domenica 31 luglio 2022

A scuola di cinema: Mr. Crocodile Dundee II (1988)

Dopo l'incredibile successo di Mr. Crocodile Dundee (Crocodile Dundee) anche negli Stati Uniti, la Paramount Pictures - che ha acquisito in toto i diritti di distribuzione americana e internazionale dopo esserseli divisi in un primo momento con la 20th Century Fox - vuole mettere subito in produzione un sequel delle avventure del personaggio ideato da Paul Hogan.
Questo successo, in un primo momento, non giunge all'attenzione di Rod Ansell, l'involontario ispiratore del personaggio, in quanto vive nell'Outback australiano insieme a sua moglie Joanne e i cinema non sono esattamente a portata di mano, così come i telefoni.
Ma altri suoi amici vedono il film e lo contattano, rivelandogli come abbiano notato delle similarità tra lui e il personaggio di Mick Dundee. Rod Ansell, tuttavia, in un primo momento non ci fa troppo caso. Le cose sono però destinate a cambiare in maniera drastica.


La sceneggiatura del sequel di Crocodile Dundee viene scritta da Paul Hogan, in collaborazione con suo figlio Brett Hogan. John Cornell, produttore e sceneggiatore del primo film, nonché fedele collaboratore di Paul Hogan, viene incaricato della regia.
Le riprese hanno luogo nell'estate del 1987, tenendosi tra New York e l'Australia.
Qualche tempo dopo, Rod Ansell viene a conoscenza che presso il Parco Nazionale Kakadu, laddove si sono svolte in parte le riprese del primo e secondo film, si tengono delle visite guidate nominate "Crocodile Dundee Tours".
Anche Rod Ansell, dunque, decide di capitalizzare sul successo del film e progetta di dare vita a delle visite turistiche presso le terre di sua proprietà per mostrare scene della natura e della fauna australiana. Il tutto supervisionato dal "vero Crocodile Dundee", come decide di soprannominarsi.
Paul Hogan e il suo entourage, però, non condividono questo entusiasmo e mandano a Rod Ansell una lettera di diffida, intimandogli di non proseguire oltre se non vuole rischiare una causa legale (essendo ovviamente Crocodile Dundee un marchio registrato).
Nel frattempo giunge il sequel. Mr. Crocodile Dundee II (Crocodile Dundee II) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 25 maggio 1988. A fronte di un budget di 14 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 239 milioni di dollari. Un risultato di certo non paragonabile al primo film, ma comunque ancora un grande successo.
Vi è anche un piccolo risvolto romantico, in quanto Paul Hogan e Linda Kozlowski, che si sono conosciuti sul set dei due film di Crocodile Dundee, si sposano nel maggio 1990 e insieme hanno un figlio.
Non vi è invece un lieto fine per Rod Ansell. Amareggiato per la mancanza di alcun riconoscimento economico e ostracizzato persino dai suoi amici, i quali sono persone solitarie e riservate e non sopportano la sua fama e il suo successo mediatico, l'uomo prova a trascinare in tribunale Paul Hogan e la produzione, ritenendo di essere stato privato delle royalties derivanti da un film incentrato - stando al suo punto di vista - su un personaggio basato su di lui.
La causa, tuttavia, è destinata ben presto a fallire e viene dismessa verso la metà degli anni '90. Crocodile Dundee, infatti, pur avendo un paio di elementi che possono essere basati su Rod Ansell (ma se per questo, anche su altri cacciatori di bufali australiani), per il resto è un personaggio del tutto frutto della fantasia di Paul Hogan, il quale vi ha anche aggiunto qualche caratteristica originale. Lo stesso Paul Hogan dichiara inoltre in più occasioni che non c'è mai stato un "vero Crocodile Dundee".
Ma non è per via di produzioni cinematografiche o mancati introiti da esse derivanti che Rod Ansell trova la sua rovina definitiva, bensì per mezzo di un ordine governativo.
L'uomo è infatti costretto a uccidere migliaia di bufali presenti sul suo territorio, che era invece sua intenzione catturare e mettere in un pascolo di modo da averne un buon riscontro economico, per prevenire il diffondersi della tubercolosi bovina. Nonostante le numerose proteste dell'uomo, deve infine mettere in atto questa strage di animali. Ad aggravare il tutto, nessun risarcimento per danni viene mai elargito.
La cosa procura a Rod Ansell un grave danno economico che, unito alla comparsa di un'erbaccia che inizia a invadere il suo territorio e la cui estirpazione richiederebbe un'ingente somma di denaro, lo costringe a vendere la propria fattoria nel 1991. Poco dopo, a causa di questo, sua moglie Joanne Van Os chiede il divorzio.
Questi rovesci di fortuna gettano in una profonda disperazione Rod Ansell, il quale comincia a divenire dipendente dalle droghe leggere e dalle anfetamine. Trova inoltre una nuova compagna, Cherie Hewson, che condivide questa sua dipendenza, cosa che peggiora ulteriormente la sua condizione.
La notte del 2 agosto 1999, Rod Ansell ha una violenta lite con due persone di nome David Hobden e Brian Williams, che culmina con una sparatoria a seguito della quale Hobden e Williams rimangono gravemente feriti. Nel delirio e stato paranoico causato dall'assunzione di anfetamine, Rod Ansell si è convinto, ovviamente in maniera erronea, che i due appartengano a una loggia massonica che ha rapito i suoi figli e ora intendano ucciderlo.
La mattina successiva, viene predisposto un blocco stradale per impedire la fuga del responsabile della sparatoria e così Rod Ansell - ancora preda della sua paranoia psicotica - tende un'imboscata a due agenti di polizia, Jamie O'Brien e Glen Anthony Huitson, uccidendo quest'ultimo e ferendo un passante presente sul posto. Ne nasce poco dopo una sparatoria che coinvolge altri agenti di polizia.
Cherie Hewson è presente sul posto, ma fugge prima che la sparatoria abbia luogo. Anche Rod Ansell potrebbe facilmente fuggire, ma non lo fa, e dopo pochi minuti viene ucciso da Jamie O'Brien. Cherie Hewson si consegna di sua spontanea volontà alle autorità pochi giorni dopo. Rod Ansell viene infine seppellito presso il Mount Catt. Un epilogo davvero tragico per una persona che, nel bene e anche nel male, ha lasciato un segno dietro di sé.
Le avventure di Mick Dundee non si concludono con questo sequel e viene prodotto un terzo film alcuni anni dopo... ma questa è un'altra storia.

sabato 30 luglio 2022

A scuola di cinema: Kramer Contro Kramer (1979)

1977: Viene pubblicato il libro Kramer Contro Kramer (Kramer Versus Kramer), scritto da Avery Corman.
La storia si incentra su un uomo e padre di famiglia ossessionato dal suo lavoro di pubblicitario, Ted Kramer, il quale un giorno viene lasciato da sua moglie Joanna e deve così crescere da solo suo figlio Billy, di quattro anni.
Pur tra mille difficoltà, Ted Kramer riesce a occuparsi di Billy e della sua istruzione per circa due anni, quando all'improvviso Joanna ritorna, chiedendo la custodia del bambino e portando la contesa tra i due ex coniugi in tribunale.
Quest'opera poco tempo dopo diviene oggetto di un adattamento cinematografico.


Il produttore della Columbia Pictures Stanley Jaffe opziona i diritti di sfruttamento cinematografico del libro di Avery Corman poco dopo la sua pubblicazione e propone il progetto al regista Robert Benton, che accetta e ne scrive anche la sceneggiatura.
Entrambi vedono in Dustin Hoffman l'interprete perfetto per Ted Kramer, ma in principio l'attore non è interessato, in quanto sta vivendo davvero un doloroso processo di separazione da sua moglie Anne Byrne, che sarebbe culminato con un divorzio nel 1980. Vengono contattati allora altri attori quali James Caan, Al Pacino o Jon Voight, i quali però rifiutano la proposta.
Stanley Jaffe e Robert Benton, tuttavia, non demordono e ottengono infine l'assenso di Dustin Hoffman durante un incontro in un hotel di Londra. L'attore pone però una condizione: la sceneggiatura non riflette a pieno il dolore che si prova durante un divorzio e chiede di poter apportare alcune modifiche alle scene e ai dialoghi.
Robert Benton glielo concede e rimane soddisfatto dalle aggiunte di Hoffman, tanto da chiedergli di essere accreditato come co-sceneggiatore, ma l'attore rifiuta.
Per il ruolo di Joanna Kramer, la prima scelta ricade su Kate Jackson, solo che costei ha degli obblighi contrattuali per apparire nella serie televisiva Charlie's Angels, di cui è una delle protagoniste, e le tempistiche tra i due progetti sono in conflitto e così l'attrice è costretta a rinunciarvi.
Si fa allora avanti un'altra attrice, la quale è sotto contratto per una parte secondaria, ma è più interessata a ottenere il ruolo di Joanna Kramer: il suo nome è Meryl Streep.
Per lei, il personaggio di Joanna è monodimensionale, nonché quello che viene meno approfondito e peggio trattato, sia nel libro che nella sceneggiatura, cosicché il pubblico è facilmente portato a vederla come una sorta di nemico, e intende dunque indagare sulla sua personalità per mostrare anche le sue motivazioni. Anche l'attrice non sta vivendo un periodo facile, avendo da poco perso il suo compagno, John Cazale.
Robert Benton, non troppo soddisfatto di un paio di scene che coinvolgono Joanna Kramer, consente dunque a Meryl Streep di riscrivere sia la scena della separazione, nonostante le obiezioni iniziali di Dustin Hoffman, che le parti che riguardano la sua udienza in tribunale.
Le modifiche apportate dall'attrice sono così efficaci che il regista le mantiene per intero, anche se dei sui dialoghi originari rimane ben poco.
Per prepararsi alla parte, Meryl Streep frequenta per qualche tempo l'Upper East Side di Manhattan, osservando le interazioni tra genitori e figli. Inoltre chiede informazioni a sua madre, Mary Wilkinson, essendo stata anche lei una donna in carriera
Per il ruolo di Billy Kramer, si tengono delle audizioni in 26 scuole di New York, dove vengono intervistati più di 700 bambini. Viene infine scelto Justin Henry, di cui Dustin Hoffman apprezza la spontaneità.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 6 settembre 1978, tenendosi a New York. Durante le riprese, Meryl Streep è incinta del suo primo figlio, Henry Wolfe Gummer, e verso la fine il suo stato di gravidanza è decisamente evidente, tanto che viene "mascherato" facendole indossare un ampio impermeabile.
Il rapporto lavorativo tra Dustin Hoffman e Meryl Streep si rivela abbastanza burrascoso. Nella scena in cui Joanna abbandona suo marito, la prima peraltro in cui i due attori si ritrovano a recitare insieme, per suscitare delle reazioni in Meryl Streep, Hoffman la schiaffeggia. Come riceve lo schiaffo, Meryl Streep decide che non lavorerà mai più in un altro film con lui, una promessa che manterrà.
Le va ancora peggio durante la scena del confronto nel ristorante tra i due ex coniugi. Dustin Hoffman ha in mente di lanciare un bicchiere di vino contro una parete del locale, ma non avvisa l'attrice di questo e senza farsi notare chiede a un cameraman di piazzare la telecamera nella migliore posizione.
Cosicché, quando il bicchiere va in mille pezzi, la reazione di paura di Meryl Streep è autentica e come se non bastasse qualche frammento le finisce nei capelli. Dopodiché, comprensibilmente, inveisce contro Dustin Hoffman per quanto ha appena fatto.
Va decisamente meglio, invece, l'intesa tra Dustin Hoffman e il piccolo Justin Henry. L'attore prende sostanzialmente il ragazzo sotto la sua ala protettiva e con lui gira alcune scene frutto di totale improvvisazione, alcune basate anche su esperienze capitate a Hoffman, come quella dove Billy Kramer mangia il gelato, scena vissuta davvero dall'attore con sua figlia.
L'unico momento di frattura si verifica quando per esigenze di ripresa Justin Henry deve piangere dopo che il suo personaggio è caduto da uno scivolo in un parco giochi. Per esortarlo a trovare le lacrime, Dustin Hoffman gli dice che dopo questo film non lavoreranno mai più insieme e l'espediente funziona.
Le riprese si concludono nel dicembre 1978.
Kramer Contro Kramer (Kramer vs. Kramer) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 5 dicembre 1979. A fronte di un budget di 8 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 173 milioni di dollari.
Il film inoltre vince i Premi Oscar come Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Non Originale. Tre statuette inoltre vengono consegnate a Dustin Hoffman, Justin Henry e Meryl Streep rispettivamente come Miglior Attore, Miglior Attore Non Protagonista e Miglior Attrice Non Protagonista.
Questa vittoria si rivela fondamentale per la carriera di Meryl Streep, la quale fino a quel momento ha partecipato solo a una manciata di film, tanto da renderla negli anni successivi una stella di primo piano... ma questa è un'altra storia.

venerdì 29 luglio 2022

Netflix Original 66: Bright


Il film Alien Nation del 1988 ha introdotto un'interessante e differente visione sul tema dell'integrazione nei prodotti cinematografici, dipingendo una società in cui una razza di alieni era giunta sulla Terra e condivideva con gli esseri umani le loro usanze, i loro lavori, le loro amicizie.
Una sorta di deriva fantasy della fantascienza sociologica di Alien Nation giunge con Bright, diretto da David Ayer, scritto da Max Landis e distribuito su Netflix a partire dal 22 dicembre 2017.
Ci troviamo in un mondo dove gli esseri umani convivono con le creature delle fiabe quali gli elfi e dove la magia è stata messa al bando. L'agente pluridecorato Daryl Ward (Will Smith) viene affiancato al primo poliziotto elfo, Nick Jakoby (Joel Edgerton). Una conquista personale per Jakoby, che però gli ha fatto anche guadagnare il disprezzo da parte dei suoi simili.
La strana coppia è subito coinvolta in un'indagine incentrata su una bacchetta magica - il cui possesso è proibito per legge - che appartiene a un'elfa di nome Tikka (Lucy Fry). Una bacchetta che è molto contesa e che mette Ward e Jakoby contro tutti, sia criminali umani e fiabeschi che organismi di polizia. Ne nasce una caccia all'uomo e all'elfo che potrebbe costare loro la vita.
In quest'epoca così particolare, la metafora - sotto forma di una pellicola fantasy, contornata da alcuni cliché consueti del cinema d'azione e i buddy cop movies - di due poliziotti che appartengono entrambi a delle minoranze non diviene casuale.
La battaglia per il possesso della bacchetta magica che percorre l'intera trama principale diviene dunque anche, volenti o nolenti, per Ward e Jakoby una battaglia per affermare la loro identità, in particolar modo verso tutti quei componenti della società, incluse soprattutto le figure autoritarie a cui rispondono, che li osteggiano e li vorrebbero relegati in fondo alla scala sociale.
I due protagonisti rappresentano una sorta di versione fantasy di Murtaugh e Riggs di Arma Letale. Ed è proprio il background che ruota attorno a loro che viene alla fine un po' sacrificato. Infatti di questa dimensione dove umani e creature magiche convivono ci vengono rivelate solo alcune informazioni, mentre molto rimane invece non rivelato o solo suggerito (come ad esempio la task force del FBI composta da elfi che indaga su crimini legati alla magia).
Suppongo che la cosa sia dovuta al fatto che questo film è inteso come il primo capitolo di una saga, come è d'abitudine nelle produzioni cinematografiche, anche quelle streaming. Solo che pare esistano scarse speranze per una possibile seconda parte di Bright. La bacchetta magica stavolta non ha portato a termine l'incantesimo.

giovedì 28 luglio 2022

Prime Video Original 24: La Forza della Natura


Le catastrofi naturali, come gli uragani ad esempio: argomento perfetto per i documentari e i cicli incentrati sui film di serie B che vanno - o meglio, andavano - in onda d'estate su Canale 5, che tanto i fondi di magazzino comunque si utilizzano in qualche modo.
In principio, i film catastrofisti vertevano perlopiù sul disastro in sé e come vi reagivano le persone (come ad esempio nel classico Terremoto, con Charlton Heston). Ma vi è anche una variante molto sfruttata, che presenta una trama che si verifica mentre si sta per scatenare un evento naturale e come i protagonisti si ritrovino coinvolti a gestire entrambe queste crisi. Un ottimo esempio in tal senso è Pioggia Infernale (Hard Rain), con Morgan Freeman e Christian Slater.
Una nuova pioggia infernale è presente anche in La Forza della Natura (Force of Nature), diretto da Michael Polish, scritto da Cory Miller e distribuito su Amazon Prime Video a partire dal 23 novembre 2020.
Ci troviamo a San Juan, in Porto Rico. Mentre un tremendo uragano si appresta a colpire la città, un ladro di nome Giovanni Battista (David Zayas) è alla ricerca di alcuni quadri di grande valore. Nel frattempo l'agente Cardillo (Emile Hirsch), caduto in disgrazia a seguito di un drammatico evento, viene incaricato dell'evacuazione di un condominio, dove trova l'ex agente Ray Barrett (Mel Gibson) e sua figlia Troy (Kate Bosworth).
Il caso vuole che i quadri ricercati da Giovanni Battista siano presenti proprio in quel condominio e Cardillo dovrà guardarsi dall'attacco del rapinatore e della sua banda, mentre l'uragano si avvicina sempre più, rischiando di vanificare tutti i suoi sforzi.
Se non fosse per la presenza di attori di buon livello, incluso un Mel Gibson al minimo sindacale che omaggia neanche troppo velatamente il suo personaggio di Arma Letale in versione invecchiata, saremmo proprio dalle parti di un film televisivo di vecchio stampo. Quelli con ambientazioni ridotte al minimo, effetti speciali ridotti al minimo, storia ridotta al minimo... un film minimalista, insomma!
Non aspettatevi dunque grandi sorprese, nel senso che i vari personaggi fanno esattamente quello che vi aspettate che faranno - il poliziotto in disgrazia si riscatta, quello prossimo alla pensione si sacrifica per tutti, i cattivi affrontano la giusta punizione - e qui e lì troverete pure qualche situazione paradossale.
Tipo Giovanni Battista, e già il nome è tutto un programma, che conosce a menadito il passato di Cardillo pur incontrandolo per la prima volta solo in questa occasione (e la motivazione che adduce al riguardo è paro paro quella di Alberto Sordi ne Il Marchese del Grillo).
Oppure un tizio che ospita nel suo appartamento una tigre, e non se ne capisce bene il motivo, ma nessuno ci spiega come abbia fatto a catturarla e rinchiuderla dentro una stanza del suo appartamento sito nei piani più alti e a cosa effettivamente gli serva! Però chiaro che se il climax finale prevede l'uso di una tigre, da qualche parte una tigre deve pur spuntare.
Insomma, più che un film catastrofista sembra una catastrofe di film che pare quasi non volersi prendere apposta sul serio, tanto da apparire consapevole dell'implausibilità di quanto viene messo in scena. La natura può stare tranquilla, insomma.

mercoledì 27 luglio 2022

Netflix Original 65: Un'Eredità per Natale


Il periodo migliore per raccontare le favole è di sicuro il Natale, con la sua atmosfera festosa e il suo propugnare i buoni sentimenti nonostante tutto. Niente sofferenza, niente drammi che non siano facilmente risolvibili con due parole di conforto. Happy ending assicurato.
Una nuova favola natalizia cinematografica è quella che si ritrova in Un'Eredità per Natale (A Christmas Inheritance), diretto da Ernie Barbarash, scritto da Dinah Eng e distribuito su Netflix a partire dal 15 dicembre 2017.
Ellen Langford (Eliza Taylor), una giovane ereditiera combinaguai, viene inviata da suo padre presso la cittadina di Snow Falls, perché recapiti una lettera manoscritta allo zio e amico di famiglia Zeke Langford, una tradizione che si rinnova a ogni Natale.
Una volta giunta nella piccola città calata nel passato e dove i cellulari non prendono, Ellie Langford si imbatte in Jack Collins (Jake Lacy), proprietario dell'unico hotel del luogo, e in sua zia Debbie (Andie MacDowell). Non ci vorrà molto, ovviamente, perché la ricca ereditiera si faccia conquistare dalla semplicità e spontaneità degli abitanti di Snow Falls e cambi stile di vita.
La favola di Cenerentola, stavolta all'incontrario (la ragazza ricca e dei quartieri alti che trova l'amore in una città di periferia), continua a fare faville dopo secoli. Dopotutto, se ci pensiamo, è una storia semplice che può adattarsi a molti scenari e non viene piegata dalle barriere del tempo.
Ci troviamo di fronte a quello che appare come un vero e proprio clone di un altro recente film natalizio, Un Principe per Natale (A Christmas Prince). Anche in questo caso abbiamo una outsider (Ellen Langford) che si finge una persona che non è (una ragazza comune, poiché le è stato chiesto di recarsi a Snow Falls in incognito), ma che infine diventa quella persona poiché conquistata da quel nuovo mondo da lei scoperto.
Un mondo davvero perfetto, proiettato nel passato (della serie meglio le vecchie tradizioni che il cupo presente) e in cui non c'è un abitante moralmente discutibile.
E anche in questo caso c'è un principe azzurro come uscito dalle fiabe: premuroso, altruista, capace di lasciare spazi di libertà alla sua amata... insomma, un tipo di uomo che nella realtà non esiste!
E anche stavolta, per far andare avanti la storia, bisogna saper accettare alcune incongruenze che si trovano lungo la via. Come ho già detto, non occorre mettere in questione a tutti i costi una fiaba moderna. Quello che conta infine è saper trasmettere al pubblico certe emozioni, a buon mercato e dunque facilmente raggiungibili. Emozioni che possono anche essere replicate.
Appunto come in questo film.

martedì 26 luglio 2022

Prime Video Original 23: My Son


Nel 2017 esce il film Mio Figlio (Mon Garçon), una produzione francese diretta da Christian Carion, incentrata sul drammatico rapimento di un bambino e la reazione della sua famiglia.
Qualche tempo dopo, lo stesso regista ne idea un adattamento per il mercato americano e internazionale, intitolato My Son, da lui sceneggiato insieme a Laurie Irrmann, che viene distribuito su Amazon Prime Video a partire dal 21 gennaio 2022.
Edmond Murray (James McAvoy), un uomo che lavora per una società petrolifera e si trova spesso all'estero, ritorna nella natia Scozia dopo aver appreso che suo figlio Ethan è scomparso, forse è stato addirittura rapito.
Il drammatico evento lo rimette in contatto con la sua ex moglie, Joan Richmond (Claire Foy), e con l'Ispettore Roy (Gary Lewis), incaricato del caso.
Tra dubbi personali e drammi psicologici, e mentre alcuni sospetti ricadono proprio su di lui, Edmond Murray intraprende un'indagine personale durante la quale scoprirà una drammatica verità.
Il film ha un'ampia prima parte in cui si cerca di adottare un impianto perlopiù realistico in merito alla vicenda trattata e inquadrare il tutto in un ottica di reazioni verosimili dei due genitori di fronte a un tragico evento come quello che stanno affrontando, infarcendolo dunque di contrasti personali tra loro, quegli stessi contrasti che hanno segnato la fine del loro rapporto, e inserendo un vago sottotesto di critica sociale, incentrato sulle società che accumulano grandi capitali di denaro a discapito del rispetto delle persone.
In un primo momento, infatti, tanto da essere detto in maniera esplicita, viene dichiarato che il rapimento di Ethan è collegato al lavoro di Edmond Murray. Ma... negli ultimi 35 minuti... tutto questo viene dimenticato e oserei dire anche ribaltato, e la trama vira verso un mix tra thriller e azione, con scene ben consolidate di questi generi cinematografici (un civile che scopre un dettaglio sfuggito alla polizia, sparatorie, inseguimenti in auto, salvataggi dell'ultimo minuto) e una differente risoluzione rispetto a quella iniziale.
Un cambiamento abbastanza spiazzante e che non so se sia stato fatto in maniera voluta, nel senso che l'impianto realistico prevede anche che un'indagine possa avere più fronti e quindi si investighi su più piste possibili, ma solo una può essere quella giusta. Tuttavia risulta un cambio di prospettiva davvero brusco.
Lo sviluppo finale è quello che più si adatta inoltre a un pubblico generalista (i cattivi sono facilmente identificabili e condannabili), con un epilogo che risulta piuttosto confortante. Anche se una certa sensibilità più ascrivibile al cinema europeo e francese non manca.
Molto bravi entrambi gli attori protagonisti, su cui si regge buona parte dell'impianto della storia, anche se viene dato più spazio a James McAvoy per ragioni di trama.

lunedì 25 luglio 2022

Netflix Original 64: El Camino Christmas


Ecco a voi un altro film "natalizio" dopo Un Principe per Natale (A Christmas Prince), ma con atmosfere completamente diverse da quelle fiabesche della pellicola succitata, almeno per una sua buona parte.
Non ci troviamo in alcun regno immaginario, stavolta, bensì nell'accaldata e semideserta regione del Nevada, l'ultimo luogo al mondo in cui ci si aspetterebbe di vedere campi innevati. El Camino Christmas è un film diretto da David Talbert, scritto da Christopher Wehner e Theodore Melfi e distribuito su Netflix a partire dall'otto dicembre 2017.
Eric Roth (Luke Grimes) giunge pochi giorni prima di Natale nella città di El Camino, non in cerca di 50 sfumature, bensì di suo padre, un reduce di guerra da lui mai conosciuto.
Oltre a incontrare la diffidenza degli abitanti del luogo, Roth si imbatte anche in uno sceriffo alquanto arrogante e manesco, Carl Hooker (Vincent D'Onofrio) e in un ex soldato che dichiara di aver conosciuto suo padre (Tim Allen).
Le esistenze di queste e altre persone convergeranno la Vigilia di Natale presso un emporio di El Camino, dove alcuni di loro non usciranno vivi. Il tutto sotto l'occhio della giornalista Beth Flowers (Jessica Alba).
Questo film si sforza tanto in principio di non apparire come il classico film natalizio dove dominano i buoni sentimenti, ma a un certo punto, quando all'improvviso giunge la neve nella città assolata, tutti gli abitanti di El Camino non possono fare a meno di cedere anche loro allo spirito delle feste, pur essendoci un sottotesto drammatico che non viene mai abbandonato.
Parte come una sorta di parodia di Breaking Bad (tra l'altro, El Camino è il nome di un episodio speciale della serie che sarebbe stato prodotto due anni dopo, anche se non ha nulla a che vedere con la città di questo film), mixando poi Quel Pomeriggio di un Giorno da Cani con certe atmosfere alla Quentin Tarantino, giusto appena appena suggerite.
Però, siccome alla fine non può fare a meno di essere un film natalizio, cede in ultima analisi ai buoni sentimenti e a vari insoliti happy ending (con tanto di nascita di surrogato di quel famoso bambino pargol divino), forse un po' fuori contesto dopo tutto gli eventi a cui abbiamo assistito. Tutto il male viene eliminato o messo da parte e il bene o presunto tale trionfa.
Anche in una città dove non ha mai nevicato... finora.

domenica 24 luglio 2022

A scuola di cinema: Mr. Crocodile Dundee (1986)

Maggio 1977: Rod Ansell, un ventiduenne cacciatore di bufali australiano, intraprende un viaggio lungo il fiume Vittoria per compiere una battuta di pesca. A un certo punto la sua imbarcazione si capovolge e affonda, forse perché colpita da un grande pesce o da un coccodrillo, ed Ansell è costretto dunque ad approdare sulla terraferma.
Con sé, Rod Ansell ha solo un coltello, un fucile e qualche scatola di cibo, ma niente acqua, e si ritrova, da solo insieme ai suoi due cani, nell'entroterra/Outback australiano, col più vicino avamposto di civiltà a circa duecento chilometri di distanza. Nessuno verrà a cercarlo, in quanto alla sua famiglia ha detto che sarebbe tornato dopo qualche mese, quindi non lo ritengono disperso.
Rod Ansell vaga per quasi due mesi nell'Outback, sopravvivendo con ciò che trova, cacciando selvaggina, bevendo sangue di mucca, rubando del miele da un alveare, dormendo nella cavità di un albero con un serpente a pochi metri di distanza e in un'occasione affrontando e decapitando un coccodrillo (siccome, per ovvi motivi, il suo è l'unico resoconto, non c'è modo di accertarne la veridicità, tanto che alcuni hanno messo in dubbio l'intera storia).
Alla fine, Rod Ansell giunge presso una fattoria sano e salvo, solo un poco dimagrito, dopo aver sentito le campane delle mucche al pascolo. Qualche tempo dopo si sposa con Joanne Van Os e ha insieme a lei due figli. La sua impresa attira l'attenzione dei media e nel 1979 è il protagonista di un documentario intitolato To Fight The Wild, in cui viene narrata la sua impresa, che diviene anche il soggetto di un libro.
La fama dell'uomo diviene così grande da oltrepassare i confini della sua nazione, tanto che nel 1981 viene anche intervistato dalla BBC durante il programma televisivo Parkinson. Ospitato in un lussuoso hotel per l'occasione, Rod Ansell preferisce dormire sul pavimento nel suo sacco a pelo che utilizzando il letto della sua stanza.
La sua figura diviene dunque da ispirazione per un celebre personaggio cinematografico.


Negli anni '80, Paul Hogan, un comico australiano celebre in patria grazie a uno show a lui intitolato, The Paul Hogan Show, si reca per la prima volta a New York per un viaggio di lavoro, vivendo la classica situazione del pesce fuor d'acqua.
Straniato nel ritrovarsi in una grande città, saluta tutti quelli che incontra, ricevendo da loro silenzi o sguardi confusi e in certi casi viene scambiato per uno scozzese, piuttosto che per un australiano. L'attore pensa allora che l'idea dell'uomo proveniente da una diversa nazione senza grandi città che si ritrova a vivere in una metropoli possa essere una buona idea per un film.
Paul Hogan scrive perciò una sceneggiatura su questo tema insieme ai suoi fidati collaboratori Ken Shadie e John Cornell. Anche il regista che viene scelto, Peter Faiman, è un abituale collaboratore di Hogan per il The Paul Hogan Show.
Poiché la trama si ambienta in parte negli Stati Uniti, vi è inoltre l'obiettivo di distribuire il film in questa nazione, anche con una distribuzione limitata se necessario.
Per raccogliere i fondi necessari a finanziare la pellicola, Paul Hogan e John Cornell vi investono personalmente una somma di 600.000 dollari a testa, attingono a fondi governativi appositi e ricevono poi i restanti soldi da centinaia di investitori. Tra questi vi sono anche Michael Hutchence e i componenti della band musicale INXS, i quali compongono per l'occasione un pezzo della colonna sonora intitolato Different World.
Per il ruolo della protagonista femminile, Sue Charlton, viene scelta Linda Kozlowski, un'attrice teatrale americana che ha con questo film il suo debutto cinematografico. Anche per Paul Hogan, nonostante la sua lunga e intensa carriera artistica in madrepatria, si tratta del primo film per il cinema.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 19 luglio 1985, tenendosi in un primo momento in Australia, in particolare presso il Parco Nazionale Kakadu. Con l'eccezione di Linda Kozlowski, l'intera troupe e cast è composto di australiani.
Siccome il Parco Nazionale copre un ampio territorio e non vi sono degli hotel nelle immediate vicinanze, la troupe e il cast risiedono in delle apposite capanne poste vicino a un campo di minatori e la notte vi è una guardia armata di pattuglia per assicurarsi che non avvengano attacchi da parte di animali.
Il produttore John Cornell si assicura comunque che vi siano sempre delle casse di birra disponibili, in una pausa tra una ripresa e l'altra.
Per la scena dell'attacco del coccodrillo, viene ideato un coccodrillo meccanico la cui costruzione viene a costare 45.000 dollari. Paul Hogan vorrebbe anche qualche inquadratura di un vero coccodrillo, ma questo non è possibile.
Viene invece utilizzato un vero bufalo per la scena del confronto silenzioso tra questo animale e Crocodile Dundee. Siccome Paul Hogan deve stare a breve distanza da lui, l'animale viene parzialmente sedato. Forse anche per questo, il bufalo non si dimostra molto collaborativo e rimane seduto immobile per svariate ore, senza che ovviamente lo si riesca a smuovere vista la sua massa. Occorre infine l'intera giornata per realizzare la scena.
Dopodiché, la produzione si trasferisce a New York per circa sei settimane per girare le restanti scene.
Le riprese si concludono l'undici ottobre 1985.
Mr. Crocodile Dundee (Crocodile Dundee) viene distribuito nei cinema australiani a partire dal 24 aprile 1986. Quando il film viene importato pochi mesi dopo negli Stati Uniti viene "alleggerito" di alcune scene che utilizzano termini appartenenti allo slang australiano, di modo tale che sia comprensibile al pubblico di quella nazione. Per questo motivo, la versione australiana dura circa sette minuti in più rispetto a quella distribuita per gli altri mercati.
A fronte di un budget di quasi nove milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 328 milioni di dollari. Risulta il secondo maggior incasso per quell'annata dopo Top Gun, oltre a essere il film australiano di maggior successo, superiore anche a Interceptor (Mad Max).
Con questo incredibile risultato un sequel viene immediatamente messo in produzione. Qualcuno, tuttavia, non è affatto entusiasta del successo che la pellicola ha avuto e si tratta di Rod Ansell... ma questa è un'altra storia.

sabato 23 luglio 2022

A scuola di cinema: La Febbre del Sabato Sera (1977)

Giugno 1976: Viene pubblicato sul New York Magazine l'articolo Tribal Rites of the New Saturday Night, scritto dal giornalista britannico Nik Cohn.
L'articolo descrive il fenomeno della musica disco che sta imperversando negli Stati Uniti, anche se in quel periodo sta vivendo una fase di declino, tramite una sortita del giornalista presso una discoteca di Brooklyn, 2001 Odissey.
Il protagonista è un ragazzo di nome Vincent, proveniente dalla periferia, il miglior ballerino della città che vede nella danza una sorta di via di fuga dalla realtà opprimente del quartiere in cui vive.
Attorno a lui, un mondo composto da svariate, eccentriche personalità come la sua famiglia e gli amici - perlopiù italoamericani - assieme a cui frequenta la discoteca. E quello che appare come un mondo separato, la notte del sabato sera, dove Vincent può scatenare tutte le sue abilità come danzatore e radunare attorno a sé decine di persone. Una vera star.
Questo articolo, e il suo protagonista, divengono poi la base di un celebre film.


Pochi giorni dopo l'uscita dell'articolo di Nik Cohn, il produttore Robert Stigwood, manager in passato di svariati cantanti e gruppi musicali e che si è occupato in prevalenza di musical, ne acquisisce i diritti dietro una somma di 90.000 dollari.
Nik Cohn stesso ne produce un primo trattamento, ma la sceneggiatura definitiva viene scritta da Norman Wexler. In principio, il titolo è lo stesso dell'articolo, ma viene poi cambiato in Saturday Night. Il progetto viene opzionato dalla Paramount Pictures.
Vincent nella sceneggiatura diviene Tony Manero e per il suo interprete Robert Stigwood non ha alcun dubbio, poiché ha appena messo sotto contratto un giovane attore per la realizzazione di tre film dietro compenso di un milione di dollari. Il suo nome è John Travolta e all'epoca è più noto per essere uno degli interpreti della sitcom I Ragazzi del Sabato Sera (Welcome Back, Kotter): è la sua fidanzata Diana Hyland a convincerlo ad accettare questo ruolo.
Per prepararsi alla parte, l'attore inizia a correre ogni giorno e, coadiuvato dai ballerini e coreografi Lester Wilson e Deney Terrio, si allena a ballare sempre su base giornaliera per almeno tre ore. Arriva infine a dimagrire di circa nove chili.
Inoltre, insieme a Norman Wexler, visita la discoteca 2001 Odissey, recandosi lì con degli occhiali neri e un cappello per non essere riconosciuto e osservando le movenze dei vari ballerini presenti sulla pista da ballo.
Per il ruolo di Stephanie Mangano, viene scelta Karen Lynn Gorney, un'attrice di soap opera. Costei viene a sapere delle audizioni dal nipote di Robert Stigwood mentre entrambi si trovano su un taxi e, forte anche della sua esperienza come ballerina, si aggiudica la parte.
La regia viene affidata in un primo momento a John Guilbert Avildsen, ma ben presto iniziano a sorgere delle differenze creative tra lui, Travolta e Stigwood. Il regista vuole smorzare i toni troppo cupi della sceneggiatura di Wexler e concepire un finale più rassicurante. Vuole inoltre eliminare le scurrilità e plasmare il personaggio di Tony Manero in un bravo ragazzo che impara a ballare.
Robert Stigwood non intende modificare il progetto come concepito in origine e così, tre settimane prima dell'inizio dei lavori, licenzia Avildsen, nello stesso giorno in cui costui riceve la nomination per Rocky. In sua sostituzione viene scelto John Badham.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 14 marzo 1977, tenendosi a New York.
Un problema che si presenta sin dal primo giorno, e che non è stato previsto, è la popolarità di John Travolta. Anche se all'epoca appare solo in televisione come uno dei tanti personaggi di una sitcom, l'attore può già contare su nutrito numero di fan che lo adorano e che si accalcano ai lati del set per poterlo vedere, rendendo impossibile fare delle inquadrature in cui loro non siano presenti e costringendo così la sicurezza a dover mandare tutti a casa vista a non gestibilità della situazione.
Alla fine, per ovviare a questa problematica per quelle scene che necessariamente devono essere girate in esterni di giorno, le riprese vengono effettuate praticamente all'alba e completate il prima possibile prima che arrivino i fan dell'attore.
Poco tempo dopo, la produzione viene temporaneamente interrotta a causa di un evento luttuoso. Diana Hyland, la fidanzata di John Travolta, è infatti affetta da qualche tempo da un cancro al seno e, il 27 marzo 1977, John Travolta le è accanto quando la malattia le toglie la vita. Dopo alcuni giorni di lutto, l'attore torna infine sul set.
La presenza nel quartiere di Bay Ridge di una produzione cinematografica attira l'attenzione di una banda criminale locale, che un giorno lancia una bomba dentro la discoteca 2001 Odissey, senza fortunatamente procurare vittime o feriti. Per evitare ulteriori problemi, si decide di pagare per avere protezione.
In principio, i Bee Gees non vengono coinvolti nella colonna sonora, tanto che John Travolta e gli altri attori ballano al ritmo delle canzoni di Stevie Wonder, Boz Scaags e altre hit dance del periodo.
Robert Stigwood contatta i componenti del gruppo mentre si trovano a Parigi. I Bee Gees non hanno interesse a comporre la colonna sonora, tuttavia hanno dei brani inediti già pronti (Stayin' Alive, Night Fever, How Deep Is Your Love, More Than a Woman) che fanno recapitare al produttore pochi giorni dopo e che vengono dunque inclusi nella colonna sonora.
Con l'ingresso delle canzoni dei Bee Gees, giunge anche il titolo definitivo del film poiché a Saturday Night viene aggiunto in fondo il termine Fever, dalla loro canzone Night Fever.
Le riprese si concludono nel maggio 1977.
In fase di montaggio, John Travolta nota che per alcuni suoi numeri di danza si preferisce far uso di immagini ravvicinate piuttosto che inquadrare la sua intera figura e si lamenta di questo con John Badham e Robert Stigwood. Per l'attore così facendo non hanno avuto alcun senso le lezioni di ballo che ha appreso e tutto l'allenamento che ha fatto per entrare in forma.
Stigwood riconosce la fondatezza delle ragioni dell'attore e gli consente di supervisionare un montaggio dove le sue sequenze di danza appaiono nella maniera da lui preferita.
La Febbre del Sabato Sera (Saturday Night Fever) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 12 dicembre 1977. A fronte di un budget di circa 3 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 237 milioni di dollari.
Nel 1996, venti anni dopo l'uscita dell'articolo che ispirò questo film, Nik Cohn fa una scioccante rivelazione: l'intero pezzo è stato da lui inventato. Il giornalista, infatti, non è mai entrato nella discoteca 2001 Odissey in quanto in quel momento era in corso una rissa e uno dei partecipanti, caduto a terra, gli ha vomitato sui pantaloni.
Tornato a casa, Nik Cohn si è poi recato nuovamente presso la discoteca il giorno dopo per osservare i terreni attorno al locale, ideando poi i vari personaggi dell'articolo basandosi su alcune persone che aveva conosciuto in Inghilterra, tra cui anche Vincent, ispirato a un componente di una gang criminale inglese. Ma tutto questo non intacca la fama del film.
La Febbre del Sabato Sera fa rivivere la disco music lungo tutti gli Stati Uniti e non solo e il personaggio di Tony Manero ritorna pochi anni dopo per un sequel... ma questa è un'altra storia.

venerdì 22 luglio 2022

Fabolous Stack of Comics: Cronache del Tempo Medio - Parte Prima


Le storie ambientate dopo un olocausto nucleare hanno sempre affascinato gli scrittori, sia di fumetti che di libri. Con una civiltà umana e le sue infrastrutture (città, governi, luoghi di potere) quasi del tutto scomparse si aprono infatti scenari narrativi infiniti... sperando che questi rimangano sempre confinati nella carta - o nel digitale che dir si voglia - e nella fantasia dei suddetti scrittori.
Anche il fumetto argentino ha affrontato questa tematica a modo suo, grazie a Cronache del Tempo Medio (Crónicas del Tiempo Medio), scritto da Emilio Balcarce e disegnato da Juan Zanotto, la cui prima parte viene pubblicata nel 1987.
In un futuro imprecisato, in una terra devastata dalle esplosioni nucleari, l'umanità vive in piccole tribù, in lotta l'una contro l'altra, con guerrieri indipendenti come la bella e determinata Safari o l'inesperto e giovane Random che cercano di sopravvivere giorno dopo giorno.
In questo contesto, due superpotenze si affrontano per il predominio del pianeta: la prima pedina sulla scacchiera è Nerone, un supercomputer che intende sterminare l'intera umanità che ritiene responsabile della situazione apocalittica. La seconda pedina è Brain, un ibrido genetico che vede in Nerone un avversario da eliminare.
Per raggiungere questo obiettivo, Brain raduna attorno a sé Safari, Random e altri guerrieri, per mettere in scena una partita a scacchi letale, in quella che potrebbe facilmente rivelarsi una missione suicida... o l'alba di una nuova era per l'umanità.
La storia unisce una paura dell'epoca con quelle che sono delle tematiche classiche della narrativa di fantascienza, aggiungendovi una sensibilità del fumetto argentino non riscontrabile in altri produzioni.
La paura è quella inerente il nucleare, ovviamente. Quando viene pubblicata questa storia, infatti, è passato circa un anno dal disastro di Chernobyl e il terrore di quella che viene definita un'apocalisse nucleare è ancora ben presente, nonostante i primi segni di distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
I supercomputer e le creazioni scientifiche andate a male sono argomenti ricorrenti nella narrativa di fantascienza classica, che qui Balcarce riprende nei personaggi di Nerone e Brain, i quali vengono descritti come privi di ogni vestigia di empatia o umanità (che non hanno mai posseduto, peraltro).
Sensazioni in cui fanno precipitare i protagonisti che ruotano attorno al loro conflitto i quali, oltre a una battaglia di natura più prettamente fisica, devono anche lottare interiormente per non cedere ai propri demoni e annullare le loro coscienze. Chi perde questa lotta non è destinato ad arrivare alla fine della battaglia.
Cronache del Tempo Medio è una storia di sopravvivenza, ma anche di un'umanità allo sbando che riesce a trovare la forza di rialzarsi aggrappandosi a quelle sensazioni di speranza che paradossalmente si possono avere solo durante le situazioni più disperate. Per poter ricominciare, tornare a un punto di partenza. Con una nuova vita in un mondo diverso.

giovedì 21 luglio 2022

Netflix Original 63: Il Movente


Fare lo scrittore in un film è sempre un'impresa ai limiti delle possibilità umane. Puoi impazzire, come accade al Jack Torrance di Shining, o puoi essere sequestrato da una fan troppo accanita, come mostrato in Misery Non Deve Morire.
Oppure a volte ci sono scrittori che cercano di fare quello che ritengono di saper fare meglio, ovvero scrivere, ma il tutto rischia di ritorcerglisi contro. Come accade in Il Movente (El Autor), diretto da Manuel Martin Cuenca, scritto dallo stesso Cuenca e da Alejandro Hernández e distribuito su Netflix a partire dal 17 novembre 2017. Una nuova produzione spagnola dopo 7 Años e Fe De Etarras.
Alvaro (Javier Gutiérrez), impiegato di uno studio notarile, scopre che sua moglie Amanda, la quale ha appena pubblicato un bestseller, la tradisce e così la abbandona e, a seguito di una pausa forzata dal lavoro, decide di trasferirsi in un altro appartamento.
Il sogno di Alvaro è quello di divenire uno scrittore, ma non producendo opere dozzinali come ritiene essere quelle di sua moglie, bensì scrivendo un grande romanzo sulla vita di tutti i giorni. E ben presto Alvaro trova i soggetti adatti per la sua opera: gli abitanti del condominio in cui risiede, di cui arriva persino a influenzare le scelte in maniera sottile, pur di poter portare a compimento il suo presunto capolavoro.
Il film effettua dei curiosi e imprevisti cambi di prospettiva sul personaggio, che è colui su cui si incentra tutta la nostra attenzione (non c'è scena in cui non compaia, infatti), mentre i comprimari vengono posti volutamente sullo sfondo ma risultano sempre ben presenti.
In principio ci appare come una vittima, in quanto tradito da sua moglie, vessato sul posto di lavoro e con le sue ambizioni come scrittore abbattute da un insegnante di scrittura troppo veemente. Salvo poi riclassificarlo come un uomo in cerca di riscatto, dopo che  ha tagliato i ponti col passato e trovato un'idea per un romanzo.
Ben presto, però, la vera natura del protagonista viene fuori: non è un eroe, o un antieroe, ma un vero e proprio personaggio negativo. Un uomo che, non avendo una vita propria o esperienze interessanti cui poter attingere per creare un'opera letteraria, come un parassita si attacca alle esistenze degli altri, le controlla e cerca di indirizzarle verso strade impreviste di modo da rendere la trama del suo libro più interessante.
In sostanza è una persona solitaria - lo è sempre stata - disposta a fare di tutto pur di emergere. Siamo di fronte con questo film a una sorta di trattato su una personalità egomaniaca, ambiziosa e arrogante. Ma forse il contrappasso per ciò che fa non può essere troppo lontano: dopotutto chi manca di immaginazione, presto o tardi è destinato a cadere.
Un prodotto davvero molto particolare e apprezzabile.

mercoledì 20 luglio 2022

Prime Video Original 22: Don't Worry


In un ruolo divenuto immediatamente iconico, Joaquin Phoenix in Joker del 2019 interpretava un comico di strada di nome Arthur Fleck che, dopo aver compreso che l'intera esistenza è una mera barzelletta che non fa ridere e l'intera società è il palcoscenico su cui avviene questo triste spettacolo, si ribella a questo intero sistema, mettendo a ferro e fuoco quella stessa società e i suoi componenti (la famiglia, il lavoro, il mondo dello spettacolo).
Siccome, però, Joaquin Phoenix è un attore molto versatile, ha interpretato anche un personaggio, basato su una persona realmente esistita, che rappresenta in un certo senso l'opposto di Arthur Fleck. Questo accade in Don't Worry (Don't Worry, He Won't Get Far on Foot), scritto e diretto da Gus Van Sant e distribuito su Amazon Prime Video a partire dal 29 agosto 2018.
Il film si basa sull'omonima autobiografia scritta da John Callahan, interpretato appunto da Joaquin Phoenix. Callahan, quando ha appena ventun anni, rimane tetraplegico a seguito di un terribile incidente stradale, mentre si ritrova ubriaco su un'automobile insieme a un'altra persona.
Dopo essere uscito dall'ospedale, John Callahan entra in un gruppo degli Alcolisti Anomini gestito da Donnie Green (un quasi irriconoscibile e bravissimo Jonah Hill), che comincia a riportarlo sulla retta via dandogli preziosi consigli e non mostrando commiserazione per la sua situazione.
John Callahan trova dunque un modo per sfogare la propria creatività disegnando delle vignette satiriche, impregnate di humour nero e politicamente scorrette, che attirano l'attenzione di alcuni giornali e l'ostracismo di alcuni lettori.
Anche se Joaquin Phoenix è il protagonista assoluto, con Jonah Hill come perfetta spalla, vi sono anche dei graditi camei di altri attori quali Jack Black e Rooney Mara.
Il film punta molto su un certo sentimentalismo, ma non di bassa lega, mostrando due facce della stessa medaglia, rappresentate appunto dal personaggio di John Callahan.
In principio, infatti, appare come un uomo che discende in un inferno personale che si è creato da solo, cedendo ai propri demoni e incolpando altri delle sue disgrazie. Ma man mano che la sua evoluzione personale prosegue, grazie anche alle persone che incontra dopo il suo incidente e gli mostrano quegli aspetti della vita che prima non aveva considerato, Callahan si tramuta in un uomo nuovo e migliore.
Con ogni probabilità, il film ha preso come riferimento la vita personale di John Callahan per creare una sorta di percorso interiore cinematografico in cui molti possano ritrovarsi (l'alcool può essere sostituito da altri vizi e la valvola di sfogo - che in questo caso è il disegno satirico - può assumere molte sfaccettature).
Insomma, si dice senza mezzi termini che siamo noi gli artefici del nostro destino e che bisogna andare oltre le avversità che la vita ci fa affrontare per trovare un nostro percorso. Sentimentalismo, come detto, ma appunto non di bassa lega nel contesto in cui viene mostrato. La storia di John Callahan rimarrà dunque presente nella nostra memoria.

martedì 19 luglio 2022

Fabolous Stack of Comics: La Vendetta del Ghost Rider Cosmico


Eccoci di nuovo alle prese col Ghost Rider Cosmico, la folle versione alternativa di un invecchiato Frank Castle creata da Donny Cates e Geoff Shaw e comparsa per la prima volta nella storyline Thanos Vince!
Dopodiché abbiamo rivisto il personaggio come protagonista di due miniserie, oltre a comparire in maniera regolare nella testata dei Guardiani della Galassia, con quasi tutte le storie sceneggiate ancora da Cates.
Stavolta, però, è qualcun altro a occuparsi di lui. Il tutto accade nella miniserie in cinque numeri La Vendetta del Ghost Rider Cosmico (Revenge of the Cosmic Ghost Rider), pubblicata nel 2020, scritta da Dennis Hopeless Hallum e disegnata da Scott Hepburn.
Dopo aver abbandonato i Guardiani della Galassia, il Ghost Rider Cosmico continua con la sua presunta missione purificatrice lungo tutto il cosmo, ma qualcuno ha deciso di porre fine a tutto questo. Si tratta del Sovrano Cosmico che, approfittando della momentanea scomparsa di Thanos, intende acquisire il potere cosmico per dominare la galassia e per questo fa un patto col demone Mefisto.
Nel frattempo, il Ghost Rider Cosmico si imbatte in Cammi, una sopravvissuta della prima Onda Annihilation e dell'Arena di Arcade che ora lavora come mercenaria spaziale. Il Ghost Rider Cosmico intravede in lei un'aura di innocenza e decide di proteggerla a tutti i costi, ma si sa che le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni.
Questa storia appare come un tentativo di mettere un punto fermo alle precedenti avventure del Ghost Rider Cosmico, fatta salva la sua esorbitante personalità distruttrice anche quando agisce a fin di bene, e ripartire con dei nuovi obiettivi e nuovi scenari.
Da qui l'introduzione, o meglio il ritorno sulle scene, di Camille "Cammi" Benally che, oltre a fungere da comprimaria e sidekick sui generis per il Frank Castle alternativo, contribuisce anche a ricordare al personaggio la sua parte umana, così persa e quasi dimenticata tra patti con demoni, battaglie spaziali e spietati sovrani galattici.
Il Ghost Rider Cosmico vede in lei un'innocenza che in realtà è la sua ispirazione, un obiettivo per lui irraggiungibile e per questo la protegge, poiché se la perdesse - almeno nella sua mente malata - perderebbe anche una parte di sé stesso.
Come contraltare, troviamo il Sovrano Cosmico, ovvero il Kingpin in cerca di sempre maggior potere che il Punitore era solito affrontare, solo che stavolta è su scala cosmica.
Pur avendo un epilogo, la storia rimane con un finale aperto. Segno che lo sceneggiatore intende andare avanti con questa sua personale visione del Ghost Rider Cosmico, più tendente all'eroismo che alla distruzione incontrollata. Un seguito, tuttavia, non si è ancora palesato.

lunedì 18 luglio 2022

Netflix Original 62: Mudbound


Nel 2008 esce esce Fiori nel Fango (Mudbound), romanzo scritto da Hillary Jordan ambientato nell'America Rurale, poco dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale, che vede protagoniste due famiglie, una albina e l'altra afroamericana, i McAllan e i Jackson.
Tale opera cattura l'interesse del cinema e qualche anno più tardi giunge l'adattamento. Esce così Mudbound, diretto da Dee Rees, scritto dalla stessa Rees e da Virgil Williams, e distribuito su Netflix a partire dal 17 novembre 2017.
Laura Chappell (Carey Mulligan), che si definisce una "vergine trentunenne", sposa il possidente terriero Henry McAllan (Jason Clarke), avendo insieme a lui due figlie. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si trasferiscono presso una fattoria del Mississippi, mentre il fratello di Henry, Jamie (Garrett Hedlund), si arruola nell'aviazione.
I McAllan hanno come braccianti della fattoria i componenti della famiglia Jackson, di cui fanno parte tra gli altri il capofamiglia Hap (Rob Morgan) e sua moglie Florence (Mary J. Blige). Uno dei loro figli, Ronsel (Jason Mitchell), è un carrista in Europa e avrà modo di conoscere Jamie dopo il termine del conflitto.
Tra amicizie, drammi, tradimenti e discriminazioni le due famiglie condivideranno molte esperienze durante gli anni della guerra e nell'immediato dopoguerra, esperienze che segneranno in maniera indelebile i rapporti tra di loro.
Il fango del titolo è sia una condizione reale, il fango della terra in cui i protagonisti affondano per far fiorire i raccolti, sia una condizione psicologica, ovvero ognuno di loro è avvolto a vario titolo nel fango morale, in uno sporco che segna la loro anima, da cui non riescono a sottrarsi.
Ognuno di loro cerca di andare avanti con la propria vita tentando di coronare un sogno, un obiettivo (coltivare la terra per Henry McAllan, essere eroi di guerra per Jamie e Ronsel, essere una buona madre e moglie per Laura, occuparsi della propria famiglia per Hap e Florence), ma in maniera inevitabile vanno a cozzare contro la dura realtà e la società del tempo, razzista e poco propensa a guardare oltre i confini della propria dimora.
In un'epoca ancora non desiderosa di affrontare un processo di integrazione, le due persone che si pongono al di fuori di questo contesto sono Jamie e Ronsel. Avendo entrambi vissuto la guerra e sperimentato i suoi orrori, hanno capito che il loro mondo è insignificante e che bisogna avere prospettive di più ampio respiro. Ma sia le famiglie che la società appaiono indifferenti rispetto a questo loro desiderio.
Il film offre dunque uno spaccato - estremizzato per motivi narrativi in alcuni casi - su una finestra del passato della storia americana, i cui effetti lungo il tempo si riverberano ancora oggi. Non vuole però essere una pellicola con la pretesa di dare qualche tipo di insegnamento, pur non disdegnando le due figure femminili poste al centro dell'attenzione.
La storia offre una semplice visione degli eventi, lasciando poi allo spettatore il giudizio e non cede a un facile e retorico "i bianchi sono tutti personaggi negativi, i neri sono tutti personaggi positivi". Ognuno dei protagonisti, chi più chi meno, alla fine rimarrà sepolto da quel fango da cui invano ha cercato di scappare e avrà commesso dei peccati. Ci sarà chi troverà la forza di andare avanti, dopotutto, e chi invece alla fine in quel fango affonderà. In maniera inesorabile.

domenica 17 luglio 2022

A scuola di cinema: Una Donna in Carriera (1988)

1985: Lo sceneggiatore Kevin Wade, dopo aver conseguito il successo con un'opera teatrale da lui ideata, Key Exchange, è entrato in contatto con il produttore Douglas Wick e i due stanno cercando di sviluppare insieme un progetto cinematografico.
Un giorno, mentre cammina per Manhattan, Douglas Wick nota una scena che attira la sua attenzione: una donna vestita in maniera elegante, ma che indossa delle poco alla moda scarpe da tennis. Parla della cosa a Kevin Wade, il quale si reca a osservare le persone che giungono con il traghetto di Staten Island.
Tra queste sono frequenti le donne in tailleur che scendono portando delle scarpe da tennis e indossando poi delle scarpe col tacco alto prima di recarsi a lavorare presso gli uffici e le agenzie di cambio presenti a Manhattan. L'argomento del film è appena stato trovato.


Con l'assistenza di Douglas Wick, Kevin Wade idea una sceneggiatura su queste donne in carriera. In principio, il personaggio antagonista di Katharine Parker è un uomo, ma si decide poi che sarebbe più interessante se la protagonista lavorasse per una donna.
La sceneggiatura viene proposta a vari studi e in principio ottiene qualche rifiuto. L'agente di Kevin Wade è convinto che non sarà mai prodotta e, per tutta risposta, Wade lo licenzia. La sceneggiatura viene infine opzionata dalla 20th Century Fox.
In un primo momento il regista prescelto è James Bridges, con Demi Moore come possibile protagonista, ma Bridges decide infine di ritirarsi dal progetto. La sceneggiatura viene dunque inviata dalla Fox al regista Mike Nichols, il quale si dimostra interessato.
Questa sceneggiatura è anche giunta tra le mani di un'attrice emergente di nome Melanie Griffith, la quale è fortemente determinata a ottenere la parte della protagonista, Tess McGill. La Fox, tuttavia, sembra non avere alcun interesse per lei e cerca di contattare altri attrici quali Michelle Pfeiffer e Madonna.
Per sua fortuna, Jonathan Demme, che l'ha diretta in Qualcosa di Travolgente (Something Wild), effettua una proiezione privata di questo film per Mike Nichols e poco tempo dopo Melanie Griffith viene contattata per l'audizione.
Ma pur incontrando i favori dei più, la Fox non sembra intenzionata ad assegnarle la parte principale: è ancora un'attrice sconosciuta, al pari dell'altro attore scelto per interpretare l'altro protagonista Jack Trainer, ovvero Alec Baldwin, e questo è un progetto ritenuto di alto profilo.
Mike Nichols si impunta e minaccia di andarsene se Melanie Griffith non sarà scelta. Lo studio cerca dunque degli attori di richiamo e li trova in Sigourney Weaver, che accetta la parte di Katharine Parker, e Harrison Ford, a cui viene assegnato il ruolo di Jack Trainer dietro suggerimento di Mike Nichols.
Per ottenere la partecipazione dell'attore a questo progetto, Alec Baldwin, già scelto in precedenza per quello stesso ruolo, accetta una parte secondaria, quella di Mick Dugan.
Melanie Griffith si prende una cotta per Baldwin, il quale però respinge le sue avances in quanto non è sua abitudine avere delle relazioni amorose con delle colleghe di lavoro.
In preparazione alle loro parti, Melanie Griffith e Sigourney Weaver entrano in contatto con alcune segretarie e dirigenti donne che operano a New York, partecipando anche ai loro meeting.
Mike Nichols indica inoltre a Melanie Griffith un investitore finanziario di nome Liam Dalton, che può fornirle informazioni preziose su fusioni e acquisizioni societarie. In principio convinta che sarà una cosa noiosa, l'attrice si ricrede quando si ritrova di fronte un ragazzo affascinante, con cui per qualche tempo ha anche una relazione e con cui rimane poi in buoni rapporti, tanto da affidargli la gestione di alcune sue somme di denaro.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 16 febbraio 1988, tenendosi a New York e nel New Jersey. La prima scena è quella ambientata sul traghetto di Staten Island e, non avendo ottenuto le necessarie autorizzazioni, viene praticamente girata in maniera illegale.
Ma c'è un problema molto più grande di questo. Melanie Griffith è a quel tempo dipendente da alcool e cocaina, una situazione che si è aggravata da quando si è separata dal suo compagno Steven Bauer, e non è raro che esca da un party ancora sotto gli effetti della droga quando praticamente è quasi l'alba e poche ore dopo deve essere presente sul set.
Un giorno, l'attrice si presenta in uno stato così confusionale causato dall'assunzione di cocaina da non essere in grado di pronunciare in maniera corretta le proprie battute. Mike Nichols è fuori di sé dalla rabbia, si rifiuta di parlare con l'attrice e manda l'aiuto regista Mike Haley a dirle che può andare a casa, in quanto il set viene chiuso in via temporanea.
Il mattino successivo, Mike Nichols invita Melanie Griffith a colazione. Le dice che non riferirà quanto accaduto alla produzione, cosa che potrebbe provocare il suo licenziamento in tronco, ma lei pagherà col suo salario i danni derivanti dalla chiusura del set, che ammontano a 80.000 dollari. Inoltre ci sarà un'infermiera che ogni giorno verificherà che non sia sotto gli effetti di droghe o alcool e sia dunque in grado di lavorare.
Melanie Griffith accetta la multa e capisce che deve fare qualcosa al riguardo per combattere questa dipendenza.
Le riprese si concludono il 27 aprile 1988.
Una Donna in Carriera (Working Girl) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 20 dicembre 1988. A fronte di un budget di 28 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 103 milioni di dollari.
Da questo film viene anche tratta un'omonima serie televisiva, che va in onda per una sola stagione sulla NBC, dove Tess McGill viene interpretata da Sandra Bullock. Ne vengono prodotti e girati dodici episodi, ma a causa dei bassi ascolti ne vengono trasmessi solamente otto.
Melanie Griffith non dimentica i suoi problemi e, tre settimane dopo la conclusione delle riprese, entra in una clinica di riabilitazione per liberarsi dalle sue dipendenze. Poco tempo dopo si riconcilia col suo primo marito, Don Johnson, e nel 1989 ha una figlia di nome Dakota.
Ottiene anche una nomination agli Oscar per questo film come Miglior Attrice Protagonista. Alla fine l'attrice è riuscita a emergere sulla scena e le vengono dunque proposti altri ruoli da protagonista... ma questa è un'altra storia.

sabato 16 luglio 2022

A scuola di cinema: Tutti gli Uomini del Presidente (1976)

1974: Viene pubblicato il libro Tutti gli Uomini del Presidente: Lo Scandalo Watergate e la Caduta di Nixon (All The President's Men), scritto dai giornalisti Carl Bernstein e Bob Woodward.
L'opera dettaglia l'inchiesta giornalistica portata avanti dai due giornalisti sulle pagine del The Washington Post a seguito dell'irruzione nel giugno 1972, da parte di cinque uomini, presso una sede del Comitato Nazionale Democratico situata lungo un intero piano dell'Hotel Watergate.
Quest'insolito atto criminale scoperchia un intero nuovo mondo ai due giornalisti, composto da spie, intercettazioni, intrecci politici e governativi e un misterioso informatore segreto noto come Gola Profonda, tanto che ne consegue un vero e proprio scandalo, lo Scandalo Watergate.
Le sue ramificazioni sono così profonde che arrivano a coinvolgere anche il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, il quale nel 1974 è costretto a presentare le proprie dimissioni.
Da questo libro inchiesta nasce infine una celebre pellicola.


Già nell'autunno del 1972, durante i primi mesi dell'indagine giornalistica, Robert Redford contatta Carl Bernstein e Bob Woodward (i quali in principio pensano sia una spia al servizio del governo), dichiarandosi entusiasta per il loro lavoro e dimostrandosi interessato già allora a un possibile adattamento cinematografico della loro inchiesta.
Quando, due anni dopo, il libro viene pubblicato, l'attore ha modo di incontrare i due giornalisti presso un bar del Jefferson Hotel. Bernstein e Woodward chiedono a Redford che il film sia strettamente aderente al libro e dunque si concentri solo e unicamente sulla loro inchiesta. L'attore risponde che è esattamente questo il suo intento.
Robert Redford negozia dunque, per conto della Warner Bros., l'opzione dei diritti di sfruttamento cinematografico per una somma di 450.000 dollari. L'idea dell'attore è quello di ritagliare per sé solo il ruolo di produttore e concepisce un film di stampo documentaristico, in bianco e nero e senza attori di richiamo.
La Warner Bros., tuttavia, è di diverso avviso e si dichiara disposta a finanziare la pellicola solo nel caso in cui Robert Redford interpreti uno dei protagonisti. L'attore accetta il ruolo di Bob Woodward, ma è ora consapevole che deve trovare un altro attore di richiamo, per far sì che il suo personaggio non sia troppo preminente, poiché entrambi i giornalisti hanno avuto un ruolo paritario nel portare avanti l'indagine giornalistica.
Dopo aver pensato in un primo momento ad Al Pacino, Redford ritiene che Dustin Hoffman sia la scelta più adatta e gli propone la cosa mentre entrambi si ritrovano a guardare una partita dei New York Knicks. Nel frattempo viene individuato il regista in Alan J. Pakula.
La sceneggiatura viene scritta da William Goldman, che Redford ha conosciuto sul set di Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid). Goldman richiede qualche informazione a Carl Bernstein e Bob Woodward, ma solo quest'ultimo si dimostra del tutto collaborativo, mentre Bernstein è abbastanza reticente.
Il primo trattamento non incontra i favori di Robert Redford, che per correttezza chiede degli input e dei suggerimenti a Bernstein e Woodward. Per tutta risposta, Carl Bernstein, con l'apporto della sua fidanzata Nora Ephron e col benestare di Woodward, scrive un nuovo trattamento non richiesto.
Quando i due giornalisti incontrano ancora Robert Redford nell'autunno del 1974, un meeting a cui è presente anche William Goldman, sottopongono il nuovo trattamento. Goldman è fuori di sé dalla rabbia: minaccia di chiamare il suo avvocato, se la prende con Robert Redford e definisce quello che è stato fatto alle sue spalle come un vile tradimento, prima di andarsene.
Neanche Robert Redford rimane entusiasta del nuovo trattamento - che viene infine rigettato in toto eccetto per una scena - e, dopo aver placato gli animi, convince William Goldman a effettuare una revisione della sua sceneggiatura. Bernstein si scusa poi con lo sceneggiatore per quanto da lui fatto, assumendosene la piena responsabilità. Dopo che Goldman ha consegnato la sua revisione, Robert Redford e Alan Pakula vi apportano a loro volta delle modifiche, seppur non significative.
Per il ruolo di Ben Bradlee, editor esecutivo del The Washington Post, Robert Redford suggerisce il nome di Jason Robards, che ha rappresentato per lui una sorta di mentore agli inizi della sua carriera. La Warner Bros. è esitante, in quanto l'attore sta lottando contro una dipendenza dall'alcool, iniziata a seguito di un incidente stradale che ha richiesto anche un intervento di ricostruzione facciale.
Redford vince tuttavia queste resistenze, nonché quelle di Jason Robards stesso, convinto che il suo personaggio ripeta sempre le stesse frasi.
All'epoca, solo Bob Woodward conosce la vera identità di Gola Profonda (rivelatosi poi essere Mark Felt, Vice Direttore del FBI) e quando gli vengono mostrate le foto di alcuni attori indica senza alcuna esitazione Hal Holbrook, il quale presenta una notevole somiglianza con Felt. Anche in questo caso Redford deve convincere l'attore ad accettare il ruolo, poiché Holbrook ritiene che non sia un personaggio rilevante.
In preparazione alle loro parti, Robert Redford e Dustin Hoffman - insieme al regista Alan Pakula e altri componenti della troupe - si recano presso la sede del The Washington Post, rimanendo lì per alcune settimane e osservando il lavoro dei vari componenti dello staff, con tanto di partecipazione alle riunioni di redazione.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 12 maggio 1975, tenendosi a Washington e in California.
L'intento iniziale è quello di girare presso la sede del The Washington Post, ma appare subito chiaro che la cosa non è fattibile, in quanto così non si permetterebbe ai giornalisti di andare avanti col proprio lavoro. Il reparto scenografia scatta allora varie foto  della redazione, prendendone le misure, per poter poi ricreare il tutto presso un apposito set.
Per dare maggiore senso di autenticità, vengono acquistate 200 scrivanie dalla stessa compagnia a cui si era rivolto il The Washington Post e vengono tutte ricolorate perché siano come le vere scrivanie della redazione. Viene inoltre preso un mattone dell'edificio, così che la sua composizione possa essere replicata in fibra di vetro.
Oltre a questo, vengono utilizzati elenchi telefonici scaduti, si chiede al Post il prestito di oggetti di redazione e cestini dell'immondizia non più utilizzati. I componenti della redazione del Post rimangono stupiti di come i loro uffici siano stati ricreati fin nei minimi dettagli.
Nel film vi è un insolito cameo, quello di Frank Willis, la guardia di sicurezza che scoprì l'irruzione presso l'Hotel Watergate e che interpreta sé stesso. Pochi giorni dopo quell'evento, Frank Willis viene licenziato senza giusta causa e non riuscirà mai più a riavere un lavoro a tempo pieno.
Le riprese si concludono il 16 agosto 1975.
Tutti gli Uomini del Presidente (All the President's Men) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 4 aprile 1976. A fronte di un budget di otto milioni e mezzo di dollari, la pellicola arriva infine a incassare 70 milioni di dollari. Il film si aggiudica anche gli Oscar nelle categorie Miglior Sceneggiatura Non Originale e Miglior Attore Non Protagonista (assegnato a Jason Robards).
La controversa figura di Richard Nixon, che cade in disgrazia a seguito delle dimissioni da Presidente, diviene poi oggetto di altre pellicole... ma questa è un'altra storia.

venerdì 15 luglio 2022

Fabolous Stack of Comics: X-Men/Venom - Poison X


All'interno di un universo narrativo vasto e variegato quale è il Marvel Universe, le possibilità di team-up tra i vari supereroi sono molteplici, l'importante è trovare un punto di incontro che possa riguardare i soggetti coinvolti.
Tra i team-up più insoliti si può di certo annoverare anche quello tra Venom - nella versione Eddie Brock - e i giovani mutanti della prima formazione di X-Men trasportati nel loro futuro, in realtà il presente. Tale incontro avviene nella storyline in cinque parti Poison X, pubblicata nel 2018, con un prologo in X-Men Blue Annual 1 e poi dipanatasi nei numeri 21 e 22 di X-Men Blue e 162 e 163 di Venom.
Lo sceneggiatore è Cullen Bunn, mentre la parte grafica è affidata a Edgar Salazar, Ario Anindito, Jacopo Camagni e Will Robson
Mentre sta avendo una videochiamata con suo padre Corsaro, Ciclope assiste imponente all'assalto della nave dei Predoni Stellari da parte di esseri legati a dei simbionti.
Consapevoli che è una minaccia a loro sconosciuta, i giovani X-Men del passato cercano - forzando la sua volontà - l'aiuto di Venom, ma suddetta minaccia, già affrontata in passato da Eddie Brock, è davvero insidiosa e causerà la mutazione più incredibile che gli X-Men abbiano mai sperimentato.
Con questa storia, Cullen Bunn porta avanti una trama che ha cominciato sulla serie Venom, incentrata sui Poison, simbionti provenienti da altre dimensioni (giustamente mica solo Spider-Man può avere il suo Multiverso) che si coalizzano per invadere il Marvel Universe.
Questa saga introduce una nuova pedina in questa insolita scacchiera, rappresentata dagli X-Men originali del passato. Considerato che al tempo di questa saga, Cullen Bunn era lo sceneggiatore sia della serie che li vedeva protagonisti, X-Men Blue, sia della testata di Venom, il team-up era quasi scontato.
Per far sì che questo si concretizzi, lo scrittore utilizza il background spaziale che caratterizza da tempo questi personaggi. Nel caso di Venom, anche se per molto tempo è un argomento rimasto sotto traccia, l'origine aliena del simbionte Klyntar a cui è legato, mentre per quanto riguarda gli X-Men il collegamento coi Predoni Stellari, il cui capo Corsaro è anche il padre di Ciclope (in realtà questo è solo uno dei tanti collegamenti dei mutanti con lo spazio).
Vi sono ovviamente delle differenze, sia a livello caratteriale che nel modo di agire tra Venom e gli X-Men, e queste vengono analizzate al minimo sindacale, poiché - forse perché è proprio il capitolo centrale di una saga che non si è ancora conclusa - si preferisce in questo caso concentrarsi di più sull'azione e le battaglie tra gli eroi e i simbionti alieni e introdurre alcuni colpi di scena che riguardano in special modo i giovani mutanti, nonostante la loro apparente natura di esseri il cui destino sembra essere già segnato.
In tal senso, Poison-X è una saga dalla lettura semplice e immediata e che non utilizza troppi giri di parole e va dritta al punto. E non è ancora finita qui, poiché un ultimo tassello deve ancora aggiungersi.

giovedì 14 luglio 2022

Netflix Original 61: Un Principe per Natale


Ah, i film di Natale! Quelli dove sono predominanti la sincerità e i buoni sentimenti, Peace & Love, Love & Peace, tranne quando a sceneggiarli è Shane Black.
Rappresentano comunque prodotti rassicuranti, dove si sa fin dal principio che a trionfare sarà il lieto fine più lieto che ci sia, diciamo che è un porto sicuro dove attraccare quando si cerca magari un momento di stacco. E ora pensate a me che li ho visti durante un'estate cocente!
Il primo film natalizio che compare su Netflix è Un Principe per Natale (A Christmas Prince), scritto da Karen Schaler e Nathan Atkins, diretto da Alex Zamm e distribuito a partire dal 17 novembre 2017.
Amber Moore (Rose McIver), giovane stagista di un quotidiano, viene inviata una settimana prima di Natale nel regno di Aldovia per assistere all'incoronazione del nuovo re, Richard Charlton (Ben Lamb), dopo la scomparsa del padre di lui.
Il prossimo sovrano non vuole, tuttavia, concedersi ai giornalisti e così, con uno stratagemma, Amber Moore si finge la tutrice della principessa Emily (Honor Kneafsey), affetta da spina bifida, potendo osservare così da vicino la vita di corte e scoprire dei lati inediti del principe, che la portano in breve tempo a innamorarsi di lui.
La fiaba di Cenerentola continua a funzionare per questo tipo di prodotti, da anni, anzi no, decenni. Risulta confortante per lo spettatore vedere una ragazza comune, impacciata ma al tempo stesso sincera e onesta, che riesce infine a coronare il suo sogno (cosa impossibile nella realtà, ovviamente).
Quindi non crediate di vedere personalità inedite in questo film: il principe è schivo ma di buon cuore e amante del suo popolo, la madre del principe nasconde un animo generoso sotto una scorza di ruvidità, i "cattivi" sono arrivisti e arroganti, la sorella minore nonostante la malattia ha una grande forza di volontà. Altri comprimari li inquadrate subito e intuite con correttezza qual è il loro ruolo. La descrizione di Aldovia è la classica visione di come gli americani vedono i regni europei.
Adorabile come, per far sì che la trama vada avanti e arrivi al suo epilogo, non ci sia minimamente preoccupati (a mio avviso in maniera consapevole, il pubblico non nota più di tanto queste cose nel vedere questi film leggeri) di alcune incongruenze lungo la via.
Tipo la protagonista, semplice stagista con poca esperienza, che viene inviata a occuparsi di un servizio importante "perché non c'è nessuno disponibile" (poi però nelle scene successive si vede la redazione del giornale ancora con lo staff presente) e riesce a entrare nel palazzo reale usando la porta sul retro senza essere notata dalle guardie.
O ancora la protagonista che si finge una tutrice sotto falso nome e non viene effettuato alcun controllo né - si presume - chi si è occupato di contattare l'agenzia si è fatto inviare un curriculum con foto ed esperienza per un incarico così delicato.
E infine la migliore di tutte: Amber Moore che rinuncia allo scoop della sua vita... perché non sarebbe corretto. Una giornalista. E niente, fa già ridere così, come si suol dire.
Ma io sono troppo puntiglioso: davvero bisogna mettere in questione una fiaba moderna? Quello che conta infine è saper trasmettere al pubblico certe emozioni, a buon mercato e dunque facilmente raggiungibili. Emozioni che possono anche essere replicate. Infatti, questa non sarà l'ultima volta che parleremo di Amber Moore e Richard Charlton.