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sabato 3 ottobre 2026

Italians do it better? 80: Immaturi (2011)


Ideati da Giovanni Gentile nel 1923, gli esami di maturità hanno interessato da quel momento numerose generazioni di giovani. Anche le generazioni cinematografiche, come quelle descritte nel dittico di Notte Prima degli Esami.
Ovviamente, in più di un secolo, questo tipo di esami è molto cambiato, ma ha continuato a toccare le generazioni. Anche quelle più impreviste, come accade in Immaturi, scritto e diretto da Paolo Genovese e distribuito nei cinema nel gennaio 2011.
La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno. Per via di un grave vizio di forma, chi ha sostenuto gli esami di maturità e ottenuto il diploma venti anni prima si ritrova costretto a rifare questi esami, pena la perdita di successivi titoli di studio e privilegi da ciò derivanti.
Questa notizia porta lo scompiglio in modo particolare a sei persone: Giorgio Romanini (Raoul Bova), un chirurgo che non dà le giuste attenzioni alla compagna, Piero Galeazzi (Luca Bizzarri), un DJ radiofonico che non vuole prendersi alcuna responsabilità, Francesca Di Modugno (Ambra Angiolini), una chef dipendente dal sesso, Luisa Maimone (Barbara Bobulova), divorziata e con figlia a carico, Lorenzo Coppetti (Ricky Memphis), un agente immobiliare che vive ancora insieme ai suoi genitori, e infine Virgilio (Paolo Kessisoglu), che si è lasciato in rapporti burrascosi con uno di loro.
Questo strano scherzo del destino riunisce questi amici che col passare degli anni si erano persi di vista dopo il diploma, mettendoli a confronto con i loro dubbi e le loro incertezze. In un percorso lungo un anno che li farà infine maturare, non solo a livello scolastico.
Notte Prima degli Esami faceva affidamento sul concetto di nostalgia, su una società che già venti anni dopo era profondamente cambiata e su come quei tempi non potessero più tornare. E se cambia la società in venti anni, figuriamoci le persone.
Partendo da un presupposto impossibile - e che infatti viene introdotto e non analizzato - la pellicola mette a confronto due generazioni: quella degli anni '90 del ventesimo secolo, reduce da quel decennio magico descritto da Enrico Brizzi, e quella post-duemila, già proiettata verso una modernità di tipo differente e che vive a contatto con una tecnologia che è parte della loro esistenza.
Quelle generazioni che il regista stesso ha vissuto e in cui chiunque di noi a un certo punto deve guardarsi alle spalle e capire cosa ne è stato di quella persona che un tempo era così diversa.
L'insolito e indesiderato tuffo nel passato diventa dunque per i protagonisti quarantenni un'occasione di mettere in gioco loro stessi, di confrontarsi con i sogni che non hanno realizzato, con i rimorsi (i "polpi alla gola" per citare qualcun altro) di cui ancora non si sono liberati. Come accadrà - in maniera molto più drammatica - anche in Perfetti Sconosciuti.
Persone immature non solo per mancanza di un titolo di studio, ma anche caratterialmente, che un anno di vita insieme modificherà in maniera profonda. E con un buono, inaspettato livello di recitazione globale.
Un viaggio che non è ancora concluso.

domenica 9 agosto 2026

Italians do it better? 79: Se Mi Vuoi Bene (2019)


La depressione non è un male così semplice da analizzare, tante possono essere le sue cause e le sue sfaccettature. Ed è qualcosa che può capitare a tutti, gente povera come benestante.
Quindi questa tematica così ampia non può non essere trattata anche in ambito cinematografico, e inevitabilmente in chiave drammatica, come in Melancholia.
Inevitabilmente? Forse non del tutto. C'è anche Se Mi Vuoi Bene, diretto da Fausto Brizzi, scritto da Fausto Brizzi, Martino Coli, Herbert Simone Paragnani e Mauro Uzzeo e distribuito nei cinema nell'ottobre 2019.
Diego Anastasi (Claudio Bisio) decide di suicidarsi in quanto ritiene che nessuno dei suoi amici o dei suoi parenti gli voglia davvero bene e tenga a lui. Tuttavia, per uno strano scherzo del destino, il suo tentativo di suicidio non riesce.
Poco tempo dopo, Diego scopre quasi per caso un locale chiamato Chiacchiere, gestito da Massimiliano (Sergio Rubini). L'amicizia che ne nasce porta Diego a voler migliorare la vita delle persone che ruotano intorno a lui (i genitori, l'ex moglie, il fratello e altri).
Ma le sue buone intenzioni incontrano presto molte difficoltà.
Siamo dalle parti del consueto prodotto rassicurante rivolto a un ampio pubblico. La depressione - le cui cause per il personaggio vengono appena accennate all'inizio e poi non più approfondite - diviene dunque solo il pretesto per descrivere la vita di un uomo che giunge al più basso della propria esistenza, tanto che intende porvi fine, salvo poi risalire la china.
Una china, un percorso, lungo il quale ci si imbatte in quelli che sono i valori più consolidati. Dunque l'amore verso i propri genitori, l'affetto verso la figlia e soprattutto i rapporti di amicizia. E sullo sfondo una storia d'amore che inizia a prendere forma (narrato bene questo ultimo aspetto, a mio avviso).
Valori che chiaramente incontrano e si scontrano con alcuni ostacoli, quali le dinamiche familiari e le differenti personalità che entrano in contrasto tra loro, i quali vengono comunque superati perché, alla fin fine, ci si vuole tutti bene e siamo tutti una grande famiglia (scusate se ho banalizzato il concetto, però...).
Viene anche inserito qualche elemento drammatico, il quale tuttavia viene soverchiato da quella che è l'atmosfera da commedia che pervade tutta la pellicola, con scenette tra il comico e - in alcune occasioni - il surreale. E un discreto cast di contorno attorno al protagonista a portare avanti le varie dinamiche narrative.
Non aspettatevi dunque un prodotto epocale, ma nemmeno qualcosa da scartare interamente a priori. Bene o male, chiunque ha affrontato dei momenti difficili nel corso della sua vita. Ed è stato in quei momenti che ha capito su chi poteva contare davvero.

sabato 8 agosto 2026

Italians do it better? 78: Hey Joe (2024)


Si sono visti in passato attori americani o inglesi, ma anche di altre nazionalità, che hanno lavorato per prodotti italiani. Nel lontano passato, molti film non utilizzavano la presa diretta ed erano pensati sin dal principio per essere doppiati, permettendo così ad attori non italiani di lasciare la propria personale impronta.
Esempi famosi  in tal senso sono i film western diretti da Sergio Leone o i thriller di Mario Bava, Dario Argento e Lucio Fulci. Una tradizione che poi è stata in gran parte abbandonata.
Una piccola reminiscenza di quei tempi si ha con Hey Joe, diretto da Claudio Giovannesi, scritto da Claudio Giovannesi e Maurizio Braucci e distribuito nei cinema nel novembre 2024.
Dean Barry (James Franco), reduce della Seconda Guerra Mondiale, di stanza durante la Campagna d'Italia, scopre poco più di vent'anni dopo il termine del conflitto di essere il padre di un ragazzo, Enzo (Francesco di Napoli), avuto da una relazione con una ragazza di Napoli ormai deceduta.
L'ex soldato si reca dunque presso la città partenopea e tenta di allacciare i rapporti col figlio, il quale però è al servizio di un boss criminale ed è dedito a spaccio di sigarette di contrabbando e sostanze stupefacenti leggere.
In principio, Enzo non intende saperne di questa parentela, ma ben presto le circostanze avvicineranno i due.
Questo film risulta in primo luogo interessante perché è uno dei primi tentativi, forse addirittura il primo, di James Franco di rifarsi una reputazione dopo una pausa forzata di cinque anni. Poiché la sua carriera attoriale americana è stata stroncata - in tutto o in parte, questo sarà da vedere - a seguito di comprovate accuse di molestie sessuali.
E se gli Stati Uniti sono per lui tabù, le produzioni estere non hanno invece problemi a inserirlo nel cast.
Inoltre dimostra una certa versatilità dell'attore che - seppur di certo guidato e istruito - parla più volte italiano in questo contesto.
La dinamica narrativa principale è tanto cara sia al cinema nostrano che a quello statunitense, ovvero il rapporto conflittuale tra padri e figli, a maggior ragione quando uno di questi è coinvolto in attività illegali.
E in questa dinamica, dunque, chi è colui che deve essere salvato e chi è il salvatore? In questo caso i due protagonisti occupano entrambi i ruoli. Perché c'è chi, come Dean Barry, deve fare i conti col proprio passato, mentre Enzo deve invece venire a patti con un turbolento presente e riuscire a dare un futuro alla propria famiglia.
C'è molta napoletanità nella pellicola, quella verace e che in certi punti potrebbe risultare stereotipata a un moderno spettatore. La città stessa diviene una sorta di protagonista aggiunta, coi suoi vicoli stretti, le strade in salita e la variegata umanità che le dà vita a ogni angolo.
Ed è infine anche una storia di fuga. Dalla realtà o dal male, per trovare un rifugio sicuro. Come lo aveva trovato Dean Barry durante la Seconda Guerra Mondiale. Un rifugio che potrebbe trovarsi più vicino di quanto si pensi.

domenica 5 luglio 2026

Italians do it better? 77: Agata Christian - Delitto sulle Nevi (2026)


Vi ricordate quando, poco più di cinquant'anni fa, il cinema italiano reinterpretava e reimmaginava il genere thriller/mystery, aggiungendovi atmosfere surreali e ambientazioni italiane che ben si conformavano alle esigenze di trama?
Ecco, diciamo che è passato ormai un po' di tempo e questa reinterpretazione è leggermente cambiata, adattandosi anche a un genere che cinquant'anni fa ancora non esisteva, come accade in Agata Christian: Delitto sulle Nevi, diretto da Eros Puglielli, scritto da Eros Puglielli, Mariano Di Nardo, Federico Fava e Antonio Manca e distribuito nei cinema nel febbraio 2026.
Agata Christian o meglio Christian Agata (Christian De Sica) è un celebre detective, seppur misantropo, rinomato per le sue apparizioni mediatiche e la capacità di risolvere i casi più complicati.
L'imprenditore Walter Gulmar (Maccio Capatonda) gli propone di divenire il testimonial della nuova edizione di un celebre gioco da tavolo, Crime Castle, con spot da registrare in una elegante villa in Val D'Aosta.
Ma la tragedia colpisce quando il capofamiglia Carlo Gulmar (Giorgio Colangeli) viene ucciso. Rimasti isolati a causa di una valanga, i presenti si interrogano su chi possa essere l'assassino.
Ci penserà Christian Agata a risolvere il mistero, assistito per sua sfortuna dal brigadiere Vanni Cuozzo (Pasquale "Lillo" Petrolo).
Non sfugge a nessuno, nemmeno allo spettatore più disattento, che Agata Christian sia una versione molto italiana di Benoit Blanc della serie Knives Out, che a sua volta è una reinterpretazione moderna degli investigatori della narrativa gialla classica. Ma al tempo stesso le somiglianze con questa saga si fermano qui.
Perché quelle che sono le atmosfere comiche e l'ambientazione della pellicola si rifanno in particolar modo a Signori, il Delitto è Servito e - in misura minore - Invito a Cena con Delitto. Solo che, invece che ricatturare il british humour, ci si è rivolti a una tipologia di battute e di comicità più in sintonia con il pubblico italiano, in special modo quello nostalgico dei cinepanettoni, ma con richiami anche a Gigi Proietti e Franco e Ciccio.
A questo si aggiunge Lillo che cerca di rifare l'Ispettore Clouseau, obiettivo di sicuro ambizioso. Sì, c'è la lunga ombra di Peter Sellers un po' dappertutto.
Di sicuro esigenze di produzione, ma al tempo stesso un piccolo rammarico, poiché si è cercato di sviluppare una trama coerente e la regia non è piatta, come in altre commedie italiane dove quello che conta è la scenetta o la battuta del momento.
Tuttavia questo viene in parte vanificato da battute ormai scontate e risapute e da personaggi che non cercano minimamente di non risultare dei caratteri (elemento presente anche in Knives Out, ma meglio gestito). Anche quei pochi elementi drammatici di Christian Agata vengono in parte vanificati da questo dettaglio, il nome stesso la dice già lunga.
Insomma, le Vacanze di Natale continuano a far sentire la loro influenza, anche a distanza di più di quarant'anni, ed è un passato da cui a quanto sembra è difficile separarsi.

domenica 28 giugno 2026

Italians do it better? 76: La Vita Va Così (2025)


"Un tempo qui era tutta campagna", afferma un celebre detto popolare. Di fronte all'incredibile processo di urbanizzazione a cui si è assistito negli ultimi decenni (iniziato quasi certamente dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e divenuto col passare del tempo sempre più imponente) molti paesaggi "immacolati" sono scomparsi, sostituiti da giungle di cemento.
Ma saltuariamente qualcuno si oppone a questa espansione e da una di queste storie giunge La Vita Va Così, diretto da Riccardo Milani, scritto da Riccardo Milani e Michele Astori e distribuito nei cinema nell'ottobre 2025.
Nel 1999 una grande azienda immobiliare gestita da Giacomo Greatti (Diego Abatantuono) decide di avviare dei lavori per costruire un resort turistico presso la spiaggia di Bellesa Manna, in Sardegna. A gestire il cantiere c'è il fido Mariano (Aldo Baglio).
Tutto fila liscio fin quando un pastore di nome Efisio Mulas (Giuseppe Ignazio Loi) rifiuta di cedere la sua terra, anche di fronte a offerte con cifre spropositate. È l'inizio di una storia che durerà più di dieci anni, durante i quali Efisio sarà abbandonato da tutti i suoi concittadini, tranne la figlia Francesca (Virginia Raffaele).
Come potrà un semplice e povero pastore sconfiggere una potente multinazionale?
Dopo i paesaggi innevati di Un Mondo a Parte si giunge alle campagne della Sardegna. E il tema è sempre quello, alla Miyazaki: la natura e la sua preservazione di fronte alle mire espansionistiche dell'essere umano.
E anche in questa occasione si parte da un fatto di cronaca realmente accaduto per ampliare poi in maniera ulteriore il discorso.
La lotta di Efisio Mulas non è di tipo economico, visto che rifiuta negli anni offerte di importo sempre più ampio, bensì concettuale. Di preservazione della terra in cui e nato (e morirà) di fronte a persone che - guidate solo dal dio denaro - non capiscono il valore e l'importanza di questo fatto.
Una lotta che lo isola dai suoi amici di una vita, anche loro obnubilati (e non a tutti i torti) dalla possibilità di avere una vita migliore. L'aspetto più controverso, pur in una commedia di questo tipo, che viene analizzato. Mentre altri, prima dalla parte della ditta immobiliare, cambiano infine idea.
Come nel caso di Un Mondo a Parte, si cerca - invano, è ben chiaro da quale parte stia il regista - di presentare allo spettatore il tutto con una posizione buonista, lasciando poi il giudizio finale alla singola persona.
Con un Diego Abatantuono eccessivamente dimesso, un Aldo Baglio che non riesce a liberarsi dal suo personaggio e Virginia Raffaele che switcha accento da un film all'altro, l'attore non professionista che interpreta Efisio Mulas - alla maniera di Visconti e Rossellini - risulta essere il migliore. Poiché in ultima analisi interpreta sé stesso.
Un finale alla La La Land sembra voler riportare il tutto a una dimensione onirica: ovvero, questa non è la realtà, che è ben più complessa, bensì una sua reinterpretazione. Nella realtà, non è così scontato che i poveri prevalgano sui ricchi.

sabato 27 giugno 2026

Italians do it better? 75: La Grazia (2025)


La figura del Presidente della Repubblica è la più alta a livello istituzionale presente nell'ordinamento italiano, seppur non la più influente a livello esecutivo e legislativo. Una figura così importante, il più delle volte occupata da persone di alto prestigio, che rende difficile una trasposizione in chiave cinematografica. In tal senso gli americani sono "facilitati".
La commedia interviene sempre in soccorso, in queste occasioni, come nel caso di Bentornato Presidente, ma infine una visione più seria e drammatica del Presidente della Repubblica si ha in La Grazia, scritto e diretto da Paolo Sorrentino e distribuito nei cinema a partire dal dicembre 2025.
Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) sta affrontando gli ultimi sei mesi del suo mandato, assistito dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti) che compie gran parte del lavoro al posto suo.
In questo periodo due scottanti tematiche si presentano alla sua attenzione: la prima, che va avanti da lungo tempo, è l'approvazione di una legge sull'eutanasia, fortemente osteggiata dal Vaticano. La seconda sono due domande di grazia per un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e per una donna che ha ammazzato il proprio compagno che la picchiava di continuo.
Mariano De Santis vorrebbe passare queste problematiche al suo successore, ma lentamente la sua coscienza prende atto di quanto sia importante che prenda una decisione. Una decisione, su questa e altre cose, che ha evitato sin da quando sua moglie è morta quarant'anni fa, lasciandogli il dubbio di un tradimento da lei perpetrato.
Giusto per chiarimento, questo non appare come un film incentrato su un particolare Presidente del passato. I temi affrontati sono spesso stati oggetto di discussione presso Sergio Mattarella, il look di De Santis ricorda Francesco Cossiga e la presenza della figlia al fianco richiama Oscar Luigi Scalfaro. Al tempo stesso, però, il suo vissuto è diverso da qualunque altro.
Quello che è sotto i riflettori, dunque, è un uomo con tutte le sue fragilità. Un uomo che - potremmo dire incidentalmente - si ritrova a ricoprire una importantissima figura istituzionale. Non c'è satira o analisi politica, anche se i temi trattati (l'eutanasia, il femminicidio, la malattia, gli amori tossici) sono anche argomenti politici.
De Santis appare come Bartleby lo Scrivano: non vuole prendere decisioni, che demanda a suoi collaboratori, partecipa a eventi istituzionali perché è ciò che è obbligato a fare ed è nostalgico di un passato che non esiste più.
Il confronto con la figlia, che si oppone al suo immobilismo morale, con le due persone che gli chiedono la grazia e col suo doloroso passato con cui viene infine a patti lo portano infine a cambiare. A divenire, se non una persona migliore, di sicuro differente da prima. Il tutto in un'atmosfera abbastanza surreale - sottolineata da una ben scelta colonna sonora - che richiama precedenti pellicole del regista.
Dopo Il Divo, Sorrentino e Servillo tornano a percorrere i corridoi del potere, anche se in maniera diversa. Lì la figura storica era reale, qui è immaginaria. Eppure i dubbi, quei dubbi che a volte tutti noi affrontiamo, lo rendono più umano. Meno Presidente e più Mariano De Santis.

sabato 9 maggio 2026

Italians do it better? 74: Tutta Colpa del Rock (2025)


Penso che molti di voi conoscano The Blues Brothers e di come l'epilogo li veda esibirsi nella prigione di Joliet, scatenando l'entusiasmo dei detenuti. Una pietra miliare della cinematografia, con interpretazioni strepitose...
Ma non è di questo che parleremo ora, bensì di una pellicola che condivide quella tematica musicale e l'ambientazione carceraria. Si tratta di Tutta Colpa del Rock, diretto da Andrea Jublin, scritto da Matteo Menduni, Pasquale "Lillo" Petrolo e Tommaso Renzoni e distribuito nei cinema nell'agosto 2025.
Bruno Verdocchi (Lillo) è un'artista rock di secondo piano il cui sogno è sfondare nel campo della musica, vincendo un prestigioso festival di Roma, ma questo obiettivo lo allontana progressivamente dalla sua famiglia.
Col dente avvelenato verso la sua ex band, che a suo dire l'ha cacciato, Bruno tenta di sabotarne un'esibizione, ma finisce per dare fuoco al palazzetto dove dovrebbe tenersi il concerto.
Condannato e incarcerato, Bruno ha una seconda possibilità grazie a un laboratorio di musica del carcere voluto dal ministero della giustizia. Riuscirà a riscattarsi? E soprattutto diventerà un buon padre, mantenendo le promesse fatte alla figlia?
Siamo dalle parti della commedia più pura, che scivola verso il surreale nella seconda parte... ma diciamo pure anche nella prima, con personaggi che in realtà sono caratteri e appaiono tutti sopra le righe per esigenze narrative. Quindi, se si vedono alcune scene che oggi qualcuno definirebbe cringe (e lo sono), la ragione è questa.
Non so dunque come commentare il fatto che la ragazza che interpreta la figlia di Bruno Verdocchi, quella meno esasperata, sia quella che offre la migliore interpretazione.
Il personaggio di Lillo, qui presente sotto altro nome, è passato dalla televisione e dai programmi streaming al cinema, dove continua a portare avanti questa figura di persona impacciata, pasticciona ma di buon cuore che evidentemente è gradita al pubblico e ha successo.
Per il resto l'unico perno di trama è quello su cui poi vengono costruite attorno le scenette comiche, ma - e qui non mi sento di obiettare - la natura di prodotto leggero di questo film porta a questa scelta di trama, peraltro vista in molte altre commedie.
Anche il discorso carcerario è trattato in maniera molto giocosa, come se fosse solo una tappa inevitabile del percorso. Giocosa come era peraltro anche la visione di The Blues Brothers. Non vedremo dunque personaggi disperati per la loro situazione o redenzioni di Shawshank. Alla fine questo film si incentra sul rapporto padre/figlia, trattato un po' all'americana e molto all'italiana.
Non è un film usa e getta: rimane qualcosa da vedere se si ha tempo libero e non si vuole impegnare troppo la mente.

sabato 18 aprile 2026

Italians do it better? 73: Il Ragazzo Invisibile - Seconda Generazione (2018)


Le saghe supereroistiche sono concepite per non chiudersi al primo capitolo, salvo sporadiche eccezioni. Le saghe supereroistiche, sia al cinema che sulla carta, proseguono sin quando è possibile con nuovi episodi da dare in pasto al pubblico.
Appare dunque confortante che Il Ragazzo Invisibile pochi anni dopo l'uscita del primo film abbia un secondo capitolo, Il Ragazzo Invisibile: Seconda Generazione, diretto da Gabriele Salvatores, scritto da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e distribuito nei cinema nel gennaio 2018.
Sono passati alcuni anni dagli eventi del primo film quando Michele Silenzi (Ludovico Girardello) fa la conoscenza di una nuova compagna di classe, Natasha (Galatea Bellugi). Costei è in realtà sua sorella e lo porta dalla loro madre, Yelena (Ksenia Rappoport).
Le due donne gli chiedono di compiere una missione insieme a loro: indagare su un uomo di nome Igor Zavarov (Kristof Konrad), il quale sta rapendo alcuni superesseri per ragioni sconosciute. Tra questi vi è anche il padre di Michele e Natasha.
Michele, che ha perso di recente la madre adottiva a seguito di un incidente, è ben felice di riunirsi alla sua famiglia e accetta la missione, ma ben presto scopre che c'è qualcosa che non quadra.
Le saghe supereroistiche, pur ambientate in universi immaginari, attingono spesso alla realtà, reinterpretandola per scopi narrativi, sin dai tempi di Stan Lee e Jack Kirby. Ecco dunque che - quanto accennato nel primo capitolo - qui viene approfondito ed espanso.
I superesseri di queste due pellicole sono gli ultimi figli pre-Perestrojka e riflettono lo scenario che vedono i potenti russi cercare di dominare quel mercato economico globale, invece che pensare solo alla propria nazione, a scapito di altri paesi.
In contrasto a loro vi è la nuova generazione, quella cresciuta con diversi valori e integrata in una differente società: si rinnovano dunque le dinamiche di contrasto tra genitori e figli. E il riconciliamento del protagonista con un passato che non ha mai conosciuto e una sorella di cui in principio non comprende la personalità.
La famiglia di Michele è di origini russe e disfunzionale, ma cerca in maniera disperata di restare unita. Sembra di vedere il film Black Widow qualche anno prima che esca il film su Black Widow, anche se le dinamiche familiari applicate ai supereroi e ai superpoteri erano già prerogativa dei due signori sopra menzionati sessant'anni fa.
Le saghe supereroistiche, sia al cinema che sulla carta, proseguono sin quando è possibile con nuovi episodi da dare in pasto al pubblico. Questa seconda pellicola lascia qualche punto in sospeso, nulla di trascendentale sia chiaro, che però a quanto pare non verrà mai approfondito. Ormai appare passato troppo tempo per cercare di chiudere il cerchio con un terzo e conclusivo capitolo, nella migliore delle tradizioni.
Rimane comunque apprezzabile che si sia tentato di esplorare questo genere, alla nostra maniera ma non solo, di solito prerogativa del cinema americano.

sabato 11 aprile 2026

Italians do it better? 72: Il Ricco, il Povero e il Maggiordomo (2014)


Se c'è una caratteristica classica e costante dei film interpretati da Aldo Baglio, Giacomo Poretti e Giovanni Storti è il fatto che questi tre attori interpretano nient'altro che loro stessi.
Qualunque sia il ruolo, la classe sociale o le particolarità dei personaggi che vanno a rappresentare, i tre vi infondono le loro peculiari personalità - qualcosa che hanno mutuato dagli sketch teatrali - tanto che nemmeno sullo schermo cambiano il loro nome, per dare maggiore sicurezza allo spettatore. Per dirgli che, sì, sta vedendo i tre comici che ha tanto amato in televisione di nuovo all'opera, stavolta sul grande schermo.
Questo si conferma anche in Il Ricco, il Povero e il Maggiordomo, diretto da da Aldo Baglio, Giacomo Poretti, Giovanni Storti e Morgan Bertacca, scritto da da Aldo, Giovanni e Giacomo, Morgan Bertacca, Valerio Bariletti e Pasquale Plastino e distribuito nei cinema nel dicembre 2014.
Giacomo Poretti è un ricco e arrogante uomo d'affari milanese che sfrutta le economie degli stati meno facoltosi per arricchirsi con investimenti tecnicamente a basso rischio. Al suo fianco c'è il fedele maggiordomo Giovanni, al suo servizio da anni e appassionato di spade e samurai.
Un giorno i due, dopo aver svoltato in una strada con divieto d'accesso, investono Aldo, un venditore ambulante abusivo in fuga dalla polizia. Per non trascinare la cosa per le lunghe, Giacomo gli promette una cospicua (per Aldo) somma di denaro al fine di evitare di essere denunciato.
Da questo momento le esistenze dei tre, che paiono destinate a separarsi subito dopo, diventano sempre più intrecciate e ognuno di loro avrà modo di vedere la propria vita cambiata.
Il film parte da un argomento iperclassico, presente anche prima dei tempi di Mark Twain, che ha segnato comunque un epoca con Il Principe e il Povero: lo scambio di ruoli. Seppur con presupposti differenti, il ricco Giacomo scoprirà - dopo un'avversa situazione capitatagli - il differente mondo di Aldo e viceversa, con Giovanni - il quale rappresenta una sorta di ponte tra questi due mondi - preso nel mezzo.
Non vedremo comunque, né credo siano richieste in questo contesto, seriose analisi sulle differenze sociali o le problematiche delle classi meno abbienti. Semplicemente, questa è la storia di tre estranei che, per sventure casuali ed eventi di varia natura altrettanto casuali, arriveranno a diventare amici, scoprendo di essere non così distanti come pensavano. Aiutandosi così l'un l'altro per superare le reciproche difficoltà.
Il tutto, ovviamente, contornato da varie scenette comiche, con in più qualche piccolo elemento di malinconia che però non scalfisce più di tanto l'atmosfera di giocosa serenità che pervade l'intera pellicola. E qualche piccolo omaggio al cinema americano, come Kill Bill Vol. 1 e le versioni americane dei film di samurai, almeno quelle che si riconoscono a prima vista.
A parte Aldo, che rimane fedele a sé stesso, credo che Giacomo e Giovanni abbiano qui leggermente esasperato per motivi narrativi le loro personalità, di modo tale che il venire calati in un'atmosfera del tutto diversa attivi in loro il necessario cambiamento. Cambiamento che rassicura infine lo spettatore.
E gli conferma una volta di più che, sì, sta vedendo i tre comici che ha tanto amato in televisione di nuovo all'opera, stavolta sul grande schermo. E li vedrà ancora.

venerdì 3 aprile 2026

Italians do it better? 71: Adagio (2023)


I film di "gangster" si sono evoluti dai tempi di Edward G. Robinson. A quel tempo era chiaro il confine: i gangster erano il male assoluto, mentre i poliziotti e le autorità erano nel giusto e incorruttibili. Anche se la realtà era a volte diversa, il cinema era netto su questo punto.
Il passare dei decenni ha mutato questa visione. Chi compie atti criminali può essere giudicato e condannato, ma si iniziano anche a valutare le sue motivazioni, che l'hanno portato a compiere quei crimini. Il Padrino è forse il primo film a infrangere le regole, in tal senso.
Anche il di solito buonista cinema italiano ogni tanto si adegua a questa visione. Come in Adagio, diretto da Stefano Sollima, scritto da Stefano Sollima e Stefano Bises e distribuito nei cinema nel dicembre 2023.
In un locale di Roma, città preda di numerosi, brevi blackout dovuti a un caldo asfissiante, si trova il giovane Manuel Coretti (Gianmarco Franchini). Costui si è messo nei guai con un reparto corrotto dei carabinieri, che per non mandarlo in carcere lo ha incaricato di riprendere in quel locale un influente uomo politico in atteggiamenti compromettenti.
Il ragazzo filma tutto, venendo però poi preso dal panico, e fugge. Certo che i carabinieri corrotti andranno alla sua caccia, cerca l'aiuto di ex compari di suo padre - ora confinato a casa in stato demenziale - Mario Coretti (Toni Servillo).
Ovvero Polniuman (Valerio Mastandrea) e Romeo Baretta detto il Cammello (Pierfrancesco Favino), i quali hanno subito gravi perdite per questo. Polniuman ha perso la vista, mentre il Cammello è stato per molti anni in carcere a seguito di una rapina fallita in cui è rimasto ucciso suo figlio.
La caccia all'uomo ha infine inizio e rischia di non risparmiare nessuno.
Partiamo con l'ambientazione, che è molto particolare. Non saprei dire se originale, ma di certo è qualcosa che si è visto di rado. Se la città, Roma, è consolidata, è ciò che la caratterizza che risalta. Sembra un vero e proprio girone infernale: una serie continua di blackout con gli incendi a procurare le poche luci nella metropoli.
Echi di Blade Runner, ma qui non siamo in un futuro alternativo, perché quel futuro vaticinato da Ridley Scott e Philip Dick si è rivelato peggiore.
E in un girone infernale non possono che essere presenti dei peccatori. Nessuno dei protagonisti di questa storia è un eroe, ma non tutti sono cattivi allo stesso modo.
Vi sono cattivi, persone spietate senza possibilità di appello come i carabinieri corrotti o il padre di Manuel (potete intuire quale sarà il loro destino finale), ma anche peccatori che hanno provato non a rimettersi sulla retta via, bensì più semplicemente ad abbandonare la vecchia strada, cosa che li ha lasciati più tormentati e disperati di prima. Poiché ora devono confrontarsi coi loro peccati passati per cui hanno già pagato un caro presso.
Pierfrancesco Favino continua nella sua opera di trasformismo, vista soprattutto in Hammamet. Qui si riconosce a fatica all'inizio: pieno di escoriazioni in volto, privo di capelli e che parla con un tono di voce molto basso (forse un po' troppo basso, in un paio di punti non l'ho proprio sentito).
La sua è la figura più tormentata, quella che alla fine è al centro della scena e sancirà il destino finale di molti personaggi, anche se lui non lo vuole.
Ma può esserci via di fuga da questo girone? Si può davvero abbandonare una strada criminosa percorsa per molto tempo? Il film dà una risposta netta e chiara in tal senso, ma lascia anche un senso di speranza. Per quelle giovani generazioni che hanno ancora possibilità di cambiare. Di rivelarsi migliori di chi li ha preceduti.

domenica 29 marzo 2026

Italians do it better? 70: Il Capitale Umano (2014)


Quanto vale una vita? La risposta immediata sarebbe che una vita non ha prezzo, essendo di per sé unica. Ma in un mondo che diventa sempre più materiale, si è arrivati al punto - in determinati e specifici contesti - di quantificare anche quanto può valere un'esistenza umana.
E quanto da ciò alcuni possano trarne giovamento. Come accade in Il Capitale Umano, diretto da Paolo Virzì, scritto da Paolo Virzì, Francesco Bruni e Francesco Piccolo e distribuito nei cinema a partire dal gennaio 2014.
Dopo che si è concluso un evento a cui ha lavorato, un cameriere sta tornando a casa con la sua bicicletta quando viene investito da un SUV. Un evento drammatico, non dissimile da altri tragici incidenti, ma attorno a ciò che è capitato ruotano le esistenze di alcune persone.
Quella di Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), un agente immobiliare desideroso di entrare a far parte della bella società.
Quella di Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), una donna ricca ma annoiata che cerca di salvare un teatro da lei frequentato in passato, prima che venga abbattuto.
E infine quella di Serena (Matilde Gioli), figlia di Dino, la quale vive una complicata relazione con Luca Ambrosini (Giovanni Anzaldo), accusato di essere uno spacciatore.
Uno di loro era forse alla guida del SUV. Oppure no e uno di loro sta proteggendo qualcun altro. Ma le loro esistenze ne risulteranno, infine, profondamente cambiate.
Verrebbe da dire che l'incidente che dà il via alla trama sia in realtà solo un pretesto per andare a esaminare le vite dei tre protagonisti principali, tramite un uso continuo di flashback e flashforward, e forse non saremmo troppo lontani dalla realtà.
Vite in cui vi è un grande vuoto che sembra impossibile da colmare. A partire da Dino Ossola, interpretato in maniera splendida, che dietro una maschera da persona a cui piace ridere e scherzare nasconde in realtà un profondo risentimento verso coloro che ce l'hanno fatta e sono nell'alta società, pur chiedendo il loro aiuto.
Eppure dei fallimenti che ha conseguito può incolpare solo sé stesso e alla fine si vedrà qual è la sua vera natura. Paradossalmente una figura molto umana, poiché è una di quelle che sicuramente abbiamo incontrato almeno una volta nella vita.
Vi è poi Carla Bernaschi, che in principio è sicura di poter contare sull'affetto e sul sostegno del proprio compagno. Fino a che capisce che in realtà lui non la considera affatto e non tiene conto dei suoi consigli, portandola a compiere un'invisibile rottura del rapporto. Poiché essa stessa è divenuta invisibile ai suoi occhi.
E infine vi è Serena. Forse l'unica persona innocente e che agisce in nome di ciò che considera un bene, almeno in principio, ma che non può nascondere per sempre i peccati altrui di cui si è fatta carico.
Intorno a loro vi è un mondo fatto di corruzione, finto perbenismo, viscide ambizioni e mancanza di empatia. Un mondo in cui a poco a poco la vita umana perde di significato, fino a poter essere appunto quantificata.
Per capire quale sia questo capitale umano, dietro cui si maschera l'ipocrisia delle persone ipocrite che davanti agli altri fingono ciò che non sono, rivelando solo nelle ombre (im)morali del loro animo la loro vera natura.

sabato 28 marzo 2026

Italians do it better? 69: Noi e la Giulia (2015)


Rappresentare certi caratteri italiani appare abbastanza semplice, dopotutto li possiamo incontrare anche nella vita di tutti i giorni. E adattarli, e semplificarli per il cinema, talvolta si rivela ancora più semplice. Si usano personaggi e caratteristiche consolidate, le si mischia un po' e li si pone di fronte a qualcosa che non conoscono e che si ritrovano costretti ad affrontare.
Questo accade in Noi e la Giulia, diretto da Edoardo Leo, scritto da Edoardo Leo e Marco Bonini e distribuito nei cinema nel febbraio 2015.
Diego Rebecchini (Luca Argentero), Claudio Felici (Stefano Fresi) e Fausto Amedei (Edoardo Leo) decidono di abbandonare la caotica vita di città, dopo alcune delusioni e perdite, per trasferirsi in campagna e aprirvi un agriturismo.
Tutti e tre, all'insaputa dell'altro, affittano lo stesso immobile e quando si accorgono delle ingenti spese per la ristrutturazione decidono di formare una società tra loro. A loro si unisce ben presto Sergio (Claudio Amendola), un vecchio comunista che ancora crede in questo ideale.
Le cose si complicano quando giunge, a bordo di una Fiat Giulia, Vito (Carlo Buccirosso), il quale agisce per conto della camorra e richiede il pizzo. Rischiando così di distruggere il sogno dei quattro uomini prima ancora che sia iniziato.
Pur trattando un tema serio, in questo caso siamo dalle parti della commedia pura. A partire dai personaggi stessi, che riprendono caratteri italiani (il vecchio comunista che vive nel passato, il destrorso ignorante, l'uomo depresso per via della fine del matrimonio, il depresso cronico) e li esasperano un po', direi un bel po', per fini narrativi.
Questo per creare dinamiche di contrasto tra personalità così differenti che causino delle situazioni comiche di immediato effetto, le quali vengono affidate al mestiere degli attori.
Tutto questo in un contesto che richiama un desiderio nascosto, o dichiarato, di molte persone e in cui quindi molti si possono rispecchiare: abbandonare la vita caotica della città, rifugiarsi in campagna e lì rifarsi una vita, con la convinzione che questo possa migliorare la nostra esistenza. Ma anche così i problemi e i pericoli della società moderna giungono implacabili.
Cosa che consente di introdurre il tema serio della pellicola, l'ingerenza delle bande criminali nelle piccole attività commerciali indifese, seppur venga trattato in maniera non troppo opprimente (questa è una commedia, dopotutto): quindi diciamo in maniera seriosa, costruendovi attorno una storia fatta di insolite alleanze, qualche momento surreale e un piccolo messaggio di inclusività.
Più in generale, questo film vuole rappresentare quella che dovrebbe essere la ribellione del cittadino comune di fronte alle grandi ingiustizie. Ingiustizie che dovrebbero annullare le differenze e i contrasti che ci possono essere (di natura politica, razziale, caratteriale, ecco dunque perché si sono utilizzate quelle personalità consolidate) per allearsi in nome di un bene comune.
Un messaggio semplice, rassicurante. Diretto e immediato, che arrivi subito allo spettatore. E che consente di vedere una nuova alleanza tra Pietro Zinni e Alberto Petrelli di Smetto Quando Voglio.

domenica 22 marzo 2026

Italians do it better? 68: Il Ragazzo Invisibile (2014)


In mancanza di supereroi nostrani da poter sviluppare in ambito cinematografico (tanto che le attenzioni sono state dirottate su un personaggio pur molto importante come Diabolik, oppure su Dampyr in ambito Bonelli), il cinema non si è certo arreso, dopo che i film di supereroi sono diventati di moda col Marvel Cinematic Universe, ma lo ha fatto in maniera non ridondante e ripetitiva.
Se le prime e inevitabili pietre di paragone sono Lo Chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out, vi è stata una produzione che ha preceduto entrambi questi progetti. Si tratta de Il Ragazzo Invisibile, diretto da Gabriele Salvatores, scritto da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e distribuito nei cinema nel dicembre 2014.
Michele Silenzi (Ludovico Girardello) sembra un ragazzo e uno studente come tanti altri, ma non lo è. Ritrovato quando era ancora un neonato sulla porta di casa da una donna di nome Giovanna (Valeria Golino), è stato da costei adottato - anche se questa verità non gli è mai stata rivelata - e poi inserito in società.
Ma Michele è un ragazzo speciale e un giorno, guardandosi allo specchio, scopre di essere diventato invisibile. In principio utilizza queste capacità per scopi personali, ma ben presto il ragazzo si ritrova coinvolto in un caso concernente alcune sparizioni di suoi compagni di scuola che fanno capo a un'organizzazione che potrebbe avere a che fare con le sue origini. E rivelargli chi sono i suoi veri genitori.
Questa è quella che si chiama una origin story. Viene presentato l'eroe, e i personaggi di contorno, il quale scopre di avere superpoteri che (così come fece Spider-Man su Amazing Fantasy 15) inizia a utilizzare dapprima per scopi egoistici, salvo poi scoprire che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità".
Il modello di riferimento non è comunque solo Spider-Man, ma in generale tutti quei supereroi adolescenti che non hanno ancora trovato una propria identità personale e la cui scoperta dei superpoteri li aiuta a capire chi possono diventare.
Quindi siamo un po' lontani dalle atmosfere de Lo Chiamavano Jeeg Robot, che sarebbe peraltro uscito l'anno successivo, ed è meglio così. Il pubblico di riferimento è quello più giovane, ma anche quello maturo può trovare un interesse a guardare la pellicola.
Oltre alla scoperta della vera identità per Michele Lorenzi, il film tenta di ritrarre quello che è il disagio giovanile odierno, o meglio di poco più di dieci anni fa, e di come la caduta del blocco sovietico e il disastro di Chernobyl abbiano profondamente cambiato quella nazione, trascinandola nella corruzione e nella depravazione.
Il tutto fatto ovviamente in maniera cinematografica: in questa finzione un simil-Chernobyl è stato il cosiddetto Evento Bianco che ha dato ad alcune persone dei poteri che hanno poi trasmesso ai loro figli.
La pellicola si chiude con alcune rivelazioni e dei punti in sospeso che non vengono volutamente approfonditi, poiché è evidente che - come nelle migliori saghe di supereroi - vi sarà un seguito che andrà a dare un chiarimento alle domande rimaste senza risposta.

sabato 21 marzo 2026

Italians do it better? 67: La Ragazza nella Nebbia (2017)


Decenni fa, il genere giallo/thriller era uno di quelli su cui il cinema italiano prosperava, con decine di produzioni all'attivo. Pur essendovi stati film pregressi, sono stati due grandi maestri come Mario Bava e Dario Argento a rinnovare questo genere e renderlo popolare in Italia.
Dopodiché, soprattutto negli anni '70 del ventesimo secolo, esso è stato davvero onnipresente, con epigoni vari dei due registi, oppure produzioni davvero ben fatte quali quelle di Lucio Fulci o Umberto Lenzi (solo per citarne un paio, l'elenco dovrebbe essere più lungo).
Nei due decenni successivi, però, questo genere è divenuto in maniera progressiva sempre meno trattato, fino a scomparire quasi del tutto, con solo un film ogni tanto che usciva nelle sale. Uno dei tanti generi surclassato dalle commedie. Mentre, al contempo, la letteratura gialla nel nostro paese vedeva un emergere di grandi scrittori e opere, quali Andrea Camilleri, Renato Olivieri e decine di altri autori.
Uno di questi è Donato Carrisi, il quale ha poi iniziato a curare degli adattamenti cinematografici delle proprie opere. Il primo è La Ragazza nella Nebbia, scritto e diretto da Donato Carrisi e distribuito nei cinema nell'ottobre 2017.
In un piccolo paese dell'Alto Adige, durante il periodo natalizio una ragazza di nome Anna Lou Kastner - appartenente a una famiglia che frequenta un'organizzazione religiosa radicale - scompare letteralmente nel nulla. Delle indagini viene incaricato l'ispettore Vogel (Toni Servillo), che deve riscattare la sua credibilità dopo che ha fatto condannare un uomo innocente ritenendolo un attentatore dinamitardo.
Da alcuni elementi e intuizioni, Vogel capisce ben presto che la ragazza è stata con ogni probabilità uccisa, ma non trova alcuna prova significativa al riguardo. Fino a quando una giornalista lo indirizza da uno studente che aveva una cotta per Anna Lou e la riprendeva frequentemente. E in queste riprese c'è un elemento ricorrente.
Vogel arriva così a identificare il sospettato principale. Ed è proprio in quel momento che il vero incubo ha inizio.
Bisogna innanzitutto evidenziare l'ambientazione che si è scelta per questa storia. Non una grande metropoli con il proprio caos e i propri problemi, ma nemmeno la classica cittadina di provincia (così amata dai nostri media quando altre notizie scarseggiano), bensì qualcosa di poco sfruttato: una comunità montana con poche centinaia di abitanti. Dove l'angoscia e la solitudine la fanno da padroni, mentre una nebbia fitta cala durante la notte e impedisce di vedere il male che entra in azione.
Vi è poi il protagonista, l'ispettore Vogel: non il classico detective integerrimo descritto nei libri. Una persona determinata, sì, ma anche fallibile, e che non si fa scrupolo a gettare una persona in pasto ai media nella speranza che commetta un errore. Una personalità sfaccettata e complicata, ben resa da Toni Servillo in tutte le sue ambiguità.
La storia segue due linee temporali: la prima coinvolge Vogel e le sue indagini, la seconda riguarda le azioni del sospettato principale. Due linee che vanno poi a convergere e a formare un confronto tra Vogel e il sospettato, un confronto simile a Insomnia di Christopher Nolan (che qualche punto di contatto con questa pellicola ce l'ha). Un confronto tra due persone guidate dall'egoismo e dall'ambizione.
Con una risoluzione che non sarebbe dispiaciuta ad Agatha Christie e un'apparente discesa nel grottesco e nel macabro nell'ultima parte, il film ritrae un mondo decaduto e corrotto, dove le persone hanno perso del tutto l'empatia. I poliziotti, gli abitanti del posto, i giornalisti: ognuno procede dritto per la propria strada, senza curarsi delle possibili conseguenze. E alla fine le vere vittime, la ragazza e i suoi genitori, sembrano per loro qualcosa di accessorio.
Curiosi e apprezzati, infine, due cameo di attori non italiani, Greta Scacchi e Jean Reno, molto bravi pur nei pochi minuti in cui compaiono.
Forse il genere giallo/thriller non è più preminente come un tempo nel cinema italiano, ma fa piacere vedere ogni tanto produzioni del genere, che ci ricordano la capacità del nostro cinema di saper spaziare in altri campi. E farlo con maestria.

domenica 15 marzo 2026

Italians do it better? 66: Un Mondo a Parte (2024)


A volte nei telegiornali - è una di quelle cose cicliche che ogni tanto tornano - appare la notizia di una scuola destinata a chiudere presto i battenti, in quanto si trova in un piccolo comune e i bambini che frequentano le lezioni non sono sufficienti, forzandoli dunque a recarsi in altre scuole, spesso distanti alcuni chilometri.
Partendo da questa tematica, si affrontano vari altri argomenti in Un Mondo a Parte, diretto da Riccardo Milani, scritto da Riccardo Milani e Michele Astori e distribuito nei cinema nel marzo 2024.
Michele Cortese (Antonio Albanese) è insoddisfatto del suo lavoro di insegnante a Roma, vittima della maleducazione dei bambini e dei genitori che se la prendono con lui per le cose più insignificanti. Quando, dunque, gli viene assegnato un nuovo posto in un piccolo comune dell'Abruzzo, Rupe, accetta con gioia.
Questo piccolo paese conta poco più di 370 abitanti e vi è una sola classe elementare, che accoglie alunni di differenti età che quindi devono studiare cose differenti. Nonostante questo e la presenza di lupi e orsi nelle vicinanze, Michele appare felice della nuova sistemazione e si ambienta in breve tempo, per la sorpresa della vicepreside della scuola Agnese (Virginia Raffaele).
Tuttavia, la burocrazia e alcune persone ostili a questa situazione si apprestano a infrangere il sogno di Michele.
La pellicola, partendo da un fatto di cronaca acclarato, si amplia poi per descrivere quello che davvero è un mondo a parte, per varie ragioni, dove nevica fortemente in inverno e le temperature precipitano, salvo poi alzarsi in maniera significativa d'estate. E passa poi a parlare di altri argomenti, oltre al diritto di ricevere un'istruzione.
Il tutto ruota attorno a due persone sconfitte dalla vita: Michele, per essere costretto a fare un lavoro degradante e non aver mai concluso nulla di significativo, Agnese perché è stata tradita dal marito e si ritrova a dover gestire molte responsabilità senza alcun tipo di aiuto. L'incontro tra queste due personalità, così lontane e così vicine, li farà inevitabilmente avvicinare.
La particolarità di questo film, inoltre, è che oltre agli attori che interpretano questi due personaggi, gli altri protagonisti sono in buona parte attori non professionisti, residenti del posto in cui sono state effettuate le riprese.
Anche se confesso che a volte non capivo cosa dicesse Virginia Raffaele con quello strano dialetto abruzzese.
Il film, tuttavia, non si limita solo a questo, ma ne approfitta per parlare di svariati argomenti come l'inclusione, l'accogliere e aiutare le persone più sfortunate, il concetto di famiglia allargata in quest'era moderna e, già che ci siamo, pure di problemi di natalità e crescente urbanizzazione a discapito dei centri abitati più piccoli.
Lo fa con quell'atteggiamento lieve dei film commedia, che non va ad approfondire l'argomento, ma lo presenta allo spettatore con una posizione buonista lasciando poi il giudizio finale alla singola persona.
Gli argomenti trattati non si rivelano poi così eccessivi, poiché ogni elemento di trama trova il suo giusto spazio, non lasciando mai che prevalga sul rapporto tra Michele e Agnese, il quale è il perno dell'intera storia. Sono una sorta di deus ex machina che riesce a risolvere i vari problemi che si presentano lungo la via.
La fine dell'anno scolastico porta con sé degli addii e delle nuove sfide, ma anche un nuovo mondo (a parte) che le persone - unite dal destino - hanno creato insieme nei mesi precedenti.

sabato 14 marzo 2026

Italians do it better? 65: Hammamet (2020)


Nel 2000 muore Bettino Craxi, divenuto a quell'epoca per la quasi totalità delle persone il simbolo di un vecchio modo di fare politica. Quello che includeva anche tangenti e raccomandazioni. Sì, ammetto che si potrebbe discutere sul definirlo "vecchio modo". Un sistema che non aveva escluso nemmeno chi aveva ricoperto la carica di Presidente del Consiglio per due volte.
Gli ultimi anni della vita di questo uomo politico vennero passati in esilio, nella città di Hammamet, in Tunisia, per impedire che venisse arrestato. Un esilio che agli occhi dell'opinione pubblica rovinò in maniera ulteriore la sua figura.
Sotto forma di allegoria, tale periodo viene ricreato in Hammamet, diretto da Gianni Amelio, scritto da Gianni Amelio e Alberto Taraglio e distribuito nei cinema nel gennaio 2020.
Da ormai alcuni anni il Presidente (Pierfrancesco Favino) risiede ad Hammamet. Tra i pochi a stargli vicino vi è la figlia Anita (Livia Rossi), che non ha mai smesso di credere in lui. Ormai, però, è lontano il periodo in cui era il leader di un importante partito politico e tutto il potere che era nelle sue mani è andato perduto a causa di alcune accuse di corruzione che gli sono piovute addosso.
Nonostante questo il Presidente, pur malato, cerca in tutti i modi di trovare una scappatoia per riacquisire il potere del passato, orripilato dallo scenario politico vigente.
I peccati del passato, tuttavia, si ripresentano sotto forma di Fausto Sartori (Luca Filippi), figlio di una persona che si è suicidata e che ha lasciato una lettera in cui incolpa il Presidente di ciò che ha fatto. Sartori vorrebbe uccidere il Presidente, ma costui lo prende sotto la sua tutela e inizia a raccontargli la sua vita ripreso da una telecamera.
La malattia del Presidente, nel frattempo, peggiora e l'unico modo per curarla con efficacia è ritornare in Italia.
Questa è una storia sugli ultimi mesi di vita di Bettino Craxi, ma non solo. Non sfugge che durante tutto il film il suo nome non venga mai pronunciato in maniera esplicita e venga sempre denominato, anche da chi gli parla, il Presidente. Anche le persone che ruotano attorno a lui o sono frutto di invenzione oppure si basano su persone realmente esistenti, ma a cui viene sempre cambiato il nome.
Questa figura diviene così una sorta di incarnazione di quel vecchio modo di fare politica in Italia, il vecchio establishment, che ormai sta appassendo e sta per scomparire del tutto.
Abbiamo quindi questa figura che tenta disperatamente di aggrapparsi a ogni possibilità di tornare sotto i riflettori, pur essendo ciò impossibile, che non perde occasione per lamentarsi della situazione politica in Italia e che resta convinto non tanto di aver agito nel modo giusto ma che non poteva comportarsi diversamente e quindi nulla gli può essere imputato.
Un personaggio, che ribadisco diventa una sorta di allegoria e si distacca in alcuni passaggi dall'uomo di riferimento, il quale in certi punti sfiora il grottesco e il surreale.
Pierfrancesco Favino, che già si era calato in maniera decisa nel suo personaggio in Il Traditore, effettua qui una trasfigurazione totale, arrivando - grazie al trucco e a un abile utilizzo della voce - ad assomigliare pienamente a Bettino Craxi. Tanto da creare una sorta di straniamento per questo deciso distacco tra attore e ruolo interpretato e per il fatto che il personaggio qui rappresentato sia più del semplice ex leader politico.
Forse un film che illustri quegli strani e particolari anni in cui Craxi era al potere e altre insolite figure politiche lo circondavano è ancora impossibile da realizzare, o meglio ancora non se ne sente la necessità. Quindi si è sfruttata questa allegoria per creare uno scenario differente, che non si limitasse solo a lui, ma includesse anche quel mondo in cui molti di noi hanno vissuto.
Un mondo che a distanza di tanti anni ci sembra essere stato una sorta di illusione. E invece è esistito davvero.

domenica 8 marzo 2026

Italians do it better? 64: Una Terapia di Gruppo (2024)


Per quanto sia di certo una frase banale, una buona parte di italiani paiono avere un rapporto complicato e al tempo stesso molto stretto con la psicologia (che è diversa dalla psichiatria, un po' più seria). E così anche gli americani. E il cinema non può che seguire questa tendenza.
Così, che si tratti di Bill Murray che cerca il proprio terapista anche quando costui è in vacanza o Carlo Verdone che con altri effettua una terapia di gruppo a causa della morte di chi li stava seguendo, la psicologia e ciò che ruota attorno ad essa ogni tanto ritornano.
Come accade in Una Terapia di Gruppo, scritto e diretto da Paolo Costella e distribuito nei cinema nel novembre 2024. La pellicola è il remake di un film spagnolo di alcuni anni prima.
Sei persone si ritrovano nello stesso momento nello studio di uno psicologo, il dottor Stern. Sono Federico (Claudio Bisio), affetto da sindrome di Tourette, Annamaria (Margherita Buy), maniaca del controllo, Emilio (Claudio Santamaria), ossessionato dal contare le cose, Bianca (Valentina Lodovini), esasperata dall'igiene e dalla pulizia, Otto (Leo Gassmann), malato di tecnologia che non si stacca mai dal proprio cellulare, e infine Lilli (Ludovica Francesconi), che ripete spesso le frasi e cerca di non passare sopra le righe dei pavimenti.
I sei avrebbero dovuto fare sedute separate, ma per un errore del sistema è stato assegnato loro lo stesso giorno e lo stesso orario di visita. Confusi dalla situazione che si è venuta a creare, e col Dottor Stern che non si sa quando tornerà, cominciano dunque quasi per caso una terapia di gruppo, cercando di venirsi incontro l'un l'altro e provare almeno a smorzare per pochi minuti le loro ossessioni.
Un esperimento che pare destinato a fallire sin dal principio.
Come nel film di Carlo Verdone, anche in questo caso abbiamo una terapia di gruppo e per la seconda volta è presente Margherita Buy (sarà appassionata di questa tematica).
Quello che appare subito evidente è che i protagonisti sono persone sì frenetiche, ma tale frenesia è dovuta all'accelerazione che il mondo moderno oggi impone, dove bisogna sempre correre.
Non abbiamo infatti disturbi bipolari o problemi di identità. I mali attuali sono la FOMO, il bullismo, la competizione tra colleghi sul luogo di lavoro e fuori dal luogo di lavoro, il finto senso di appartenenza a una famiglia sotto forma di società. Ma vi sono anche temi "classici" come la perdita di un genitore o l'essere vicini alla propria famiglia.
Ovviamente questo non è un trattato psicologico, né si impone di esserlo. Alla fine il senso del film, per quanto banale, è che nei momenti di difficoltà bisogna aiutarsi l'un l'altro, poiché a volte da soli non è possibile farcela.
Per raggiungere questo obiettivo di trama, i personaggi - a vari livelli - vengono notevolmente esasperati, giungendo in un paio di punti a livelli quasi caricaturali. Questo per aumentare il senso di commedia che si vuole creare attorno a loro e soprattutto per non rendere l'atmosfera troppo opprimente. Attori abili come Claudio Bisio o Margherita Buy, tuttavia, riescono a compensare col loro mestiere.
Inoltre, bisogna andare oltre, anzi occorre proprio voltarsi dall'altra parte, certi aspetti di trama che non vengono volutamente spiegati. Tutti i pazienti ad esempio vanno dal dottor Stern, ma nessuno sa che volto abbia o l'hanno cercato online, tanto da annullare in parte una rivelazione che giunge a due terzi della pellicola.
Il rapporto degli italiani con la psicologia continua a restare complicato e al tempo stesso molto stretto, ma almeno nei film i problemi vengono risolti: è un buon punto di partenza.

sabato 7 marzo 2026

Italians do it better? 63: La Città Proibita (2025)


Il cinema di arti marziali. Un genere rimasto una prerogativa perlopiù dei paesi orientali e che tra gli anni '70 e '80 del ventesimo secolo ha vissuto un grande momento di gloria grazie a celebri nomi quali Bruce Lee e Jackie Chan. Anche gli Stati Uniti, chiaramente, non si sono lasciati sfuggire l'occasione di capitalizzare su questo tipo di produzione, adattandola alla propria sensibilità.
Il cinema di arti marziali è uno dei pochi generi, tuttavia, che il cinema italiano non abbia a un certo punto fatto proprio e reinventato, come accaduto per il western o il thriller, ad esempio. Con poco timore di smentita, di certo per via delle troppe differenze culturali che sussistevano e sussistono tra i due mondi (si fa fatica a comprendere la società orientale ancora oggi, figuriamoci decenni fa).
Ma esiste almeno un'eccezione ed è La Città Proibita, diretto da Gabriele Mainetti, scritto da Gabriele Mainetti, Stefano Bises e Davide Serino e distribuito nei cinema nel marzo 2025.
La giovane Mei (Yaxi Liu), educata fin da bambina alle arti marziali, giunge a Roma per ritrovare la sorella scomparsa Yun. Le tracce portano a un ristorante cinese, copertura per varie attività criminali, gestito dal sinistro Wang (Chunyu Shanshan).
Costui è in lotta per il possesso del territorio e lo spaccio di droga con un esponente della criminalità romana, Annibale (Marco Giallini), il quale frequenta un ristorante romano gestito dal giovane Marcello (Enrico Borello), costretto a farlo per aiutare la madre in un momento di difficoltà, dal momento che il marito Alfredo (Luca Zingaretti) è scomparso nel nulla.
Mei e Marcello scopriranno che Yun e Alfredo avevano una relazione e il mistero legato alla loro scomparsa darà vita a una tremenda guerra tra bande nel cuore di Roma, segnando per sempre le vite dei due giovani.
Abbiamo accennato che decenni fa vi erano distanze culturali, oltre che di chilometri, tra la società italiana e quella orientale. Anche se vi erano già dei punti di contatto, e non parliamo solo dei ristoranti, seppur visti in maniera stereotipata (si pensi a una celebre scena del primo Fantozzi).
Ma questo era appunto decenni fa. Oggi siamo profondamente immersi nella cultura orientale da ogni punto di vista artistico (cinema, fumetti, libri) e quelle distanze si sono accorciate, per non dire del tutto annullate. Uno dei pregi o dei difetti a seconda dei punti di vista della globalizzazione e del progredire della tecnologia.
Tanto che vedere un vero e proprio film incentrato sulle arti marziali nel cuore di Roma non ci appare per nulla strano, anzi, è del tutto plausibile nel contesto attuale dove la cultura orientale è presente anche nelle piccole città, perché non è tutto limitato solo ai ristoranti etnici o ai mercatoni.
Il film opera una magnifica commistione dei due tipi di cinema, quello giapponese che si concentra su valori come il rispetto, l'onore e la vendetta per i torti subiti e quello italiano basato - tra le altre cose - sulle dinamiche familiari e le tragedie associate. Sono due mondi che si incontrano e si fondono, dando vita a un mix che, ripetiamo, di certo unico non è, ma è altrettanto di certo particolare e ben delineato.
E prima che si parli di inclusione eccessiva e politicamente corretto, le donne le davano di santa ragione agli uomini anche nei film che vedevano protagonisti Bruce Lee e Jackie Chan: come direbbero loro, non si tratta solo di una questione di forza, ma di uso di tecnica e abilità. Tanto che la parte "giapponese" a mio avviso risulta più interessante di quella italiana, basata su dinamiche che ben conosciamo ma non per questo da ritenere noiosa.
Un esperimento dunque, per quanto mi riguarda, ben riuscito. E sarebbe interessante vedere qualcosa di analogo nel prossimo futuro.

sabato 8 novembre 2025

Italians do it better? 62: Il Traditore (2019)


In merito ai delittuosi fatti di mafia avvenuti nel 1992, dove a seguito di due attentati perirono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono già stati realizzati film e miniserie di un certo spessore.
Tuttavia c'è anche il rovescio della medaglia, ma non delle persone affiliate alla mafia o che la capeggiano (pur essendovi stati prodotti multimediali dedicati anche a loro), bensì di coloro che se ne sono allontanati. Arrivando poi a collaborare - su diversi livelli - con la giustizia.
I cosiddetti "pentiti" e il più celebre era Tommaso Buscetta, su cui è incentrato il film Il Traditore, diretto da Marco Bellocchio, scritto da Marco Bellocchio, Francesco La Licata, Francesco Piccolo, Ludovica Rampoldi e Valia Santella e distribuito nei cinema nel maggio 2019.
Tommaso Buscetta (Pierfrancesco Favino) segue in maniera rigida e precisa il presunto codice d'onore della mafia, ma inizia a notare una deriva che parte dal volersi espandere nel traffico della droga e non si fa scrupolo a un utilizzo di eccessiva violenza ai danni anche di persone innocenti e bambini.
Temendo per la propria vita, Buscetta si nasconde in America Latina, ma viene ritrovato ed estradato in Italia dove - divenendo l'obiettivo numero uno di Totò Riina - decide di collaborare con la giustizia e rivelare ciò che sa al giudice Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi).
Inizia così la stagione dei pentiti e dei maxiprocessi, che sconvolgerà la società italiana dando vita a un'escalation di violenza di cui anche Tommaso Buscetta rischia di rimanere vittima.
Ci sono pagine di storia italiana che sono note, ma per cui più narrazioni possono non risultare ridondanti. Quella che è stata la stagione delle stragi del 1992 ha così segnato in profondità la società italiana che si può comprendere come mai vi siano molti aspetti da analizzare.
E se le vite degli eroi che hanno pagato con la vita hanno ricevuto la giusta attenzione, quelle dei "cattivi" o di coloro che sono stati dalla parte sbagliata... meritano di essere altrettanto analizzate? Ogni persona ha luci e ombre nel proprio animo, ma alcune persone possono risultare del tutto dominate dall'oscurità.
Dopodiché vi sono le sempre più presenti zone di grigio. Il film ha uno stile che mixa con abilità sia un certo stile documentaristico (alcune scene sono riprese da eventi registrati con le telecamere nei tribunali e quindi riprodotti il più fedelmente possibile) sia il linguaggio cinematografico, che non viene certo abbandonato, in quello che è ad esempio il complicato rapporto tra Buscetta e Falcone nel corso degli anni o il ritratto di Buscetta stesso, che cambia col tempo.
Favino effettua una sorta di trasfigurazione totale nel personaggio, arrivando ad imitarne il più possibile l'aspetto e ricreando la sua stessa voce. Lo stesso fa Luigi Lo Cascio, il quale interpreta con maestria un altro personaggio realmente esistito dopo Giuseppe Impastato: Salvatore Contorno. A dimostrazione che dietro c'è stato un attento studio delle personalità e delle prove documentali.
Ne emergono pagine nere e oscure della storia italiana degli anni '70 e '80 del ventesimo secolo, quei due decenni che si è giunti quasi a mitizzare per la loro carica di libertà e passione, ma che in sé nascondevano anche degli aspetti critici che si faceva finta di non vedere, soprattutto ai più alti livelli del potere.
Si potrebbe pensare che progetti di questo tipo diano dignità a personaggi che nella loro vita hanno ucciso e fatto del male a molte persone? Il regista chiarisce chiaramente la sua posizione lungo tutto il film rendendo Falcone l'uomo integerrimo, che non ha paura di trattare con un ex mafioso, e Buscetta come una sorta di opportunista che, pur motivato da un legittimo desiderio di sopravvivere e collaborare, mette sé stesso al primo posto. Salvatore Contorno, invece, altro non appare che come un animo oscuro.
Il tutto suggellato dall'epilogo. Con Buscetta che immagina di uccidere una persona per cui ha atteso più di vent'anni e che prima proteggeva sé stessa utilizzando il proprio figlio come scudo. Lui che si vantava di seguire sempre un codice d'onore.
Vecchia mafia o nuova mafia, si rimane degli assassini, che eliminano delle persone per cui è stato emanato un ordine di uccisione che ormai non ha più validità. Non uomini d'onore, di certo.

domenica 12 ottobre 2025

Italians do it better? 61: Freaks Out (2021)


La via dei supereroi italiani, non così improbabile come si potrebbe pensare seppur non così frequente come si verifica negli Stati Uniti, ha trovato una prima linfa in Italia grazie a Lo Chiamavano Jeeg Robot e un altro paio di prodotti.
Un genere in cui non si investe molto, per ragioni economiche e di mancanza di coraggio, ma che torna a far capolino anche con prodotti "collaterali" come la trilogia su Diabolik oppure anche - dallo stesso team creativo del film succitato - con Freaks Out, diretto da Gabriele Mainetti, scritto da Gabriele Mainetti e Nicola Guaglianone e distribuito nei cinema nell'ottobre 2021.
Ci troviamo a Roma, nel 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale e quando la Campagna d'Italia deve ancora iniziare. In questo scenario quattro "freaks" dotati di strani poteri, Fulvio (Claudio Santamaria), Matilde (Aurora Giovinazzo), Cencio (Pietro Castellitto) e Mario (Giancarlo Martini) si ritrovano all'improvviso abbandonati dal proprietario del circo per cui lavorano, Israel (Giorgio Tirabassi).
Matilde, tuttavia, si convince che costui sia stato rapito e così i quattro improbabili eroi iniziano la loro ricerca nella capitale italiana assediata dai nazisti i quali a loro volta sono perseguitati dai partigiani capeggiati dal Gobbo (Max Mazzotta). I quattro restano così coinvolti in un conflitto che potrebbe decidere le sorti della guerra.
I fumetti di supereroi e la guerra sono stati intrecciati fin dagli albori di questo genere. In quella che è definita la Golden Age, colorati eroi come il primo Batman, Capitan America, la JSA e molti altri avevano come principale nemico l'esercito nazista e i suoi adepti.
Il film di Mainetti sembra voler definire un'era che nella nostra storia fumettistica - dominata da ranger texani e spericolati avventurieri - non vi è mai stata. Eppure anche il nostro passato, pur nei suoi aspetti bellici e drammatici più dolorosi, può offrire terreno per storie di questo genere. Ovviamente con un impatto moderno, dove emergono tematiche come la diversità, le persecuzioni razziali e religiose che persistono ancora oggi e la ribellione alle dittature.
Oltre a questo omaggio, voluto o forse no, a questo particolare genere supereroistico ve ne è un altro più marcato. Poiché, agli occhi del lettore abituale di fumetti, i quattro protagonisti possono richiamare versioni alternative, e italiane, degli X-Men.
In particolare l'epilogo della storia - con una battaglia finale che non sfigura affatto di fronte ad alcune produzioni MCU - sembra tenere conto in special modo de La Saga di Fenice Nera.
Gli X-Men sono stati concepiti come dei freaks, per proteggere un mondo che li teme e li odia, come accade agli artisti circensi di questa pellicola (anche Nightcrawler, per dire, ha avuto un passato da acrobata di un circo). E in questo clima di tensione hanno rafforzato i loro legami di amicizia e rispetto.
Lo stesso accade a Fulvio, Matilde, Cencio e Mario. Distanti in principio, accomunati solo dal lavoro che fanno, più forti e uniti che mai alla fine per via delle avversità che hanno dovuto affrontare.
Si citava la mancanza di coraggio. Ecco, il fatto che simili prodotti rimangano sempre bellissimi esperimenti, anche premiati, lo dimostra. Bisogna sapersi accontentare, dunque, e apprezzare ogni possibile deviazione che il cinema italiano odierno compie dal suo percorso abituale.