nuova storyline Licenziato (Terminated), che si dipana nei numeri dal 34 al 40 della serie regolare, scritti come sempre da Erik Larsen.
Dopo aver sventato, grazie anche all'aiuto di Hellboy, la minaccia di un redivivo Adolf Hitler, reincarnatosi in una scimmia senziente, Dragon deve fronteggiare l'attacco dei marziani di Mars Attacks! che metteranno a ferro e fuoco la Terra intera.
La cosa non sarà priva di conseguenze e causerà un nuovo cambiamento nello status quo dell'eroe e non solo.
Le prime due storie sono quelle meglio riuscite: Erik Larsen cerca di catturare - non riuscendoci, ma almeno si è impegnato - lo spirito delle storie di Hellboy scritte da Mike Mignola, il quale ha supervisionato questi due numeri e forse apportato anche qualche dialogo al personaggio da lui ideato. Larsen adotta inoltre uno stile grafico particolare per cui Savage Dragon viene disegnato con le consuete fattezze "supereroistiche", mentre Hellboy viene ritratto rifacendosi allo stile di Mignola, meno pomposo.
Dopodiché la serie prende una piega un po' caciarona (non è la prima volta, di sicuro non sarà l'ultima) grazie ai marziani delle card Topps di Mars Attacks! In una sorta di spin-off supereroistico del film diretto da Tim Burton, Dragon e l'intero universo Image devono fronteggiare questa più che insolita minaccia, la quale ha anche risvolti drammatici (morti di migliaia di persone, intere città distrutte), che però almeno in questa serie non vengono approfonditi più di tanto.
La storia di Dragon è in realtà uno spin-off di una miniserie che approfondiva questo evento, ma che in realtà era solo un modo per sbarazzarsi in maniera rapida e indolore di Rob Liefeld (il quale all'epoca si era inimicato tutti i suoi colleghi) e dei suoi Youngblood. Infatti a quanto sembra dell'invasione marziana ci si dimentica subito in tutto il fragile, per l'epoca, Image Universe.
Lo stesso Erik Larsen, parlando tramite Dragon, sbeffeggia un po' Liefeld dichiarando come i suoi personaggi fossero concepiti solo per vendere del merchandising... insomma, non erano veri supereroi.
Il cambiamento finale dello status quo, anticipato dal titolo, prelude di certo a nuove, interessanti avventure e future minacce caciarone.

lunedì 5 dicembre 2022

Netflix Original 91: Dude


Si torna al liceo americano, in quel magico mondo degli Stati Uniti dove tutti i ragazzi e le ragazze si vogliono bene, dove ogni problema insormontabile in realtà tale non è e dove trionfano il buonismo e i bei sentimenti... almeno lì, direte voi, che altrove se ne trovano poco. E non avete torto. Ma si sa che prima qualche ostacolo lungo la via occorre affrontarlo.
Questo è ciò che accade in Dude, film diretto da Olivia Milch, scritto da lei e da Kendall McKinnon e distribuito su Netflix a partire dal 20 aprile 2018.
Lily (Lucy Hale), Chloe (Kathryn Prescott), Amelia (Alexandra Shipp) e Rebecca (Awkwafina) si apprestano a trascorrere le ultime due settimane di liceo. Su di loro vi è l'ombra di un grave lutto, avvenuto un anno prima, quello di Thomas (Austin Butler), fratello di Chloe e ragazzo di Lily.
Quest'ultima sta organizzando il ballo di fine anno e vede un futuro ancora insieme alle sue care amiche, quando prenderanno la stessa strada e rimarranno unite. Ma le aspettative di Lily stanno per essere infrante e ciò potrebbe causare la fine di una straordinaria amicizia.
In linea teorica, la trama portante di questo film può risultare interessante. Si torna sul tema della perdita di una persona cara e dell'accettazione di quel dolore. Un dolore che può risultare ancora maggiore se quella persona era molto giovane e poteva ancora dare tanto, ma già costituiva il pilastro di altre persone.
La protagonista più colpita dal lutto è Lily, la quale dopo di esso si è costruita nella sua mente un mondo e un futuro immaginario per non dover affrontare l'inevitabile realtà. Chiaro che non può funzionare per sempre e dovrà alla fine pagare le conseguenze di quella scelta per poter andare avanti oppure arrendersi.
Lo svolgimento, tuttavia, mi lascia perplesso, poiché è costellato di scene decontestualizzate che nulla hanno a che vedere con questa storia e non hanno alcuna rilevanza di trama (davvero, che senso ha far vedere una delle protagoniste che si masturba per un paio di minuti?) e da alcune soluzioni che mi hanno catapultato nel mondo dei cinepanettoni del terzo millennio (sì, ci sono anche i rutti e le scorregge in questo film).
E, ma forse questo è un problema mio, un'eccessiva scurrilità delle quattro protagoniste che costellano i loro dialoghi di parolacce e turpiloqui... davvero gli studenti americani parlano in quel modo? Non è che si voglia Dawson Creek a tutti i costi... ma neanche gli action movie degli anni '80!
Io non sono più un adolescente, ma mi riesce difficile immaginare una possibile immedesimazione in una delle quattro protagoniste, così eteree nella loro mancanza di personalità. Quel magico mondo non è più così magico.

domenica 4 dicembre 2022

A scuola di cinema: Papillon (1973)

1969: Viene pubblicato il libro autobiografico Papillon, scritto da Henri Charrière.
L'opera dettaglia i quattordici anni, dal 1931 al 1945, in cui Charrière, soprannominato Papillon per via di un tatuaggio a forma di farfalla presente sul suo petto, rimane prigioniero presso l'Isola del Diavolo - una colonia penale francese sita nella Guyana Francese - per un omicidio che non ha mai commesso.
Dopo aver fatto amicizia con un truffatore di nome Louis Dega, un ex banchiere, Henri Charrière tenta negli anni successivi più volte la fuga, finendo sempre per essere ricatturato e riportato alla colonia penale. Fino a quando un ultimo, disperato tentativo riesce e Charrière si rifugia in Venezuela, diventa cittadino naturalizzato di quella nazione e inizia infine a vivere da uomo libero. La colonia penale, invece, chiude i battenti nel 1952.
Negli anni successivi, molti mettono in dubbio la veridicità di quanto raccontato da Henri Charrière, anche se lui dichiarerà fino alla fine che tutti gli eventi che ha descritto nel suo libro sono realmente accaduti. Con ogni probabilità, però, Charrière ha unito alcune sue vicende personali con altre capitate ad altri detenuti di cui era venuto a conoscenza per creare un'opera in grado di soddisfare le esigenze dell'editore.
Lo scrittore pubblica anche nel 1972 un seguito di questo libro, Banco, che dettaglia la sua vita dopo la fuga dalla colonia penale.
Papillon diviene in breve tempo un bestseller e così pochi anni dopo ne viene prodotto un adattamento cinematografico.


Poco dopo la pubblicazione del libro, il quale viene tradotto anche in inglese, i diritti di sfruttamento cinematografico vengono acquisiti dalla Continental Distributing di Walter Reade per una somma pari a 550.000 dollari, con l'intenzione di affidare la regia a Roman Polanski e a Warren Beatty la parte del protagonista. Il produttore, tuttavia, non riesce a raccogliere i finanziamenti necessari e il progetto naufraga in breve tempo.
Walter Reade vende dunque nel 1970 i diritti, per una somma pari a 600.000 dollari, al produttore Robert Dorfmann, il quale fa produrre una prima sceneggiatura a William Goldman, che rimane abbastanza aderente al libro. Tale sceneggiatura viene poi revisionata da Lorenzo Semple Jr., che ha anche il compito secondario di eliminare alcuni dettagli ritenuti - per l'epoca - troppo scabrosi, come i rapporti omosessuali tra i detenuti. La regia viene affidata a Franklin James Schaffner.
Nel marzo 1971 viene messo sotto contratto il protagonista, ovvero Steve McQueen, ma occorre un altro attore di peso che lo affianchi.
Quando Dustin Hoffman viene messo sotto contratto, perciò, occorre un'ulteriore revisione della sceneggiatura, in quanto nel trattamento - così come nel libro - non vi è un vero e proprio co-protagonista che possa affiancare Steve McQueen.
Di questo incarico se ne occupa Dalton Trumbo, il quale espande le scene e i dialoghi che riguardano Louis Dega, un personaggio minore nel libro di Henri Charrière. Questa è l'ultima sceneggiatura a cui Dalton Trumbo lavora in carriera.
In preparazione alla parte, Dustin Hoffman dimagrisce di circa 8 chili e modella il suo personaggio proprio su Dalton Trumbo e su certi suoi atteggiamenti timidi e moderati. Per vedere attraverso le spesse lenti indossate dal suo personaggio, l'attore fa utilizzo di lenti a contatto.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 19 febbraio 1973, tenendosi in Giamaica, Spagna e alle Hawaii.
A quell'epoca, la prigione della Guyana Francese è già stata chiusa da un paio di decenni ed è in rovina quindi, utilizzando delle foto d'epoca, viene ricreata in maniera fedele presso un set nella città di Falmouth, in Giamaica, che arriva ad avere una lunghezza di quasi 250 metri. Per la sua costruzione occorrono due anni di ricerca e un anno di manodopera. Inoltre, Henri Charrière è presente sul set come consulente confermando l'aderenza del set alla realtà.
Anche Dalton Trumbo è presente sul set per effettuare alcune modifiche e aggiunte alla sceneggiatura (ancora non del tutto completata quando la produzione ha inizio) e ottiene anche un cameo nel ruolo di una guardia della colonia penale.
Tuttavia, lo sceneggiatore è affetto da un cancro ai polmoni che non gli consente di rimanere fino al termine della produzione. Le ultime revisioni della sceneggiatura, dunque, vengono apportate da suo figlio Christopher.
Il rapporto lavorativo tra Steve McQueen e Dustin Hoffman si mantiene per tutta la durata della produzione su basi professionali e di cortesia. Quello personale, invece, non presenta basi altrettanto solide. Oltre alle differenze caratteriali, Dustin Hoffman scopre ben presto che l'ingaggio di Steve McQueen è pari a 2 milioni di dollari, mentre il suo è di un milione e duecentocinquantamila dollari.
I due smettono dunque praticamente di parlarsi a telecamere spente e anche al termine dei lavori. Tutto questo, comunque, non inficia sulla produzione.
Una problematica costante che la produzione deve affrontare sono i continui furti da parte della popolazione locale. Quando la produzione sta per giungere al termine e le riprese vengono completate, vi è praticamente un assalto al set e viene prelevato tutto ciò che è possibile, soprattutto scarpe e legname.
Per la scena finale, in cui Papillon deve gettarsi da un'alta scogliera, Steve McQueen è inflessibile e ottiene infine dalla produzione l'autorizzazione a effettuare il tutto acrobatico personalmente, senza far uso di una controfigura.
Le riprese si concludono il 4 giugno 1973. Henri Charrière non vive abbastanza per vedere la sua opera comparire sugli schermi cinematografici, in quanto muore a causa di un cancro alla gola il 29 luglio 1973.
Papillon viene distribuito nei cinema americani a partire dal 16 dicembre 1973. A fronte di un budget di 12 milioni di dollari, decisamente alto per quell'epoca (dovuto in buona parte agli ingaggi dei due attori protagonisti e alla ricostruzione della colonia penale dismessa), la pellicola arriva infine a incassare 53 milioni di dollari.
Per quanto quasi certamente costruita ad arte e spettacolarizzata, l'epopea di Henri Charrière rimane impressa nei ricordi degli spettatori pur col passare degli anni e così nel 2017 si decide di produrre un remake di Papillon con Charlie Hunnam e Rami Malek nelle parti che furono di Steve McQueen e Dustin Hoffman... ma questa è un'altra storia.

sabato 3 dicembre 2022

A scuola di cinema: Scent of a Woman (1992)

1969: Viene pubblicato il romanzo Il Buio e il Miele, scritto da Giovanni Arpino.
L'opera narra la storia di un capitano dell'esercito, Fausto, rimasto cieco a seguito di un'esercitazione con una bomba. Dovendo recarsi a Napoli a trovare un suo compagno d'armi, Vincenzo, divenuto cieco anche lui a causa dello stesso incidente, Fausto si fa accompagnare da un giovane militare che chiama Ciccio.
Durante il viaggio, che prevede delle soste a Genova e Roma, Ciccio rimane alquanto sconvolto dai toni arroganti e maleducati del capitano, ma intravede anche una pistola dentro la sua valigia.
Giunto a Napoli, Fausto - come concordato in precedenza con Vincenzo - cerca di uccidere il suo ex commilitone prima di suicidarsi a sua volta, ma all'ultimo istante ha un attimo di paura e ferisce solo il suo amico. Pur potendo il caso essere chiuso senza implicazioni, Fausto decide infine di consegnarsi alle autorità.
Da questo libro viene tratto un primo adattamento nel 1974, Profumo di Donna, diretto da Dino Risi, che vede Vittorio Gassman nel ruolo di Fausto e Alessandro Momo in quello di Ciccio, l'ultimo film da lui interpretato prima della sua tragica scomparsa dovuta a un incidente in moto.
Diciotto anni dopo, invece, viene prodotto un secondo adattamento, stavolta americano.


L'opera di Giovanni Arpino viene opzionata da Martin Brest, per un nuovo adattamento prodotto dalla Universal Pictures, il quale ne commissiona una sceneggiatura a Bo Goldman.
Una settimana prima che il regista lo contatti, Goldman rientra in contatto con uno dei suoi fratelli che non vedeva da tempo e vive in un elegante appartamento di New York. Nonostante questo, il fratello non ha un soldo e non paga l'affitto da svariati mesi, ma continua a vivere nel lusso.
Quando ha l'incontro con Martin Brest in California e visiona il film diretto da Dino Risi, Bo Goldman rimane colpito da come il protagonista gli ricordi molto suo fratello. Inoltre, avendo passato tre anni nell'esercito, lo sceneggiatore usa come riferimento anche il suo primo sergente istruttore, il quale coi suoi atteggiamenti gli metteva davvero paura.
Il ruolo di Frank Slade, l'omologo americano del personaggio interpretato da Vittorio Gassman, viene proposto in prima battuta a Jack Nicholson, che dopo aver letto la sceneggiatura rifiuta.
La parte viene dunque proposta ad Al Pacino, il quale in un primo momento rifiuta anche lui, ma poi il suo agente lo convince a ritornare sui propri passi e ad accettare.
In preparazione alla parte, l'attore contatta alcune associazioni di non vedenti, dalle quali apprende sia cosa si prova a essere privi della vista, sia come si comportano per alcune azioni ordinarie quali versare liquidi in un bicchiere o accendere una sigaretta.
Per il ruolo di Charlie Simms, vengono provinati svariati attori tra cui Ben Affleck, Matt Damon e Brendan Fraser. Quando a un'audizione si presenta Chris O'Donnell, che ha effettuato in precedenza una lunga preparazione, nel trovarsi di fronte ad Al Pacino rimane colpito e intimidito dalla sua presenza, le stesse sensazioni che prova il personaggio nei confronti di Frank Slade. L'attore sfrutta dunque tali emozioni durante l'audizione e ottiene la parte.
Un ruolo secondario, George Willis, viene affidato a Philip Seymour Hoffman, a quel tempo praticamente un attore esordiente che sbarca il lunario facendo altri piccoli lavori. La parte è sua dopo ben cinque audizioni.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 3 dicembre 1991, tenendosi a New York e nel New Jersey.
In principio, Martin Brest vorrebbe tenere separati Al Pacino e Chris O'Donnell quando non effettuano le riprese, di modo tale che si crei tra loro una tensione che si rifletta nel comportamento dei rispettivi personaggi. Tale manovra, tuttavia, fallisce subito. I due attori legano praticamente da subito e Pacino dà anche durante la produzione consigli di recitazione e di vita al suo collega.
"HOO-AH!", la caratteristica esclamazione del suo personaggio, Al Pacino la riprende dal consulente delle forze armate presente sul set e che gli deve insegnare come montare e smontare una pistola in pochi secondi nel suo stato di non vedente. Al Pacino impiega parecchio tempo per padroneggiare la manovra e, ogni volta che gli riesce particolarmente bene, il consulente esclama appunto HOO-AH. Al Pacino trova tale esclamazione divertente e decide perciò di utilizzarla.
Per simulare la condizione di cecità di Frank Slade, vengono approntate delle apposite lenti a contatto per Al Pacino. L'attore le utilizza per qualche tempo, ma decide infine - d'intesa col regista Martin Brest - di sbarazzarsene in quanto ci può essere il rischio che un uso prolungato di tali lenti danneggi la sua vista per davvero.
Al Pacino simula dunque la cecità non focalizzando la propria vista su nulla in particolare e rimane nel personaggio anche tra una ripresa e l'altra, continuando a utilizzare il bastone e non guardando una persona direttamente negli occhi quando gli rivolge la parola.
Vi sono tuttavia un paio di piccoli incidenti causati da questa mancanza di focalizzazione visiva. Il primo si verifica quando Al Pacino, senza accorgersene, va a sbattere contro un bidone dell'immondizia e inciampa a terra. La scena non è prevista nella sceneggiatura, ma risulta così naturale che viene alla fine tenuta.
Successivamente, l'attore inciampa una seconda volta, stavolta in un cespuglio, e un ramo colpisce la sua cornea, quasi conficcandosi nell'occhio.
Per la scena della danza di tango, l'attrice Gabrielle Anwar, che interpreta il personaggio di Donna, pur avendo un passato da ballerina amatoriale si sottopone a un allenamento di circa due settimane insieme a un ballerino di tango professionista e al coreografo Jerry Mitchell. Tecnicamente dovrebbe partecipare anche Al Pacino, ma costui non si presenta mai.
Le conseguenze si verificano quando la scena deve essere girata. Occorrono ben tre giorni per completarla e talvolta l'attore pesta involontariamente i piedi alla sua collega.
Le riprese si concludono il 6 aprile 1992.
Scent of a Woman viene distribuito nei cinema americani a partire dal 23 dicembre 1992. A fronte di un budget di 31 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale circa 134 milioni di dollari.
Questa pellicola permette inoltre ad Al Pacino di aggiudicarsi un Oscar come Miglior Attore Protagonista, il primo (e unico) della sua lunga carriera.
Scent of a Woman diviene anche il trampolino di lancio della carriera da attore di Philip Seymour Hoffman, che da quel momento in poi otterrà ruoli sempre più significativi... ma questa è un'altra storia.

venerdì 2 dicembre 2022

Fabolous Stack of Comics: Alfiere


Il personaggio di Alfiere compare per la prima volta nel 1991 sulle pagine di Uncanny X-Men 282. In principio è figlio di una certa "estetica" supereroistica che imperverserà sul mercato per molti anni a venire, quello del personaggio punta e clicca, che prima spara e poi fa domande. Una tipologia di personaggio che, se non sviluppata in maniera adeguata, rischia ben presto di essere dimenticata.
Gli sceneggiatori hanno dunque dovuto sudare le proverbiali sette camicie per costruire dopo quella storia un adeguato background attorno ad Alfiere e dargli delle motivazioni per il suo agire. Uno dei primi a farlo è stato John Ostrander nella miniserie di quattro numeri Alfiere (Bishop), pubblicata tra il 1994 e il 1995 e disegnata da Carlos Pacheco.
Alfiere ha perso da qualche tempo i suoi cari amici Malcolm e Randall e non riesce ad accettare la cosa, solo e disperato in un'era temporale che non conosce e accanto a eroi quali gli X-Men che prima per lui erano solo leggenda.
Per risollevargli il morale, Tempesta lo porta a vedere una rappresentazione teatrale, ma lungo Broadway i due subiscono l'attacco di un mutante malvagio proveniente dall'era di Alfiere che lui non sospettava fosse giunto fin nel presente: Mountjoy, capace di assorbire i corpi delle persone e controllarli.
Una minaccia letale per gli X-Men, ma Alfiere potrà fare affidamento su un'alleata impensabile: la sua rediviva sorella Shard.
Con questa storia si prova a mettere un punto alla precedente versione di Alfiere, il soldato del futuro, per dargli un nuovo punto di inizio. In tal senso John Ostrander riprende e sviluppa temi che poi saranno trattati in maniera più approfondita in futuro, quale il legame d'amicizia tra Alfiere e Tempesta e il ritorno sulla scena - sotto forma di ologramma - di Shard.
Alfiere diventa dunque un punto di contatto sia col passato, al quale diviene sempre più legato, che col futuro, dal quale non potrà mai davvero distaccarsi avendo formato lì il suo carattere. Ora però è tempo di costruire una nuova personalità e, tramite la minaccia di Mountjoy, il personaggio avrà modo di capire qual è il suo giusto posto in questo per lui nuovo mondo, smorzando al contempo certi aspetti del suo carattere troppo estremi (il "punta e clicca").
Avendo a disposizione un disegnatore quale Carlos Pacheco che, pur alle prime armi in questo caso, era già abile nel realizzare scene d'azione, John Ostrander non si fa pregare nell'offrirgli molte possibilità di sbizzarrirsi, tramite in particolare incredibili prospettive delle lotte tra Alfiere e Mountjoy.
A volte basta poco per cambiare in meglio un personaggio, basta semplicemente liberarlo di un certo bagaglio narrativo ingombrante e instradarlo su nuove possibilità. John Ostrander tornerà a narrare un'altra storia di Alfiere, stavolta ambientata nel futuro, in Alfiere e gli Xavier Security Enforcers.

giovedì 1 dicembre 2022

Fabolous Stack of Comics: Tex - Fiesta di Morte


Se c'è un aspetto del personaggio di Tex Willer che è ben noto e incrollabile è che non chiude mai gli occhi di fronte a un'ingiustizia perpetrata ai danni di altri, non importa chi. Anche se non lo riguarda in maniera diretta, lui interviene e rimette le cose a posto, con ogni mezzo necessario (anche quelli letali, se occorrono). Con gli altri tre pards - Kit Carson, Kit Willer e Tiger Jack - che lo assistono.
Tale sua caratteristica è ben evidente nella storia Fiesta di Morte, scritta da Gianluigi Bonelli e disegnata da Giovanni Ticci, pubblicata nel 1982 negli albi dal 259 al 261 della serie di Tex.
Nel villaggio di Santa Rita, quattro infidi criminali, di concerto con la cittadinanza e la guardia militare del luogo, sterminano quasi del tutto una tribù di Apache attirata lì con l'inganno, al fine di guadagnare una facile ricompensa promessa da dei benefattori.
Per impedire un'inevitabile ritorsione degli indiani, con un conseguente e drammatico spargimento di sangue, Tex si impegna a portare giustizia, vendicandosi dei responsabili del massacro, ovvero i quattro criminali e i cittadini che hanno partecipato alla strage. Con lui, come sempre, i tre pards.
La forza e l'iconicità del personaggio di Tex in questa storia vengono fuori anche da eventi piccoli, ma significativi, da eventi che accadono tutti i giorni. Come quando si ribella a modo suo a quei gestori di locali che non vogliono servire da mangiare a Tiger Jack, per via del fatto che è un indiano. Tex raddrizza il tutto semplicemente guardando la persona bigotta negli occhi e facendo notare come Tiger Jack sia suo amico e quindi mangia e beve insieme a lui: e provateci voi a contraddire Tex, cari razzisti!
Un esempio di ragionevolezza e sangue freddo che si ritrova anche nel ruolo che Tex decide di assumere: quello di vendicatore di torti per conto terzi. Una vendetta volta a evitare guai peggiori. In un mondo che precipita verso la follia, il Ranger del Texas è una sorta di incarnazione della logica. Una giustizia che attua in segreto, coinvolgendo solo i suoi amici e non informando i suoi superiori, i quali non gradirebbero la cosa.
Si dice che Tex sia un personaggio datato, adatto solo a vecchi lettori. Eppure... si batte per le minoranze, va contro le direttive dei suoi superiori purché sia fatta giustizia, non ha paura a esporsi in prima persona quando si tratta di mettersi contro gente potente come banchieri o politici. Oggi alcuni lo definirebbero un anarchico, per questo. Ma lui, invece, è semplicemente una persona che non sopporta le ingiustizie.
E forse a volte il suo desiderio di giustizia si spinge oltre. Seppur sia una cosa che al tempo non ci si faceva caso né si contestava, Tex e i pards, mettendo a ferro e fuoco la città di Santa Rita per punirne gli abitanti, lasciano per strada e senza casa anche i bambini che vivono lì (Giovanni Ticci li ritrae a un certo punto): bambini che di certo non hanno colpe nelle sciagurate decisioni prese da gente adulta e avventata.
Insomma, la vendetta è un piatto che va servito freddo, ma a volte il freddo diviene insopportabile come i tizzoni d'inferno.

mercoledì 30 novembre 2022

Netflix Original 90: Non Sono un Uomo Facile


Flashback - In Taxi nel Passato, film francese, utilizza una celebre tematica della fantascienza, ovvero i viaggi nel tempo, per trattare in realtà un tema di rilevanza sociale quale lo sfruttamento delle donne nella società moderna.
A quanto pare le produzioni francesi amano sfruttare tale stratagemma, poiché tramite un' altra tematica, il viaggio in un'altra dimensione, si rivede la stessa strategia in Non Sono un Uomo Facile (Je Ne Suis Pas un Homme Facile), scritto e diretto da Eléonore Pourriat e distribuito su Netflix a partire dal 13 aprile 2018.
Damien (Vincent Elbaz) è uno sviluppatore grafico che tratta le donne in maniera sciovinista e solo per portarsele a letto per vantarsi poi coi suoi amici.
Un giorno va a sbattere con forza contro un palo e, al suo risveglio, si ritrova in un mondo capovolto: le donne sono nei posti di lavoro e di potere più importanti, mentre gli uomini sono relegati ai margini della società. Non solo, la maggior parte delle donne tratta gli uomini esattamente come accade nel mondo di Damien, sfruttandoli solo per scopi sessuali, discriminandoli sul posto di lavoro e facendo apprezzamenti poco graditi.
Inizialmente spaesato, Damien troverà il proprio posto in questo mondo grazie ad Alexandra (Marie-Sophie Ferdane), una scrittrice di cui si innamorerà dovendo affrontare molte difficoltà lungo la via.
Come nel film sopra citato, il pretesto fantastico che proietta il protagonista nella dimensione parallela è un mero artificio narrativo che non verrà esplorato più di tanto (quindi non aspettatevi una qualsiasi spiegazione al riguardo), in quanto il focus della trama consiste nel criticare e fare satira su quella che è la società patriarcale francese - e non solo, direi - discriminante e retrograda.
E lo fa tramite il consolidato artificio del ribaltamento, ovvero del personaggio che subisce quelle azioni che lui compie nella vita di tutti i giorni perché è così che fanno tutti e ci si comporta da sempre, senza immaginarne le conseguenze sino a quando non le si vive sulla propria pelle. Come in questo caso.
Questo tema prevale su tutto il resto e va dunque un po' a discapito della trama, più che altro incentrata sulla storia d'amore tra i due protagonisti. Damien, dunque, alla fine cambia il proprio atteggiamento nei confronti delle donne non perché riconosce davvero i propri sbagli, ma perché attraverso la relazione con Alexandra - che considera sua pari - diventa una persona nuova e per la prima volta in vita sua, probabilmente, prova dei veri sentimenti.
Pur essendoci un sottotesto drammatico, ma non mancando dei toni più leggeri nel corso della pellicola, il finale rappresenta invece qualcosa di decisamente angosciante. Perché la prospettiva si ribalta ancora una volta e questa volta siamo noi tutti che veniamo messi di fronte alle nostre presunte colpe. Su cui quantomeno dovremmo porci degli interrogativi.

martedì 29 novembre 2022

Prime Video Original 40: Evil Eye


L'incontro tra culture e tra differenti popoli rappresenta sempre un elemento narrativo affascinante da esplorare, poiché tante sono le potenzialità che può offrire, dunque quello che occorre è solo sfruttarle al meglio.
Pensiamo poi a due mondi così distanti, non solo in termini di chilometri, quali gli Stati Uniti e l'India. Due mondi che si incontrano in Evil Eye, film diretto da Elan Dassani e Rajeev Dassani, scritto da Madhuri Shekar (basato su una sua omonima produzione Audible) e distribuito su Amazon Prime Video a partire dal 13 ottobre 2020.
Pallavi (Sunita Mani) è una ragazza indiana che si è trasferita dalla natia India e ora vive a New Orleans, ma è sempre in stretto contatto con sua madre Usha (Sarita Choudhury), che vive ancora in India, grazie a whatsapp e costanti call telefoniche.
Usha vorrebbe che sua figlia si sposasse e questo sembra possa avverarsi quando Pallavi conosce e si innamora di Sandeep (Omar Maskati). Eppure c'è qualcosa che non va: Usha non si fida di quest'uomo, che pure non ha mai conosciuto, ma flashback di un tragico evento del passato che l'ha coinvolta continuano a ossessionarla. Ma la sua stessa famiglia è contro di lei e la ritiene folle. Qual è, dunque, la verità?
Questo non è un film horror, non vi si trattano proprio tematiche di questo genere, pur traslate in un altro tipo di mentalità/società, o vi sono scene che possano inquadrarsi in questo genere. Mi verrebbe da dire che non è nemmeno un thriller poiché, tralasciando la quasi totale assenza di scene d'azione (ve ne è una sola che dura meno di due minuti), non vi è alcuna costruzione della tensione.
Si gioca dunque su un unico elemento narrativo, che va a parare esattamente in quel punto, cosicché alla fine vi chiederete "ma davvero"? tanto esso è intuibile sin dal principio.
Forse, però, non si voleva costruire un mistero troppo complicato in merito a questa trama e quella che vediamo è solo la rappresentazione di una relazione tossica capace di trascendere i limiti dello spazio e del tempo.
Più in generale, diviene una metafora della violenza sessuale ai danni delle donne (argomento molto sentito, seppur su livelli differenti, sia negli Stati Uniti che nell'India del ventunesimo secolo) e di come le donne debbano trovare il coraggio di chiedere aiuto e non siano sole. Nulla di male in questo, ovviamente, peccato che attorno vi si sia costruita una storia molto fragile e prevedibile.

lunedì 28 novembre 2022

Netflix Original 89: Domenica


Negli Stati Uniti la diffusione della Bibbia e dei suoi precetti è vissuta in maniera leggermente differente rispetto all'Italia, un paese più tradizionalista e rigoroso sul versante religioso.
Tuttavia, anche solo per chi ha visto The Blues Brothers, che estremizza questo concetto (e con James Brown come reverendo come si poteva fare diversamente?), negli Stati Uniti è noto che in varie chiese la parola di Dio è diffusa anche attraverso canti ritmici e balli scatenati. Nonché con appassionati sermoni dei predicatori, vere e proprie guide per la comunità cattolica locale.
Ma a volte la realtà non è così idilliaca. Come nel caso del reverendo Carlton Pearson, un pastore che - dopo aver visto alla televisione con orrore i genocidi perpetrati in Ruanda a partire dal 1994 - affermò davanti ai suoi fedeli che anche le persone che non erano state battezzate e coloro che avevano peccato senza confessarsi potevano avere il perdono da parte di Dio in Paradiso e dubitava dell'esistenza dell'Inferno propriamente detto, ritenendo che esso fosse presente sulla Terra.
Questo causò sia una frattura tra lui e la sua comunità di fedeli che con il concilio dei vescovi afroamericani, il quale lo bollò addirittura come eretico.
Un biopic incentrato su questi eventi è Domenica (Come Sunday), diretto da Joshua Marston, scritto da Marcus Hinckey e distribuito su Netflix a partire dal 13 aprile 2018. Nel film, Carlton Pearson ha le fattezze di Chiwetel Ejiofor.
La pellicola copre l'arco di tempo da quando Carlton Pearson inizia a diffondere le sue nuove credenze, ricevute a seguito di un colloquio con Dio secondo le sue stesse parole, passando per i difficili momenti in cui - tranne sua moglie e pochi altri - viene abbandonato da tutti e ostracizzato, fino a un (inevitabile nei film, ma stavolta è avvenuto anche nella vita reale) riscatto personale, con nuovi fedeli pronti ad ascoltare i suoi sermoni.
Ovviamente, se siete tra coloro che non tengono in alcuna considerazione la Bibbia e ciò che dice, questo film non fa decisamente per voi, ma tralasciando i credenti anche coloro che sono atei ma si interessano di questi argomenti potrebbero trovarvi qualche elemento di interesse nel come la parola di Dio viene diffusa in una società che riteniamo così vicina a noi, ma in realtà presenta svariate differenze.
Più in generale, il film è una parabola dei rapporti di inclusione, in quanto Carlton Pearson nei suoi sermoni offre un possibile perdono anche a quelle minoranze che la Chiesa giudica peccatrici (la comunità LBGTQ+) e ai criminali, quelli guidati anche da necessità di povertà, pur peccando ai suoi occhi.
Quindi, partendo dalla vita di una persona si trattano tematiche più ampie, con una visione su cui poi ognuno potrà farsi una propria opinione. Non è dunque una pellicola banale, anche se alcune volte scivola in una facile retorica che compromette il messaggio di fondo: indicare Carlton Pearson come un martire in ogni caso, drammatizzando alcuni eventi o - come suppongo - narrando fatti mai accaduti non è sempre uno stratagemma che funziona.

venerdì 25 novembre 2022

Fabolous Stack of Comics: Nathan Never/Justice League - Doppio Universo


Zagor/Flash: La Scure e il Fulmine ha dato il via ai crossover tra i personaggi della Sergio Bonelli Editore e gli eroi di altre case editrici, in principio la DC Comics, ma già vi è anche un team-up con Conan in previsione.
Il secondo crossover, pubblicato nel novembre 2022, è Nathan Never/Justice League: Doppio Universo, scritto da Adriano Barone, Bepi Vigna e Michele Medda e disegnato da Sergio Giardo. In esso gli agenti dell'Agenzia Alfa del futuro incontrano i più grandi eroi del DC Universe per affrontare una minaccia comune.
E quella minaccia comune è rappresentata dai Tecnodroidi, cyborg provenienti da un disastrato futuro alternativo  che vogliono occupare e conquistare altre Terre, a partire da quella dove risiede Nathan Never.
La loro leader, Selena, intravede in Cyborg un'arma perfetta per facilitare tale conquista, vista la sua capacità di generare boomdotti, e riesce a farlo catturare. Questo scatenerà una serie di eventi che porterà Nathan Never e gli agenti dell'Agenzia Alfa e la Justice League guidata da Batman e Superman ad allearsi per impedire che ben tre mondi finiscano sotto il giogo dei Tecnodroidi.
Questa storia procede nel felice solco inaugurato dal team-up tra Zagor e Flash (che qui compare, pur non facendo menzione di quell'evento, cosa che lo rende un tratto comune ad entrambi gli albi): due elementi narrativi in apparenza antitetici che si incontrano, e non si scontrano, dopo la prima e inevitabile incomprensione per fronteggiare una minaccia comune.
Sul presupposto che porta all'incontro tra i due gruppi non c'è nemmeno da obiettare: tante sono le possibilità a disposizione in entrambi i mondi che trovare un modo per unirli è relativamente semplice e quello che conta in questo specifico caso è ciò che accade dopo.
Stavolta, tuttavia, a differenza del primo albo la minaccia è unica ed è inerente un solo universo narrativo, quello della Sergio Bonelli Editore. E in effetti i Tecnodroidi, per la portata del pericolo che rappresentano, sono più che sufficienti e aggiungere ulteriori elementi di livello Justice League quali ad esempio Darkseid o il Quarto Mondo sarebbe risultato difficilmente gestibile.
La storia è un mix di quei team-up in apparenza improbabili della Silver e Bronze Age, con qualche piccolo omaggio anche agli anni ' 90 del ventesimo secolo. Soprattutto quando si cercano e si trovano con efficacia dei parallelismi tra alcuni personaggi che non si immaginerebbe in un primo momento (la natura da guerriera amazzone sia di Wonder Woman che di Legs Weaver, le tragiche perdite di Nathan Never e Batman), portando così a un legame personale che sancisce ancor di più l'alleanza che è stata forgiata.
Seppure Batman, tra gli eroi della DC Comics, svetta su tutti, anche gli altri personaggi trovano il loro giusto spazio e divengono funzionali alla trama. La stessa cosa può dirsi per Nathan Never e gli altri agenti dell'Agenzia Alfa.
E quindi, col classico epilogo che lascia una porta aperta per un futuro, nuovo team-up, noi ci prepariamo ad altri crossover che di sicuro non mancheranno di arrivare.

giovedì 24 novembre 2022

Netflix Original 88: Pickpockets


In Sciuscià, Roberto Rossellini narrava la storia di due giovani ladruncoli che precipitavano in un inferno fatto di privazioni, tradimenti e sofferenza. Il tutto in un paese complicato quale l'Italia dell'immediato dopoguerra.
Non siamo più nel dopoguerra, e di certo non si sfiorano nemmeno le vette di Rossellini, ma altri due giovani ladruncoli in un paese complicato (la Colombia dei giorni nostri) compaiono in Pickpockets, diretto da Peter Webber, scritto da Alejandro Fadel e Martín Mauregui e distribuito su Netflix a partire dal 12 aprile 2018.
Due ladruncoli di strada, Fresh (Emiliano Pernía) e Doggy (Dubán Andrés Prado), rapinano i cittadini di Bogotà utilizzando a volte metodi violenti. Le loro azioni vengono notate da un poliziotto spagnolo rifugiatosi in Colombia, Chucho (Carlos Bardem), messosi in seri guai con la criminalità locale.
Chucho prende i due ragazzi sotto la sua ala protettiva, insegnando loro l'arte del furto con destrezza, che comporta meno rischi di essere notati e catturati. Fresh e Doggy coinvolgono allora nelle loro rapine un terzo elemento, Juana (Natalia Reyes), interesse amoroso del primo. Ben presto, però, anche loro si metteranno nei guai con alcuni boss criminali e dovranno trovare un modo per uscirne integri.
Il film è la classica storia che parte con due personaggi detestabili i quali si riscattano lungo la via combattendo dalla parte giusta. E l'unico modo per due rapinatori di risultare simpatici agli occhi del pubblico senza cercare di condurre una vita ordinaria e senza rischi è quella che l'oggetto delle loro rapine siano criminali peggiori di loro, che dunque meritano più di loro un'adeguata punizione.
Si tratta anche del consueto passaggio del testimone. Chucho - e così la criminalità di Bogotà - rappresentano un vecchio mondo, che sta andando lentamente a scomparire, mentre Fresh, Doggy e Juana incarnano la nuova generazione che soppianterà la precedente, la quale ovviamente non ha alcuna intenzione di cedere il passo in maniera arrendevole.
Una trama semplice e consolidata nel tempo, dunque, per un prodotto di un cinema a me ignoto (film spagnoli ne ho incrociati nella mia vita, questo invece credo sia il primo film colombiano che abbia visto) che non arriva a brillare di luce propria. Tutto quello che voi pensate accadrà, accadrà di sicuro e i personaggi agiscono in funzione di quel tipo di storia che si vuole narrare senza effettuare troppi approfondimenti, tanto che del background di alcuni protagonisti non arriviamo ad apprendere proprio nulla.
Bisogna utilizzare destrezza anche in questo, dopotutto.

mercoledì 23 novembre 2022

Fabolous Stack of Comics: Morbius - Adventure Into Fear


Il personaggio di Morbius, il Vampiro Vivente (tipica iperbole dei fumetti di cinquant'anni fa), esordisce nel 1971 su The Amazing Spider-Man 101 grazie a Roy Thomas e Gil Kane.
In principio viene ritratto come una variante vampirica della Creatura di Frankenstein, quindi un mostro che ripudia la sua condizione, ma si ritrova al tempo stesso costretto a fare del male.
Dopo un paio di rematch contro Spider-Man, Morbius - sfruttando l'allentamento del Comics Code Authority su certe tematiche horror - diviene protagonista di un serial a lui dedicato che si dipana dal 1974 al 1975 nei numeri dal 20 al 31 della testata Adventure Into Fear.
Gli sceneggiatori sono Mike Friedrich, Steve Gerber, Doug Moench, Bill Mantlo, mentre la parte grafica è affidata a Paul Gulacy, Frank Robbins, Don Heck e Philip Craig Russell.
Il serial si compone di due saghe distinte, ma che al tempo stesso presentano qualche piccolo collegamento. Nella prima saga, Morbius si trasferisce sulla Costa Ovest degli Stati Uniti e si ritrova suo malgrado coinvolto nella disputa secolare che coinvolge il demoniaco Daemond (e ma te la vai a cercare con un nome così) e gli alieni noti come i Guardiani, i quali intendono creare una razza perfetta di esseri umani che faccia evolvere la Terra.
Nella seconda saga Morbius, finalmente riunitosi all'amata Martine Bancroft, viene accusato di una serie di omicidi a sfondo vampirico che avvengono nella città di Boston. Mentre tenta di scagionarsi, il vampiro vivente viene preso di mira dal determinato agente della CIA Simon Stroud.
Avete presente quando si dice "i folli anni '70"? Ecco, questi due serial sono l'esempio perfetto di questa frase. Anche se si è soliti pensare che gli sceneggiatori dell'epoca scrivessero le loro storie sotto effetto di sostanze psicotrope, in realtà (in buona parte dei casi quantomeno) le concepivano in uno stato mentale perfetto, con la loro immaginazione che correva libera dopo anni in cui era stata contenuta per via delle maglie della censura. A quei tempi era come dare a un giovane un parco giochi in cui potesse fare quello che voleva, avrebbe provato anche le acrobazie più spericolate.
Tali storie, quindi, abbastanza risibili se le vediamo con l'occhio moderno (Morbius ha sempre sete di sangue e lo ripete a ogni pagina, si lamenta della sua maledizione a ogni singolo albo, Martine Bancroft sessualizzata a livelli da modella di intimo), erano comunque un modo per trattare tematiche e ambientazioni che nelle altre testate più mainstream era più difficile vedere.
In tal senso la battaglia tra i Guardiani e Daemond rappresenta una metafora delle diatribe tra scienza e religione e, in special modo, di chi sfrutta tali diatribe per pervertire da ambo i lati quelle che possono essere le giuste motivazioni che guidano chi crede nei loro dettami. La seconda saga, invece, è una progressiva strada verso la dannazione eterna.
In mezzo, bambine che si trasformano in guerriere in minigonna (che Sailor Moon spostati proprio), demoni dall'aspetto felino per la disperazione degli utenti di Youtube, creature con mille occhi di stampo lovecraftiano e altri mostri da incubo per contrastare colui che si pone come un antimostro e che finisce invece sempre per commettere gli stessi errori.
Sì, si tratta proprio di un tuffo in un lontano passato che non può più tornare (e non lo diciamo in senso negativo o positivo).

martedì 22 novembre 2022

Prime Video Original 39: Nocturne


A volte si è disposti a vendere l'anima al diavolo pur di sfondare in un campo artistico. In un mondo dove molte persone sono convinte che i loro quindici minuti di fama possano essere molti di più grazie ai social e ai reality show, di gente che metaforicamente parlando vende la propria anima al diavolo c'è n'è in abbondanza.
Ma oltre a questo appunto da boomer, c'è anche il vecchio, faustiano patto col diavolo più appetibile da un punto di vista cinematografico. Come accade in Nocturne, film scritto e diretto da Zu Quirke e distribuito su Amazon Prime Video a partire dal 13 ottobre 2020.
Juliet Lowe (Sidney Sweeney) e Vivian Lowe (Madison Iseman) sono due sorelle gemelle che coltivano entrambe la passione per la musica classica. Vivian è più talentuosa e ammirata, generando così una involontaria invidia da parte di sua sorella.
Quando una studentessa del loro stesso corso si suicida per motivi misteriosi, si aprono le selezioni per sostituirla. Vivian sembra destinata a essere la prescelta, ma Juliet trova nell'armadietto della ragazza suicida un misterioso quaderno.
Vi sono strane immagini sul quaderno che corredano alcuni pezzi classici. Immagini inquietanti e con strane scritte. Da quel momento in poi, Juliet diviene più abile nell'interpretare la musica classica, superando anche sua sorella, di cui si attira il risentimento. Ma tale abilità acquisita dal nulla comporterà un prezzo da pagare?
In questo film sembra di ritrovarci di fronte a un nuovo Eva Contro Eva, con l'aggiunta di un legame familiare. Juliet, infatti, pur volendo bene e apprezzando sua sorella Vivian, è determinata a tutto pur di raggiungere un successo che ritiene di meritare.
E, come accade al personaggio interpretato da Anne Baxter che progressivamente ottiene quanto da lei desiderato ma perde al contempo la propria dignità e umanità, la stessa cosa accade a Juliet, la quale sottrae progressivamente a sua sorella i trionfi musicali, il ragazzo e la stima degli insegnanti.
E anche nel suo caso avviene una discesa negli inferi, stavolta tuttavia non di natura metaforica, in quanto viene introdotto un elemento sovrannaturale (una sorta di Death Note o Necronomicon) incarnato dal quaderno della ragazza suicida.
Sta poi allo spettatore decidere se vi sia un elemento di ambiguità o meno. Nel senso che spetta infine a lui stabilire se effettivamente Juliet faccia un patto con un diavolo che non verrà mai mostrato, e questo la porti infine alla follia, oppure che l'ambizione di Juliet - una ragazza schiacciata dalle aspettative che ripongono su di lei i genitori e la scuola - la porti a oltrepassare un certo limite morale che causa in lei una forte nevrosi e una crisi di ansia.
Un peccato di natura mistica oppure sensazioni drammaticamente umane, elementi entrambi soggetti a una possibile pena del contrappasso.

lunedì 21 novembre 2022

Fabolous Stack of Comics: Black Widow - Gioco Senza Limiti


Durante Secret Empire, nel tentativo di rovesciare la dittatura dell'HYDRA, Natasha Romanoff, alias la Vedova Nera, viene brutalmente uccisa da Capitan Hydra. Già tuttavia al termine di questa storia si intravede un'apparentemente rediviva Vedova Nera che ha intrapreso una strada di vendetta. Si scopre poi che costei è un clone, con ricordi impiantati dell'originale Natasha Romanoff, creata dalla Stanza Rossa, l'organizzazione che formò Natasha Romanoff quando era una bambina.
Una delle prime missioni di questa nuova Vedova Nera è narrata nella miniserie di cinque numeri, pubblicata nel 2019, Gioco Senza Limiti (No Restraints Play), scritta da Jen Soska e Sylvia Soska e disegnata da Flaviano Armentaro.
Per poter placare la sua rabbia, la Vedova Nera si separa da Capitan America e si reca a Madripoor, l'isola dominata dalla criminalità. Lì trova subito pane per i suoi denti quando si allea con Jessan Hoan, la Tigre, la quale le rivela l'esistenza di un sito del dark web dove dei bambini vengono torturati per un pubblico pagante.
La Vedova Nera è determinata a smantellare quest'organizzazione e i suoi finanziatori, ma rischierà ben presto di divenire una pedina di questo gioco senza limiti.
Pur cambiando col passare dei tempi e della sensibilità del lettore, la Vedova Nera è spesso stata ritratta come una personalità borderline, sin da quando era una spia alla Mata Hari e cercava di sedurre Tony Stark e Occhio di Falco. Col tempo, è divenuta una leader e componente storico degli Avengers, ma quel suo volersi spingere oltre un certo limite è sempre rimasto.
Ora sembra che tale limite sia stato (definitivamente?) superato. Quella che ci troviamo di fronte in questa storia, infatti, non è più la Natasha Romanoff che conoscevamo un tempo, bensì una nuova Vedova Nera che - pur continuando a combattere la criminalità e riparare ai torti subiti dalle persone più fragili - non ha più freni inibitori e adotta anche metodi violenti senza pensarci due volte.
E non può esserci valvola di sfogo migliore per una personalità come questa che prendersela contro una rete di violentatori di bambini. C'è da dire che la storia procede su binari narrativi consolidati (è il classico racconto incentrato su una vendetta ai danni di gente potente), con un piccolo plot twist finale, che consente a due scrittrici provenienti da un altro media - sono registe e sceneggiatrici di film horror - di portare la loro "sensibilità" (definiamola così) anche sulle pagine di un fumetto.
Interessante comunque lo scenario prescelto, l'isola di Madripoor, dove non potrete trovare un covo di feccia e malvagità peggiore di questo, e l'utilizzo di Jessan Hoan come comprimaria, la quale di solito bazzica i racconti di Wolverine.
La miniserie ribadisce ciò che si era ampiamente intuito: questa non è più la Vedova Nera di un tempo, saggia e riflessiva leader degli Avengers. E quella personalità borderline presto potrebbe trovare altre valvole di sfogo, meno... criminali.

venerdì 18 novembre 2022

Fabolous Stack of Comics: L'Ultimo Eternauta - La Fine del Mondo


Si conclude la nuova epopea di Juan Salvo, l'Eternauta. Dopo L'Ultimo Eternauta e L'Ultimo Eternauta: La Ricerca di Elena, Pablo MaizteguiFrancisco Solano López portano a compimento la trilogia con L'Ultimo Eternauta: La Fine del Mondo (El Eternauta El Regreso: El Fin de Mundo), pubblicato nel 2010.
Siamo sempre nella Buenos Aires di inizio ventunesimo secolo, dopo una disastrosa guerra nucleare che ha cancellato la città. Grazie alla tecnologia dei Mano e dei Loro, Buenos Aires è stata ricostruita e ammodernata, ma i misteriosi esseri hanno un piano che prevede di sfruttare le risorse economiche dell'umanità per indebolirli e soggiogarli.
E parte qui la terza e ultima parte: Juan Salvo è in Antartide insieme a Borges, il Mano che è anche per metà umano, dove ritrova sua moglie Elena Salvo. Juan può sottrarla al flusso temporale in cui è rimasta intrappolata, ma per fare questo salverà anche i Loro dall'estinzione che li attende in un prossimo futuro.
Al tempo stesso, Favalli e i ragazzi ribelli cercano di capire come mai tutti gli abitanti di Buenos Aires siano come ipnotizzati e incapaci di reagire.
Con tutte le pedine sulla scacchiera temporale, ci si prepara alla battaglia decisiva che sancirà le sorti dell'umanità.
A volte si tratta di chiudere il cerchio narrativo, riannodare tutti i fili che sono stati dispiegati lungo la via e dare loro una soluzione. Questo terzo e conclusivo capitolo della nuova trilogia dell'Eternauta si propone appunto questo obiettivo.
Nelle prime due parti, Maiztegui e Solano López hanno sia riportato sulla scena (quasi) tutti i protagonisti della prima, mitica storia di Héctor Germán Oesterheld (qui reintroducono gli ultimi solo in apparenza dimenticati), sia hanno ideato nuovi comprimari, più in linea con la sensibilità moderna: i giovani ribelli degli anni '50 del ventesimo secolo, che pure c'erano nella storia originaria, sono del tutto differenti da quelli di inizio millennio. Stessa cosa dicasi nei confronti del loro rapporto con le autorità e le generazioni venute prima di loro.
La metafora dell'umanità obnubilata dai messaggi mediatici che impedisce a chi non è una "mente eletta" di squarciare il velo della realtà diviene qui ancora più evidente e la soluzione proposta è quella più naturale: battersi fino all'ultimo per affermare ciò che è giusto per tutti.
E quindi alla fine tutto viene risolto? Si e no, come accade spesso nella narrativa seriale. La trama principale viene portata a compimento, con qualche bel mal di testa causato dai paradossi dei viaggi nel tempo, ma si lascia anche spazio per un eventuale seguito.
Oggi sia Oesterheld che Solano López non sono più tra noi, ma l'Eternauta è ormai un'icona troppo potente per svanire così nel nulla e già le multinazionali dello streaming si stanno interessando alla sua epopea. Presto o tardi sarà dunque prelevato ancora dal flusso temporale per vivere una nuova avventura, in nuovi territori inesplorati.

giovedì 17 novembre 2022

Prime Video Original 38: Zio Frank


Se oggi, pur con tutte le possibili discriminazioni del caso, l'omosessualità non rappresenta più un tabu e se ne può parlare apertamente, fino a qualche decennio fa la situazione non era così rosea.
Chi ha qualche anno in più sul groppone ricorda di certo periodi in cui l'omosessualità era un argomento che non andava toccato in famiglia, se se ne accennava al cinema era perlopiù proponendo personaggi stereotipati che parlavano in falsetto ed era anche ritenuta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità una malattia mentale (sarebbe stato così fino al 1990).
Cerca di ricatturare lo spirito di quei tempi insoliti, e per certi versi anche pionieristici, ma con ovviamente una sensibilità moderna e differente, Zio Frank (Uncle Frank), scritto e diretto da Alan Ball e distribuito su Amazon Prime Video a partire dal 25 novembre 2020.
L'azione principale si svolge nel 1973, in un'America ritratta perlopiù nelle sue città rurali e di periferia, circondata da una natura incontaminata.
La giovane Beth Bledsoe (Sophia Lillis) non capisce come mai suo zio Frank (Paul Bettany) sia spesso osteggiato da suo nonno. Qualche tempo dopo, imbucandosi a una festa, la ragazza capisce che suo zio è omosessuale e, poco dopo, giunge la notizia della morte del nonno. Ne seguirà una riunione di famiglia che sarà dolorosa e risolutiva per tutti, con uno sguardo rivelatore a un tragico evento del passato.
Il film vuole trasmettere un messaggio positivo e rassicurante, di accettazione e inclusione dopo mille traversie, e per questo individua un periodo temporale adatto. Qualche anno dopo le prime lotte sociali e civili successive alla Seconda Guerra Mondiale, ma con appunto una società ancora non pronta a parlare di certe tematiche.
Da un lato ci sono le persone più anziane, quelle che non concepiscono l'omosessualità per i più svariati motivi, non solo quelli religiosi (il film non fa una condanna tout court del cattolicesimo, anzi), dall'altro ci sono le persone come Beth. Una ragazza nata in un nuovo mondo, quello che sta cambiando davanti ai suoi stessi occhi, ed è dunque pronta ad accettare più di buon grado ciò che persone nate e cresciute in un mondo differente non riescono a comprendere. E può trasmettere tale visione anche ad altri.
Non si tratta comunque di una pellicola straordinaria fino alla fine: per quanto vi siano dialoghi ben ideati e scritti (lo sceneggiatore è quello di American Beauty, dopotutto), vi è anche qualche retorica di troppo lungo la via. Forse inevitabile in un contesto del genere, eppure stona comunque.
Rimane comunque interessante, sia per chi quel mondo lo ha vissuto sia per chi è nato dopo, questo sguardo su quello che ci appare ora come un periodo lontano e che potrebbe non tornare più. Potrebbe.

mercoledì 16 novembre 2022

Fabolous Stack of Comics: M.O.D.O.K. - Giochi della Mente


Mental Organism Designed Only for Killing, ovvero M.O.D.O.K. Questo strambo personaggio, ma così strambo che è pro-tempore il leader dell'AIM, è in giro dal 1967 e, come molti dei personaggi di quel decennio, è stato creato da Stan Lee e Jack Kirby.
Con un aspetto così insolito, pur essendo un temibile supercriminale, in quest'era moderna diviene quasi scontato che sia anche soggetto a battute umoristiche, tanto che nel 2021 diviene il protagonista di una sitcom di animazione, ideata da Jordan Blum e Patton Oswalt (il quale è anche il suo doppiatore originale), in cui gli viene anche affiancata una famiglia.
Non è un prequel della serie, ma ha con essa svariati punti in contatto - non foss'altro perché gli sceneggiatori sono Jordan Blum e Patton Oswalt - la miniserie in quattro numeri Giochi della Mente (Head Games), pubblicata tra il 2020 e il 2021 e disegnata da Scott Hepburn.
Durante una missione dell'AIM, M.O.D.O.K. ha un curioso malfunzionamento di sistema che gli fa vedere scene familiari, di una famiglia che non ha mai avuto e di persone che non conosce. Ciò causa il fallimento della missione e la sua rivale Monica Rappaccini ne approfitta per farlo estromettere dalle Avanzate Idee Meccaniche.
Per andare a fondo del mistero e riacquistare il potere perduto, M.O.D.O.K. dovrà stringere insolite alleanze e alla fine potrebbe apprendere qualcosa in più sulle proprie origini.
Questa miniserie propone un background fumettistico dei comprimari che ruotano attorno a M.O.D.O.K. nella serie di animazione che lo vede protagonista, ovvero sua moglie e i suoi figli, che prima di questa storia non erano mai stati nominati. Non è comunque un prequel della serie, in quanto la storia è ben radicata nel Marvel Universe.
Oltre a questo, la miniserie ci offre uno sguardo nella personalità non solo di M.O.D.O.K. ma anche del suo alter ego umano, ovvero George Tarleton, l'ignara cavia dell'esperimento dell'AIM che divenne l'organismo mentale designato per uccidere. Per Stan Lee e Jack Kirby era solo un nome come tanti, a loro non interessava sviluppare questo personaggio come essere umano, ma solo come macchina assassina priva di qualsiasi vestigia di umanità.
Jordan Blum e Patton Oswalt, invece, indagano a fondo su entrambi i personaggi, dando loro uno spessore che non hanno mai avuto e che in tempi del genere risulta un lavoro apprezzabile se si considera che i lettori odierni potrebbero trovare risibile - per il suo aspetto - un personaggio come M.O.D.O.K. 
Ma salvo rari casi non esistono pessimi personaggi, quello che conta è il modo in cui vengono gestiti e come si evolvono nel tempo.

martedì 15 novembre 2022

Netflix Original 87: 6 Palloncini


Il tema della dipendenza dalle sostanze stupefacenti ha toccato svariate pellicole, ognuna con un proprio messaggio: quello abbastanza semplice di condanna senza attenuanti, oppure proponendo una visione alternativa e surreale, come nel caso di Trainspotting.
Spesso, tuttavia, ci si concentra di più (giustamente e inevitabilmente) su chi è dipendente dalle droghe, piuttosto che sulle persone che vengono toccate da questo fatto e la loro reazione. Costituisce dunque una sorta di eccezione alla regola 6 Palloncini (6 Balloons), scritto e diretto da Marja-Lewis Ryan e distribuito su Netflix a partire dal 6 aprile 2018.
Mentre sta allestendo una festa di compleanno a sorpresa per il suo fidanzato, Katie (Abbi Jacobson) va a prendere suo fratello Seth (Dave Franco) e sua figlia. Giunta al suo appartamento, però, capisce subito che il ragazzo è ricaduto nel tunnel della dipendenza da eroina.
Nel corso di una lunghissima giornata, Abbi dovrà sia aiutare suo fratello al meglio delle sue possibilità anche in situazioni complicate, sia capire se potrà mai dedicare tempo a sé stessa e sgravarsi da questa così onerosa responsabilità.
Il film è la storia di due anime che vivono in maniera differente e sono in contrasto tra loro, eppure al tempo stesso sembra non possano fare a meno l'una dell'altro.
Da un lato abbiamo Katie: una donna inquadrata, precisa, che cerca di calcolare tutto e quindi si ritrova in difficoltà quando il suo mondo in apparenza e solo in apparenza perfetto viene infranto in maniera così evidente e plateale.
Dall'altro lato invece vi è Seth, interpretato dal fratello di James Franco. Lui, nonostante abbia una figlia, non vuole eccessive responsabilità e annega i suoi dispiaceri in un mondo in apparenza e solo in apparenza perfetto che è quello generato dal consumo di eroina.
Queste due visioni della vita unite da un legame familiare non si sono mai veramente incontrate, ma sono ora costrette a farlo. Ma incontrandosi rischiano anche di annegare nel mare dei loro dispiaceri (la metafora del rischio di annegamento ritorna spesso durante il film).
Il film dettaglierà una giornata in cui entrambi capiranno su loro stessi e sul proprio congiunto molto più di quanto non abbiano voluto capire negli anni passati e, tramite alcuni eventi sia ordinari che drammatici che assumono una valenza più importante di quanto non abbiano di solito, decideranno infine il loro destino.
La scelta finale potrebbe apparirci troppo forzata, ma nella vita accadono situazioni in cui ti costruisci senza volerlo una gabbia attorno. E a volte per non annegare bisogna prendere decisioni dolorose.

lunedì 14 novembre 2022

Fabolous Stack of Comics: Murder Falcon


Lo si dice spesso che la musica ci accompagna soprattutto nei momenti peggiori della nostra vita e rappresenta una sorta di conforto, di oasi di pace dove rifugiarsi dalle brutture del mondo. Ma al tempo stesso si dice anche che la musica può spezzarti il cuore, coi testi dei cantanti oppure per chi cerca di sfondare in questo campo, ma si scontra infine con la dura realtà.
Tutto questo e molto altro si ritrova nella miniserie in otto numeri, pubblicata nel 2019, Murder Falcon, scritta e disegnata da Daniel Warren Johnson.
Un tempo, Jake era il leader dei Brooticus, la band metal più promettente degli Stati Uniti. Poi è successo qualcosa, un evento drammatico che ha destabilizzato la band portando al suo scioglimento e trascinando Jake in uno stato di depressione.
Ma qualcosa sta per cambiare. In un mondo che è preda di invasioni extradimensionali da parte di strane creature mostruose, Jake si imbatte in una chitarra magica che evoca il guerriero Murder Falcon. Costui lo convince che lui è un elemento fondamentale per fermare la mostruosa invasione. Ma per ottenere questo deve prima riunire la sua band.
Questa non è solo una storia sulla musica e sul suo magico potere, questa è una storia di umanità che ha sofferto e soffre, ma trova in qualche modo la forza per rialzarsi. Scopriremo il background sia di Jake che di alcuni suoi amici e il dramma che li lega tutti, e allo stesso tempo il collante che fa sì che nemmeno anni di separazione possano spezzare i sentimenti che provano l'un l'altro.
Credo che in molti possano ritrovarsi nei protagonisti di questa miniserie, gente a cui la realtà e il destino hanno giocato dei pessimi scherzi, gente che a un certo punto ha avuto come amico fidato solo la musica che proveniva da una radio o quella che creavano strimpellando una chitarra o utilizzando le percussioni su una batteria.
Chi almeno una volta nella vita non ha sofferto così tanto da sentirsi solo? Ma la musica era sempre lì presente, magari a volume alto perché non sentissimo le nostre lacrime. Ecco, queste sensazioni - che anche Daniel Warren Johnson ha provato - trovano poi forma fisica nel fumetto per esigenze narrative sotto forma delle creature mostruose e degli strumenti magici che richiamano i guerrieri del bene. Lo yin e lo yang.
Soprattutto, questo è un fumetto dove le onomatopee la fanno da padrone. L'autore riesce a giostrare alla grande questo strumento tipico del fumetto, riempiendo ogni pagina di quelle strane parole, che è come se prendessero vita e dessero fisicità alla musica, ai suoni emessi dai vari personaggi e in senso più generale all'atmosfera che ruota attorno a questo mondo, dove parole e suoni si intrecciano per andare a formare un mosaico perfetto.

venerdì 11 novembre 2022

Prime Video Original 37: Press Play - La Musica della Nostra Vita


In un'era in cui tutta la musica è disponibile su svariate piattaforme digitali quale ad esempio Spotify, poche persone utilizzano ancora dei supporti fisici per ascoltare le canzoni. Uno di questi è la musicassetta, vero e proprio strumento divino nel millennio precedente per creare compilation dei pezzi musicali più svariati, a volte con metodi "creativi" quali registrarli dalla radio. Chi dimentica è complice.
Una compilation di canzoni registrata su musicassetta diviene il focus della pellicola Press Play - La Musica della Nostra Vita (Press Play), diretta da Greg Björkman, sceneggiata dallo stesso Björkman, Josh Boone e James Bachelor e distribuita su Amazon Prime Video a partire dal 16 luglio 2022.
Laura (Clara Rugaard), studentessa d'arte appassionata di musica, conosce il fratellastro di una sua amica, Harrison (Lewis Pullman), il quale gestisce un negozio di musica e adora i supporti fisici.
I due si innamorano e, insieme, creano un mixtape delle canzoni che caratterizzano la loro storia d'amore, ma poco dopo Harrison viene investito da un auto e muore.
Alcuni anni dopo, Laura fa una scoperta incredibile: il mixtape da loro ideato ha la capacità di proiettarla indietro nel tempo, a quando Harrison era ancora vivo. Ha dunque la possibilità di rimettere le cose a posto, ma questo potrebbe complicare ulteriormente la situazione.
Sotto uno strato appena accennato di fantascienza e viaggi nel tempo, debitore di Ritorno al Futuro che viene espressamente citato come ispirazione, ci ritroviamo di fronte a una nuova commedia romantica di stampo adolescenziale. Sembra che gli sceneggiatori di questo tipo di pellicole si siano innamorati di recente degli scenari a sfondo fantascientifico con citazioni fintonerd, come visto anche in La Mappa delle Piccole Cose Perfette.
In un cast che può contare su un solo grosso calibro, Danny Glover, qui per prendere un comodo assegno per la pensione, alla fine sembra che abbiamo di fronte una sorta di prodotto "televisivo" con recitazione conseguente. Gli attori si impegnano, ma le loro capacità non sono così elevate, con tutto il rispetto (il protagonista è monocorde in tal senso).
Il focus della trama alla fine non sono i viaggi nel tempo, bensì la storia d'amore tra i due protagonisti che incontra degli ostacoli (e quale ostacolo peggiore della morte?). Solo che il potere salvifico dell'amore e della musica è in grado di sistemare tutto, anche ciò che appare irreparabile.
Sì, un po' di sana retorica che piace tanto allo spettatore ideale di questo tipo di film. E a cui alla fine non interessa sapere altro... quindi non aspettatevi una spiegazione sul perché Laura sia in grado di viaggiare nel tempo semplicemente premendo play su un walkman (it's the power of love, per citare il film di cui sopra).
E a proposito di retorica, non vi troverete però quelle cose da boomer del tipo:"Ah, che orrore la musica sulle piattaforme digitali, meglio i supporti fisici come un tempo!", di certo non puoi permetterti di dire queste cose su una piattaforma digitale con un film che si propone un target perlopiù adolescenziale, sarebbe un controsenso.