giovedì 29 luglio 2021

Fabolous Stack of Comics: Ghost Rider Cosmico Distrugge la Storia Marvel


Incredibile ma vero, il folle Ghost Rider Cosmico non smette di combinare disastri! Dopo la sua prima apparizione in Thanos Vince e la pubblicazione di una prima miniserie a lui dedicata, il personaggio ritorna in una nuova miniserie di sei numeri, pubblicata nel 2019 e intitolata Ghost Rider Cosmico Distrugge la Storia Marvel (Cosmic Ghost Rider Destroys Marvel History).
Sì, il titolo appare abbastanza emblematico. Gli sceneggiatori sono Nick Giovannetti e Paul Scheer, mentre la parte grafica è affidata a Gerardo Sandoval.
Per chi ancora non lo sapesse, il Ghost Rider Cosmico è un Frank Castle di una terra alternativa che ha stretto un patto con Mefisto ed è poi divenuto araldo di Galactus, per passare infine al servizio di Thanos alla fine dei tempi. E be', insomma, gli è partito il boccino (cit.).
Dopo aver invano cercato di uccidere Thanos quando era ancora un bambino, il Ghost Rider Cosmico inizia a vagare per il tempo e lo spazio lungo la storia del Marvel Universe, contribuendo - alla sua maniera - ad alcuni eventi importanti quali la nascita dei Fantastici Quattro o l'avvento della Forza Fenice.
Fino a che giunge a un giorno per molti insignificante, ma che per lui rappresenta tutto: il giorno precedente a quello in cui la sua famiglia viene uccisa a Central Park. Coi suoi poteri, il Ghost Rider Cosmico potrebbe facilmente sventare la tragedia... ma questo avrà qualche impatto sull'intero spaziotempo? E come deciderà di agire Uatu?
Questa è la prima storia del Ghost Rider Cosmico non ideata dal suo creatore, Donny Cates, e in maniera inevitabile si avverte. Scheer e Giovannetti decidono di concentrarsi in maggior misura sulla tragicità del personaggio, laddove Cates riusciva ad equilibrare al meglio anche la personalità folle del Ghost Rider Cosmico. Perché sì, il Ghost Rider Cosmico è in primo luogo un pazzo visionario in possesso di un potere smisurato ed è questo che lo rende affascinante.
Sul fatto che il Ghost Rider Cosmico abbia viaggiato lungo la storia Marvel fin dalla nascita dei Fantastici Quattro modificando più volte la linea temporale, non c'è troppo da preoccuparsi, aldilà del discorso linee temporali alternative, poiché alla fine potrebbe essere nulla più di lui che si vanta raccontando storie incredibili davanti alla sua famiglia o ai Guardiani della Galassia di imprese che non ha mai affrontato (o peggio, che la sua mente è convinta di aver affrontato, pur non avendolo fatto).
Insomma, boutade comiche, laddove invece nella prima miniserie vi era - e non poco - humour nero lungo tutto il percorso.
La storia dunque di per sé è poco incisiva, diventa qualcosa del tipo "Ghost Rider Cosmico che dice di fare cose...", tranne per la parte finale, ecco lì diventa interessante lo sviluppo che potrebbe causare in futuro. Se è davvero avvenuto, ovvio, e se non è l'ennesima boutade di questo pazzo visionario che ha nome Ghost Rider Cosmico.

martedì 27 luglio 2021

Libri a caso: Il Giallo di Montelepre


Ritorniamo nella Sardegna dei primi anni '60 del ventesimo secolo, insieme al Tenente dei Carabinieri Giorgio Roversi, a Luigi Gualandi e la sua famiglia allargata di Villa Flora, grazie al secondo romanzo del ciclo ideato da Gavino Zucca, pubblicato nel 2018 da Newton Compton Editori e intitolato Il Giallo di Montelepre.
È il dicembre del 1961, a Sassari, è passata poco più di una settimana dalla risoluzione del primo caso, Il Mistero di Abbacuada. Mentre tutti si preparano a festeggiare il Natale, il tenente Roversi riceve da Bologna la visita di Flavia Lanzerini, la quale è collegata all'evento che ha causato il suo trasferimento dal capoluogo emiliano.
Al contempo, la città è scossa dal brutale omicidio di un mendicante soprannominato Millomì: sembra in principio una banale rissa finita male, ma in realtà dietro il suo assassinio vi è un segreto rimasto sepolto per anni e che affonda le sue radici in un passato poco radioso per la terra sarda e per l'intera nazione.
Con l'ambientazione e il background di buona parte dei personaggi già definiti nel primo romanzo, in questa opera seconda l'autore si concentra sull'approfondimento del passato di Roversi - rimasto volutamente sottotraccia fino a questo momento - nonché sul definire al meglio le personalità di Luigi Gualandi, dei numerosi abitanti di Villa Flora (inclusi i factotum e le cameriere, che sono tutti trattati come figli adottivi, da qui il concetto di famiglia allargata ante-litteram) e - ultimo ma non ultimo - sviluppare di più la trama a sfondo giallo.
Quest'ultima, rispetto a quella del primo romanzo - che era ingabbiata nella presentazione dei personaggi, seppur ben presente - risulta ben trattata e delinea un particolare periodo storico italiano, nonché le sue conseguenze, che nell'epoca in cui è ambientata la storia rappresenta ancora una ferita fresca. Non si ricorre tuttavia a facili sensazionalismi o retoriche, tranne qualche scena alla Tex Willer (il personaggio preferito dai due protagonisti) qua e là, del tutto accettabili.
Vi sono anche un paio di sottotrame, che contribuiscono a dare maggior risalto a qualche personaggio "secondario", anche se questa definizione è molto ristretta se paragonata all'importanza che hanno nel piano generale di questa saga.
Alla fine di quest'opera abbiamo ormai tutti i personaggi sulla scacchiera, pronti a fare nuove mosse. Alcune possono essere prevedibili, per altre dovremo studiare attentamente i futuri sviluppi. Li aspetteremo con gioia.

venerdì 23 luglio 2021

Fabolous Stack of Comics: Mostri Scatenati - Curva di Apprendimento


Si conclude la corsa per Kei Kawade/Kid Kaiju, le sue creature e i Mostri Scatenati, dopo la prima miniserie e il primo ciclo della serie regolare, Mostruosità Assortite (Monster Mash).
Dopo una minisaga di due numeri scritta da Cullen Bunn, la testata chiude infatti i battenti col dodicesimo numero e una seconda saga, Curva di Apprendimento (Learning Curve), sceneggiata da Justin Jordan e disegnata da una pletora di artisti tra cui Andrea Broccardo e Francesco Gaston.
La fine di un percorso narrativo non coincide necessariamente con l'inizio di un altro, ma in questo caso almeno una conclusione è stata data. E così, dopo aver affrontato il Fin Fang Foom di un universo alternativo, Kei Kawade può infine imparare a conoscere meglio le cinque creature da lui ideate (Aegis, Hi-Vo, Mekara, Scragg e Slizzik). Vivendo diverse avventure in cui è al fianco solo di una di loro o al massimo due, impara a comprenderle meglio e a capire che le loro personalità sono più complesse di quello che poteva apparire in principio.
Con questo ciclo, e già il titolo è emblematico in tal senso, si chiude il processo di formazione di Kei Kawade (in maniera affrettata poiché la serie doveva finire e Justin Jordan ha avuto poco tempo, ma questo passa il convento): dal ragazzo timido e insicuro della prima miniserie, fino alla persona sicura di sé e delle sue capacità che troviamo nel dodicesimo e ultimo numero.
Al povero Kei, un personaggio del tutto nuovo, non ha giovato essere circondato da un parco comprimari poco noto ed efficace e, con l'abbandono anche di Elsa Bloostone (metafora del maestro che non ha più nulla da insegnare all'allievo o, meglio, della sorella che non deve più proteggere suo fratello dai mali del mondo poiché è in grado di camminare con le proprie gambe), la serie da quel momento è destinata alla fine, poiché quel pubblico pre-adolescenziale tanto cercato non ha risposto all'appello.
Prima dell'ultima pagina, tuttavia, Justin Jordan ha l'indubbio merito di tentare di caratterizzare meglio le creature ideate da Kid Kaiju, cercando di donare loro quantomeno un abbozzo di personalità, anche se appare evidente che le storie in sé, pur godibili, siano frutto di indicazioni editoriali volte a dare una conclusione più degna possibile alla serie.
E dopo la fine? Kid Kaiju è ricomparso in qualche altra storia e forse è probabile che si possa tornare a parlare di lui in futuro. Sarebbe stato un peccato se fosse scomparso del tutto.

mercoledì 21 luglio 2021

Fabolous Stack of Comics: Mostri Scatenati - Mostruosità Assortite


Dopo Mostri Scatenati, Kei Kawade/Kid Kaiju, Elsa Bloodstone e le cinque creature ideate dal ragazzo alla fine della saga (Aegis, Hi-Vo, Mekara, Scragg e Slizzik) ritornano in una testata regolare intitolata - ebbene sì, incredibile - Monsters Unleashed. La serie è durata in tutto dodici numeri, pubblicati tra il 2017 e il 2018.
Il primo arco narrativo di cinque numeri, dal titolo Mostruosità Assortite (Monster Mash), viene scritto dallo stesso sceneggiatore della miniserie, ovvero Cullen Bunn, e disegnato da David Baldeon.
Kid Kaiju, la sua famiglia e le cinque creature sono ora sotto la tutela di Damage Control ed Elsa Bloodstone e ospitati in un'isola riservata solo a loro. I problemi non tardano ad arrivare quando l'isola subisce un assalto da parte dei Moloidi e dell'Uomo Talpa, i quali a loro volta sono al servizio dell'Intellighenzia (la versione criminale degli Illuminati Marvel), la quale ha in mente un piano misterioso che coinvolge Kei Kawade.
Anche se ha affrontato e sconfitto la minaccia dei Leviatani, questa battaglia potrebbe rivelarsi impossibile per Kei Kawade, poiché coinvolge la malvagità e l'intelligenza umana usata per obiettivi perversi. Qualcosa che la sua mente di giovane ragazzo ancora non comprende a pieno.
Ovviamente, derivando i personaggi principali coinvolti in questa storia dalla prima miniserie, l'opera non può leggersi in maniera autonoma poiché, giustamente, si danno per assodate per il lettore cose avvenute in quella sede.
La trama dunque prosegue il percorso narrativo che riguarda non solo Kei Kawade, il quale nella miniserie ha scoperto i suoi poteri, mentre qui deve accettare la sua nuova vita, ma anche le cinque creature partorite dalla sua fervida immaginazione e che in apparenza hanno personalità prestabilite.
Si hanno quindi a disposizione le classiche possibilità narrative del romanzo di formazione, che in questo caso sono incentrate su un ragazzo degli Inumani che deve essere in grado di maturare in un mondo che ancora non conosce (quello non alla portata dei civili, che riguarda supereroi e supercriminali), ma potendo contare sull'aiuto dei suoi genitori e di una sorta di sorella mai avuta (Elsa Bloodstone).
Tale maturazione è in realtà una metafora della crescita - se la miniserie poteva essere rivolta a un pubblico più ampio, questa testata è chiaramente indirizzata a un pubblico pre-adolescenziale - in cui alcuni lettori possano identificarsi.
Un difetto involontario che questa serie presenta, non potendo più contare sui pezzi da novanta del Marvel Universe, è che si può fregiare sì di un cast variegato, ma non abbastanza forte da riuscire a catturare sul lungo periodo una platea di lettori atta a giustificarne la continuazione (con tutto il rispetto, Elsa Bloodstone fuori da un gruppo come Nextwave è anche meno di un personaggio secondario del Marvel Universe). Solo così si spiega la sua breve vita.
Questo tuttavia non deve pregiudicare la lettura della serie in questione, se avete apprezzato la miniserie. Vi troverete atmosfere un po' differenti, ma ormai i personaggi sono riconoscibili e potete continuare ad apprezzarne le gesta. Almeno per un'altra saga ancora.

sabato 17 luglio 2021

A scuola di cinema: Insider - Dietro la Verità (1999)

4 febbraio 1996: Come ogni settimana, va in onda sulla rete televisiva CBS 60 Minutes, un programma di approfondimento giornalistico condotto da Mike Wallace. Ospite della trasmissione quella sera è Jeffrey Wigand, biochimico ed ex consulente della Brown & Williamson, una delle più potenti industrie del tabacco.
Costui rilascia una confessione sconvolgente: la Brown & Williamson ha volutamente alterato la sua miscela di tabacco, inserendo elementi chimici quali l'ammoniaca, allo scopo di procurare più assuefazione al consumatore finale.
Quest'accusa in realtà non è nuova nell'ambiente del giornalismo, poiché i reporter di 60 Minutes - a partire dal produttore Lowell Bergman - ne sono a conoscenza già dall'anno precedente e intendevano mandare in onda la trasmissione mesi prima, nel novembre 1995. Tuttavia, un pericolo di possibili ritorsioni da parte della Brown & Williamson aveva fatto sì che venisse mandata in onda una versione "edulcorata" dell'inchiesta, senza le accuse specifiche di Wigand.
Questo porta a far sì che Bergman venga meno a una specifica promessa che aveva fatto a Wigand, il quale a sua volta passa attraverso il divorzio dalla prima moglie e diviene l'attacco di un dossier da parte della Brown & Williamson che tenta di screditarlo. Molte delle accuse di quel dossier, tuttavia, vengono smontate grazie all'intercessione di Bergman e, messa alle strette e copertasi di ridicolo, la CBS manda infine in onda l'intervista completa di Wigand.
Pochi mesi dopo, la storia di Jeffrey Wigand diviene il soggetto di un importante articolo della rivista Vanity Fair, The Man Who Knew Too Much, scritto dalla giornalista Marie Brenner. Ed è da questa storia e le sue forti implicazioni che pochi anni dopo viene tratta una celebre pellicola.


Il regista e sceneggiatore Michael Mann - che conosce Lowell Bergman - inizia ad appassionarsi alla vicenda di Wigand già nel novembre 1995, quando vede la trasmissione di 60 Minutes che non include la sua intervista, ma intuisce che c'è dietro una storia interessante.
Quando l'articolo di Vanity Fair ad opera di Maxine Brenner viene opzionato dalla Touchstone Pictures, Mann raccoglie tutta la documentazione possibile sulla vicenda, comprese anche le deposizioni rese in tribunale.
Poco dopo, il regista entra in contatto con Eric Roth, lo sceneggiatore di Forrest Gump. Mann ha letto la sua sceneggiatura di un film che sarà prodotto solo alcuni anni dopo, The Good Shepherd, incentrato sulla nascita della CIA, e ritiene che sia la scelta più adatta.
I due si incontrano e iniziano a delineare la sceneggiatura, approfondendo le ricerche e contattando sia Lowell Bergman che Jeffrey Wigand. Il primo si dimostra molto collaborativo nel dare informazioni, il secondo un po' meno, ma non per cattiveria o malafede, semplicemente è ancora legato a un accordo di confidenzialità con la Brown & Williamson e non può rivelare più di tanto, oltre a ciò che è già pubblicamente noto.
La sceneggiatura finale (che ha per titolo provvisorio Man of People) di Mann e Roth si rivela abbastanza fedele rispetto a quanto accaduto nella realtà, pur concedendosi qualche inevitabile libertà per esigenze narrative, ma non alterando i fatti storici.
Una delle poche modifiche la chiede Wigand in persona, esortando a cambiare nel film il nome delle sue figlie, al fine di tutelarne la privacy. L'uomo chiede inoltre che durante la pellicola non sia mostrata neanche una sigaretta: questo non accade, anche se le sigarette compaiono solo per pochi secondi durante tutta la pellicola.
Oltretutto, trattando temi delicati e non esitando a fare i nomi delle società coinvolte nella vicenda, la sceneggiatura viene sottoposta a un rigoroso processo di fact-checking, al fine di evitare possibili conseguenze di natura civile o penale.
Per il ruolo di Lowell Bergman, Michael Mann ha in mente un solo nome: Al Pacino, con cui ha collaborato in Heat - La Sfida (Heat). L'attore non solo accetta, ma suggerisce anche di affidare la parte di Mike Wallace a Christopher Plummer. Suggerimento che viene accolto. In preparazione per questo ruolo, Pacino incontra più volte Lowell Bergman e frequenta le redazioni di quotidiani e notiziari televisivi.
Per il ruolo di Jeffrey Wigand, la prima scelta di Mann ricade su Val Kilmer, altro attore con cui ha lavorato in Heat. Il produttore Pieter Jan Brugge, tuttavia, gli suggerisce un altro nome, Russell Crowe, in quanto rimasto impressionato in maniera favorevole dalla sua interpretazione in L.A. Confidential.
Crowe effettua un'audizione aggiudicandosi la parte, ma ha qualche riserva sul fatto che possa ben interpretare una persona più anziana di lui (tra l'attore e Wigand vi sono più di venti anni di differenza). Per entrare nella parte, Crowe ingrassa di circa quindici chili, si schiarisce la capigliatura e applica su base giornaliera delle rughe finte sulla propria pelle, di modo da simulare l'età avanzata.
L'attore cerca anche di avere dei colloqui con Wigand, ma non vi riesce. Visiona allora delle videocassette coi discorsi di Wigand per capire il suo modo di parlare e di muoversi.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 20 maggio 1998, tenendosi in California, New York, Kentucky e Indiana, con delle sortite all'estero in Libano, Israele e Bahamas.
Le riprese della deposizione di Wigand non si tengono in uno studio cinematografico, bensì nello stesso tribunale del Mississippi dove si tenne l'udienza originaria. In questa scena, l'attore Bruce McGill, prorompendo in una concitata arringa, si procura una lieve frattura all'intestino di cui si accorge solo il giorno successivo.
Le riprese si concludono il 9 ottobre 1998.
Insider - Dietro la Verità (The Insider) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 5 novembre 1999. A fronte di un budget di circa 90 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare sul territorio statunitense poco meno di 61 milioni di dollari.
Non si tratta ovviamente di un grande successo, eppure questo non impedisce che la pellicola riceva numerose nomination al Premio Oscar - pur non vincendo infine nessuna statuetta - tra cui quelle per miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista (Russell Crowe) e migliore sceneggiatura non originale.
Crowe, già sulla cresta dell'onda grazie a L.A. Confidential, diviene così un attore ancora più quotato e ha la sua consacrazione definitiva l'anno successivo, quando esce Il Gladiatore (Gladiator)... ma questa è un'altra storia.

mercoledì 14 luglio 2021

Libri a caso: Harry Potter e la Camera dei Segreti


Inizia un nuovo anno di lezioni per Harry Potter. Un anno che si preannuncia ancora più insolito e particolare del primo, narrato in Harry Potter e la Pietra Filosofale.
Harry Potter e la Camera dei Segreti (Harry Potter and the Chamber of Secrets) è il secondo romanzo, pubblicato nel 1998, del ciclo che vede protagonista il personaggio creato da J.K. Rowling.
Di nuovo insieme ai suoi amici Ron Weasley e Hermione Granger, Harry Potter inizia il secondo anno presso la scuola di magia di Hogwarts, nonostante un elfo di nome Dobby abbia tentato di impedirgli in tutti i modi di partire, dicendo che su di lui pende una grave minaccia alla sua vita.
Con un nuovo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure, il pomposo Gilderoy Lockhart, Harry Potter e l'intera scuola di Hogwarts si ritrovano di fronte al mistero della Camera dei Segreti, di qualche attentato a base di magia e della maledizione dell'erede di Serpeverde... che potrebbe rivelarsi essere Harry stesso!
Il mondo di Harry Potter si amplia ulteriormente con questo romanzo, dimostrando che J.K. Rowling è, oltre che un'abile tessitrice di trame, davvero ferrata nel worldbuilding. Certo, un worldbuilding che si basa su suoi concetti e invenzioni narrative, ma che non prende mai in giro i lettori, offrendo loro tutte le indicazioni di cui hanno bisogno, salvo quelle ovviamente che saranno sviluppate in trame successive.
Rimango soprattutto colpito da idee originali quali la Strillettera, la festa di Complemorte e la Pozione Polisucco, le quali non appaiono come cose surreali, bensì risultano perfettamente integrate in quella che è l'atmosfera incantata che circonda Hogwarts.
Anche la trama e il modo in cui essa viene raccontata subisce qualche impennata: anche se solo di un anno, sia Harry Potter che i suoi lettori sono cresciuti, iniziano a porsi dubbi diversi rispetto a quelli che si ponevano anche solo pochi mesi prima.
Ecco dunque, pur ancora conservando il romanzo qualche aspetto spiritoso e bambinesco, vedere la trama generale proiettata verso qualche aspetto più cupo e oscuro (le paure, l'oscurità interiore, il disprezzo per chi si ritiene diverso). Aspetti che di sicuro saranno maggiormente esplorati nei capitoli successivi.
Incredibile come così tante, affascinanti idee siano state gettate solo nei primi due capitoli della saga.

giovedì 8 luglio 2021

Fabolous Stack of Comics: Venerdì 12


Leo Ortolani non ha scritto solo Ratman e questo è evidente, poiché una carriera che continua ormai dopo numerosi anni ne è la dimostrazione più lampante. A volte però si tende, ed è inevitabile, ad associare il nome di questo artista solo alle storie del Ratto... ma c'è altro oltre a questo.
Come ad esempio Venerdì 12, una saga composta da più storie pubblicata tra il 1996 e il 2004 su varie testate e poi raccolta in volume un paio di volte, più di recente nel 2020 da Bao Publishing. In questa edizione si può trovare come bonus, oltre a una cover gallery dedicata, anche la versione alternativa di un racconto, in origine smarrito da Ortolani.
Aldo è innamorato perdutamente di Bedelia. Pur sapendo che lei non ricambia i suoi sentimenti e che frequenta altri uomini, Aldo continua imperterrito a corteggiarla e le regala un carillon. Ma su questo carillon pende una maledizione: se esso viene donato a una donna che non ricambia l'amore di Aldo, costui diventerà un orribile mostro.
Questo puntualmente capita. Bedelia rifiuta l'amore di Aldo e lui diventa un mostro. Da quel momento vive in un attico, solo col suo dolore... e l'insolito servitore di nome Giuda. Per spezzare la maledizione e tornare umano deve o versare il sangue di una vergine o donare il carillon a una donna che lo ami davvero... ma ci riuscirà?
Venerdì 12 è una serie di racconti (suddivisi in quattro capitoli) scritti nell'arco di otto anni, la maggior parte di questi della lunghezza di sei pagine, tranne le ultime tre storie che chiudono il ciclo e hanno più ampio respiro. In tal senso, ci sono storie ben riuscite e altre meno e ognuno avrà le sue preferite secondo il proprio punto di vista, ma nessuna di esse è davvero noiosa.
Gli omaggi ai film horror di questa saga sono l'abbastanza dichiarato richiamo a Venerdì 13 (il titolo, nonché il look di Aldo), e un accenno più sottile a Il Fantasma dell'Opera (Aldo che suona l'organo durante le sue notti insonni).
Sembra quasi che, con queste premesse, ci si debba ritrovare di fronte a un'opera drammatica. E invece no, Venerdì 12 è una saga intrisa di umorismo, anzi di vero e proprio humour nero (alcune battute risultano ancora "cattive", a distanza di tempo) che sfocia a volte nello scurrile, ma senza esagerare.
Forse alcuni di noi sono stati come Aldo in passato. Incapaci di capire che il loro amore non è ricambiato e, invece che andare avanti, si decide di rimanere bloccati in un passato che non è mai esistito... che è la maledizione reale che attanaglia questo tipo di persone.
E se all'inizio si può provare empatia per Aldo e la sua situazione, col progredire dei racconti questo personaggio diventa ridicolo e patetico - cosa voluta dall'autore, il cui stile matura negli anni - per la sua incapacità di saper accettare sé stesso e quindi aprirsi al mondo esterno.
Giuda... già il nome ci dovrebbe dire di non fidarsi di lui. Eppure, a meno di non essere degli eremiti, è una figura che prima o poi incontriamo o diventiamo. Giuda è quell'amico che non solo dice le cose senza peli sulla lingua, ma le dice anche in maniera cattiva, condendole di ironia e credendo così di fare del bene. Quell'amico che il più delle volte detesti, fino a quando capisci che le sue frasi sono esortazioni a reagire mascherate da battute al vetriolo.
Bedelia non è né intende essere una rappresentazione dell'intero genere femminile. Oltre a esserci altre figure femminili in questa saga diverse da lei, la cosa appare evidente anche da altri aspetti.
Soprattutto dal fatto che, a parte il primo racconto, Bedelia compare sempre o sullo sfondo o durante dei flashback o come allucinazione o come soggetto di un quadro, insomma è quella persona inarrivabile che sempre è stata per Aldo. Rappresenta quel punto del passato da cui Aldo non riesce a staccarsi, quel tarlo nella mente che si porta avanti per anni in particolar modo quando si tratta di amore, che è un sentimento così forte capace anche di rovinare la psiche di una persona.
Come spesso capita, pur essendo le battute all'ordine del giorno nelle sue storie, Leo Ortolani non manca di trattare in maniera precisa e originale un tema delicato, offrendoci il suo particolare punto di vista che non verrà tanto presto dimenticato. E se forse la maledizione di Aldo è stata spezzata, presto colpirà qualcun altro, perché è nella natura di certi uomini ricadere sempre in questo tipo di errori.

martedì 6 luglio 2021

Fabolous Stack of Comics: Infinity Wars


Dopo Infinity Countdown, la trama incentrata sulle nuove Gemme dell'Infinito continua e si conclude su Infinity Wars, con la S di Samantha finale, miniserie di sei numeri pubblicata tra il 2018 e il 2019. Lo sceneggiatore è lo stesso di Infinity CountdownGerry Duggan, mentre la parte grafica è affidata a Mike Deodato Jr.
Ma, essendo questa una saga che ha coinvolto buona parte del Marvel Universe, non sono mancate storie parallele. Nello specifico sei miniserie di due numeri note collettivamente come Infinity Warps (l'originalità si spreca qui), una miniserie di quattro numeri dedicata nientemeno che a Sleepwalker (e che mi è pure piaciuta), più qualche one-shot e tie-in.
La trama riprende da dove si era conclusa Infinity Countdown. I nuovi sei possessori delle Gemme dell'Infinito (Dr. Strange, Turk, Vedova Nera, Capitan Marvel, Adam Warlock e Drax: sì, un'accozzaglia davvero particolare) si ritrovano a New York per discutere su come gestire al meglio il potere delle Gemme stesse.
Ma l'incontro viene bruscamente interrotto dall'arrivo di Requiem, la minaccia rimasta sotto traccia nel prologo. Tale minaccia - così evidente che Thanos preferisce farsi uccidere piuttosto che prendere parte alla trama - acquisisce le Gemme dell'Infinito e, diversamente dal Titano, crea un nuovo mondo dove ognuno è fuso con un'altra persona, l'Universo Warp (E chest'è), con la popolazione dell'universo così dimezzata e nuovi supereroi amalmagati (questa l'ho già sentita). Tanto che Thanos... ah, ve l'ho già detto.
Con supereroi privi di memoria e fusi tra loro e l'entropia che si riversa nel Multiverso, la speranza risiede nel più improbabile dei risolutori di crisi: Loki.
Lo dice anche il titolo stesso della maxisaga, questa è Infinity War rivista e corretta o scorretta a seconda dei punti di vista. Requiem prende il posto di Thanos, mentre Thanos - sotto forma di spirito - è il Mefisto della situazione.
E poi c'è il dimezzamento degli abitanti della galassia... solo che stavolta, invece di far scomparire una metà della popolazione, questa si fonde con l'altra metà dando vita a insoliti ibridi. Ecco, di questi ibridi solo il Soldato Supremo (mix tra Capitan America e il Dr. Strange) risulta interessante, mentre gli altri personaggi - complici delle miniserie a loro dedicati poco incisive - non riescono a catturare del tutto l'attenzione.
La trama è quella consueta, non aspettatevi clamorosi colpi di scena (c'è pure l'ormai classica morte temporanea di un paio di personaggi necessaria a risolvere la crisi, prima o poi ci si accorgerà che è un cliché superato).
Mike Deodato adotta uno stile grafico composto da più vignette "frammentate" per pagina che compongono una sorta di mosaico unico, adatto alle atmosfere cosmiche di questa storia e solo in certe parti un po' difficile da seguire.
Così finisce la nuova/vecchia epopea delle nuove Gemme dell'Infinito. In attesa della successiva.

domenica 4 luglio 2021

A scuola di cinema: Pomodori Verdi Fritti alla Fermata del Treno (1991)

1987: Viene pubblicato il romanzo Pomodori Verdi Fritti al Caffè di Whistle Stop (Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe), scritto dall'attrice e presentatrice Fannie Flagg.
La storia ha inizio nel 1986, quando una donna di nome Evelyn Couch diventa amica dell'anziana Ninny Threadgoode, la quale le racconta alcuni eventi della sua giovinezza vissuti in Alabama e avvenuti tra gli anni '20 e '30 del ventesimo secolo, fino a poco dopo la Grande Depressione.
Eventi incentrati in particolar modo su Idgie Threadgoode e sulla sua forte amicizia - che in realtà sfocia in una relazione amorosa - con Ruth Jamison. Relazione che si rafforza dopo che Idgie sottrae Ruth al suo manesco marito Frank Bennett.
Insieme a lei e altri amici, Idgie Threadgoode fonda il Whistle Stop Cafe, posto vicino a una stazione ferroviaria, cosa che aiuta nell'avere un grande afflusso di clienti.
Purtroppo, con la morte di Ruth Jamison per cancro e la chiusura della stazione a causa della Grande Depressione, anche il Whistle Stop Cafe chiude i battenti e poco tempo dopo Idgie viene incriminata per l'omicidio di Frank Bennett, ucciso in circostanze misteriose.
Tuttavia, un sacerdote le fornisce un alibi a prova di ferro non esitando a mentire davanti ai giudici, e la donna viene scagionata.
Grazie alle storie che sente raccontare da Ninny Threadgoode, Evelyn Couch riacquista fiducia in sé stessa. Quando l'anziana donna muore, Evelyn viene a sapere che Idgie Threadgoode è ancora viva e gestisce un nuovo locale in Florida.
Questo romanzo cattura subito l'attenzione del cinema, tanto che pochi anni dopo approda sul grande schermo.


Nel medesimo anno in cui l'opera viene pubblicata, la produttrice Lisa Lindstrom la sottopone all'attenzione del suo amico e collega Jon Avnet, produttore e regista di alcuni film per la televisione. Rimasto intrigato dalla storia, Avnet riesce a ottenere i finanziamenti necessari per far sviluppare una sceneggiatura.
Avnet affida il primo trattamento a Carol Sobieski, la quale consegna un adattamento sotto forma di musical che - pur venendo ritenuto interessante - non è quello che ci si aspetta.
Avnet contatta allora direttamente l'autrice del libro, Fannie Flagg, la quale, pur avendo avuto in passato qualche esperienza in fatto di sceneggiatura per il cinema e la televisione, si trova ben presto in difficoltà nel dover adattare la propria opera per un diverso medium di comunicazione. Così, dopo aver completato circa 70 pagine, decide di abbandonare il progetto.
Avendo ormai esaurito i fondi che gli sono stati garantiti, Jon Avnet non ha altra possibilità che prendere i due trattamenti incompleti e mettervi mano lui stesso, completando la sceneggiatura durante le pause tra un impegno lavorativo e l'altro, ma mantenendo comunque sempre i contatti con Fannie Flagg durante questo periodo per ricevere da lei consigli o suggerimenti.
Per completare il tutto, Jon Avnet impiega poco più di due anni. Anni durante i quali una delle sceneggiatrici, Carol Sobieski, viene a mancare a causa di una grave forma di amiloidosi. Alla fine il trattamento definitivo viene opzionato dalla Universal Pictures.
Ad Avnet viene affidata anche la regia della pellicola: quest'opera rappresenta il suo debutto sul grande schermo, pur avendo lui già diretto in passato alcuni prodotti televisivi.
Per il ruolo di Ninny Threadgoode vi è una sola possibile interprete che Avnet ha immaginato, Jessica Tandy, che poco tempo prima ha vinto un premio Oscar per A Spasso con Daisy (Driving Miss Daisy).
Per il ruolo di Evelyn Couch, invece, gli impegni come produttore del film Gli Uomini della Mia Vita (Men Don't Leave) portano Avnet a conoscere e affidare la parte a Kathy Bates, anch'essa reduce da un Oscar vinto per Misery Non Deve Morire (Misery).
Svariate attrice vengono provinate per i ruoli di Ruth Jamison e Idgie Threadgoode, ma quelle che dimostrano una migliore alchimia quando recitano insieme si dimostrano essere Mary-Louise Parker e Mary Stuart Masterson, a cui vengono affidate infine queste parti.
Due attrici i cui nomi sono gli stessi, dunque Avnet quando è sul set decide di chiamare la prima "Lou" e la seconda "Stu", per non confondersi e far confondere.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 10 giugno 1991, tenendosi in Georgia. Nonostante le obiezioni di Fannie Flagg (la quale ha anche un cameo nella pellicola), di Mary-Louise Parker e di Mary Stuart Masterson, Jon Avnet decide di non rendere esplicita la relazione omosessuale tra Idgie e Ruth, preferendo lasciare il rapporto tra le due solo su un piano di forte amicizia.
Un'altra differenza rispetto al libro è che viene lasciato un piccolo dubbio se Ninny ed Idgie siano la stessa persona, mentre nel romanzo è evidente che siano due personaggi differenti, che interagiscono peraltro in più di una occasione.
In principio è previsto l'uso di una controfigura per la scena in cui il personaggio di Idgie Threadgoode si avvicina a un nido di api per prelevare del miele, ma la stuntman decide di rinunciare all'ultimo istante per motivi di legittima, umana paura e così Mary Stuart Masterson, con sprezzo del pericolo, effettua la scena in autonomia, come è ben evidente nella scena in questione.
Le riprese si concludono il 23 agosto 1991.
Pomodori Verdi Fritti alla Fermata del Treno (Fried Green Tomatoes) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 27 dicembre 1991. A fronte di un budget di undici milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale quasi 120 milioni di dollari. La pellicola viene dedicata alla memoria di Carol Sobieski.
Oltre a questo ottimo incasso, il film ottiene anche due nomination agli Oscar, uno per la miglior sceneggiatura non originale e uno per Jessica Tandy come miglior attrice non protagonista.
Qualora aveste in mente un viaggio negli Stati Uniti, in Georgia, nel prossimo futuro e vi potesse interessare, sappiate che nella città di Juliette esiste davvero il Whistle Stop Cafe e, ovviamente, potete lì gustare anche i pomodori verdi fritti, mentre a poca distanza passa un treno.
Per Jon Avnet non poteva esserci debutto migliore come regista e vi saranno altri film da lui diretti negli anni successivi... ma questa è un'altra storia.

martedì 29 giugno 2021

A scuola di cinema: Deep Impact (1998)

1951: Esce nei cinema americani Quando i Mondi si Scontrano (When Worlds Collide), diretto da George Pal e incentrato sulla distruzione della Terra da parte di una stella rossa di nome Bellus e il conseguente esilio dell'umanità verso un nuovo pianeta abitabile.
Poco più di due decenni dopo, i produttori Richard Zanuck e David Brown contattano la Paramount Pictures per un remake di questa pellicola e vengono anche realizzate a tale scopo un paio di sceneggiature, ma alla fine il progetto naufraga prima ancora di concretizzarsi.
Per riemergere infine sul grande schermo altri due decenni dopo.


1995: Richard Zanuck e David Brown non hanno dimenticato il loro progetto incentrato su un remake di Quando i Mondi si Scontrano e approcciano dunque Steven Spielberg - di cui avevano lanciato la carriera tempo prima grazie a Sugarland Express e Lo Squalo (Jaws) - per cercare di realizzarlo.
Spielberg a quell'epoca ha anche opzionato i diritti di un romanzo di Arthur C. Clarke, The Hammer of God, pubblicato nel 1993 e incentrato sulla scoperta di un asteroide in rotta di collisione verso la Terra e il tentativo di modificarne la direzione tramite dei razzi termici a fusione.
Steven Spielberg intende in un primo momento produrre un adattamento del romanzo di Clarke tramite un suo studio di produzione fondato da pochi mesi, DreamWorks Pictures, ma notando alcune similarità decide poi di collaborare con Zanuck e Brown per unire insieme i due progetti.
Per la sceneggiatura, Spielberg contatta Bruce Joel Rubin, il quale accetta l'incarico poiché Quando i Mondi si Scontrano è tra i suoi film preferiti. Durante le ricerche per la stesura dello script, lo scrittore ottiene dalle autorità governative la possibilità di esaminare luoghi non accessibili al pubblico quali la Situation Room della Casa Bianca e alcuni locali del Pentagono. Ciò gli viene concesso grazie all'influenza e alla popolarità che ha Steven Spielberg anche nelle alte sfere del potere.
Una volta che Rubin ha completato la sua bozza, questa viene revisionata da Michael Tolkin e John Wells, seppur l'apporto di quest'ultimo si riveli minimo a causa di altri suoi inderogabili impegni, tanto che alla fine non viene accreditato.
A quel punto il prodotto finale si è così allontanato dal materiale originario, sia dal film del 1951 che dal romanzo di Arthur C. Clarke, che si decide di non farvi più riferimento, nonostante nei primi spot promozionali il romanzo di Clarke fosse stato citato più di una volta. Lo scrittore non prende bene la cosa, ma si consola con l'assegno per i diritti che ha già incassato.
Steven Spielberg ha sempre avuto l'intenzione di dirigere la pellicola, ancor più quando legge le prime bozze di sceneggiatura, e pianifica di mettersi all'opera una volta conclusi i lavori di Amistad. Tuttavia, giunge notizia che per l'estate del 1998 è prevista l'uscita di un film dalle tematiche simili, Armageddon. Dovendo dunque accelerare la produzione per far uscire la pellicola in anticipo, Spielberg rinuncia all'incarico di regista, ritagliando per sé un ruolo da produttore esecutivo.
In sua sostituzione, Spielberg stesso sceglie Mimi Leder. La regista, distintasi per la direzione di alcuni prodotti televisivi in passato, in particolar modo E.R. - Medici in Prima Linea, ha infatti appena concluso i lavori di The Peacemaker, il suo primo lungometraggio, sempre sotto l'egida della Dreamworks Pictures.
Mimi Leder, in principio non a conoscenza della futura uscita di Armageddon, vorrebbe condurre alcune visite in altre nazioni dove è ambientata la trama a scopo di ricerca, ma le tempistiche strette e qualche limitazione al budget non glielo consentono.
Nella sceneggiatura, il colore della pelle del Presidente degli Stati Uniti Tom Beck non viene specificato, così Mimi Leder suggerisce di affidare la parte a Morgan Freeman. Alcuni dirigenti sollevano delle obiezioni, in quanto ritengono poco realistico che un afroamericano possa diventare Presidente (Barack Obama sarebbe stato eletto solo nel 2004) e la regista deve dunque lottare per far accettare questa scelta di casting.
Viene rifiutata invece la richiesta dell'attore di far indossare al suo personaggio un orecchino.
In principio il personaggio di Jenny Lerner, interpretato da Téa Leoni, è una giornalista al servizio della CNN, ma la rete televisiva nega il consenso a essere nominata. Più malleabile si rivela invece un'altra rete televisiva incentrata sull'informazione, la MSNBC, che peraltro al tempo delle riprese è stata fondata da poco più di un anno.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 16 giugno 1997, tenendosi in Virginia, California, Washington e New York. Per dare una maggiore aderenza scientifica alla trama, sul set sono presenti alcuni consulenti scientifici ed ex astronauti.
Come direttore della fotografia, vi è l'esperto Dietrich Lohmann. Costui tuttavia è in precarie condizioni di salute, in quanto affetto da leucemia, e il suo stato è evidente a tutti i componenti della troupe. Nonostante ciò, comunque, Lohmann porta a termine il suo incarico fino all'ultimo giorno di riprese.
Con qualche difficoltà si riescono a coordinare due differenti tempistiche di due attori protagonisti i cui personaggi devono interagire: quella di Téa Leoni, al contempo impegnata con le riprese della serie televisiva The Naked Truth, e quella di Morgan Freeman, il quale può dedicare alla produzione solo pochi giorni.
Le riprese si concludono il 24 ottobre 1997. Dietrich Lohmann non riesce purtroppo a vedere il film approdare sul grande schermo, in quanto muore a causa della leucemia il 13 novembre 1997. La pellicola viene dedicata alla sua memoria.
Deep Impact viene distribuito nei cinema americani a partire dall'otto maggio 1998. A fronte di un budget di circa 75 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 350 milioni di dollari.
Un ottimo risultato, ma diventa tuttavia inevitabile il successivo confronto con Armageddon, che esordisce sugli schermi il primo luglio di quello stesso anno per concludere con un incasso di circa 550 milioni di dollari, di gran lunga superiore.
Eppure entrambe le pellicole lasciano infine un segno, appassionando milioni di spettatori, che è la cosa più importante.
Morgan Freeman tornerà a interpretare in futuro altri ruoli come Presidente o persona presente nei luoghi di potere... ma questa è un'altra storia.

domenica 20 giugno 2021

Fabolous Stack of Comics: Mostri Scatenati


Monsters Unleashed è stata una serie in bianco e nero pubblicata dalla Marvel tra il 1973 e il 1975, per un totale di undici numeri. Tra le sue pagine - come suggerisce il titolo - protagonisti assoluti erano i cosiddetti "mostri", tra cui Licantropus, l'Uomo Cosa e il Mostro di Frankenstein.
Buona parte di queste storie, pubblicate in epoca vintage dalla Corno, sono poi state ristampate di recente - o pubblicate per la prima volta - in quei volumi giganti pornolusso che riescono ogni volta a fare breccia nel mio cuore.
Molti anni dopo, i Mostri Scatenati fanno il loro ritorno, ma in un'epoca molto diversa dai seventies e in una società profondamente cambiata di cui non si può non tenere conto.
Monsters Unleashed (Vol. II) è una miniserie di cinque numeri pubblicata nel 2017, sceneggiata da Cullen Bunn e disegnata da Steve McNiven, Greg Land, Leinil Francis Yu, Salvador Larroca e Adam Kubert (sì, un disegnatore per numero e mix più variegato non si poteva avere).
Essendo una storia che coinvolge l'intero Marvel Universe, a contorno di essa sono stati pubblicati vari one-shot con protagonisti gli Avengers, gli X-Men, gli Inumani e altri personaggi.
Annunciati da cadute di meteoriti, lungo tutto il globo terrestre iniziano a comparire dei terribili mostri, che persino i più grandi supereroi del pianeta fanno fatica a fronteggiare. I mostri sono collettivamente noti come Leviatani e annunciano la prossima venuta della loro regina.
E l'eroe che potrebbe sventare la minaccia è il più impensabile di tutti: Kei Kawade, un ragazzo capace di trasferire nella realtà i mostri da lui disegnati sulla carta, mostri che non sono altro che le creature che animavano le testate Marvel pre-supereroistiche!
L'impianto di base della trama è quanto di più semplice ci possa essere, se si presta un attimo di attenzione. C'è la classica minaccia grande grandissima e che nessuno sa come sconfiggere, finché arriva il deus ex machina della situazione - di cui prima si ignorava l'esistenza, ovviamente - il quale dopo indicibili dubbi sulle sue presunte incapacità riesce infine ad avere la meglio.
Se dunque ben presto si capisce già dove va a parare la storia e come andrà a finire, quello che interessa vedere è come l'autore di turno sfrutta le dinamiche tra i personaggi. Cullen Bunn in questo caso procede sul sicuro, ma non in maniera svogliata.
Partendo dal protagonista, Kei Kawade. Un figlio di due mondi, poiché suo padre è orientale, mentre sua madre è americana. Figlio di quell'integrazione ben presente negli Stati Uniti, ma l'autore non lo sottolinea in ogni pagina, dandola per assodato come è giusto che sia. Kei diventa poi figlio di un terzo mondo, che lo collega così all'universo supereroistico.
A fargli da mentore troviamo Elsa Bloodstone, la figlia di Ulysses Bloodstone, il cacciatore di mostri. Ovviamente c'è un'apparente dicotomia - la figlia di un cacciatore di mostri alleata a un ragazzo che i mostri invece li crea - ma viene analizzata e trova risoluzione. Il tutto mentre gli altri eroi Marvel, tranne poche eccezioni (Moon Girl, i Campioni) fanno da tappezzeria, ma ci può stare, i riflettori dovevano puntarsi su altri personaggi.
In ultima analisi infine la miniserie è un sentito omaggio alle storie degli anni '50 del ventesimo secolo della Marvel, quando si chiamava Atlas e - in maniera particolare - Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko sfornavano decine di storie con protagonisti mostri dai nomi impronunciabili quali Fin Fang Foom o Googam, sconfitti sempre da un'umanità mai doma. Per molti sarà una scoperta assoluta, per altri una riscoperta.
Ma laddove si mette un punto fermo rispetto al passato, dall'altro si costruiscono nuovi scenari narrativi e nuovi personaggi per portare avanti in un contesto moderno quella tipologia di racconti. Nuovi scenari che verranno ben presto esplorati.

venerdì 18 giugno 2021

A scuola di cinema: Heat - La Sfida (1995)

25 marzo 1964: Una banda criminale guidata da Neil McCauley si appresta a rapinare un negozio di alimentari di Chicago.
McCauley è un criminale incallito, il classico tipo che entra ed esce di prigione. L'ultima sua detenzione è stata ad Alcatraz, da cui è stato scarcerato nel 1962, dopodiché ha iniziato subito a pianificare nuove rapine.
C'è tuttavia un detective sulle sue tracce, un detective che ha capito che McCauley non tarderà a ritornare alle vecchie abitudini: il suo nome è Chuck Adamson. Già dal 1963 Adamson inizia a stringere il cerchio attorno a McCauley, tanto che in un'occasione i due hanno addirittura la possibilità di parlare faccia a faccia, mentre entrambi prendono un caffè.
Ma la caccia termina quel giorno di marzo del 1964. Dopo aver inseguito un blindato contenente i soldi, McCauley e la sua banda rapinano il negozio di alimentari, ma all'uscita incappano in Adamson e altri agenti che sbarrano loro tutte le possibili vie di fuga. Ne consegue una tremenda sparatoria, durante la quale McCauley viene ucciso da Adamson.
Eventi di certo familiari a molti, poiché sono stati poi trasposti in una celebre pellicola.


Chuck Adamson si dimette dalla polizia nel 1974 per perseguire una carriera come produttore televisivo e cinematografico, nonché come consulente per film polizieschi. In tali, nuove vesti incontra un aspirante promettente regista e sceneggiatore di nome Michael Mann, a cui racconta la storia del suo confronto con McCauley.
Rimasto affascinato dalla storia, Mann la adatta in una prima sceneggiatura che completa nel 1979, tenendola nel cassetto in attesa che riesca a farsi un nome nell'ambiente cinematografico. Adamson diviene in questo trattamento il detective Vincent Hanna. La scena del dialogo tra Adamson e il vero Neil McCauley viene riportata in maniera fedele nella sceneggiatura.
Dopo l'uscita del primo film da lui diretto, Strade Violente (Thief), Michael Mann cerca dunque di far concretizzare il progetto, ma tutti i tentativi vanno a vuoto, compreso offrire la regia della pellicola a Walter Hill, un suo amico di vecchia data, il quale rifiuta la proposta.
Negli anni successivi, tuttavia, Michael Mann diviene uno stimato produttore televisivo grazie al telefilm Miami Vice. Una volta abbandonata questa serie, Mann ha in mente un nuovo show, da ambientare a Los Angeles, e quindi riadatta la sceneggiatura basata sulla storia di Chuck Adamson, dovendo tagliare parte del materiale per esigenze televisive e di minutaggio.
Ne risulta un pilot intitolato Sei Solo, Agente Vincent (L.A. Takedown), diretto dallo stesso Michael Mann e trasmesso il 27 agosto 1989 dalla rete televisiva NBC. La serie non viene tuttavia acquistata dalla NBC e ne rimane solo il pilot, che peraltro Mann disconosce come proprio viste le eccessive ingerenze della produzione.
Qualche anno dopo, Michael Mann consegue il suo primo, grande successo cinematografico con L'Ultimo dei Mohicani (The Last of the Mohicans). Questo fa sì che la Warner Bros. opzioni la sceneggiatura del 1979 nella sua forma originaria, la quale viene aggiornata da Mann.
Per i ruoli principali di Neil McCauley e Vincent Hanna, il regista ha due nomi ben precisi in mente: Robert De Niro e Al Pacino. De Niro è il primo a leggere la sceneggiatura e contatta subito Pacino, che accetta a sua volta.
La pellicola segna la prima volta in cui questi due attori interagiscono sul grande schermo. Un altro, precedente film in comune, Il Padrino Parte II (The Godfather Part II), non vedeva invece alcuna scena insieme poiché i loro due personaggi agivano in periodi temporali differenti.
Per la parte di Chris Shiherlis, viene contattato Val Kilmer, ma costui è impegnato con le riprese di Batman Forever e in un primo momento è costretto a declinare la proposta. Si pensa così di affidare il ruolo a Keanu Reeves, ma poi Kilmer riesce a modificare le tempistiche e far sì di poter partecipare anche a questo progetto, seppure a un certo punto sia impegnato nelle riprese di entrambe le pellicole.
Nel ruolo della figliastra del detective Hanna, vi è Natalie Portman, all'epoca quattordicenne. Questo è il suo secondo ruolo dopo Léon.
In preparazione per il film, Michael Mann si reca presso la prigione di stato di Folsom, per intervistare degli ex criminali lì detenuti e capirne lo stile di vita. Il regista chiede che anche gli attori facciano altrettanto, per entrare più in sintonia coi loro personaggi. L'unico che non ne ha bisogno è Danny Trejo, in quanto ha trascorso parte della sua vita in prigione.
Gli attori che interpretano la parte dei poliziotti invece, sempre dietro richiesta di Mann, hanno una cena con alcuni poliziotti e le loro mogli per capire come socializzano fuori dal lavoro.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 21 febbraio 1995, tenendosi a Los Angeles e in California. Dietro precisa richiesta di Mann, non vengono effettuate riprese in studio, solo in esterni.
Per la scena in cui De Niro e Pacino recitano insieme la prima volta, si decide di non provarla in precedenza e girarla subito, di modo che l'interazione tra i due attori e i due personaggi risulti più spontanea.
Per la famosa scena della sparatoria, il regista vuole che i suoni siano catturati dal vivo piuttosto che ricreati in uno studio in fase di post-produzione e così fa piazzare dei microfoni accuratamente celati lungo tutto il set, di modo che l'audio della sparatoria sia registrato con efficacia.
La scena ha connotati realistici poiché gli attori hanno ricevuto al riguardo un addestramento della durata di tre mesi da parte di Andy McNab e Mick Gould, due ex soldati delle forze armate britanniche. Risulta così efficace che alcuni reparti dei Marine degli Stati Uniti la mostrano successivamente alle reclute per insegnare loro come attuare una ritirata in caso di sparatoria e come cambiare in maniera rapida ed efficace una cartuccia di una mitragliatrice.
Le riprese si concludono il 19 luglio 1995.
Heat - La Sfida (Heat) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 15 dicembre 1995. A fronte di un budget di 60 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale oltre 187 milioni di dollari.
Questo film inoltre non rappresenta l'ultima collaborazione sul grande schermo tra Robert De Niro e Al Pacino... ma questa è un'altra storia.

domenica 13 giugno 2021

A scuola di cinema: Prima di Mezzanotte (1988)

Al termine delle riprese de Gli Intoccabili (The Untouchables), Robert De Niro decide di cercare un ruolo in una commedia, o comunque un film di stampo più commerciale, come sorta di stacco da tutti i film drammatici e impegnativi che ha interpretato negli anni passati.
Il primo progetto a cui l'attore si interessa è Big, supportato dalla regista Penny Marshall. Tuttavia la 20th Century Fox non lo ritiene la scelta più adatta, anche in considerazione del notevole salario che l'attore richiede, e affida così la parte a Tom Hanks.
De Niro incappa allora nella sceneggiatura di un altro film che incontra i suoi favori e che sta per essere diretto da Martin Brest, il regista di Beverly Hills Cop. Un film che consegnerà all'attore uno dei ruoli più particolari della sua carriera, quello del cacciatore di taglie Jack Walsh.


La sceneggiatura del film è stata scritta da George Gallo, rifinita da Martin Brest e acquistata dalla Paramount Pictures. Ovviamente la Paramount non si lascia sfuggire l'occasione di poter avere Robert De Niro come interprete principale.
I due protagonisti, Jack Walsh e Jonathan Mardukas "Il Duca", sono stati ideati da Gallo basandosi sui suoi genitori e sulle discussioni che i due - dai caratteri diametralmente opposti, più emotivo lui, più pianificatrice e rilassata lei - avevano. E che causavano l'ilarità dello scrittore.
Volendo rendere la pellicola ancora più profittevole, la Paramount intende affiancare a De Niro un'altra grande star e suggerisce che il personaggio di John Mardukas diventi una donna, così da creare anche un legame romantico con Jack Walsh, e che la parte sia affidata a Cher, attrice in quel momento sulla cresta dell'onda. Martin Brest, però, respinge seccamente questa proposta.
Viene richiesto allora che Mardukas sia interpretato da Robin Williams, il quale peraltro ha letto la sceneggiatura ed è disposto a sostenere un provino.
Martin Brest, tuttavia, ha un altro attore in mente per la parte del Duca: Charles Grodin. Costui ha già sostenuto un provino e il regista ha notato la grande alchimia professionale che si è creata tra lui e De Niro. Non essendo più interessata a proseguire, la Paramount vende dunque il progetto alla Universal Pictures, che conferma i due interpreti principali.
In preparazione per la parte, De Niro frequenta per alcuni mesi dei veri cacciatori di taglie, apprendendone le tecniche, oltre a entrare in contatto con alcuni detective dei corpi di polizia di Los Angeles e Chicago e insieme a loro osservare da esterno un paio di retate. Charles Grodin, invece, si limita a chiedere una consulenza telefonica al suo contabile di fiducia.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 26 ottobre 1987, tenendosi in Arizona, Nevada, California, Michigan e New York.
Pur essendo disponibili delle manette in plastica o in gomma, De Niro convince Grodin a utilizzare per il maggior tempo possibile delle vere manette, in acciaio, anche se il loro continuo uso procura alla fine dei dolori ai polsi dell'attore, tanto che alla conclusione dei lavori gli rimangono delle piccole cicatrici permanenti.
Brest concede spazio all'improvvisazione, facendo sì che alcune scene o dialoghi nascano per iniziativa degli attori. De Niro ad esempio concepisce il tic per cui Jack Walsh guarda continuamente il suo orologio. Inoltre, la scena in cui Grodin si finge un agente del FBI per racimolare delle banconote in un bar e quella della conversazione in treno tra i due protagonisti sono quasi del tutto frutto di improvvisazione.
Robert De Niro si fa trascinare fin troppo dal method acting quando, calcolando male lo slancio, sferra davvero un pugno all'attore John Ashton.
Un curioso stacco si verifica per una scena in cui Walsh e Mardukas cadono da un picco per poi divenire preda delle rapide di un fiume. Se infatti il salto viene girato in una località dell'Arizona, le scene ambientate in acqua vengono in realtà girate in Nuova Zelanda, poiché in quel periodo in quella nazione le acque sono molto più calde se comparate a quelle del freddo inverno statunitense.
Martin Brest è un regista molto metodico, tanto che capita che una certa scena venga girata più volte, cosa che genera frustrazione in alcuni degli attori comprimari, soprattutto in Yaphet Kotto, l'agente Alonzo Mosely - costui peraltro preda anche di uno stato febbrile per parte della lavorazione - il quale non arriva più a capire se stia girando una scena seria o che deve far ridere.
Le riprese si concludono il 20 febbraio 1988.
Prima di Mezzanotte (Midnight Run) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 20 luglio 1988. A fronte di un budget di circa 30 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale poco più di 81 milioni di dollari.
Pur non rivelandosi un grande successo, la pellicola diviene oggetto nel 1994 di alcuni insoliti sequel (o sarebbe meglio dire prequel), quando vengono prodotti tre film - destinati al solo circuito televisivo - intitolati Another Midnight Run, Midnight Runaround e Midnight Run for Your Life.
Essendo prodotti a basso costo, il cast cinematografico non può essere confermato e dunque in questi tre film il personaggio di Jack Walsh viene interpretato dall'attore Christopher McDonald, in sostituzione di De Niro. Della troupe del film originario, solo lo sceneggiatore George Gallo è presente in qualità di consulente.
Prima di Mezzanotte col passare degli anni diventa una sorta di oggetto di culto, tanto che nel 2010 Roberto De Niro si dichiara disponibile a un eventuale sequel. Nel 2012 gli viene anche proposto un trattamento, scritto da Timothy Dowling, che vede di nuovo coinvolto Jack Walsh, il quale stavolta deve aiutare il figlio di John Mardukas, che si è cacciato nei guai.
Qualcosa sembra muoversi e viene anche individuato un possibile regista in Brett Ratner, ma la pellicola non entra nemmeno nella fase di pre-produzione.
Anche se nulla si concretizza negli anni successivi, l'attore non dispera di poterlo realizzare un giorno, seppure la scomparsa di Charles Grodin - avvenuta il 18 maggio 2021 - ha con ogni probabilità chiuso ogni possibilità in tal senso.
E questa è la fine della storia.

giovedì 10 giugno 2021

Libri a caso: Come Tracce sulla Sabbia


Dopo Un Ristretto in Tazza Grande, torna Riccardo Ranieri, il giornalista impacciato con la passione per il golf e l'investigazione che agisce a Padova e nella provincia. E insieme a lui torna anche Giulia Dal Nero, procuratore della Repubblica. Tutto questo grazie al secondo romanzo del ciclo scritto da Federico Maria RivaltaCome Tracce sulla Sabbia, pubblicato nel 2014 da Amazon Publishing.
Sono passati due anni dagli eventi del primo libro. Riccardo e Giulia si sono un po' persi di vista, ingabbiati dalle loro rispettive carriere, ma le loro vite rimangono di nuovo intrecciate quando un serial killer irrompe sulla scena, uccidendo degli adolescenti.
Il suo metodo di agire è piuttosto peculiare, poiché lascia in anticipo dei messaggi, basati sulle terzine dell'Inferno di Dante Alighieri, che annunciano la sua prossima vittima. Il killer è efficiente e spietato e gli unici indizi che potrebbero portare alla scoperta della sua identità sono collegati a dei lavori di appalto con agenti inquinanti compiuti da una società di smaltimento rifiuti.
L'opera seconda deve essere in grado di confermare quanto visto nella prima, magari cercando di ampliare lo scenario originario per offrire nuovi spunti e nuove possibilità narrative. Come Tracce sulla Sabbia opera in questo senso.
Innanzitutto il punto di vista e il progredire degli eventi non sono più concentrati solo e unicamente su Riccardo Ranieri, ma ampio spazio ottiene in questo secondo libro Giulia Dal Nero, tanto da divenire una vera e propria co-protagonista (nel primo libro, invece, proprio sullo sfondo non era, ma quasi). Il tutto ovviamente è in funzione di una più efficace narrazione, anche per via di alcuni eventi che renderebbero la trama deficitaria se visti solo attraverso gli occhi di Ranieri.
Questo porta anche ad ampliare i rispettivi mondi dei due protagonisti, mondi chiaramente destinati a rimanere legati in maniera indissolubile, introducendo nuovi personaggi o dando più spazio ai comprimari del primo libro, approfondendone certe caratteristiche.
I due protagonisti rimangono bloccati nelle loro peculiarità indicate in Un Ristretto in Tazza Grande e vanno poco avanti rispetto a dove si erano fermati, diciamo che questo secondo capitolo rappresenta sia una sorta di punto fermo rispetto a prima, sia l'inizio di un nuovo paragrafo che verrà esplorato e ampliato in future avventure, almeno questa è l'impressione.
Vi è anche sottotraccia, ma fino a un certo punto, una critica a una certa politica regionale - incurante della salute dei cittadini - e a una certa imprenditoria - incurante di molte altre cose - che sfruttano e martoriano il territorio senza pensare, o meglio senza tenere in considerazione, alle conseguenze che ciò avrà sul bene pubblico. Finché un giorno qualcuno vorrà saldare i conti.

martedì 8 giugno 2021

A scuola di cinema: Ispettore Callaghan - Il Caso Scorpio è Tuo! (1971)

1969: Il serial killer Zodiac semina da circa un anno il terrore in varie località della California, arrivando infine a uccidere non meno di cinque persone e ferendone altre due in maniera grave.
L'incarico di scoprire l'identità dell'assassino seriale e catturarlo viene affidato all'originale detective Dave Toschi. Ma nonostante tutti gli sforzi, qualche concreto sospetto e gli indizi lasciati anche dal serial killer in persona negli anni successivi, questo mistero resta infine irrisolto. E tale rimarrà per sempre, salvo sorprese.
Sia Zodiac che Toschi, tuttavia, contribuiscono in maniera involontaria alla nascita di un'icona cinematografica, che caratterizzerà una carriera allora di per sé già stellare di un grande attore.


Sempre nel 1969, i coniugi Harry Julian Fink e Rita M. Fink scrivono una sceneggiatura intitolata Dead Right, incentrata su un poliziotto cinquantenne di New York, Harry Callahan, il quale cerca di fermare a ogni costo un serial killer di nome Scorpio, in pratica la trama di base, solo col protagonista più anziano rispetto a quello che conosciamo. Callahan è in parte modellato su Dave Toschi, mentre il modo di agire di Scorpio ricorda quello di Zodiac.
La sceneggiatura viene acquisita dalla Warner Bros. e sottoposta a più revisioni, una delle quali ad opera di John Milius (che idea il monologo sulla 44 Magnum), mentre un'altra ideata da Terrence Malick.
Per il ruolo del protagonista viene contattato Frank Sinatra, ma costui ha subito una frattura a un polso durante la lavorazione di Va' e Uccidi (The Manchurian Candidate) e trova difficile impugnare una pistola ingombrante come quella di Callahan, inoltre ha da pochi mesi perso il padre e vuole dedicarsi a progetti meno cupi. Per questi motivi l'attore abbandona il progetto.
La parte viene allora offerta ad altri attori, tra cui Steve McQueen e Paul Newman. Entrambi rifiutano, ma Newman - che ritiene le tematiche del film troppo estreme - suggerisce come possibile interprete Clint Eastwood. Costui è interessato, ma pone alcune condizioni.
Prima di tutto vuole che si ritorni alla sceneggiatura originaria, perché le successive revisioni hanno troppo alterato la trama di base (in una di queste, Scorpio viene alla fine ucciso da un cecchino della polizia), ma secondo l'attore il cuore della vicenda deve rimanere la caccia del killer da parte di Callahan. La seconda condizione è che il regista sia Don Siegel, fidato amico di Eastwood (in precedenza era stato selezionato Irvin Kershner, ma costui aveva rinunciato in concomitanza con l'abbandono di Frank Sinatra). La terza e ultima, che la produzione della pellicola sia gestita dalla sua società, Malpaso Company.
Le condizioni vengono accettate ed Eastwood accetta la parte nel dicembre 1970. A quel tempo, Don Siegel è sotto contratto con la Universal, ma Eastwood ha già abbastanza potere e influenza da recarsi di persona presso i dirigenti dello studio e ottenere l'autorizzazione che il regista si occupi della direzione della pellicola per uno studio rivale.
Eastwood e Siegel chiedono comunque una rifinitura della sceneggiatura a Dean Riesner. Tra i cambiamenti il ringiovanimento di Callahan (Eastwood all'epoca ha poco più di quarant'anni) e il trasferimento della vicenda da New York a San Francisco, per aumentare i parallelismi con gli omicidi di Zodiac.
Per il ruolo di Scorpio, si pensa in un primo momento ad Audie Murphy, ma costui purtroppo muore in seguito a un incidente aereo nel maggio 1971. Eastwood allora propone il nome di Andrew Robinson, un giovane attore che ha apprezzato in una rappresentazione teatrale intitolata Subject To Fits, di Robert Montgomery, basata su L'Idiota di Fedor Dostoevsky, e il cui viso d'angelo secondo Siegel lo rende perfetto per la parte. Per Andrew Robinson, questo film rappresenta il suo debutto cinematografico.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 20 aprile 1971, tenendosi principalmente a San Francisco.
Andrew Robinson è un convinto pacifista, che non ha mai usato un'arma in vita sua, dunque in principio ha alcune difficoltà sia nel girare le scene più forti che nel maneggiare una pistola e ogni volta che spara non può fare a meno di tremare e piegarsi all'indietro. Don Siegel allora lo manda per qualche giorno presso un poligono di tiro per rendere la sua interpretazione più convincente.
Clint Eastwood, oltre a effettuare tutte le sequenze che lo riguardano senza l'uso di una controfigura, per velocizzare i tempi dirige anche personalmente una scena: l'attore peraltro ha già diretto un film di recente, Brivido nella Notte (Play Misty For Me).
Per la scena finale, in cui Callahan deve gettare via con rabbia il suo distintivo (un dichiarato omaggio a Mezzogiorno di Fuoco di Fred Zinnemann), vi è in principio una differenza di vedute tra Eastwood e Don Siegel.
Il primo è convinto che un simile gesto voglia dire che Callahan intende abbandonare il corpo di polizia, cosa che non rispecchia affatto il personaggio. Siegel invece è di diverso avviso, quel gesto dimostra in realtà la sfiducia di Callahan verso il burocratico sistema giudiziario, nonché la mancanza di rispetto che prova nei confronti delle alte sfere della polizia e contro cui si è scontrato più volte.
Dopo che l'attore non si presenta sul set per buona parte del giorno in cui la scena deve essere girata, si convince infine dell'opinione di Siegel. Per colmo di sfortuna, quello stesso giorno è presente un solo distintivo sul set, così la scena può essere ripresa una sola volta e senza errori.
Le riprese si concludono il 18 giugno 1971.
Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo! (Dirty Harry) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 23 dicembre 1971. A fronte di un budget di 4 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare sul territorio statunitense 36 milioni di dollari.
L'interpretazione di Scorpio da parte di Andrew Robinson deve essere risultata particolarmente convincente agli occhi di alcuni, poiché dopo l'uscita del film costui riceve numerose minacce di morte, cosa che lo costringe infine a far togliere il numero di telefono di casa dagli elenchi telefonici.
Il grande successo del film, oltre a confermare l'immensa popolarità di Clint Eastwood, porta in breve tempo allo sviluppo di un sequel... ma questa è un'altra storia.

venerdì 4 giugno 2021

A scuola di cinema: L'Uccello dalle Piume di Cristallo (1970)

1969: Dopo una lunga gavetta come critico cinematografico per il quotidiano Paese Sera e una prolifica carriera come sceneggiatore di vari film, tra cui anche C'era Una Volta il West di Sergio Leone, il giovane cineasta Dario Argento vuole provare a compiere il grande salto e dirigere la sua prima pellicola. Ciò che ne conseguirà sarà il primo passo - seppur costellato di vari ostacoli - di una fulgida carriera, nonché l'inizio di una nuova fase per il cinema italiano.


L'occasione per Dario Argento arriva in maniera quasi inaspettata quando il suo amico Bernardo Bertolucci, con cui aveva collaborato alla stesura della sceneggiatura di C'era Una Volta il West, gli invia per un possibile adattamento una copia del romanzo del 1949 La Statua che Urla (Screaming Mimi), di Fredric Brown, incentrato su un killer seriale di Chicago che prende di mira giovani donne, sfregiandole.
Pur rimanendo intrigato dal libro, Dario Argento fa molto di più: prende solo spunto marginale dal romanzo di Brown, ne sposta l'ambientazione a Roma e unisce la trama a quella di un incubo da lui avuto, causato da una congestione, mentre si trova a Tunisi, in cui si è ritrovato intrappolato in una gabbia di vetro, incapace di aiutare una donna minacciata da un'oscura presenza. Il tutto unito a tematiche personali e oniriche.
La sceneggiatura viene completata in appena cinque giorni e opzionata dalla Titanus, che intende mettere in atto una produzione internazionale coinvolgendo anche attori americani e girando il tutto in inglese, di modo tale da poter vendere la pellicola oltreoceano.
La regia viene proposta in prima battuta a Terence Young, il quale però rifiuta. Dario Argento, tuttavia, crede molto in questo progetto e quindi insieme a suo padre Salvatore Argento fonda la società di produzione SEDA Spettacoli per poter gestire in piena autonomia lo sviluppo del film. A Salvatore Argento viene dunque affidata la produzione e lui ovviamente incarica suo figlio Dario della regia.
Con un budget di circa 200 milioni di lire, le riprese iniziano in via ufficiale nel settembre 1969, tenendosi a Roma e - per gli interni - presso gli Studi De Paolis.
Fin dal primo giorno Dario Argento si trova in netto contrasto con l'attore protagonista del film, Tony Musante, il quale è molto metodico e preciso, arrivando a volte anche a recarsi presso l'abitazione del regista per discutere su come girare una scena.
Proprio la direzione delle scene è la causa di maggior attrito tra i due: quello che è lo stile di regia del debuttante Argento, fatto anche di improvvisazione e di inquadrature inedite, viene invece visto da Tony Musante come segno di approssimazione e mancanza di professionalità. Col passare delle settimane, dunque, il rapporto tra i due si deteriora fino al punto di non ritorno.
Anche dalla casa di distribuzione, Dario Argento non ottiene un grande supporto. Il dirigente della Titanus Goffredo Lombardo, infatti, dopo aver visionato le prime scene, ritenendole insoddisfacenti, giunge alla conclusione che il giovane regista non sia la persona più indicata per portare avanti il progetto e dopo poco più di una settimana medita di sostituirlo con Ferdinando Baldi.
Convoca così Dario Argento nei propri uffici, offrendogli anche la possibilità di lasciare comunque il suo nome in cartellone come regista, ma quest'ultimo si impunta e resta al proprio posto. Goffredo Lombardo, tuttavia, per tutta la durata della lavorazione rimarrà convinto che il film non sia riuscito al meglio e non faccia davvero paura.
In questa sua prima pellicola, Dario Argento utilizza per la prima volta un metodo di lavoro che caratterizzerà altri suoi futuri film. Quando vengono inquadrate le mani dell'assassino, quelle sono in realtà le sue mani: il regista preferisce agire così per velocizzare la produzione, sapendo già quali movimenti utilizzare, invece che affidare l'incarico a un altro attore.
Una sequenza finale riguarda il suicidio di uno dei personaggi che cade dalla finestra di un palazzo e Argento vuole realizzarla con una sorta di effetto in soggettiva. Per questo fa lanciare di sotto la telecamera, la quale è legata a una corda. Tuttavia, le misure vengono mal calcolate dalla troupe e la telecamera si schianta al suolo, rimanendo distrutta. Per fortuna, il materiale girato è rimasto intatto.
Le riprese si concludono nell'ottobre 1969, dopo sei settimane di lavorazione. Quasi superfluo dire che, quando il film viene mostrato in anteprima ai dirigenti della Titanus, costoro lo ritengono assurdo e noioso e sono certi che nessuno lo andrà a vedere.
Temendo una mancata distribuzione, Salvatore Argento, lì presente, si reca presso gli uffici di Goffredo Lombardo durante una pausa pranzo e lì vi trova la segretaria del produttore che sta mangiando un panino, mentre le tremano forte le mani. Quando gliene chiede la ragione, la donna risponde che ha visto la pellicola, rimanendone molto impressionata. Salvatore Argento le chiede allora di andare a riferire questo anche a Goffredo Lombardo.
L'Uccello dalle Piume di Cristallo viene distribuito nei cinema italiani a partire dal 19 febbraio 1970. Certo comunque del suo fallimento, Goffredo Lombardo si reca in vacanza alle Seychelles. La pellicola arriva infine a incassare sul territorio italiano quasi un miliardo e mezzo di lire e ottiene un grande successo anche negli Stati Uniti.
Non appena gli giunge voce del grande successo della pellicola persino oltreoceano, Goffredo Lombardo telefona a Dario Argento e gli dice che è stato bravissimo e questo è un progetto in cui loro due hanno sempre creduto.
Non è altrettanto accomodante Tony Musante. Costui ormai l'ha presa sul personale e una sera, qualche tempo dopo, si presenta sotto casa di Dario Argento, chiedendo a gran voce che venga aperta la porta. Il regista si convince che lo voglia malmenare e fa finta di non essere presente, fino a quando l'attore si allontana. Da quel momento in poi, Dario Argento non vorrà avere più nulla a che fare con Tony Musante, nemmeno a titolo personale.
L'Uccello dalle Piume di Cristallo rappresenta inoltre la prima parte della cosiddetta Trilogia degli Animali, che proseguirà l'anno successivo con Il Gatto a Nove Code... ma questa è un'altra storia.

mercoledì 2 giugno 2021

Fabolous Stack of Comics: Inumani VS X-Men


Inumani e X-Men sono tra le "famiglie" di supereroi più particolari del Marvel Universe. Create entrambe da Stan Lee e Jack Kirby, hanno subito numerose evoluzioni nel corso dei decenni e l'arrivo - in particolare per gli X-Men - di nuovi componenti.
Per molto tempo ognuna di queste due famiglie è rimasta nel proprio micromondo, senza incroci effettivi a parte qualche crossover generale. Dopo Infinity, tuttavia, la situazione cambia: la dispersione nell'atmosfera delle Nebbie Terrigene causata in maniera indiretta da Thanos porta alla nascita di nuovi Inumani, ma quelle stesse Nebbie si rivelano anche letali per i mutanti, causando una loro decimazione (la quinta, sesta... ho perso il conto).
Il punto di non ritorno si raggiunge con la morte di Ciclope e Madrox l'Uomo Multiplo, fatti passare da Emma Frost come martiri (pur non essendo proprio la verità) per aver cercato di fermare l'avanzare delle Nebbie.
Ne consegue una situazione di stallo destinata però ad esplodere nella miniserie in sei numeri (più un numero 0) Inumani Vs X-Men (Inhumans vs. X-Men), pubblicata tra il 2016 e il 2017, scritta da Charles Soule e Jeff Lemire e disegnata da Leinil Francis Yu, Kenneth Rocafort e Javi Garron.
Un conflitto che nasce dalla volontà - traviata e mal gestita - di Emma Frost di far sì che il sacrificio di Ciclope abbia un significato, tanto che riesce a radunare attorno a sé tutti gli X-Men, incluso Magneto. Solo Bestia si oppone, ma viene messo agli arresti. Al contempo l'ultima Nebbia Terrigena rimasta sta raggiungendo un punto di saturazione, rischiando di dare vita a un'esplosione in grado di uccidere tutti i mutanti presenti sulla Terra.
La battaglia tra le due fazioni dunque si scatena, ma l'elemento risolutore potrebbe essere la nuova generazione di Inumani guidata da Ms. Marvel, abituata a pensare con schemi mentali diversi da quelli degli adulti.
Questa miniserie porta a compimento la trama delle Nebbie Terrigene iniziata sin dai tempi di Infinity e dà vita a nuovi scenari narrativi sia per gli Inumani che per gli X-Men... durati poi poco, ma sorvoliamo. Da un punto di vista grafico forse non è stata una gran furbata affidare una miniserie di sei numeri a tre disegnatori differenti, ognuno col proprio stile.
Il mix dei due sceneggiatori, invece, risulta ben amalgamato (Lemire si occupa degli X-Men, Soule degli Inumani) e risultano indistinguibili. Ovviamente, essendo un punto di arrivo di trame pregresse e che cercano di attirare i lettori di entrambe le famiglie, i due autori non si preoccupano troppo di lanciare messaggi particolari, limitandosi a chiudere le trame in sospeso e a lanciare qualche nuovo spunto per le storie future.
Vi è tuttavia un curioso contrasto tra quelli che sono gli Inumani e X-Men "storici", per così dire, rispetto a quelli delle nuove generazioni. Un tempo erano i primi i ribelli, coloro che si ponevano fuori dal coro battendosi per tutti in maniera indistinta. Ora sembra che il vero pensiero ribelle, aiutare tutti in maniera indistinta, sia invece appannaggio dei componenti delle giovani generazioni, mentre i "vecchi" si sono rinchiusi nel loro guscio e commettono gli stessi errori di coloro contro cui un tempo si battevano.
Ma per fortuna il futuro è in mano ai primi.

domenica 30 maggio 2021

A scuola di cinema: Ricomincio da Tre (1981)

1977: Il trio comico La Smorfia, composto da Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo Decaro, esordisce su alcuni palcoscenici teatrali di Napoli, ottenendo fin da subito un immediato successo grazie ai loro fenomenali sketch comici incentrati sui problemi di Napoli e non solo.
Il gruppo era nato grazie alla forte amicizia che legava Troisi e Arena, i quali poco tempo prima hanno avuto il loro debutto insieme ad altri loro amici esibendosi in piccoli teatri, prima che l'arrivo di Decaro porti il trio a una sorta di stabilità, facendo sì che dopo i successi nella città partenopea riesca a ottenere ingaggi anche a Roma.
Quello che cattura di più l'attenzione, e non solo per motivi di mero apprezzamento artistico, è lo sketch dell'Annunciazione, a causa del quale il trio comico subisce addirittura un'accusa di vilipendio alla religione di stato, mai arrivata tuttavia in tribunale.
Notati da alcuni talent scout mentre sono impegnati nella loro tournee a Roma, i tre comici esordiscono poco tempo dopo in televisione, partecipando dapprima al programma Non Stop e successivamente a Luna Park, comparendovi fino all'inizio del 1980. Il successo viene bissato e, grazie alla potenza del mezzo televisivo, raggiunge un pubblico molto più ampio rispetto a quello teatrale.
Tuttavia, all'inizio degli anni '80 del ventesimo secolo il gruppo comico - per le inevitabili divergenze artistiche e il desiderio da parte di Massimo Troisi di proseguire con una carriera solista - si scioglie. Troisi inizia dunque a scrivere monologhi teatrali con cui cerca di portare avanti un percorso artistico personale.
La grande popolarità che ha acquisito partecipando a show televisivi di successo lo porta anche a essere contattato da alcuni produttori cinematografici, ma i copioni che gli vengono offerti non lo entusiasmano affatto. Ma proprio quando sembra che per l'attore la via inevitabile da perseguire sia verso il teatro, ecco che arriva la svolta.


Dopo una paziente opera di persuasione, e l'iniziale rifiuto da parte di Troisi di essere il protagonista di un film diretto da Luigi Magni, i produttori Fulvio Lucisano e Mauro Berardi della Italian International Film riescono infine a convincere l'attore a esordire sul grande schermo, offrendogli, oltre che la parte di protagonista, anche la regia di una pellicola basata su un suo progetto personale.
Oltretutto la sceneggiatura può partire da basi già solide, che sono i monologhi teatrali - incentrati in parte su esperienze personali o raccontategli da alcuni suoi amici - scritti da Troisi. Tuttavia, il cinema rimane comunque un mezzo di comunicazione differente e, grazie all'assistenza della sua compagna e sceneggiatrice Anna Pavignano, Troisi finalizza la sceneggiatura del film.
Per il ruolo di Marta, la protagonista femminile, Troisi in primo luogo contatta Stefania Sandrelli, ma l'attrice non si dimostra infine interessata al progetto e suggerisce di affidare la parte a Fiorenza Marchegiani.
Per il ruolo di Lello Sodano, si ricostituisce in parte il gruppo de La Smorfia, visto che a interpretarlo è Lello Arena. Cosa che non rappresenta un problema, in quanto le divergenze principali Troisi le ha avute con l'altro componente del gruppo, Enzo Decaro, mentre con Arena è rimasto sempre in buoni rapporti.
I produttori Mauro Berardi e Fulvio Lucisano riescono a mettere in campo un budget pari a quattrocento milioni di lire, e considerato che buona parte delle scene si svolgono prevalentemente in interni - retaggio della loro origine teatrale - ciò non si rivela una problematica.
E venendo appunto da quel mondo teatrale, Troisi non disdegna che gli altri attori diano il loro apporto alla pellicola: pur non ammettendo improvvisazione durante le riprese, accetta suggerimenti prima che queste inizino, perché certe scene vengano migliori e risultino più spontanee.
Le riprese si svolgono tra Napoli e Firenze. Sul set tutti danno una mano a tutti, senza eccessivi ruoli di comando, tanto che Arena ad esempio porta i caffè alla troupe o aiuta le persone ad ambientarsi.
Lucisano è preoccupato dal fatto che alcune battute in napoletano possano risultare poco comprensibili al pubblico del Nord Italia, ma Troisi risolve la situazione pronunciando tali battute almeno due volte e in maniera funzionale, cosicché vengano intese.
Per la colonna sonora del film, Troisi contatta un cantautore che ha conosciuto durante una trasmissione di Non Stop e con cui ha stretto una forte amicizia, Pino Daniele, iniziando una collaborazione che durerà nel tempo.
Il presentatore Pippo Baudo, conduttore del programma Luna Park dove La Smorfia aveva messo in scena i propri sketch comici, ha la possibilità di visionare un primo montaggio della pellicola e, notando che si svolge quasi del tutto in interni, suggerisce con forza che vi siano più scene in esterni, per dare al film più dinamicità. Viene accontentato.
In fase di montaggio finale, per esigenze di narrazione e minutaggio, Troisi si ritrova a dover eliminare suo malgrado alcune scene, pur essendo queste state girate.
Ricomincio Da Tre viene distribuito nei cinema italiani a partire dal 5 marzo 1981. La prima proiezione avviene a Messina, poiché al Nord si fatica a trovare interesse. Il successo in questa città è immediato e dunque Lucisano torna alla carica con le altre sale cinematografiche.
Siccome alcune di queste, di Milano e Torino, intendono mettere in proiezione il film al massimo per un weekend, il produttore concepisce una strategia con un rischio calcolato: chiede che la pellicola rimanga in programmazione per almeno cinque settimane e, nel caso l'incasso ordinario non venisse raggiunto, lui stesso si offre di coprire la cifra mancante per compensare eventuali, mancati guadagni. Ma tutto questo non sarà necessario.
Ricomincio Da Tre arriva infine a incassare circa 14 miliardi di lire, rimanendo in programmazione nelle sale per quasi un anno. Oltre a questo grande successo, senza precedenti fino a quel momento per il cinema italiano, la pellicola consegue numerosi premi, tra cui due David di Donatello e tre Nastri d'Argento (tra questi quelli a Troisi come miglior attore e miglior regista esordiente).
È appena nata una nuova stella del cinema italiano, che proseguirà negli anni successivi il suo percorso artistico con altre pellicole e altri successi... ma questa è un'altra storia.