martedì 11 maggio 2021

Libri a caso: Morte a Domicilio


Dopo i drammatici eventi del luglio 2001, concomitanti con la riunione del G8 e che trovano il loro culmine nella morte di Carlo Giuliani e nell'assalto alla Scuola Diaz, per qualche tempo Genova è sembrata diventare una città maledetta.
La società italiana ha fatto fatica e fatica ancora a venire a patti con quanto accaduto in quei giorni, mentre la narrativa si trova nella difficoltà di dover trattare di argomenti molto sensibili, a maggior ragione quando escono a breve distanza da suddetti eventi.
Morte a Domicilio, romanzo scritto da Maria Masella e pubblicato nel 2002 da Fratelli Frilli Editori, è la prima storia che vede protagonista il commissario Antonio Mariani, il quale agisce appunto a Genova.
Sgombriamo subito il campo da equivoci: nel libro non si fa riferimento ai fatti del 2001 (ancora troppo recenti e non metabolizzati), ma la Genova che ne viene ritratta ha quell'aura maledetta che sembrava aleggiare su di lei in passato.
Antonio Mariani è uno dei più valenti commissari in servizio a Genova: esigente, preciso, ma anche pieno di difetti. Se la sua vita professionale non sembra presentare sbavature, quella personale è allo sbando, poiché il rapporto di matrimonio con sua moglie Francesca è in crisi a causa dei continui tradimenti di lui.
In questa situazione poco idilliaca, a complicare le cose giungono una serie di messaggi indirizzati proprio a Mariani, a cui fanno seguito dei brutali omicidi. Messaggi che sembrano ben conoscere le abitudini di Mariani e quelle della sua famiglia. Che si tratti davvero di un serial killer? E perché lo ha preso di mira?
Antonio Mariani, prima di essere un detective, è un uomo sconfitto dalla vita. Una sconfitta che si è procurato con le sue stesse mani. La sfida che gli lancia dunque il presunto serial killer ha duplice valenza: la prima, più evidente, è un invito a essere scoperto. La seconda, più intima, rappresenta per Mariani una possibilità di rinascita, di provare a sistemare le cose in famiglia e ritrovare un'identità perduta.
Una rinascita che tuttavia passa attraverso un viaggio infernale nella mente di una persona indecifrabile e nelle vie "infernali" di Genova, popolate da persone che a volte rimangono avvinte nelle spire di questi gironi, a volte invece riescono a uscirne.
La rinascita inoltre passa dall'accettazione di Mariani delle figure femminili della sua vita. Figure femminili tutte forti e indipendenti, non solo sua moglie Francesca, ma anche la madre e la figlia. Figure di fronte alle quali appare in principio incapace di costruire un rapporto, di comprenderne le esigenze, proprio perché è un mondo con cui non si è voluto confrontare in passato.
Il romanzo ha un ritmo lento in principio, non so quanto voluto, dopodiché poco prima della seconda metà - mano a mano che il mistero inizia a prendere forma - suddetto ritmo diventa più frenetico. Fino al finale, un po' spiazzante.
Di sicuro il commissario Mariani tornerà nelle nostre letture.

domenica 9 maggio 2021

A scuola di cinema: RoboCop (1987)

1980: Alle elezioni presidenziali statunitensi trionfa Ronald Reagan, il quale batte George Bush Senior. Nei primi anni della sua presidenza, la politica americana e le megacorporazioni statunitensi diventano più aggressive rispetto al passato per contrastare lo strapotere delle megacorporazioni giapponesi. Il tutto causa anche inevitabili effetti deleteri, come la chiusura di molte fabbriche - in particolare quelle automobilistiche di Detroit - e l'aumento della disoccupazione.
In questo scenario presente incerto, nasce un eroe del futuro che diventa un caposaldo del cinema: RoboCop.


1981: Lo sceneggiatore Edward Neumeier lavora come correttore di bozze cinematografiche in un camper vicino agli studi della Warner Bros. quando nota la costruzione di un grande set a poca distanza da dove si trova, qualcosa che cattura la sua attenzione.
Il set è quello del film Blade Runner e di notte, quando Neumeier termina di lavorare, si reca presso di esso a osservare Ridley Scott e la troupe lavorare alla pellicola e dà una mano laddove serve. Non essendoci all'epoca rigide procedure di sicurezza, nessuno cerca di allontanarlo.
Neumeier rimane lì per quattro notti, durante le quali nota il modellino dell'auto volante utilizzata nel film, rimanendone affascinato. Appassionato di fantascienza e fumetti, Neumeier - pensando alla trama del film che vede un poliziotto umano cacciare dei robot ribelli - concepisce in quelle notti l'idea di RoboCop. Ovvero di un robot che punisce i criminali umani. Un'idea poco più che abbozzata, la quale viene concentrata in un primo trattamento di 40 pagine che lo sceneggiatore decide di non sviluppare nell'immediato.
Nel 1984, Neumeier conosce un aspirante regista cinematografico, che per sbarcare il lunario dirige video musicali, Michael Miner.
Quando scopre che Miner sta dirigendo un video musicale incentrato su un robot - Don't Stop Runnin' degli Y & T - e ha in mente un film su un robot intitolato SuperCop, Neumeier lo mette a parte del suo progetto. I due autori cominciano a collaborare e, lavorando durante le notti e nel tempo libero durante i weekend, dopo tre mesi di lavoro nel dicembre 1984 la prima bozza, intitolata RoboCop: The Future of Law Enforcement, viene completata.
Grazie alle loro, seppur limitate, conoscenze nell'ambiente cinematografico, i due fanno circolare la sceneggiatura. Poco tempo dopo ricevono due proposte: la prima da parte della società indipendente Atlantic Releasing, la seconda della Orion Pictures per tramite del produttore Jon Davison.
Viene accettata questa seconda proposta e Neumeier e Miner si mettono al lavoro per rifinire la sceneggiatura, ricevendo un ingaggio di 25.000 dollari più la promessa di una piccola percentuale sui profitti della pellicola.
Una volta completata la seconda bozza, Neumeier chiede di essere uno dei produttori del film, mentre Miner si propone come regista. Al primo viene dato un ruolo da co-produttore, mentre al secondo viene offerta la regia della seconda unità, considerata la sua scarsa esperienza. Una proposta che Miner rifiuta.
Trovare un regista interessato al progetto non è comunque semplice. Il primo a cui viene assegnato l'incarico è Jonathan Kaplan, che però vi rinuncia per andare a dirigere Fuga dal Futuro (Project X). Altri registi vengono dunque contattati, ma rifiutano, alcuni non appena vengono a conoscenza del titolo del film, ora abbreviato solo in RoboCop, ritenuto troppo stupido.
Fino a quando una dirigente della Orion, Barbara Boyle, suggerisce il nome di Paul Verhoeven, un regista olandese un cui film ha esordito di recente negli Stati Uniti, L'Amore e il Sangue (Flesh and Blood), distribuito appunto dalla Orion.
Barbara Boyle manda la sceneggiatura a Verhoeven che, come nota il titolo in prima pagina, la butta nel cesto della spazzatura. Senza arrendersi, Barbara Boyle gliela rimanda, chiedendogli di andare oltre. Verhoeven consegna allora la sceneggiatura a sua moglie Martine Tours che, dopo averla letta, gli consiglia di accettare l'incarico, poiché la storia parla di un uomo che perde la propria identità e deve lottare per riacquisirla.
Verhoeven dunque inizia a leggere la sceneggiatura a sua volta, con accanto un dizionario, non essendo ancora fluente nella lingua inglese e non capendo perciò alcuni giochi di parole. Alcuni dovrà farseli spiegare dai due sceneggiatori. Quando arriva alla parte in cui il personaggio di Alex Murphy torna a casa e ha flash di memoria su sua moglie e sua figlia, il regista decide di accettare.
Verhoeven si presenta dai due sceneggiatori, chiedendo di dare alla storia toni più seri, ma quando legge la terza bozza prodotta, incompleta - che prevede anche una relazione tra Alex Murphy e Anne Lewis - decide che è meglio utilizzare la seconda, dai toni più satireggianti.
Per il ruolo principale, vengono considerati vari attori, tra cui Michael Ironside, Tom Berenger e dietro richiesta di Verhoeven Rutger Hauer, ma il loro fisico, per quanto possa apparire strano, è troppo esile per poter adattarsi all'armatura e all'elmetto di RoboCop. Orion propone dunque Arnold Schwarzenegger, ma qui si presenta il problema contrario: la sua stazza è troppo imponente e dunque non risulterebbe credibile come RoboCop.
Si arriva dunque a Peter Weller, che non solo ha il fisico adatto grazie al fatto che compete spesso e volentieri a titolo amatoriale in delle maratone, ma il suo ingaggio è anche inferiore rispetto agli altri attori. E il suo mento, secondo Verhoeven, si adatta alla perfezione all'elmetto.
Per prepararsi alla parte, Weller entra in contatto col mimo Moni Yakim per ideare i movimenti ideali del suo personaggio quando è in armatura.
Per il ruolo di Anne Lewis, la prima scelta ricade su Stephanie Zimbalist, che ritiene aver concluso i suoi impegni televisivi per il telefilm Mai Dire Sì (Remington Steele). Tuttavia a sorpresa la NBC decide di produrre una nuova stagione del serial ed essendo l'attrice obbligata contrattualmente a parteciparvi è costretta a declinare la proposta. In sua sostituzione viene scelta Nancy Allen, che accetta dopo aver letto la sceneggiatura, pur ritenendo il titolo orribile.
L'attrice ha una fluente chioma di capelli biondi e Paul Verhoeven le chiede di accorciarli perché - almeno a suo dire - con un aspetto mascolino il pubblico non penserà che ci possa essere del tenero o un sottotesto sessuale tra il suo personaggio e RoboCop. Le viene anche chiesto di mettere su qualche chilo, cosa che l'attrice ottiene semplicemente smettendo di fumare.
Per prepararsi alla parte, visto che in vita sua non ha mai maneggiato armi, Nancy Allen frequenta un'accademia di polizia, ricevendo lezioni dal reclutatore Steve Estrada.
Per l'ideazione dell'armatura di RoboCop viene contattato l'esperto di effetti speciali Rob Bottin. Costui si trova subito di fronte alla difficoltà di realizzare un'armatura il più possibile robotica, ma con la consapevolezza che dovrà essere indossata e manovrata da un attore in maniera il più possibile fluida. Bottin concepisce circa 50 design dell'armatura prima che Verhoeven si dichiari soddisfatto, cosa che causa in lui grande frustrazione.
Ma la parte più difficile arriva quando si tratta di costruire l'armatura, per cui si decide di utilizzare come materiale principale la gommapiuma. Il team capitanato da Bottin impiega ben sei mesi per completare quest'incarico, dovendo costruire più modelli per esigenze di riprese e lavorazione, saranno alla fine sette i modelli prodotti. Senza contare la difficoltà intrinseca che si tratta di un lavoro che non ha precedenti nell'ambito dell'industria cinematografica.
Il lavoro viene dunque completato a riprese sostanzialmente già iniziate, cosa che non permette a Peter Weller di provare l'armatura in maniera preventiva come si era prefisso.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 6 agosto 1986. Anche se la storia si svolge a Detroit - simbolo della decadenza economica statunitense dell'epoca, ma ritenuta poco futuristica - i lavori vengono eseguiti in Texas, Pennsylvania e California.
Quando l'armatura di RoboCop giunge sul set, a due settimane dall'inizio dei lavori, Weller impiega non meno di undici ore per entrarvi, ma riesce a muoversi a malapena. Inoltre non riesce a vedere bene dall'elmetto. Irato in quanto tutto il lavoro di preparazione coordinato da Moni Yakim è da gettare al vento, Weller chiede di bloccare la produzione e trovare una soluzione al problema.
La Orion a quel punto vorrebbe affidare la parte a Lance Henriksen, ma Bottin ha modellato l'armatura sulle fattezze di Weller, così Yakim viene chiamato sul set mentre l'armatura viene rimodellata e idea in tre giorni insieme a Weller e Verhoeven dei nuovi movimenti per il personaggio.
Anche quando finalmente Weller può muoversi, i problemi non sono finiti. Essendo comunque l'armatura ingombrante, non gli permette di entrare nelle auto o di scendere le scale. Così, quando vi è una scena che coinvolge questi aspetti, l'attore viene inquadrato solo dal petto in su, mentre sotto è in mutande.
Le alte temperature texane inoltre fanno sì che, ogni volta che esce dall'armatura, Weller abbia perso circa un chilo e mezzo di peso. Oltre a reidratarsi, per far abbassare la temperatura interna vengono diretti in primo luogo verso l'attore getti di aria condizionata ogni venti minuti. Fino a quando viene inserito un piccolo ventilatore dentro l'armatura.
Edward Neumeier è presente ogni giorno sul set, cosa che aiuta la produzione quando si tratta di riscrivere una scena al volo o estenderla dietro richiesta di Verhoeven. Nonostante ciò, sia la tempistica che il budget iniziale previsto di 11 milioni di dollari vengono sforati, costringendo il regista della seconda unità Monte Hellman a dirigere di persona alcune scene, poi chiaramente approvate da Verhoeven.
Per questo motivo, in un primo momento si decide di non girare la scena dell'uccisione di Alex Murphy, ma quando i dirigenti della Orion visionano il materiale filmato mettono a disposizione una somma aggiuntiva perché tale scena sia girata.
Le riprese si concludono l'otto novembre 1986.
La pellicola, contenente per l'epoca scene molto violente, seppur alcune di esse presentate in chiave caricaturale, fatica a ottenere l'approvazione da parte della Motion Picture Association of America (MPAA), che vuole applicare un rating X, vietato ai minori. Solo dopo otto rimontaggi, ottiene infine un Rating R (minori fino ai 13 anni ammessi se accompagnati da almeno un genitore).
RoboCop viene distribuito nei cinema americani a partire dal 17 luglio 1987. A fronte di un budget di tredici milioni e settecentomila dollari, la pellicola arriva infine a incassare solo sul territorio statunitense oltre 53 milioni di dollari.
Un buon successo, pur se non eccezionale, che convince la Orion Pictures a mettere subito in produzione un sequel. La cosa non si rivelerà così semplice... ma questa è un'altra storia.

venerdì 7 maggio 2021

Fabolous Stack of Comics: Stormwatch - Colpisce il Fulmine


Fino al numero 36 del giugno 1996, Stormwatch era una delle tante serie prodotte dalla Image Comics. Creata da Jim Lee e Brandon Choi, si distingueva per essere un gruppo sotto la tutela delle Nazioni Unite - concetto non così originale, visto che quantomeno lo SHIELD della Marvel possedeva la stessa caratteristica - e con supereroi provenienti da varie nazioni... no, neanche questo originale a pensarci bene, anticipati dagli X-Men molti anni prima.
Insomma, Stormwatch rischiava di divenire col tempo una serie come tante, ricordata solo perché fu una delle prime serie Image dei transfughi della Marvel Comics (anche quest'evento, peraltro, ormai sepolto dal tempo e di cui i lettori più giovani non sanno nulla, e credo nemmeno vogliano saperne nulla)... poi è arrivato il numero 37 del luglio 1996. Una nuova gestione, un nuovo punto di partenza, un nuovo autore: Warren Ellis.
Lo sceneggiatore, coadiuvato da alcuni disegnatori il cui elemento principale è Tom Raney, inizia da questo numero a imbastire una lunga saga - tramite racconti singoli che si scoprono poi essere interconnessi - che si protrae fino al numero 47 intitolata Colpisce il Fulmine (Lightning Strikes).
Nel primo numero di questa saga viene subito introdotto un personaggio fondamentale per questa nuova gestione: Jenny Sparks, lo Spirito del Ventesimo Secolo. Tramite un seminale colloquio tra lei e Henry Bendix/Weatherman viene identificato il problema principale della narrativa dei supereroi a più di 35 anni dalla creazione dei Fantastici Quattro. Il ripetersi mese dopo mese dello scontro tra supereroi e supercriminali e il mantenimento perpetuo dello status quo.
Bendix rifonda Stormwatch creando tre branche di questo gruppo: Stormwatch Primo, il gruppo principale e pubblico, Stormwach Nero (capitanato da Jenny Sparks e di cui fa parte anche Jack Hawksmoor), per le missioni sotto copertura, e Stormwatch Rosso, incaricato delle ritorsioni. Mentre nel frattempo alcuni componenti del gruppo subiscono misteriosi attacchi che sembrano fare capo a un ignoto mandante.
Bendix e Jenny Sparks condividono due visioni diverse della gestione del potere ed entrambi sono convinti che il loro punto di vista sia quello più ottimale. Per Bendix, al fine di garantire la sicurezza di tutti, occorre anche sporcarsi le mani, privare qualcuno di alcune sue libertà, usare le maniere forti spesso e volentieri. Per Jenny Sparks invece bisogna andare al cuore del problema, colpendo non i sottoposti, ma eliminando alla radice l'origine del problema stesso, coloro che manovrano i burattini.
Entrambe queste visioni presentano molte criticità, infatti Ellis non presenta nessuna di esse come risolutiva - pur indicando Bendix come il principale "criminale" - e attraverso di esse rappresenta un'allegoria della politica militare "interventista" degli Stati Uniti (la prima Guerra del Golfo si era conclusa da pochi anni).
Quello che un po' inficia (ma solo un po') la saga è la parte grafica poiché molto "pompata" secondo quello che era lo stile imperante dell'epoca. Uno stile che tuttavia mal si adatta a queste atmosfere create da Ellis. Ma il disegnatore adatto sta per arrivare.

giovedì 6 maggio 2021

Libri a caso: Il Mistero di Abbacuada


Uno dei classici topos narrativi che si è soliti vedere nei romanzi gialli è quello dell'investigatore di turno che - per le più svariate ragioni - si ritrova a un certo punto fuori dal proprio elemento. Cosa che avviene già dai tempi di Sherlock Holmes, il cui esempio più significativo in tal senso è con ogni probabilità Il Mastino dei Baskerville.
Un topos che ritroviamo anche nel romanzo Il Mistero di Abbacuada di Gavino Zucca, pubblicato nel 2017 da Newton Compton Editori.
L'opera rappresenta la prima parte di un ciclo incentrato sul Tenente Giorgio Roversi, composto alla data odierna da quattro romanzi. La storia è ambientata tra novembre e dicembre del 1961. Giorgio Roversi è un carabiniere di Bologna che, per un motivo che rimane per il momento ignoto, viene trasferito in Sardegna, presso la città di Sassari. Qui fa la conoscenza di un suo ex collega, Luigi Gualandi, divenuto tenutario e imprenditore agricolo, e della sua governante Caterina.
Mentre con l'aiuto di Gualandi cerca di abituarsi a una realtà per lui del tutto inedita, Roversi si ritrova coinvolto nell'indagine sull'omicidio di Carlo Ferrero, un vicino di Gualandi che in apparenza non aveva alcun nemico: ma allora perché le modalità del suo assassinio ricordano quelle di un codice criminale del posto?
Due argomenti appaiono interessanti in questo romanzo: in primo luogo l'ambientazione della storia, non solo la terra sarda, sassarese, con tutte le sue peculiarità, ma anche il periodo temporale. Un periodo in cui l'Italia, con finalmente alle spalle le conseguenze del secondo conflitto mondiale, si appresta a vivere un nuovo boom economico.
Un'epoca senza telefoni cellulari, senza Internet, senza computer, e dove la televisione inizia a far breccia nelle case degli italiani. L'opera riesce a catturare bene quello spirito dei tempi passati (passati non significa necessariamente migliori di quelli di oggi, è doveroso precisarlo), almeno dalla mia visione di persona che quell'epoca non l'ha vissuta, ma ne ha sentito parlare più volte dai propri genitori o conoscenti.
Il secondo aspetto è il legame tra i due protagonisti principali della storia, ovvero Roversi e Gualandi. Un rapporto alla Holmes/Watson intercambiabile, con una succedanea di Irene Adler (Caterina) stavolta dalla loro stessa parte.
Per chi è appassionato di fumetti, sarà una sorpresa scoprire che i due protagonisti sono entrambi appassionati lettori di Tex Willer - tanto che su di lui modellano persino il loro modo di agire durante le indagini - e più volte nel corso del romanzo si fa riferimento al celebre personaggio ideato da Gianluigi Bonelli, con tanto di indicazione di celebri storie del passato del ranger.
Rappresenta sempre una sfida sviluppare un personaggio femminile calato in un'epoca dove purtroppo alle donne non era concesso molto spazio, ma in questo caso il personaggio di Caterina ha quella giusta e necessaria indipendenza e spirito di iniziativa che non va a cozzare contro l'epoca storica di cui lei fa parte.
Questi due aspetti sono prevalenti, soprattutto nella prima parte, rispetto al mistero presentato, che viene comunque trattato nel solco della tradizione dei romanzi gialli, trovando infine una conclusione adeguata.
Credo che sia Roversi che Gualandi siano riflessi narrativi dell'autore, il quale è nato e vive in Sardegna, ma per lungo tempo ha soggiornato a Bologna. Un uomo di due mondi. E una Sardegna che non rappresenta un mondo a parte, bensì diviene crocevia delle varie anime dell'Italia.
L'unico problema che ho - ma questo è un mio limite - è che ogni volta che ci sono personaggi che iniziano a parlare sardo mi parte subito nella testa il flash di Nico di Aldo, Giovanni e Giacomo.

martedì 4 maggio 2021

A scuola di cinema: Rambo (1982)

1972: Viene pubblicato il romanzo Primo Sangue (First Blood) di David Morrell. L'opera è incentrata su un reduce del Vietnam di cui viene rivelato solo il cognome, Rambo. Costui, vagando senza meta per le strade di una contea del Kentucky, viene intercettato dallo sceriffo Wilfred Teasle e fatto allontanare.
Rambo non ci sta e torna indietro, venendo così arrestato. La detenzione in una piccola cella buia che subisce da parte degli agenti di polizia del posto gli riporta alla memoria quanto ha dovuto patire in Vietnam e qualcosa nella sua mente si spezza. Riuscito a fuggire, Rambo si nasconde nei boschi, ma Teasle ordina una caccia all'uomo.
Una caccia che si rivela un massacro, poiché Rambo, grazie alla sua esperienza militare, uccide molti uomini incaricati di catturarlo. Finché, nel conflitto finale con Teasle, sia lui che lo sceriffo muoiono a causa delle ferite riportate.
Questo libro si rivela un successo e viene subito opzionato per essere adattato sul grande schermo, dando vita a un personaggio cinematografico memorabile.


Nello stesso anno in cui Primo Sangue viene pubblicato, Morrell - tramite il suo agente - ne vende i diritti di sfruttamento a Lawrence Turman della Columbia Pictures, per la cifra di 75.000 dollari. La Columbia affida il progetto al regista Richard Brooks, il quale vi lavora per circa un anno, ma rimanendo infine insoddisfatto dalla sua stessa sceneggiatura che rimane incompleta.
La Columbia allora vende i diritti alla Warner Bros. per 125.000 dollari. L'idea dello studio è quella di affidare la parte del protagonista a Robert De Niro o Clint Eastwood. Inizia così una lunga sequela di attori a cui viene proposto questo ruolo nel corso degli anni (tra questi John Travolta, Nick Nolte, Jeff Bridges, Michael Douglas), un ruolo che tutti rifiutano per varie ragioni, la principale delle quali è che il film - basato sulle sceneggiature dell'epoca - sia troppo violento.
Nel 1974, Sydney Pollack cerca di far rivivere il progetto, proponendo Steve McQueen - nonostante la sua non più giovane età - come Rambo e Burt Lancaster nella parte dello sceriffo Teasle. Ma decide infine di rinunciare.
Nel 1975, il produttore Martin Bregman tenta di rilevare i diritti facendo scrivere una nuova sceneggiatura a David Rabe e cercando di affidare il ruolo ad Al Pacino, che tuttavia non è interessato perché ritiene i toni della storia troppo poco estremi. La sceneggiatura di Rabe arriva all'attenzione del regista Martin Ritt e poi di Mike Nichols, che ha in mente Dustin Hoffman come protagonista, ma anche stavolta si risolve in un nulla di fatto.
Nel 1976, il regista Ted Kotcheff viene contattato per sviluppare il progetto, che tuttavia non va nuovamente in porto. La conclusione del conflitto in Vietnam rappresenta ancora una ferita fresca per la società statunitense e un soggetto come quello di Rambo risulta alquanto delicato in quel periodo storico.
Nel 1977, gli sceneggiatori Michael Kozoll e William Sackheim ideano una nuova bozza di sceneggiatura. Sackheim intende anche essere il produttore del film, individuando il regista in John Badham e cercando per mesi dei finanziamenti, ma invano, e sempre per la stessa motivazione: che l'argomento è troppo delicato. Tutte queste prime sceneggiature sono abbastanza fedeli al romanzo di Morrell, dunque in esse Rambo uccide molte persone e muore alla fine.
Il progetto rimane perciò ancora nel limbo e viene rilevato nel 1978 dal produttore Carter DeHaven, che sceglie come regista John Frankenheimer. Stavolta qualcosa sembra concretizzarsi, poiché vengono trovati i finanziamenti e la Filmways si dichiara disponibile alla distribuzione, mentre Brad Davis viene scelto nel ruolo del protagonista. La Filmways però incontra qualche difficoltà finanziaria e tutto si arena di nuovo. Poco dopo, questa società viene acquisita dalla Orion Pictures.
Poco tempo dopo Mario Kassar e Andrew Vajna della Carolco Pictures, una piccola società di produzione che fino a quel momento si è limitata a finanziare progetti a basso costo, rilevano i diritti dalla Warner Bros. e acquisiscono la sceneggiatura di Sackheim e Kozoll. I due produttori offrono la regia a uno dei precedenti registi che si era dimostrato interessato, Ted Kotcheff, con la promessa di finanziare uno dei suoi prossimi progetti.
Per il ruolo di Rambo occorre una star di primo piano. Kotcheff vorrebbe James Woods, con cui ha già collaborato, ma questo non è possibile. Il regista manda allora la sceneggiatura a Sylvester Stallone, un attore sulla cresta dell'onda grazie ai due film usciti su Rocky Balboa fino a quel momento. Stallone la legge in un solo giorno e richiama subito Kotcheff, dichiarandosi disposto ad accettare, ma a due condizioni: un ingaggio di tre milioni e mezzo di dollari e la possibilità di riscrivere la sceneggiatura.
Il compenso che Kassar e Vanja possono offrirgli è di due milioni di dollari, ma la somma rimanente viene garantita tramite le future vendite dei diritti televisivi internazionali. Per quanto riguarda la sceneggiatura, Stallone ha intuito come mai tanti attori prima di lui hanno rifiutato la parte: ciò che funziona su un libro può non funzionare in uno script e nelle varie sceneggiature prodotte Rambo appare troppo selvaggio e sanguinario, non si riesce a provare alcuna forma di empatia per lui.
Stallone mette dunque mano alla sceneggiatura: oltre a dare un nome di battesimo a Rambo, John, ne modifica la personalità rendendolo una persona senza un vero scopo nella vita, preda di uno stress post-traumatico a causa del conflitto in Vietnam e vittima degli eventi.
Inoltre, fa in modo che Rambo non uccida mai in maniera intenzionale nessuno, neanche i poliziotti che gli danno la caccia (laddove nella bozza di Kozoll e Sackheim le sue vittime erano almeno diciassette). Infine, si impunta perché il finale sia cambiato, facendo sì che Rambo sopravviva.
Kotcheff fa compiere un'ulteriore revisione della sceneggiatura da Larry Gross e David Giler, i quali però non vengono alla fine accreditati. In tutto nel corso degli anni sono state preparate non meno di ventisei bozze.
Per il ruolo di Will Teasle, dopo i rifiuti di Gene Hackman and Robert Duvall, Kotcheff suggerisce il nome di Brian Dennehy, con cui ha lavorato nella pellicola Punto Debole (Split Image).
Per il ruolo del Colonnello Sam Trautman, la prima scelta ricade su Kirk Douglas. Costui fa anche foto promozionali vestito come il personaggio che deve interpretare e si presenta sul set pochi giorni prima dell'inizio delle riprese. Comincia però a mettere in dubbio certe parti della sceneggiatura e insiste perché il finale del film veda il suo personaggio uccidere Rambo. Kotcheff e i produttori non lo accontentano e l'attore abbandona il set.
In sua sostituzione viene contattato Rock Hudson, ma costui sta per essere sottoposto a un delicato intervento chirurgico al cuore - a seguito di un lieve infarto - ed è costretto a declinare. La parte viene infine assegnata a Richard Crenna, pochi giorni prima che le riprese incentrate su Trautman abbiano inizio. Sarà il ruolo a cui questo attore rimarrà più associato nel corso degli anni.
Le riprese si svolgono durante l'inverno del 1981, nella regione del British Columbia, in Canada. La città dove si tengono principalmente le riprese, Hope, è stata colpita di recente da una serie di licenziamenti da parte della principale ditta agraria del posto, che ha chiuso i battenti. Molti ex suoi dipendenti, dunque, vengono assunti come comparse.
Stallone cerca di effettuare in autonomia il maggior numero di riprese acrobatiche, ma non senza conseguenze. Durante un salto da una parete rocciosa in cui il suo personaggio deve restare ferito, l'attore si frattura una costola atterrando con un forte impatto sul ramo di un albero. L'esclamazione di dolore che ne consegue non è frutto di recitazione.
In un'altra scena in cui Rambo fugge dalle autorità, Stallone posa la mano su un pezzo di legno dove è presente un petardo esplosivo che si attiva un istante dopo. Stallone rimane ferito alla mano e per qualche momento teme anche di aver perso il pollice.
Anche ai colleghi di Stallone non va altrettanto bene. Brian Dennehy realizza personalmente la scena del confronto finale con Rambo, compresa la caduta finale dal tetto, ma atterrando si rompe un paio di costole. Nella scena dell'evasione, inoltre, Stallone con una gomitata procura involontariamente una frattura al setto nasale all'attore Alf Humphreys, motivo per cui nelle riprese successive costui compare con un cerotto sul naso.
Questo senza contare le temperature canadesi, che spesso e volentieri vanno sottozero, con rischio di ipotermia. Un altro curioso problema invece si verifica quando un camion che contiene un set di armi da fuoco da utilizzare sul set viene rubato da ignoti. A causa di questa e altre problematiche, compreso un allungamento della tempistica iniziale, il budget iniziale previsto di 11 milioni di dollari viene superato.
Anche se si è deciso di far sopravvivere il personaggio di Rambo, diversamente da quanto accade nel libro, viene comunque girata una scena in cui Trautman lo uccide, di modo tale che si scelga quale possa essere l'epilogo più efficace.
Un primo montaggio della pellicola è superiore alle tre ore e Stallone lo giudica orribile, tanto che lui e il suo agente si dichiarano disposti ad acquistarne tutte le copie per distruggerle. Viene dunque creato un filmato di test della durata di 40 minuti, che consente una rapida vendita dei diritti internazionali. Dopo un nuovo montaggio, infine, il minutaggio scende a poco più di 90 minuti. Tra i tagli ci sono numerose scene di dialogo di Stallone, il che spiega come mai Rambo nel corso del film non parli così tanto.
Rambo (First Blood) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 22 ottobre 1982. A fronte di un budget non inferiore a 15 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale oltre 125 milioni di dollari.
Dopo Rocky Balboa, Sylvester Stallone ha contribuito a creare un nuovo personaggio iconico. Un personaggio che comparirà in futuro in altre pellicole... ma questa è un'altra storia.

lunedì 3 maggio 2021

Libri a caso: Harry Potter e la Pietra Filosofale


Prima che si intestardisse a voler disquisire sul sesso degli angeli, J.K. Rowling aveva concepito una delle saghe fantasy e mediatiche più di successo di sempre, la saga di Harry Potter. Composta da sette libri, qualche spin-off e pure un'opera teatrale, ha conquistato il mondo intero e... e penso che non serva aggiungere altro.
Il primo libro di questa saga si intitola Harry Potter e la Pietra Filosofale (Harry Potter and the Philosopher's Stone), pubblicato nel 1997. Giusto per completezza di informazione, la storia si incentra sull'orfano Harry, il quale un giorno scopre di essere figlio di due maghi uccisi alcuni anni prima da uno stregone malvagio di nome Voldemort, un agguato a cui lui - ancora neonato - è misteriosamente sopravvissuto.
Invitato come studente alla scuola di magia di Hogwarts presieduta da Albus Silente e che può vantare insegnanti del calibro dell'inflessibile Melinda McGonagall e dell'insidioso Severus Piton, Harry entra nella casata di Grifondoro, scopre alcuni segreti di una scuola popolata da fantasmi e troll e inizia a stringere amicizia con altri studenti quali Ron Weasley, Hermione Granger e Neville Longbottom.
Ma la minaccia di Voldemort non è stata debellata. Costui ha un ultimo conto in sospeso, proprio con Harry Potter, ed è pronto a sfidare le leggi della natura e della magia pur di vendicarsi.
C'è un particolare interessante che va subito sottolineato. Io (e, come immagino, moltissimi altri lettori di quest'opera) non sono il target di riferimento del libro, concepito in special modo per i bambini pre-adolescenti. Eppure la lettura non ne risulta inficiata e - sarà per le tematiche trattate, sarà per la scrittura comunque non infantile - può essere fruita anche da chi ha qualche annetto in più sulle spalle.
Quando si tratta di "worldbuilding", il pericolo è sempre dietro l'angolo. Nel caso però dell'universo di Harry Potter, tale pericolo viene affrontato e superato con quella che appare una semplicità fuori dal comune.
Non avendo letto tutti i libri del mondo, non posso essere certo che l'idea di una scuola per magia per giovani maghi fosse già stata sfruttata in passato, di sicuro però l'ambientazione che J.K. Rowling costruisce intorno a quest'idea è qualcosa di inedito, con un mondo dove convivono allo stesso tempo spiriti benigni, maligni e burloni, centauri, foreste misteriose, labirinti pieni di enigmi, creature fiabesche e molto altro.
Inizia inoltre a delineare con grande efficacia quella che già sappiamo essere la trama a lunga gittata che caratterizzerà l'intera saga, ovvero la minaccia di Voldemort. Anche se in questo libro rimane sullo sfondo, in realtà ne permea l'intera struttura tramite piccoli frammenti piazzati con maestria che vanno poi a comporre il mosaico finale di quest'opera.
Se si volesse fare un paragone con la versione cinematografica, si può dire che quest'ultima è stata molto fedele, ma inevitabilmente ha tagliato qualcosa. Soprattutto la parte precedente all'arrivo di Harry Potter a Hogwarts e la visita a Diagon Alley contengono molti più particolari che vale la pena di conoscere, anche se avete visto e rivisto i film di questa saga.
Il primo anno di studi si è dunque concluso con successo e i prossimi promettono faville.

domenica 2 maggio 2021

Fabolous Stack of Comics: Terminator - Il Nemico del Mio Nemico


Ogni volta che una storia termina, ogni volta che vediamo comparire la fatidica parola "FINE", molti di noi si chiedono: e ora? Sì, perché la minaccia di turno può essere stata sventata, la situazione problematica può essere stata risolta... ma cosa accade il giorno dopo? O nei mesi successivi?
Sono anche questi i motivi per cui ogni tanto si scopre che quella certa storia non è proprio terminata, che c'è un altro capitolo da narrare, che quell'epilogo così finale tanto finale non era. Le saghe cinematografiche lo sanno bene e Terminator non ne è esente, visto quanti reboot ha subito nel corso degli anni.
E i fumetti hanno ampliato questo desiderio di voler ammirare un nuovo capitolo di questa saga. Come nel caso della miniserie in sei numeri pubblicata nel 2014 Il Nemico del Mio Nemico (The Terminator: Enemy of My Enemy), scritta da Dan Jolley e disegnata da Jamal Igle.
La storia si svolge nel 1985, un anno dopo il fallito tentativo di uccidere Sarah Connor. Arriva un nuovo Terminator dal futuro, ma stavolta ha un altro incarico, sempre sanguinario: uccidere la scienziata Elise Fong, per motivi che lei stessa ignora. Sulle sue tracce, in realtà, vi è anche Farrow Greene, un'ex agente della CIA con un passato oscuro alle proprie spalle divenuta una mercenaria.
Farrow Greene deve uccidere Elise Fong per conto dei suoi mandanti, ma l'arrivo del Terminator cambierà le carte in tavola, portando a rapidi capovolgimenti di fronte, battaglie sanguinarie e... alleanze all'apparenza improbabili.
Come era accaduto in Guerra Parallela, anche in questa miniserie i riflettori si incentrano su una donna fuori dall'ordinario, cazzuta per usare un termine immediato. Pur essendo questa principalmente una storia dominata dall'azione e dalle sparatorie, tante sparatorie, vi è qui e là qualche momento in cui si analizza la personalità di Farrow Greene.
Il segreto del suo oscuro passato è presto rivelato, ma le conseguenze che ciò causa alla sua psicologia vengono esplorati capitolo dopo capitolo. Il tutto però senza dimenticare che questa è una storia inserita nell'universo di Terminator, dunque rispettandone quei requisiti indispensabili.
In conclusione, di certo non una storia imprescindibile, ma comunque gradevole. Da leggere in velocità, tra un fumetto e l'altro.

venerdì 30 aprile 2021

A scuola di cinema: Nato il Quattro Luglio (1989)

1976: Viene pubblicato il libro Nato il Quattro Luglio (Born on the Fourth of July), l'autobiografia dell'ex soldato e pacifista Ron Kovic.
Nato il 4 luglio del 1946, Kovic si arruola come volontario nel corpo dei Marines, partecipando a due turni di servizio in Vietnam. Nel 1968, a causa di alcuni colpi di fucile ricevuti in territorio nemico, rimane paralizzato dalla vita in giù e rispedito in patria con una medaglia al valore.
Costretto su una sedia a rotelle, Kovic diventa un attivista e pacifista nel 1970, venendo più volte arrestato negli anni successivi, fino ad avere la possibilità di fare un toccante discorso nel 1976 alla convention nazionale del Partito Democratico, lo stesso anno in cui viene pubblicata la sua autobiografia.
Un racconto che va al cuore di eventi chiave della storia americana. Un racconto che trova qualche tempo dopo la via sul grande schermo.


Nello stesso anno in cui il libro viene pubblicato, il produttore Martin Bregman ne acquisisce i diritti, con l'intenzione di far interpretare Ron Kovic dal suo fidato attore Al Pacino. La prima sceneggiatura, tuttavia, non incontra i favori né del produttore né dell'attore.
Bregman si affida allora a un ex veterano della guerra in Vietnam, Oliver Stone, il quale sta scrivendo anche la sceneggiatura di quello che diventerà qualche anno dopo il film Platoon. Stone entra in contatto con Kovic e, lavorando a stretto contatto con lui, concepisce il primo trattamento in circa un anno.
Per trovare i finanziamenti necessari, Bregman ottiene il supporto di alcuni investitori tedeschi. Viene anche individuato il regista, William Friedkin, che però decide infine di rinunciare per andare a dirigere Pollice da Scasso (The Brink's Job). Sostituito da Donald Petrie, la pellicola è a pochi giorni dal primo ciak quando tutto all'improvviso si interrompe.
Gli investitori tedeschi ritirano infatti i loro finanziamenti e Al Pacino decide dunque di dedicarsi alle riprese di ...E Giustizia per Tutti (...And Justice for All). Al contempo, nel 1978, esce il film Tornando A Casa (Coming Home) e Bregman si convince che l'adattamento del libro di Kovic non sarà mai realizzato, poiché è improbabile si possa far uscire un altro film drammatico sullo stesso tema.
I diritti vengono dunque rilevati dalla Universal, che tuttavia mette il progetto in stand-by. Oliver Stone allora fa una promessa a Kovic: per il momento è solo uno sceneggiatore in cerca di successo, ma se mai dovesse divenire un nome influente a Hollywood porterà avanti la lavorazione della pellicola.
E negli anni successivi, un nome di successo Oliver Stone lo diventa, grazie alla vittoria agli Oscar per la sceneggiatura di Fuga di Mezzanotte (Midnight Express) e per Platoon, premiato con le statuette di miglior film e miglior regia.
Nel 1987, dunque, il presidente della Universal Tom Pollock riprende in mano la sceneggiatura di Stone e Kovic e, notandone il grande potenziale, contatta il regista per riprendere in mano il progetto. Oliver Stone, che sta completando le riprese di Wall Street, può così infine ricontattare Ron Kovic. I due compiono una piccola revisione alla sceneggiatura, a cui viene dato il via libera.
La Universal è disposta a mettere in campo un budget di 14 milioni di dollari, purché il ruolo principale sia interpretato da una grande star. Vengono così presi in considerazione Nicolas Cage, Sean Penn e Charlie Sheen, a cui Oliver Stone - il quale ha lavorato al suo fianco in Platoon e Wall Street - promette il ruolo.
Vi è un altro attore, tuttavia, fortemente interessato a lavorare con Scorsese, dopo aver visto Platoon: Tom Cruise. Costui ha modo di incontrare all'inizio del 1988 il regista per proporsi e Stone vede in lui l'interprete perfetto per la pellicola. Kovic in principio ha qualche riserva, ma dopo un incontro con l'attore presso la propria abitazione capisce che è la scelta più adatta.
Charlie Sheen viene informato dell'ingaggio di Cruise qualche tempo dopo da suo fratello Emilio Estevez e da quel momento, salvo un piccolo cameo svariati anni dopo, non lavorerà più al fianco di Stone.
Dopo che Oliver Stone ha convinto la Universal - dubbiosa che Tom Cruise possa interpretare un ruolo così drammatico - che l'attore è la scelta giusta, Cruise inizia a prepararsi per il suo ruolo, leggendo libri sulla guerra del Vietnam e frequentando gli ospedali dei veterani di guerra.
Inizia inoltre a stare per lunghi periodi su una serie a rotelle. Di concerto con Stone, vorrebbe anche farsi iniettare un agente chimico che causi una paralisi temporanea alle gambe, al fine di immedesimarsi ancor di più nella parte, ma la compagnia assicurativa del film pone il veto su questa cosa, ritenuta troppo rischiosa.
Le riprese iniziano in via ufficiale l'undici ottobre 1988. Stone vorrebbe avere la possibilità di girare in Vietnam, ma le tensioni ancora presenti tra questo paese e gli Stati Uniti convincono infine la produzione a recarsi nelle Filippine. Le alte temperature presenti non aiutano i lavori: Cruise prende la sinusite, mentre altri attori a volte svengono alla fine della giornata. Il resto delle riprese viene effettuato in Texas, California e a New York, per concludersi nel dicembre 1988.
Il film supera il budget previsto di 14 milioni di dollari e, per venire incontro alla produzione, Stone e Cruise riducono il loro ingaggio in cambio di una percentuale sugli introiti della pellicola.
Quando la Universal visiona il primo montaggio, rimane insoddisfatta della scena finale, in cui il personaggio di Kovic partecipa alla convention nazionale del Partito Democratico, in quanto - avendo utilizzato 600 comparse - non risulta convincente. Quindi, nonostante comporti un ulteriore esborso di 500.000 dollari, la scena viene rigirata in un giorno, stavolta con 6.000 comparse.
Al termine, Ron Kovic, rimasto impressionato dalla recitazione di Tom Cruise e dalla sua dedizione, regala all'attore la sua medaglia al valore.
Nato Il Quattro Luglio (Born on the Fourth of July) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 20 dicembre 1989. A fronte di un budget di diciassette milioni e ottocentomila dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 161 milioni di dollari. A completamento di questo successo, arrivano anche otto candidature all'Oscar, con la premiazione di Oliver Stone per la Miglior Regia.
Il regista sarebbe poi tornato una terza e ultima volta sul tema del Vietnam, col film Tra Cielo e Terra (Heaven & Earth)... ma questa è un'altra storia.

mercoledì 28 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: X-Men/ClanDestine


Il serial del ClanDestine - incentrato sulla famiglia di esseri immortali capitanati da Adam Destine - è il progetto più personale che Alan Davis abbia sviluppato  presso la Marvel Comics. Personaggi ideati da lui, sue le sceneggiature, suoi i disegni, sua come nella migliore (?) delle tradizioni la possibilità di smantellare quanto fatto da altri...
La prima (e sostanzialmente unica alla data odierna) serie incentrata sulla famiglia Destine viene pubblicata tra il 1994 e il 1995, per un totale di dodici numeri. Davis ne realizza otto, per poi tornare da dove si era interrotto con la miniserie di due numeri X-Men/ClanDestine, pubblicata nel 1996, in cui cerca di tirare una prima volta le fila di questa sua creazione.
Il demone Synraith, che anni prima aveva cercato di invadere la Terra venendo bloccato da Charles Xavier e due componenti del Clan Destine (Gracie e Cuckoo), tenta nuovamente di emergere sul piano terrestre aprendo un portale dimensionale e insinuandosi nelle menti degli X-Men e del Clan Destine che - per via delle classiche incomprensioni tra supereroi - iniziano a battagliare tra loro, mentre il destino della Terra è in bilico.
Come si può notare, la trama di per sé è quanto di più semplice possa esistere e a onor del vero è solo un pretesto (un ottimo pretesto, pensando al risultato finale) per Alan Davis di scatenare la sua arte, soprattutto nel secondo capitolo, dove avvengono i vari scontri tra i mutanti e la famiglia di immortali.
Incredibile come Davis riesca a immortalare su carta la plasticità, l'agilità, la poesia in movimento che rappresentano questi scontri e che nelle mani di altri artisti appaiono come "rudi", laddove l'artista inglese invece è in grado di mettere sulla carta una sorta di ritmo musicale, perdonatemi il termine aulico.
Non può mancare inoltre qualche scena qua e là condita da una sorta di humour britannico, di solito assente nei fumetti di supereroi americani.
In ultima analisi, Alan Davis non sarà forse il migliore degli sceneggiatori in circolazione, ma quando la sua prosa si unisce alla sua arte ne viene fuori qualcosa di eccezionale, unico. Chissà, magari è il suo potere mutante.

martedì 27 aprile 2021

Libri a caso: Il Banchiere Assassinato


Vi è stata una "Golden Age" del giallo italiano. Un'Era Dorata che si è sviluppata nel periodo storico in cui si riterrebbe meno probabile il poter parlare apertamente al pubblico di omicidi, criminali e malefatte che avvenivano sul territorio italiano: il ventennio fascista.
E invece, con l'inizio della pubblicazione della prima collana di romanzi gialli da parte della casa editrice Mondadori, la quale importava principalmente i capolavori del genere della narrativa inglese, in maniera saltuaria comparivano anche romanzi scritti da autori italiani, con protagonisti commissari del "belpaese".
Di questi, uno dei più noti, forse il più noto è il Commissario Carlo De Vincenzi, ideato dallo scrittore Augusto De Angelis, che compare per la prima volta nel romanzo Il Banchiere Assassinato, pubblicato nel 1935.
L'anno di pubblicazione è anche lo stesso in cui la storia si svolge ed è ambientata in una Milano spettrale, avvolta dal freddo e da una nebbia impenetrabile. Mentre sta parlando col suo amico Giannetto Aurigi, De Vincenzi riceve la notizia del ritrovamento del cadavere del banchiere Mario Garlini. E il luogo in cui si trova è l'appartamento in cui vive proprio Aurigi.
Con ogni prova che sembra inchiodare il suo amico per l'assassinio del banchiere, De Vincenzi inizia una corsa contro il tempo per capire come siano andate davvero le cose, trovandosi di fronte a numerosi muri di bugie, ma riuscendo infine con astuzia e fortuna a sbrigliare la matassa.
Leggendo l'opera, si può ben capire come mai lo scrittore fosse inviso al regime, al punto che qualche anno dopo avrebbe pagato con la vita tutto questo. La trama dell'indagine, pur essendo il motore di tutta la vicenda, tanto che non vi è nessun'altra sottotrama, quasi impallidisce di fronte alla figura del Commissario De Vincenzi, vero e proprio deus ex machina.
Un tutore della legge fedele e devoto, ma al tempo stesso un personaggio cupo e ombroso, il quale è convinto che non vi sia nessun destino predeterminato e che ogni esistenza sia dominata dal caos. Una figura di investigatore abbastanza inedita, per quel periodo.
Un caos che sembra rispecchiarsi anche nel ritmo del racconto, concentrato - salvo l'epilogo - in meno di ventiquattro ore e composto principalmente da dialoghi tra i vari personaggi, con descrizioni ridotte al minimo ma efficaci, il tutto creando la giusta tensione.
Fa da cornice alla storia una città, Milano, che sembra aver perso ogni vestigia di umanità: la nebbia o l'oscurità ne coprono la vista, trasformandola quasi in un'entità astratta.
Anche gli altri protagonisti della storia, compreso il colpevole, sembrano burattini nelle mani di quel caos che tutto avvolge, cosicché alla fine non pare sia stata fatta giustizia, bensì sia stato chiuso solo un brutto capitolo di una vicenda di per sé che si vorrebbe dimenticare.
Tanto che non vi è gioia alla fine per De Vincenzi, bensì un accenno di lacrime. Fino alla prossima indagine. Fino ad altre esistenze travolte dal caos.
Come nota di colore finale, invece, risulta molto affascinante leggere un'opera dove è presente un lessico di molti decenni fa e veder utilizzati termini ora desueti come "istanza", "giuoco" o altri e ricavare da essi quasi un suono poetico. Il suono del passato che non torna più.

domenica 25 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: Blacksad - Arctic Nation


Tre anni dopo la pubblicazione di Da Qualche Parte tra le Ombre, nel 2003, il detective gatto nero John Blacksad ritorna in una nuova storia, intitolata Arctic Nation. Gli autori sono, come nel precedente albo, Juan Diaz Canales ai testi e Juanjo Guarnido alla parte grafica. Dopo il noir/nero della prima storia, ora si passa al bianco candore.
Blacksad riceve l'incarico di ritrovare una bambina scomparsa, rapita dall'organizzazione criminale Arctic Nation. Con l'aiuto di un insolito, ma prezioso alleato, la donnola reporter Weekly, Blacksad scopre un mondo marcio perpetrato dal razzismo, di animali bianchi contro animali neri, e altri orribili crimini che vengono nascosti sotto la facciata di un quartiere tranquillo.
La risoluzione del caso arriverà, ma avrà anche risvolti drammatici, aprendo una nuova ferita nel cuore di Blacksad.
Juan Diaz Canales in questa storia parla senza mezzi termini del tema del razzismo e delle organizzazioni a sfondo razzista ed è incredibile come, in un mondo dominato dagli animali antropomorfi, riesca a far trasparire con grande efficacia tutta la stupidità e l'ignoranza di chi discrimina altre persone solo per il colore della pelle.
Inoltre non manca di sottolineare che tali persone - dalla visione limitata per loro scelta - possono essere facili soggetti di persone altrettanto malvagie, ma più scaltre di loro, capaci di portarli a conseguire i loro obiettivi sfruttando queste loro debolezze. Un argomento non semplice, ma trattato con grande abilità e dando quel necessario e metaforico pugno nello stomaco al lettore, capace di far riflettere.
La storia si segnala anche per introdurre un comprimario fondamentale delle storie di Blacksad, il reporter Weekly, che vedremo anche in futuro e che porta un po' di giusta leggerezza nelle atmosfere che circondano le storie del detective gatto nero.
Se la prima storia era un ottimo inizio, questo è un degno prosieguo e non vediamo l'ora di scoprire quali altri casi investigativi e umani dovrà affrontare John Blacksad.

giovedì 22 aprile 2021

Libri a caso: Un Ristretto in Tazza Grande


Il giallo italiano ha una lunga tradizione alle proprie spalle, lunga quasi quanto quella inglese, rinomata e giustamente lodata. Dopotutto, la collana più longeva di romanzi gialli è quella italiana de Il Giallo Mondadori, edita ancora oggi da questa casa editrice.
Sopravvissuto nel corso dei decenni tra alterne fortune, il giallo italiano è oggi un genere fiorente ed è popolato da numerosi investigatori del belpaese, di cui il più noto è con ogni probabilità Salvo Montalbano. Questi investigatori o agiscono in una grande città, piena di grandi problemi, o in una cittadina di provincia, con tutti i suoi piccoli, inconfessabili segreti.
Ma c'è anche chi agisce in entrambi i contesti, come nel caso di Riccardo Ranieri, personaggio ideato dallo scrittore Federico Maria Rivalta. Il primo romanzo che lo vede protagonista si intitola Un Ristretto in Tazza Grande ed è stato pubblicato come autoproduzione nel 2013, prima di essere poi pubblicato da Amazon Publishing (sì, Amazon funge anche da casa editrice).
Riccardo Ranieri - il quale è un riflesso narrativo dell'autore - è un giornalista sui quarant'anni che scrive articoli sull'economia per il giornale Il Mattino di Padova ed è un appassionato di golf. Proprio negli spogliatoi del campo da golf da lui frequentato, Ranieri trova il cadavere di un suo amico, il medico Massimo Salvioni, assassinato in maniera brutale. 
È l'inizio di un incubo per il giornalista e altre morti misteriose hanno luogo poco dopo. Ranieri si ritroverà personalmente coinvolto dall'indagine su questi omicidi. Un'indagine durante la quale ha modo di incontrare il procuratore Giulia Dal Nero, col quale cercherà di intrecciare una relazione... sempre che l'assassino non abbia qualcosa da dire in merito.
Le opere prime, che poi vanno a comporre un ciclo di svariati romanzi, dodici alla data odierna nel caso di Riccardo Ranieri, sono utili per introdurre al meglio il personaggio e il mondo che gira attorno a lui. E questo romanzo riesce nel suo intento.
Vediamo lo svolgersi degli eventi secondo l'esclusiva ottica di Riccardo Ranieri, il quale col suo atteggiamento impacciato (forse un po' troppo impacciato in alcuni punti), qualche momento di lievità e un certo modo di prendere la vita sopra le righe ci conduce infine alla risoluzione del mistero. Il tutto nella cornice di un Veneto diviso tra la grande metropoli di Padova e alcune piccole città confinanti (una cornice poco esplorata in passato in altri romanzi gialli).
Attraversando nel frattempo vari, altri piccoli micromondi: a partire dal campo da golf, dove anche il protagonista di Perché Non L'Hanno Chiesto a Evans iniziava la sua discesa verso l'incubo, passando per la redazione del giornale dove Ranieri lavora o la procura e concedendosi anche un viaggio all'estero. Ma il tutto sembra quasi ricondursi a una dimensione domestica, dove tutto ci viene presentato in una maniera semplice e familiare e dove Ranieri avanza spinto sia dalla necessità che dalla curiosità.
A fargli da contraltare vi è Giulia Dal Nero. Laddove Ranieri è l'elemento spensierato, lei appare - almeno all'esterno - come una persona fredda, che cerca di mascherare il più possibile le proprie emozioni. In realtà, per quello che traspare in questo primo romanzo, vi è una personalità sfaccettata, che Ranieri inizia a conoscere e svelare.
Il giallo italiano è stato e continua a essere un genere fiorente, pieno di sorprese e personaggi interessanti. E la scelta è vasta e degna di considerazione.

martedì 20 aprile 2021

A scuola di cinema: Schegge di Follia (1989)

1986: Al cinema impazzano le commedie adolescenziali dirette da John Hughes, grazie a quel giusto mix tra ingenuità e intraprendenza che caratterizza i protagonisti e in cui molti giovani dell'epoca riescono a rispecchiarsi.
C'è tuttavia un altro lato di quell'adolescenza che vive la propria esistenza tra le pareti liceali e domestiche. Un lato più dark, fatto di suicidi, alcuni dei quali compiuti per emulazione o per ottenere quell'attenzione che in vita le altre persone non riservano. Un lato che viene infine esplorato anche sul grande schermo.


Nella primavera del 1986, l'aspirante sceneggiatore Daniel Waters si trasferisce a Los Angeles, nella speranza di sfondare nel mondo del cinema. Diventa co-inquilino dell'appartamento occupato da un suo amico studente, Larry Karaszewski, e per sbarcare il lunario inizia a lavorare come commesso in un negozio di videonoleggio.
In quel periodo, Waters vede alcuni documentari incentrati sulla crescita del tasso di suicidi tra gli adolescenti, in netto contrasto col mondo perfetto e perfettibile presente nei film di John Hughes, e decide dunque di scrivere una commedia satirica e dai toni dark su questo tema. Ne viene fuori, dopo tre bozze, una sceneggiatura di circa duecento pagine, per un film della durata potenziale di tre ore.
Waters sogna che il film possa essere diretto da Stanley Kubrick: solo lui ha l'abilità di poter dirigere con abilità una pellicola di tre ore e il film adolescenziale è un genere che non ha ancora esplorato. Senza conoscenze nel mondo dello spettacolo, Waters inizia a chiedere consigli su come poter entrare in contatto con un agente che lo possa rappresentare, anche se molti gli dicono che - nonostante la sua sia un'ottima sceneggiatura - a causa dei toni troppo cupi non diverrà mai un film.
Larry Karaszewski ha tuttavia lavorato di recente su un cortometraggio di un promettente regista, Michael Lehmann, e così Waters entra in contatto con lui e gli passa la sua sceneggiatura. Lehmann ne rimane intrigato e, tramite la sua agente Bobbi Thompson, fa pervenire il trattamento di Waters alla produttrice Denise Di Novi della New World Pictures. Anche lei ne rimane conquistata, tanto da acquistare subito la sceneggiatura.
Quando tuttavia la porta all'attenzione degli esecutivi dello studio, costoro inorridiscono. Oltre all'eccessiva lunghezza, il finale prevede che il personaggio di J.D. faccia esplodere il liceo da lui frequentato, uccidendo tutti gli studenti presenti al ballo di fine anno, che viene dunque tenuto in Paradiso.
Dopo alcune revisioni, un altro finale rifiutato che prevede l'uccisione del personaggio di Veronica Sawyer e l'inserimento di un epilogo dai toni più lieti, al progetto viene infine dato il via libera con Lehmann alla regia - la pellicola rappresenta il suo debutto - e iniziano così le procedure di casting.
Vi è tuttavia qualche difficoltà nel trovare attori adolescenti disposti ad accettare le varie parti poiché, a causa delle atmosfere dark della storia, vengono fortemente sconsigliati dal farlo. Ad esempio, un'allora sconosciuta Heather Graham, a cui è stato già assegnato un ruolo, viene convinta dai suoi genitori - che non approvano la tematica della pellicola - a rifiutare l'incarico.
La parte di Veronica Sawyer viene offerta in prima battuta a Jennifer Connelly, che rifiuta. Dopo un ulteriore rifiuto di Justine Bateman, la terza attrice a essere contattata è Winona Rider, all'epoca quindicenne.
Costei, dopo aver letto la sceneggiatura, è fortemente determinata a ottenere questo ruolo, nonostante il suo agente l'abbia fortemente sconsigliata dal partecipare alle audizioni, poiché a suo dire un film del genere rovinerebbe la sua carriera. La giovane attrice non lo sta a sentire e poco dopo decide di non usufruire più dei suoi servigi.
Il provino va a buon fine, ma è il look di Winona Ryder che non riflette il personaggio che deve interpretare, poiché all'epoca ha un viso pallido - come nel ruolo da lei interpretato in Beetlejuice - e capelli tinti di nero e di blu. La giovane attrice si reca allora in un centro estetico, che le crea un nuovo look. La parte è così infine sua.
Il ruolo di Jason Dean "J.D.", dopo un provino effettuato da un allora sconosciuto Brad Pitt, viene assegnato a Christian Slater, nonostante costui in principio sia convinto di aver effettuato una pessima audizione, tanto che per la rabbia getta la sceneggiatura in un bidone della spazzatura. Per catturare l'essenza del suo personaggio, l'attore si ispira a Jack Nicholson, a cui scrive anche una lettera al riguardo che però non avrà mai risposta.
Un'altra attrice interessata al ruolo di Veronica Sawyer è Shannen Doherty, ma quando si presenta la parte è già stata assegnata a Winona Ryder, quindi le viene affidato il personaggio di Heather Duke. Le viene chiesto inoltre di tingersi i capelli di biondo ma, per non rovinare la sua capigliatura, ottiene di usare un colore rosso.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 17 febbraio 1988, tenendosi a Los Angeles e Santa Monica, in California. A causa del budget ridotto, la tempistica assegnata è di poco più di un mese.
Un curioso problema si verifica con Shannen Doherty che, a causa dell'educazione conservatrice che ha ricevuto, fatica a pronunciare le battute che contengono delle parolacce, mai pronunciate nei suoi diciassette anni di vita. Problema peggiorato dal fatto che la madre è presente sul set, cosa che la fa arrossire.
Shannen Doherty inoltre è convinta che questo sia un film serio e drammatico. Quando infine capisce in ritardo che è una commedia, pur con toni molto dark, scoppia a piangere.
Le riprese si concludono il 19 marzo 1988. I mesi successivi si rivelano problematici poiché la New World Pictures sta affrontando un processo di ristrutturazione aziendale volto a evitare la bancarotta. Denise Di Novi è così costretta a comprare uno spazio pubblicitario, del costo di 1.800 dollari, coi propri soldi.
Schegge di Follia (Heathers) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 31 marzo 1989, dopo una premiere tenutasi due mesi prima al Sundance Film Festival. A fronte di un budget di 3 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare un milione e centomila dollari. Un risultato sotto le aspettative che non permette nemmeno di andare in pareggio.
Nonostante ciò, Winona Ryder chiede più volte a Daniel Waters di concepire un sequel. Forse per scherzo, forse no, lo sceneggiatore pensa a una trama dove il personaggio di Veronica Sawyer diventa l'assistente di una senatrice degli Stati Uniti (di nome Heather, ovviamente), che lui vede interpretata da Meryl Streep, fino ad arrivare a uccidere il Presidente e cavarsela.
Qualche anno dopo, Winona Ryder ha la possibilità di lavorare proprio al fianco di Meryl Streep nel film La Casa degli Spiriti (The House of the Spirits) e le propone l'idea, che lei trova interessante. La giovane attrice torna così da Waters riferendo di aver ottenuto l'appoggio di Meryl Streep. Solo in un secondo momento capisce che lo ha fatto solo per accondiscendenza, vista la sua giovane età.
L'attrice rimane molto legata alla pellicola e al personaggio di Veronica Sawyer, tanto da rivedere il film oltre cinquanta volte negli anni successivi.
Shannen Doherty invece viene notata da Tori Spelling, che la consiglia a suo padre Aaron per un telefilm che sta per essere messo in produzione, intitolato Beverly Hills 90210... ma questa è un'altra storia.

domenica 18 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: X-Men - La Resurrezione di Fenice


Jean Grey. Marvel Girl. La Fenice. La Fenice Nera. Quattro identità per una sola persona, una delle mutanti e telepati più potenti del Marvel Universe. Che talvolta ha la brutta abitudine di scomparire, per ritornare qualche tempo dopo.
A partire dalla conclusione della Saga di Fenice Nera, a seguito della quale rimane missing in action per sei anni, prima di ricomparire su un numero di Fantastic Four e poi unirsi a X-Factor (insert solita battuta sullo show televisivo) e tornare negli X-Men. Salvo poi perire ancora, nel 2004, al termine del ciclo mutante ideato da Grant Morrison, per mano di Xorn.
Solo che stavolta la sua scomparsa si è protratta per molto più tempo, tralasciando qualche manifestazione psichica qua e là lungo la via. Jean Grey, infatti, ritorna sulle scene solo nel 2018, nella miniserie in cinque numeri La Resurrezione di Fenice (Phoenix Resurrection: The Return of Jean Grey), scritta da Matthew Rosenberg e disegnata da Leinil Francis Yu, Carlos Pacheco e Joe Bennett.
Lungo tutto il mondo iniziano a verificarsi strani fenomeni di natura psichica, connessi a mutanti che si ritiene siano defunti e che provocano shock nelle menti dei telepati. Quando in cielo compare la Fenice, gli X-Men iniziano a indagare e, grazie a Cable, individuano una insolita manifestazione energetica dentro la quale sembra essere presente una donna dai capelli rossi a loro familiare.
Costei è davvero Jean Grey? È riuscita infine a uscire dalla Stanza Incandescente? E che ne sarà degli altri mutanti defunti presenti accanto a lei?
L'impressione che si ha leggendo questa storia è che sia stata scritta dietro preciso mandato editoriale. Che, per carità, non è nulla di male: chissà quante altre storie del passato hanno avuto lo stesso background.
Già il titolo stesso che è uno "spoiler" la dice lunga e quindi Matthew Rosenberg ha svolto il suo compito come gli è stato richiesto prendendo spunto dalle storie passate di Chris Claremont e - in particolare - Grant Morrison. Per il resto, tutto secondo i piani senza troppi sconvolgimenti.
Il consueto problema che si verifica con questo tipo di miniserie, che prevedono un folto numero di coprotagonisti, è che non si riesce dare spazio a tutti loro e in questo caso, salvo poche eccezioni oltre Jean Grey (Kitty Pryde, Bestia, Vecchio Logan, il giovane Ciclope), gli altri rimangono tutti sullo sfondo e - quando va bene - si limitano a pronunciare un paio di battute.
La parte grafica è di buon livello, dopotutto ci sono tre ottimi artisti a occuparsene: sta a ognuno di voi valutare se i loro diversi stili di disegno risultino ben amalgamati nel contesto in questione.
Quindi Jean Grey è tornata. Speriamo si trattenga un po' più a lungo, stavolta!

giovedì 15 aprile 2021

A scuola di cinema: Brivido (1986)

Sin dall'uscita di Carrie - Lo Sguardo di Satana (Carrie) nel 1976, Stephen King ha sempre avuto un rapporto di amore/odio verso le trasposizioni cinematografiche tratte dai suoi romanzi e racconti. È noto ad esempio che lo scrittore del Maine non abbia mai apprezzato l'adattamento di Shining diretto da Stanley Kubrick nel 1980, ritenendo che fosse una cosa distinta dal suo romanzo.
King decide così a un certo punto di dirigere lui stesso una pellicola tratta da una sua opera, poiché, come dichiara lui stesso:"Se vuoi una cosa fatta bene, fattela da te". Si rivela un disastro.


Stephen King sceglie di adattare per il grande schermo un suo racconto del 1973, Camion (Trunks), inserito cinque anni dopo nell'antologia A Volte Ritornano (Night Shift). In questa storia, un gruppo di persone si ritrova intrappolato in una trattoria e assediato da camion senza guidatori che hanno preso vita autonoma e sono diventati senzienti, iniziando a sterminare ogni essere umano che incontrano.
King ha scritto una sceneggiatura per un film del 1985 prodotto da Dino De Laurentiis, L'Occhio del Gatto (Cat's Eye), basata su altri suoi racconti pubblicati in A Volte Ritornano. Entrato in buoni rapporti col produttore, chiede dunque la possibilità di poter dirigere un film e gli viene concessa.
In principio, De Laurentiis intende distribuire il progetto tramite la Metro-Goldwyn-Mayer. Poco dopo, tuttavia, il produttore acquisisce la Embassy Pictures, rinominandola De Laurentiis Entertainment Group e decide quindi che la pellicola di King sarà una delle prime a essere distribuita da questa nuova società.
Per il ruolo del protagonista, Bill Robinson, Stephen King ha un nome ben preciso in mente: Bruce Springsteen. De Laurentiis, tuttavia, credendo sia un attore non ne conosce il nome. Quando King gli spiega chi in realtà è, le cose non cambiano: De Laurentiis non ha la minima idea di chi sia Bruce Springsteen e decide dunque di affidare la parte a Emilio Estevez, un attore in quel periodo sulla cresta dell'onda.
Estevez è ben felice della proposta, sua madre non altrettanto. Quando l'attore le spiega che non vede l'ora di poter lavorare a fianco di Stephen King, lei ribatte che potrebbe anche farlo dipingendogli la casa.
Le riprese iniziano nel maggio 1985, a Wilmington, in North Carolina, città in cui si trovano gli uffici della De Laurentiis Entertainment Group. Il produttore affianca a King l'esperto direttore della fotografia Armando Nannuzzi. Costui non parla inglese e viene dunque assistito dal traduttore Roberto Croci.
In quel periodo, Stephen King, oltre a essere un forte bevitore (viene visto una volta bere svariate bottiglie di birra al mattino in poche ore), è anche dipendente dalla cocaina e altre sostanze stupefacenti. Anche se la cosa sfugge praticamente a tutta la troupe, lo scrittore rimane sotto l'influsso di sostanze stupefacenti durante tutta la lavorazione del film.
Il set viene costruito circa 15 chilometri fuori Wilmington, ma risulta così convincente che molti camion di passaggio si fermano, pensando sia davvero un parcheggio per camion con annessa trattoria. Per risolvere questo problema, vengono messi degli annunci sui giornali locali che spiegano che quello è solo un set cinematografico.
L'inesperienza di Stephen King come regista è ben evidente, ma in suo aiuto giunge il suo amico George Romero, che King conosce da molti anni e per cui ha scritto la sceneggiatura di Creepshow. Romero è spesso presente sul set e, pur non dirigendo personalmente le riprese (gli attori e la troupe se ne sarebbero di sicuro accorti), dà preziosi consigli a King su come agire.
Un gravissimo incidente avviene il 31 luglio 1985. Si deve girare una scena in cui un tosaerba insegue un ragazzo con l'intento di ucciderlo e una delle telecamere viene piazzata su un supporto di legno. Armando Nannuzzi suggerisce di togliere le lame alla falciatrice, tanto non saranno comunque inquadrate, ma Stephen King non è d'accordo, in quanto vuole che la scena sia il più realistica possibile.
Il tosaerba è controllato a distanza da un responsabile degli effetti speciali, ma le prime due volte in cui si cerca di attivarlo non accade nulla. Al terzo tentativo, il tosaerba inizia a muoversi come impazzito, fino ad avvicinarsi alla telecamera piazzata sul supporto di legno. Un cameraman porta via rapidamente la telecamera, ma il tosaerba ancora attivo inizia a tagliare il supporto.
E un frammento di legno vola in aria, andandosi a conficcare nell'occhio destro di Armando Nannuzzi, il quale inizia a sanguinare in maniera copiosa e a gridare:"Mi hanno sparato!". Rapidamente viene chiamata la polizia e un elicottero giunge sul posto, pronto a portare Nannuzzi in ospedale.
La produzione viene fermata per due settimane, durante le quali Nannuzzi subisce due interventi chirurgici. Dimesso dall'ospedale, torna sul set pronto a riprendere il suo lavoro, anche se porta una vistosa benda nera sull'occhio destro. La speranza, anche da parte dei dottori, è che recuperi gradualmente la vista.
Per la colonna sonora, lo scrittore del Maine si rivolge agli AC/DC, di cui è un grande fan e a cui offre anche una parte nella pellicola. Ma i componenti della band rifiutano quest'ultima offerta. Per convincerli a collaborare, King canta dall'inizio alla fine una loro canzone del 1976, Ain't No Fun (Waiting Round to Be a Millionaire). Colpiti in maniera favorevole da questo sfoggio di passione, gli AC/DC accettano di comporre la colonna sonora.
Concluse le riprese, King fa vedere un primo montaggio della pellicola a George Romero, il quale gli suggerisce di togliere alcune scene crude e violente, di modo da evitare che la pellicola sia del tutto vietata ai minori di 18 anni.
Brivido (Maximum Overdrive) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 25 luglio 1986. A fronte di un budget di nove milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare sul territorio americano circa sette milioni e mezzo di dollari. Non esattamente il successo che ci si aspettava.
Nel 1987, Armando Nannuzzi - al quale è stato detto che la vista dall'occhio destro non tornerà più - cita in giudizio per danni morali e materiali Stephen King e altri diciassette componenti della produzione, chiedendo un risarcimento di 18 milioni di dollari. Viene infine raggiunto un accordo extragiudiziale.
Negli anni successivi, King chiede più volte scusa a Emilio Estevez per essere stato coinvolto in quello che lo scrittore stesso definisce un "film idiota". Forse il figlio di Martin Sheen avrebbe fatto bene a seguire il consiglio di sua madre.
Stephen King abbandona dunque ogni velleità da regista, limitandosi a concedere i diritti delle sue opere a altri registi per altri adattamenti, alcuni riusciti bene, altri meno. Ma questa... è un'altra storia.

martedì 13 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: L'Eternauta - Il Ritorno


Sarà possibile? Con questo angosciante interrogativo, ripetuto più volte, si concludeva la prima storia de L'Eternauta. Un interrogativo che lo stesso sceneggiatore Héctor Germán Oesterheld si poneva, di fronte a un apparente ineluttabilità del destino che attendeva il genere umano. Passano molti anni, anzi, quasi due decenni, ma infine giunge la risposta a quell'interrogativo.
L'Eternauta: Il Ritorno (El Eternauta II) viene serializzato sulla rivista argentina Skorpio a partire dal 1976, per concludersi nel 1978, per un totale di poco più di duecento pagine. Gli autori sono gli stessi della prima storia: Oesterheld ai testi e Francisco Solano López ai disegni.
Nei due anni durante i quali la storia viene pubblicata, accadono eventi drammatici che cambiano per sempre lo scenario fumettistico e non solo.
Già da qualche tempo, infatti, Oesterheld e la sua famiglia si sono affiliati ai Monteneros (Movimiento Peronista Montonero), nel tentativo di combattere la dittatura militare di Jorge Videla. Come noto, purtroppo, sia Oesterheld che le sue figlie e i loro mariti vengono sequestrati dall'esercito di Videla e uccisi - con ogni probabilità - nel 1977. Oesterheld diviene un desaparecido e non si sa a tutt'oggi dove sia stato sepolto. Anche Solano López viene per breve tempo incarcerato ed è infine costretto a emigrare in Spagna.
Nel 1959 dell'Eternauta, lo sceneggiatore Germán vuole risolvere il mistero legato a Juan Salvo, dopo una strana visione di eventi futuri, ed entra in contatto con lui. All'improvviso, la casa dell'Eternauta viene trasportata in un lontano futuro, successivo al termine del conflitto tra i Loro e l'umanità.
Gli esseri umani sono ora divisi in due specie: i violenti Zarpo, al servizio dei Loro, e il Popolo delle Caverne, gli ultimi scampoli di umanità. L'arrivo sulla scena dell'Eternauta e di Germán cambia le carte in tavola del conflitto, anche perché Juan Salvo sta iniziando a sviluppare strani poteri.
Mentre l'Eternauta rappresentava un timore dell'autore verso una instabilità politica che esponeva l'Argentina all'attacco di forze esterne, L'Eternauta: Il Ritorno riflette invece le convinzioni di Oesterheld dell'epoca, di lotta contro un regime oppressore presente sul proprio territorio.
Per questo motivo Oesterheld non esita a mettersi in gioco in prima persona, apparendo come uno dei personaggi della storia e seguendo con fede quasi cieca Juan Salvo, che rappresenta l'incarnazione degli ideali dello scrittore. Un uomo perfetto, che non esita mai, che ha sempre un piano pronto per l'occasione. E che non ha paura a sacrificare delle persone per un cosiddetto più grande obiettivo.
Ma mai Oesterheld mette in dubbio ciò che fa o lo contesta, così come non contestava i metodi dei Monteneros.
In tal senso l'allegoria, mutuata da un romanzo di H.G. Wells, dei Zarpo e del Popolo delle Caverne è evidente. Gli Zarpo sono la gente asservita al potere, priva di un pensiero critico, le classi nobili che non si ribellano perché la situazione non li riguarda. Il Popolo delle Caverne, invece, rappresenta gli oppressi del popolo argentino, coloro che vivono nei bassifondi e la cui scomparsa non viene notata da nessuno.
L'Eternauta di questo racconto è di certo un personaggio diverso rispetto a quello della prima storia. Addirittura non esita a mettere in pericolo le vite di sua moglie e sua figlia pur di portare avanti la propria missione. C'è meno empatia rispetto alla prima storia perché la visione della vita e della società di Oesterheld in due decenni si è modificata.
Una visione che purtroppo non risulta molto gradita al regime militare. Pur non essendo questo fumetto la principale causa della cattura di Oesterheld, quanto piuttosto la sua lotta politica al fianco delle figlie, risulta di certo straniante leggere l'ultima opera di uno scrittore, un'opera di cui non è riuscito a vedere in vita l'epilogo della pubblicazione.
Anche per Solano López e la sua arte sono passati quasi due decenni e, se pure la prima storia per certi versi rimane qualcosa di insuperato per costruzione della tavola - nella sua concezione originaria, ovviamente - e dinamicità, questo seguito rappresenta un'evoluzione nella cura dei dettagli e nel delineamento dei vari personaggi.
Per quanto possa apparire incredibile, la scomparsa di Oesterheld non coincide con la scomparsa dell'Eternauta, che ha ancora in serbo altre avventure da vivere negli anni successivi.

sabato 10 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: Terminator - Guerra Parallela


Nel 1984 un Terminator modello T-800 Arnoldo giunge dal 2029 per approdare nella Los Angeles dell'epoca con la missione di uccidere Sarah Connor, madre del futuro leader della Resistenza contro Skynet, John Connor. Ma a difenderla...
Ah sì, con ogni probabilità sapete già come continua questa trama. Tuttavia, come abbiamo detto nel precedente articolo dedicato a una miniserie di Terminator, le storie a fumetti amano ampliare gli scenari di partenza delle saghe cinematografiche.
Questo accade anche in Terminator: Guerra Parallela (The Terminator: Sector War), miniserie di quattro numeri pubblicata tra il 2018 e il 2019, scritta da Brian Wood e disegnata da Jeff Stokely.
Mentre Kyle Reese e Sarah Connor cercano di sfuggire al T-800, nello stesso momento a New York giunge dal futuro un altro Terminator. La sua missione è quella di uccidere un'altra donna, Lucy Castro, per qualche motivo che lei non riesce a capire, così come non riesce a comprendere la vera natura del suo avversario. Perché Lucy Castro non ha un Kyle Reese al suo fianco. Tuttavia è anche una tra le migliori agenti di polizia della Grande Mela e saprà vendere cara la propria pelle.
Questa storia è come il contenuto speciale di un DVD o di un Blu-Ray, o per usare un termine più moderno e "ggggiovane", un DLC dei videogiochi. Una sorta di visione estesa di una storia che già conosciamo, per dirci che, ehi, c'è qualcosa che ti era sfuggito.
In realtà questa miniserie rispecchia esattamente la trama del primo film di Terminator, ma Brian Wood - un po' ironico che sia lui, a pensarci - ci dice che una donna è perfettamente in grado anche da sola di tenere a bada una minaccia simile senza un uomo al suo fianco.
Detto questo, la storia è molto incentrata sull'azione e vede come co-protagonista il Terminator più affetto da logorrea che sia mai esistito. Necessaria poiché così può fornire a Lucy - e per vie traverse anche al lettore - le ragioni del suo agire e quindi non lasciare punti narrativi in sospeso.
Che sia mai che l'epilogo lasci spazio per un potenziale seguito e questo non verrà con ogni probabilità mai sviluppato...

martedì 6 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: Mister Miracle


Il Quarto Mondo è una delle più grandi creazioni di Jack Kirby. Molto spesso si dice che, per concezione, magnificenza e portata, l'artista quando creò questo incredibile affresco di mondi e personaggi - nella prima metà degli anni '70 del ventesimo secolo - fosse molto in anticipo sui tempi. Tanto che, nel giro di pochi anni, tutte le serie che ne facevano parte chiusero i battenti e Kirby tornò alla Marvel.
Il Quarto Mondo, tuttavia, non è mai sparito dalla cosmogonia della DC Comics, divenendo elemento fondamentale per la prima Crisi e per molte trame successive.
Uno dei protagonisti principali di questa cosmogonia kirbyana è Scott Free, alias Mister Miracle, l'artista della fuga riuscito a liberarsi dalla prigionia della Granny Goddess/Nonnina Cara e dalla tirannia di Darkseid per cercare di crearsi una nuova esistenza sulla Terra insieme all'amata Big Barda, anch'essa sfuggita alla prigionia.
I due sono stati protagonisti di molte storie, una delle quali è la maxiserie di dodici numeri Mister Miracle, pubblicata tra il 2017 e il 2018, scritta da Tom King e disegnata da Mitch Gerads.
Preda di una forte depressione, Scott Free tenta il suicidio tagliandosi le vene dei polsi. Sospeso tra la vita e la morte, l'artista della fuga deve compiere la sua più grande impresa e inizia a vivere in un mondo alternativo dove Darkseid è.
Darkseid è ora padrone dell'Equazione Anti-Vita e ha mosso guerra a Nuova Genesi, uccidendo l'Altopadre. Con Orion nuovo reggente, Mister Miracle è chiamato a unirsi alle schiere dell'esercito di Nuova Genesi, ma lui vorrebbe solo sfuggire alle insidie della guerra e vivere un'esistenza serena accanto a Big Barda.
Il progredire di questa miniserie, capitolo dopo capitolo, rappresenta un viaggio all'interno di una psiche umana, quella di Scott Free nello specifico. Partendo dal punto più basso, dalla prospettiva di un uomo che - infettato dall'Equazione Anti-Vita (leggasi le sventure dell'esistenza, la depressione, le crisi personali) - decide di togliersi la vita.
Da qui in avanti ha inizio la risalita, partendo dai dubbi personali, per poi ritrovare la fiducia in sé stessi, grazie all'amore, e liberarsi di coloro che infettano la nostra esistenza con la loro tossicità.
Fino a sconfiggere la paura più grande e giungere a dare noi stessi la vita a qualcun altro e combattere per questa nuova vita, fino allo stremo delle forze, fino magari a perdere la nostra stessa vita. Ma se al punto di partenza la vita ce la siamo tolta perché credevamo di non aver più nulla per cui andare avanti, al punto di arrivo questo qualcosa per cui andare avanti ce l'abbiamo e siamo pronti a sacrificarci per qualcosa per cui vale la pena combattere, sempre.
Scott Free - l'uomo comune - sconfigge dunque l'Equazione Anti-Vita - i demoni interiori che ogni essere umano ha - e trova una nuova ragione di esistere, sia essa un figlio, una nuova relazione, una promozione, una nuova prospettiva: qualunque cosa sia è alla portata di tutti, l'importante è andare alla sua ricerca.
Tom King idea così una perfetta parabola di rinascita di un eroe che compie la sua impresa più grande: sfuggire alla morte e all'abbraccio delle tenebre.
La storia funziona anche grazie all'alchimia che King ha con Mitch Gerads. L'artista riprende la griglia a nove vignette a pagina di Watchmen e ne dà la sua personale e magnifica interpretazione. Si potrebbe pensare che vedere lo stesso tipo di pagina, albo dopo albo, possa essere noioso, ma non c'è nulla di più lontano dal vero. Gerads rende ogni tavola unica, costruendo vignette che si collegano le une alle altre e facendo sì che il nostro sguardo vaghi dall'alto in basso nel tentativo di cogliere l'intero affresco di ogni singola pagina e ogni singolo albo.
Darkseid è.