giovedì 21 ottobre 2021

Netflix Original 13: La Battaglia di Jadotville


Ritorna un film di guerra su Netflix, a seguito della prima produzione originale, Beasts of No Nation. E ancora una volta ci si ritrova in Africa.
La Battaglia di Jadotville (The Siege of Jadotville) è una pellicola diretta da Richie Smyth e sceneggiata da Kevin Brodbin, distribuita su Netflix a partire dal 7 ottobre 2016.
Il film si basa sul libro del 2005 di Declan Power The Siege at Jadotville: The Irish Army's Forgotten Battle e prende ispirazione da un fatto storico reale.
Nel settembre 1961, a seguito della secessione dal Congo dello stato del Katanga, una truppa di soldati irlandesi al servizio dell'ONU capitanati da Pat Quinlan (Jamie Dornan) viene inviata nella città di Jadotville per pattugliare una zona sensibile.
Nello stesso momento viene portata avanti da Conor Cruise O'Brien (Mark Strong), anch'egli irlandese, l'Operazione Morthor, volta a sottrarre al dittatore del Katanga, Moise Tshombe, l'autorità presa con la forza e l'omicidio.
Abbandonati a sé stessi, i soldati irlandesi subiscono per cinque giorni l'attacco di mercenari francesi e africani al servizio del dittatore del Katanga. Quinlan ha 150 uomini al suo comando e farà di tutto per riportarli a casa sani e salvi, anche se questo significa andare contro le disposizioni delle Nazioni Unite.
Uno dei meriti del cinema è che, quando vuole, riesce a portare all'attenzione del pubblico eventi storici poco noti o dimenticati. Questo è uno di essi. Per svariati decenni questo fatto storico è rimasto nel dimenticatoio, persino buona parte della popolazione irlandese ne era all'oscuro, e tutti i soldati coinvolti nella battaglia - a seguito della quale si sono arresi e sono rimasti in prigione per circa un mese - sono stati ritenuti dei codardi.
Con l'inizio del terzo millennio, sono arrivate le prime indagini ufficiali su questo evento - caldeggiate da Declan Power, l'autore del libro da cui è stato tratto questo film - e hanno completamente riabilitato Pat Quinlan e gli uomini al suo comando. Nonostante il conflitto armato e qualche inevitabile ferito, nessuno di loro è morto in combattimento durante quei frenetici cinque giorni in cui anche l'ONU - in nome di un cosiddetto bene superiore - li ha abbandonati.
Pur non potendo contare la pellicola su numerosi mezzi, gli attori - per quanto di seconda fascia, con l'eccezione di Mark Strong - si impegnano al massimo per consegnare un buon prodotto.
Si deve dunque sorvolare, per quanto possibile, sulla resa scenica (ho comunque visto di peggio in film più quotati) e concentrarsi sulla storia. Una storia di uomini che soffrono, cadono, ma trovano sempre il modo di rialzarsi e restare uniti, sino alla fine.
Pat Quinlan è deceduto nel 1997 e la sua memoria è stata riabilitata solo nel 2006. Questo film contribuisce ulteriormente a rendergli merito: dopotutto ha riportato a casa sane e salve 150 persone.

martedì 19 ottobre 2021

Fabolous Stack of Comics: Universo DC - Rinascita


Geoff Johns è il maestro delle Rinascite, di quel meccanismo narrativo volto a recuperare quelle caratteristiche vincenti di un personaggio che col tempo sono state messe da parte o addirittura eliminate, senza snaturare più di tanto quanto accaduto in precedenza.
Il primo personaggio oggetto di questa "cura" è stato Lanterna Verde, il quale prima che Geoff Johns iniziasse a curarne le gesta e lo riportasse alle sue radici eroiche era un assassino di massa su base galattica... per dire la portata di ciò che è stato fatto.
È poi stata la volta di Flash, una rinascita diversa dalla precedente, una rinascita in un mondo a lui sconosciuto che lo ha creduto morto - narrativamente parlando - per oltre venti anni.
Questi, tuttavia, sono singoli personaggi. E se si dovesse far rinascere un intero universo narrativo composto da decine di supereroi? Geoff Johns ha deciso di cimentarsi anche in quest'impresa, grazie al one-shot Universo DC: Rinascita (DC Universe: Rebirth), pubblicato nel 2016.
L'albo è diviso in quattro capitoli e a realizzarlo vi sono quattro diversi disegnatori: Gary Frank, Ethan Van Sciver, Ivan Reis e Phil Jimenez, tutti e quattro precedenti collaboratori di Johns su altri progetti.
Sono passati cinque anni (in tempo reale) dall'Evento Flashpoint, causato da Barry Allen per ripristinare la linea temporale da lui stesso alterata per salvare la vita di sua madre. Cinque anni dove, però, la storia degli eroi della DC Comics è ripartita da zero col New 52, solo Pandora ricorda l'universo precedente e molti personaggi sono addirittura scomparsi nel nulla.
Uno di questi è Wally West, il quale si trova disperso nella Speed Force, prossimo a scomparire per sempre. Wally è l'unico che conosce la verità: non è stato Barry a causare il reset della storia degli eroi, bensì un'altra forza, una forza sconosciuta e molto potente.
E mentre alcuni eroi iniziano a ricordare la loro vita Pre-Flashpoint, Wally cerca qualcuno che avverta la sua presenza per avvisare di questa prossima minaccia, ma nessuno lo percepisce. Che sia davvero giunta la fine per lui? E quale segreto si annida nella Batcaverna?
Per dichiarata intenzione della dirigenza DC Comics e di Johns, questa storia vuole rappresentare una sorta di ripartenza del DC Universe che funga da spartiacque, ponendosi due obiettivi. Da una parte recuperare personaggi e concetti pre-Flashpoint, dall'altro non annullare - nei limiti del possibile - quanto costruito nei precedenti cinque anni.
Da un lato c'è infatti chi rimpiange certe trame e personaggi del passato (la relazione tra Freccia Verde e Black Canary, la famiglia dei velocisti, la JSA), dall'altro invece vi sono coloro che sono saliti a bordo di un treno che ha poi preso velocità e che deve ancora continuare il proprio percorso.
Lo stratagemma che idea Geoff Johns per unire le due linee temporali è al contempo azzardato e incredibile: unire la mitologia ultradecennale della DC Comics con quella - altrettanto storica - dell'universo di Watchmen ideata da Alan Moore e Dave Gibbons.
A condire il tutto, i consueti dialoghi introspettivi e relazionali di Johns (di forte impatto l'incontro finale tra Barry Allen e Wally West) e un paio di necessari spiegoni, ma proprio oni oni.
Certo, si tratta di uno stratagemma soprattutto commerciale volto ad attirare l'attenzione anche del lettore occasionale, impossibile non notare una cosa simile. Tuttavia, per quello che si vede in questa storia, vi sono anche delle basi narrative su cui costruire un edificio. Il tempo dirà poi se le sue fondamenta siano solide o meno (in realtà tali fondamenta sono già state gettate e prima o poi le analizzeremo).
Ecco, queste sono opere che possono accontentare tutti: possono venire incontro al lettore di vecchia data e possono catturare l'interesse di un eventuale nuovo lettore. Quello che conta poi è come si prosegue su questi nuovi binari.
Nulla finisce. Nulla ha mai fine.

domenica 17 ottobre 2021

A scuola di cinema: I Ponti di Madison County (1995)

1992: Viene pubblicato il romanzo I Ponti di Madison County (The Bridges of Madison County), scritto da Robert James Waller.
Completato in poco più di dieci giorni, l'opera si svolge nell'Iowa degli anni '60 del ventesimo secolo e narra della fugace relazione amorosa tra il fotografo del National Geographic Robert Kinkaid e Francesca Johnson, donna di origini italiane e moglie di un imprenditore agricolo.
Il romanzo diviene in breve tempo un bestseller internazionale, con milioni di copie vendute, e così pochi anni dopo è oggetto di un celebre adattamento cinematografico.


L'opera attira l'interesse di alcuni produttori già prima della sua pubblicazione ufficiale, tanto che nel 1991 - dietro esortazione di Kathleen Kennedy - la Amblin Entertainment di Steven Spielberg se ne aggiudica i diritti cinematografici per una somma di 25.000 dollari e un accordo di distribuzione con la Warner Bros.
Quando, nel 1992, il romanzo di Robert James Waller diventa un bestseller, arrivando a sfiorare i dieci milioni di copie vendute, Steven Spielberg contatta l'anno successivo Sidney Pollack per dirigere la pellicola. Il regista chiede dunque allo sceneggiatore Kurt Luedtke, suo abituale collaboratore, di produrre un primo trattamento e individua in Robert Redford l'interprete adatto per la parte di Robert Kinkaid, ma non viene supportato in quest'ultima scelta dalla Warner Bros.
Poco tempo dopo, quindi, Pollack decide di ritirarsi dal progetto e altrettanto fa Redford.
Steven Spielberg chiede allora una nuova sceneggiatura a Ronald Bass, ma non ne rimane troppo soddisfatto. Nel frattempo ha già trovato l'attore adatto per il ruolo di Robert Kinkaid, ovvero Clint Eastwood, nonostante costui abbia più di dieci anni di differenza rispetto alla sua controparte cartacea. Una scelta, tuttavia, che viene anche spalleggiata da Terry Semel, presidente della Warner Bros.
Richard LaGravenese produce poi una nuova bozza di sceneggiatura, la quale incontra i favori sia di Spielberg che di Eastwood. Spielberg suggerisce di inserire nella trama anche i figli di Francesca Johnson, che scoprono della relazione extraconiugale attraverso i suoi diari.
Steven Spielberg stesso in un primo momento vorrebbe dirigere il film, ma decide poi di prendersi un periodo di pausa lavorativa a seguito dell'intensa direzione di Schindler's List.
Viene dunque individuato un nuovo regista in Bruce Beresford, il quale chiede una nuova sceneggiatura ad Alfred Uhry. Beresford chiede che il personaggio di Francesca Johnson sia inglese e non più di origini italiane, ma questa richiesta viene respinta e, quando la produzione mostra la propria preferenza verso la sceneggiatura di Richard LaGravenese, il regista si ritira dal progetto.
A quel punto Clint Eastwood si lamenta con Terry Semel dei continui ritardi, che rischiano di far perdere l'opportunità di effettuare le riprese nell'autunno del 1994, in una location già individuata. Semel gli chiede allora se non sia interessato a essere lui stesso il regista della pellicola. Eastwood si prende un giorno per decidere.
L'attore si reca dunque presso il set in costruzione, dove sta per essere creata una replica del Roseman Bridge. Eastwood boccia la cosa, preferendo utilizzare i luoghi reali, e fa così ridurre il budget della pellicola di un milione e mezzo di dollari. Subito dopo, contatta Terry Semel e accetta l'incarico come regista.
Rimane solo da scegliere la protagonista femminile. Per il ruolo di Francesca Johnson vengono considerate diverse attrici, tra le quali Jessica Lange, Susan Sarandon e Anjelica Huston.
La madre di Clint Eastwood, Ruth Wood, suggerisce invece il nome di Meryl Streep e l'attore si convince sia l'interprete perfetta. Sia la produzione che Spielberg, tuttavia, non condividono la sua opinione - nonostante Meryl Streep abbia praticamente la stessa età della sua controparte cartacea - ma Eastwood resta inflessibile rispetto a questa sua scelta, che viene infine accettata.
In preparazione al ruolo, l'attrice si tinge di castano i capelli, perfeziona con un professore di italiano un accento italoamericano e ingrassa di circa sette chili. Per il look e il modo di parlare del suo personaggio, inoltre, Meryl Streep si ispira a Sophia Loren e Anna Magnani.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 15 settembre 1994, tenendosi in Iowa, presso le città di Winterset e Adel. La fattoria utilizzata, prima che iniziassero le riprese, era stata abbandonata da oltre trent'anni divenendo dimora di pipistrelli e animali selvatici, e viene restaurata dalla scenografa Jeannine Oppewall e dal suo team.
Dietro esplicita volontà di Eastwood, tutte le scene vengono girate in sequenza nel corretto ordine temporale, per far sì che anche le dinamiche personali e la relazione lavorativa tra i due attori crescano al pari di quella dei due protagonisti.
La tempistica iniziale prevista per il completamento dei lavori è di 52 giorni. Clint Eastwood riesce a ridurla a 42, concludendo le riprese alla fine di ottobre del 1994.
I Ponti di Madison County (The Bridges of Madison County) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 2 giugno 1995. A fronte di un budget di circa 24 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 182 milioni di dollari. Meryl Streep, così osteggiata in principio dalla produzione, ottiene anche una nomination all'Oscar come miglior attrice.
Winterset, in precedenza nota solo per essere la città natale di John Wayne, diviene in breve tempo metà di turisti che visitano i luoghi e i ponti dove si sono svolte le riprese, contribuendo così allo sviluppo del turismo locale.
Piccole, grandi sventure però si susseguono alcuni anni dopo l'uscita della pellicola. Nel 2002, il Cedar Bridge - dove i due protagonisti si incontrano per la prima volta - rimane distrutto a causa di un incendio doloso e lo stesso destino accade l'anno successivo alla fattoria restaurata appositamente per il film.
Il ponte viene ricostruito nel 2004, ma nel 2017 è oggetto di un secondo incendio doloso ad opera di tre adolescenti, i quali vengono arrestati e condannati per questo. Il Cedar Bridge viene dunque ricostruito una seconda volta, nel 2019.
Dopo la direzione di numerose pellicole biografiche e di azione, Clint Eastwood dimostra la sua versatilità come regista e interprete grazie a questo film romantico. E altre pellicole dall'impatto drammatico arriveranno... ma questa è un'altra storia.

venerdì 15 ottobre 2021

Fabolous Stack of Comics: Silver Surfer - Nero


Come noto, Silver Surfer è stato uno dei personaggi feticcio di Stan Lee. Pur essendo una creazione grafica di Jack Kirby volta a dare più linfa narrativa alla Trilogia di Galactus, Stan Lee ha poi utilizzato questo personaggio per dare voce ai propri tormenti e ai propri pensieri sull'umanità e sulle sue capacità autodistruttive, così come sulla sua magnificenza.
Silver Surfer, nella visione di Lee, è un'anima pura ma in pena, lontana dal proprio pianeta, che non comprende la follia dell'uomo e si interroga dunque sull'esistenza stessa.
Ma se qualcosa cambiasse? Se tale tormento divenisse anche di natura fisica, se quell'oscurità che Silver Surfer ha sempre cercato di evitare divenisse infine parte di lui?
Questo il tema che viene analizzato in Silver Surfer: Nero (Silver Surfer: Black), miniserie di cinque numeri pubblicata nel 2019, scritta da Donny Cates - il quale ne approfitta per recuperare una sua recente creazione - e disegnata da Tradd Moore.
A seguito di una battaglia al fianco dei Guardiani della Galassia, Silver Surfer e gli eroi cosmici rischiano di venir risucchiati in un buco nero. Utilizzando tutte le sue capacità, Silver Surfer riesce a salvare i suoi alleati, precipitando al contempo nel buco nero, che lo trascina all'alba dell'Universo, dove Surfer si imbatte nel regno dominato dal dio oscuro Knull.
Ma non è solo di lui che deve preoccuparsi Silver Surfer: la caduta nel buco nero ha infatti introdotto un elemento di oscurità nel suo corpo. Un'oscurità che si sta diffondendo e rischia di trascinare per sempre nel baratro il puro eroe cosmico.
Donny Cates unisce i dialoghi "esistenzialisti" alla Stan Lee di Silver Surfer, ovviamente modernizzandoli, con quel pizzico di follia di trama che caratterizza alcune sue storie. E un viaggio nella follia è proprio ciò che aspetta al varco l'eroe cosmico.
Il viaggio "esteriore" nel lontano passato da lui affrontato diventa infatti anche una metafora del viaggio "interiore" connesso alla sua personalità che, dopo tanti anni passati a vagare per lo spazio, lontano dall'affetto dei propri cari, si è macchiata di oscurità.
Un'oscurità che rischia di crescere ancor di più e che può essere spazzata via solo ritrovando una luce interiore che possa proiettarsi all'esterno, spazzando così via il buco nero.
Knull diviene dunque in questo contesto una sorta di diavolo tentatore, simile a quello che Gesù incontrò nel deserto (e no, non è così insolito associare Silver Surfer a una sorta di figura messianica).
Non è possibile inoltre parlare di quest'opera senza elogiare l'incredibile arte di Tradd Moore. L'artista concepisce ogni sorta di geometria possibile - facilitato in tal senso dalla trama che gli offre ampie possibilità di sbizzarrirsi - creando regni spaziali ed extradimensionali che non sfigurerebbero di fronte alle grandeur cosmiche alla Jack Kirby.
Inoltre sia Silver Surfer che Knull vengono plasmati in geometrie all'apparenza impossibili, l'anatomia diventa essa stessa un concetto astratto, ma nel contesto degli eventi descritti ciò è pienamente giustificato.
Sono quei disegni così coinvolgenti che bisogna poi tornare ad ammirarli almeno una seconda volta, per soffermarsi solo su di essi, lasciando da parte la storia principale.
Nelle storie di Stan Lee, Silver Surfer si interrogava sull'esistenza dell'umanità. In questa miniserie invece si è interrogato sulla propria esistenza, come metafora di quei momenti di cui tutti noi prima o poi siamo vittime, di quando anche noi veniamo travolti dall'oscurità. Surfer trova infine dentro di sé una propria luce e una propria ragione di vita.
E altrettanto dovremmo fare noi.

mercoledì 13 ottobre 2021

Netflix Original 12: ARQ


Ecco che torna l'incubo di tutti gli sceneggiatori cinematografici, il film basato sul loop temporale che si ripete giorno dopo giorno! Ormai è diventato un vero e proprio sottogenere, partendo dal "capostipite" Ricomincio Da Capo e passando per altre pellicole, quale ad esempio Edge of Tomorrow con Tommaso Crociera (non scappate, telefilm come Buffy e Star Trek: The Next Generation, so cosa avete fatto).
Un nuovo loop è presente in ARQ, film sceneggiato e diretto da Tony Elliott e distribuito su Netflix a partire dal 16 settembre 2016.
ARQ è l'acronimo di Arcing Recursive Quine, una fonte di energia apparentemente inesauribile ideata da Renton (Robbie Amell), ma contesa dal gruppo terrorista Bloc e dalla multinazionale Torus Corporation in un mondo preda di conflitti devastanti.
Renton dovrà trovare un modo per impedire che la sua invenzione venga utilizzata per scopi bellici, ritrovandosi al contempo bloccato in un loop temporale di circa tre ore insieme alla sua compagna, Hannah (Rachael Taylor), la quale gli nasconde un segreto.
Qual è la cosa più interessante nel vedere un film con un loop temporale? Scoprire come i personaggi reagiranno agli eventi che si ripetono ogni giorno, cercando un modo per uscirne. Tutto questo è presente nel film in questione? Sì e no allo stesso tempo.
Il tutto è concentrato in un unico luogo (l'appartamento di Renton) e con pochi attori in scena, all'ovvio scopo di contenere i costi, ma questo non rappresenta poi un problema insormontabile... anche se la sensazione di qualcosa di non del tutto formato c'è.
Dietro a questo film vi è anche un messaggio di denuncia su come vengano sfruttate le risorse ambientali e naturali dalle grandi corporazioni - in particolare le energie rinnovabili - ed è questo che interessa principalmente al regista Tony Elliott.
Renton e Hannah rappresentano dunque il punto di vista della persona comune di fronte a questa problematica e come tale persona comune reagisca di fronte a essa (rimanendo impassibile, esponendosi in prima persona ma agendo al di fuori della legge, ribellandosi ma cercando di restare nel sistema).
Vi è un modo giusto di agire? Il fatto che il film si concluda senza un vero e proprio epilogo suggerirebbe di no. Ebbene sì, questa pellicola non ha un finale e quasi tutti i punti in sospeso sollevati rimangono irrisolti. Si potrebbe perciò dire che non ci sono neanche dei buchi di trama, visto che la trama si ripiega infine su sé stessa.
Ovviamente è una scelta voluta, che sta a significare che la persona comune deve uscire dal loop della propria vita in cui è rimasto ingabbiato per sua scelta e trovare infine un differente percorso.
Prima che sia troppo tardi.

lunedì 11 ottobre 2021

A scuola di cinema: Febbre Da Cavallo (1976)

All'inizio degli anni '70 del ventesimo secolo, il cinema italiano comincia a produrre in maniera sempre più costante e proficua numerose pellicole di "denuncia sociale", con cui cerca di mettere in evidenza situazioni problematiche di certi strati sociali in questo decennio così complicato che culmina con gli Anni di piombo (tra queste pellicole, basti pensare ad esempio a La Classe Operaia Va In Paradiso e Sbatti il Mostro in Prima Pagina, entrambi interpretati da Gian Maria Volontè).
Ebbene, per quanto possa apparire insolito e curioso, è proprio dal progetto di uno di questi film di denuncia che nasce una delle più celebri commedie italiane.


1971: Lo sceneggiatore Massimo Patrizi sottopone al produttore Roberto Infascelli un trattamento che, nelle sue intenzioni originarie, vuole essere un film drammatico e di denuncia nei confronti del gioco d'azzardo e la dipendenza da esso.
Infascelli apprezza l'idea e ha in mente di proporre la regia a Stefano Vanzina, alias Steno, con cui sta in quel momento collaborando per una pellicola antesignana del poliziottesco: La Polizia Ringrazia. Steno, tuttavia, non reputa così interessante il progetto di Massimo Patrizi e declina l'offerta. Infascelli decide dunque di mettere per il momento da parte il trattamento di Patrizi.
1974: Completata la trilogia della polizia con La Polizia Chiede Aiuto, Roberto Infascelli riprende in mano il progetto di Massimo Patrizi, ma decide anche di tramutarlo in una commedia a basso costo, ritenendola una cosa più sicura e gestibile.
Il produttore fa compiere dunque una robusta revisione della sceneggiatura ad Alfredo Giannetti e per la regia contatta Nanni Loy.
Steno viene a sapere di questo cambio di rotta e dimostra infine interesse per il progetto, che nelle sue intenzioni deve essere una commedia con toni farseschi da anni '50, piena di macchiette e caratteristi.
Poiché Nanni Loy è già stato scelto come regista, Steno gli chiede se non sia interessato alla direzione di un altro film a lui affidato, Basta che non si Sappia in Giro. Loy accetta lo scambio e Steno si aggiudica la regia.
Il regista decide anche di far compiere un'ulteriore revisione della sceneggiatura a suo figlio, Enrico Vanzina, il quale ben conosce il mondo degli ippodromi e degli scommettitori sulle corse dei cavalli avendolo frequentato in passato. Enrico Vanzina è appena agli esordi, ha sceneggiato all'epoca un unico film, quindi viene aiutato da suo padre nella stesura della sceneggiatura.
Sempre di comune intesa col padre, Enrico Vanzina amplia anche la parte del personaggio di Er Pomata, il quale in principio ha un ruolo minore, poiché Steno intende affidare la parte a un attore di livello.
Per il ruolo di Bruno Fioretti, alias Mandrake, Infascelli vorrebbe Ugo Tognazzi, ma Steno ritiene sia meglio utilizzare un attore romano, così la parte viene proposta a Vittorio Gassman, il quale tuttavia rifiuta. Alberto Lattuada suggerisce allora a Steno il nome di un giovane attore con cui ha lavorato di recente nel film Le Farò Da Padre, Luigi "Gigi" Proietti, e il suo consiglio viene accettato.
Per il ruolo di Armando Pellicci, detto Er Pomata, Steno in pratica impone alla produzione una sua scelta, che ricade su un attore con cui ha già collaborato in passato, ovvero Enrico Montesano.
Il ruolo di Felice Roversi viene in un primo momento affidato a Felice Andreasi, il quale però poco dopo si ritira dal progetto, lasciando dunque spazio a Francesco De Rosa.
Il ruolo di Gabriella viene proposto in un primo momento a Edwige Fenech, che però rifiuta, e la parte viene dunque affidata a Catherine Spaak.
Infascelli pensa di affidare il ruolo dell'avvocato De Marchis ad Adolfo Celi, ma Steno suggerisce che l'attore interpreti il giudice, parte più adatta alle sue capacità attoriali. Il ruolo dell'avvocato è dunque appannaggio del caratterista Mario Carotenuto.
Le riprese iniziano il 20 giugno 1975, tenendosi principalmente a Roma. Le scene ambientate negli ippodromi vengono girate presso l'Ippodromo di Tor di Valle, mentre quelle ambientate in treno si effettuano lungo il tratto Roma-Formia-Napoli. Per girare tutte le riprese necessarie in treno, la tratta viene percorsa per ben quattro volte.
Steno ha molta fiducia nei due attori da lui scelti per i ruoli principali, tanto che concede loro per alcune scene di effettuare delle improvvisazioni. Tra queste vi è quella dello spot del whisky interpretato da Mandrake vestito da vigile, dove è in buona parte Proietti a inventarsi le varie storpiature dello slogan pubblicitario.
Per aiutare gli attori e le comparse a immaginare che stiano vedendo una corsa di cavalli, quando si gira a Tor di Valle il produttore Roberto Infascelli prende una bandiera e inizia a correre lungo il percorso, fingendo così di essere un cavallo.
Le riprese si concludono nell'agosto 1975.
Febbre Da Cavallo viene distribuito nei cinema italiani a partire dal 17 maggio 1976. La pellicola non ottiene un grande successo, arrivando infine a guadagnare circa duecento milioni di lire. Come una sorta di beffa, inoltre, l'anno successivo il produttore Roberto Infascelli muore in un incidente automobilistico.
Negli anni seguenti, Gigi Proietti trova la via del successo soprattutto a teatro e in televisione, mentre Steno ed Enrico Montesano si dedicano ad altri film, relegando Febbre Da Cavallo a una tappa poco significativa delle loro carriere.
Il destino viene però incontro a questo piccolo gioiello della commedia italiana. Col proliferare delle tv locali negli anni '80, il film (la cui acquisizione con ogni probabilità è a basso costo, visto che all'epoca è ritenuto un prodotto minore) inizia a essere programmato con successo e costanza da molte reti televisive, soprattutto del Lazio.
La portata di questa riscoperta è tale che anche le reti televisive nazionali cominciano a programmare questo film, donandogli così quello che lo stesso Proietti definisce un successo postumo, tanto che viene anche importato in alcuni paesi esteri.
Un successo che si concretizza in maniera ulteriore nel 2002, ventisei anni dopo Febbre Da Cavallo, quando esce un seguito della pellicola curato dai figli di Steno, Enrico e Carlo Vanzina e che vede il ritorno sia di Gigi Proietti che di Enrico Montesano... ma questa è un'altra storia.

sabato 9 ottobre 2021

Fabolous Stack of Comics: Askani'Son


Nuovi, fulminanti resoconti dal futuro apocalittico del futuro Cable. Dopo Le Avventure di Ciclope e Fenice, lo stesso team creativo, ovvero Scott Lobdell ai testi (con la rifinitura dei dialoghi da parte di Jeph Loeb) e Gene Ha ai disegni, si occupano della miniserie in quattro numeri Askani'Son, pubblicata nel 1996.
Sono passati circa dieci anni da quando Nathan Summers, con l'aiuto dei suoi genitori provenienti dal passato, è riuscito a sconfiggere la minaccia di Apocalisse nel suo mondo. Questo, però, non ha spazzato via il caos.
Il pupillo di Apocalisse, infatti, Stryfe, continua a seminare il terrore ritenendo di essere il degno erede di En Sabah Nur. Nathan Summers al contempo conosce dei nuovi alleati quali Tetherblood e Blaquesmith, ognuno col loro carico di segreti e misteri.
Sia Nathan che Stryfe sono alla ricerca di ciò che resta della Sorellanza Askani, la quale ha delle mire verso il futuro Cable, ritenuto un Prescelto, e manda una giovane sacerdotessa, Aliya, a cercarlo. Come terzo incomodo vi sono i Canaaniti, coloro che più di ogni altro sono riusciti a colmare il vuoto di potere lasciato da Apocalisse e vedono la Sorellanza come una minaccia alla loro ascesa al dominio totale.
Tutte queste pedine convergono sulla scacchiera del destino e, come intuibile, sono alla fine destinate a scontrarsi.
Questa nuova miniserie, pur di pregevole fattura, non riesce a eguagliare Le Avventure di Ciclope e Fenice. Dall'infanzia e crescita di un futuro eroe, ora si passa alla maturazione e formazione di un futuro guerriero.
Nathan Summers non è ancora l'abile soldato che conosciamo: è impulsivo, si getta spesso a testa bassa nell'azione e in tal senso persone come Tetherblood e Blaquesmith rappresentano le voci della sua coscienza, che lo indirizzano verso la cosa giusta da fare.
Non così invece per Stryfe che, oltre ad aver avuto un pessimo modello "educativo" come Apocalisse, non ha mai incontrato qualcuno che potesse fare da filtro - come invece è stato per Nathan con Scott e Jean - rispetto alle sue emozioni negative e da controllare, portandolo a divenire una sorta di tiranno capriccioso che fa male agli altri solo perché lo diverte.
La storia nei primi tre capitoli è costruita sulla dicotomia tra queste due differenti personalità, introducendo anche nuove pedine sulla scacchiera (tra queste, la futura moglie di Cable).
Quando si arriva all'ultimo capitolo, però, lo spazio sembra non essere sufficiente per chiudere tutte le vicende introdotte e il tutto si concentra su svariate scene d'azione per concludere il tutto con un epilogo in apparenza abbastanza frettoloso e che lascia dei punti in sospeso (cosa che invece non era accaduta nella prima miniserie), non so se in previsione di un'ulteriore miniserie o meno.
Un peccato, perché il percorso di formazione di Cable stava procedendo bene. Vedremo se ulteriori squarci nel futuro o nel passato aiuteranno ad ampliare questo insolito mondo.

giovedì 7 ottobre 2021

Netflix Original 11: XOXO


Ogni tanto nei notiziari risaltano fuori i cosiddetti rave party, feste - il più delle volte non autorizzate e che nascono in maniera spontanei oggi sui social - che possono durare anche giorni e dove a dominare la scena è la musica dance elettronica.
Negli Stati Uniti questo fenomeno è diffuso, ma più regolamentato, e vi sono molti festival musicali in giro per questa nazione (almeno ve ne erano in epoca pre-Covid).
Tale fenomeno diviene il centro della pellicola XOXO, scritta da Christopher Louie e Dylan Meyer e diretta da Christopher Louie, distribuita su Netflix a partire dal 26 agosto 2016.
Prima e durante il festival musicale XOXO, si intrecciano le vite di alcune persone. Tra queste quella dell'aspirante DJ Ethan Shaw (Graham Phillips), del suo manager Tariq (Brett DelBuono) e di una ragazza di nome Krystal (Sarah Hyland) che è in cerca di un ragazzo conosciuto sui social.
Questa è una pellicola ordinaria, con sviluppi di trama spesso prevedibili, evoluzioni di alcuni personaggi che seguono binari prestabiliti (amici e fidanzati che affrontano l'inevitabile momento di crisi per poi riappacificarsi e avere un riscatto finale), fino ad arrivare al lieto fine per tutti.
Tuttavia questa cosa non va inquadrata in un'ottica necessariamente negativa, poiché appare chiaro che è l'obiettivo principale sin dall'inizio e la pellicola vuole offrire uno sguardo diverso rispetto al solito film che presenta una gioventù disagiata e in crisi.
I ragazzi di XOXO, invece, sono persone positive - ecco, magari troppo positive - e che guardano con ottimismo al futuro, anche quando ciò li mette in contrasto coi loro genitori o con la realtà della vita. E quindi alla fine il destino - alias la trama - premia questa loro tenacia.
Risulta dunque originale in tal senso come a un certo punto vi sia un dichiarato omaggio a Trainspotting, nello specifico la scena in cui Renton precipita in un mondo alternativo tramite lo scarico del water. Ecco qui c'è la stessa identica scena - a voi scoprire chi sia il personaggio coinvolto - che riprende anche certe identiche inquadrature.
Nessuno degli attori coinvolti è a me noto, ma hanno fatto tutti un discreto lavoro. Alla fine risulta anche confortante vedere un film che non lascia punti in sospeso e dove tutti gli "uomini di buona volontà" vengono infine ricompensati. Dopotutto chi l'ha detto che un lieto fine non debba mai esserci?

martedì 5 ottobre 2021

Fabolous Stack of Comics: Domino - Istinto Omicida


Molte cose possono essere dette di Rob Liefeld (vedete voi se in positivo o in negativo), ma di certo non che gli manchi l'inventiva. Dalla sua mente - con l'assistenza di Fabian Nicieza - è infatti stato concepito il personaggio di Deadpool.
Non è stata tuttavia l'unica creazione dell'autore, poiché è responsabile anche dell'ideazione del personaggio di Domino, la mutante fortunata comparsa per la prima volta su X-Force 8 dopo che il suo posto era stato in precedenza preso da una mutaforma.
Dopo qualche miniserie sparsa, Domino diviene infine protagonista nel 2018 di una serie regolare, la quale tuttavia dura solo dieci numeri (più un annual) che comprendono due story-arc. Domino: Istinto Omicida (Domino: Killer Instinct) è sceneggiata da Gail Simone e disegnata da David Baldeon.
Nella prima saga Domino - che ha formato una partnership con Diamante e Outlaw per incarichi mercenari anche sporchi - si ritrova faccia a faccia col suo passato quando una donna di nome Topaz, capace di annullare i suoi poteri mutanti, inizia a prenderla di mira. Mentre cerca di capire le sue motivazioni, Domino migliora le sue abilità in combattimento grazie all'aiuto di... Shang-Chi!
Nella seconda saga, Domino e il suo team si mettono al servizio di una giovane e misteriosa wakandiana di nome Shoon'Kwa, che li coinvolge in un paio di missioni che li metteranno prima contro Morbius, infine contro Longshot.
Nel leggere in un'unica soluzione questa serie, si può capire perché forse abbia avuto così breve vita. Lasciando per il momento da parte il discorso che le serie dedicate a personaggi minori difficilmente hanno lunga durata, si può notare come Gail Simone, pur costruendo attorno a Domino un background interessante e un nuovo status quo, non sviluppi ciò in maniera adeguata causa un'eccessiva decompressione.
Inoltre l'autrice cade nella vecchia abitudine di dare a volte ai personaggi da lei sceneggiati atteggiamenti un po' troppo infantili.
Ci sta, beninteso, che ci siano dei momenti leggeri o battute lungo la via, ma a volte Domino si comporta in maniera troppo eccentrica per una mercenaria del suo calibro (come quando dice di essere una Principessa Disney, che vuole in realtà essere una battuta da parte di Gail Simone sull'acquisizione Disney/Fox) e riesce difficile pensare che lo faccia per sfuggire anche solo per qualche secondo alle sue responsabilità.
Le trame in sé sono apprezzabili e si pongono in maniera inevitabile ai margini del Marvel Universe, di cui vengono utilizzati elementi secondari in maniera intelligente e appropriata. Un piccolo e per certi versi apprezzabile excursus, dunque, in un panorama non solo mutante di questo universo narrativo.

domenica 3 ottobre 2021

A scuola di cinema: Grand Hotel Excelsior (1982)

Prima che arrivasse Vacanze di Natale ad affermare e consolidare la tradizione di far uscire le commedie italiane più attese durante il periodo delle festività natalizie, i produttori cercavano sempre nuove soluzioni per far sì che il pubblico tornasse a riempire i cinema, reduci da un periodo di crisi.
Ed è per questo motivo che un giorno il produttore Vittorio Cecchi Gori propone a suo padre Mario Cecchi Gori un'idea semplice, ma al tempo stesso efficace: ideare un film corale che coinvolga quattro quotati attori in quel momento sotto contratto con la loro casa di produzione, ovvero Diego Abatantuono, Adriano Celentano, Enrico Montesano e Carlo Verdone.
L'intento è quello di far sì che così il diverso pubblico di riferimento di questi attori (non a caso, due romani e due milanesi) si rechi al cinema per vedere i loro idoli. Rimane solo da trovare uno stratagemma adatto per riunire queste quattro diverse personalità sotto uno stesso tetto. E questo stratagemma viene infine trovato.


I registi e sceneggiatori Franco Castellano e Giuseppe Moccia, alias Castellano & Pipolo, concepiscono un'idea anch'essa semplice, ma al contempo efficace, per radunare i quattro attori: farli agire all'interno di un albergo. Una location perfetta non solo per farli interagire quando necessario, ma anche per trovare il ruolo più adatto alle loro diverse personalità e dare loro dei momenti in cui siano i protagonisti assoluti e non rubino l'uno la scena all'altro.
Come location esterna, viene scelto l'hotel Regina Palace di Stresa, mentre gli interni vengono realizzati presso il Westin Excelsior di Roma.
Per il personaggio interpretato da Enrico Montesano, un cameriere che si finge un ricco industriale con la figlia all'oscuro di tutto, Castellano e Pipolo riadattano una trama della sceneggiatura da loro ideata per Tototruffa '62.
Le riprese hanno luogo tra la primavera e l'estate del 1982. In quello stesso periodo vi sono anche i mondiali di calcio, che vedono infine trionfare la squadra italiana. Nelle giornate, dunque, in cui c'è la partita dell'Italia, le riprese vengono interrotte e l'intera troupe, a partire dai due registi, si trasferisce nelle sale degli hotel in cui si trova per guardare il match in televisione. Salvo poter poi riprendere la lavorazione il giorno successivo.
Vittorio Cecchi Gori è a volte presente sul set per supervisionare l'andamento del progetto e un giorno nota un'attrice che nel film ha una piccola parte: si chiama Rita Rusić e l'anno dopo diverrà sua moglie.
Quando si presenta per la prima volta sul set, Carlo Verdone porta con sé una valigia che non abbandona mai e molti in maniera inevitabile iniziano a interrogarsi su cosa possa contenere. La risposta arriva un giorno in cui Adriano Celentano afferma di avere mal di testa e, prontamente, Verdone estrae dalla sua valigia un medicinale adatto, mentre decine di altri flaconi medicinali sono in essa presenti. La troupe apprende così, in questa maniera singolare, dell'ipocondria dell'attore romano.
Verdone ha già alle proprie spalle un'esperienza non indifferente in fatto di regia cinematografica e, pur non dirigendo di persona delle scene, certe volte offre a Castellano e Pipolo qualche suggerimento o il suo punto di vista.
Anche Adriano Celentano ha esperienza in tal senso ed idea una scena apposita che poi dirige personalmente - con ogni probabilità poiché coinvolge un'elaborata coreografia di ballo - ovvero la scena in cui, assistito dal fido Raffaele Di Sipio, prepara un cocktail da offrire a Ilde Vivaldi, il personaggio interpretato da Eleonora Giorgi.
Per il suo personaggio, Egisto Costanzi, Enrico Montesano decide di ispirarsi alle movenze di Charlot, alias Charlie Chaplin, tanto che si fa fare un'acconciatura ai capelli che possa ricordarlo e si fa preparare dei pantaloni che risultino volutamente più larghi per simularne la goffaggine.
Durante la scena in cui Costanzi deve destreggiarsi tra sua figlia e il direttore dell'hotel, andando su e giù per le scale e scivolando sul pavimento, per creare in maniera efficace l'effetto delle varie scivolate l'attore romano chiede che sia sparso del borotalco sul pavimento, mentre al contempo si liscia le suole delle scarpe.
Prima di girare la scena, Montesano si allena per alcuni giorni andando su e giù per le scale del Westin Excelsior, al fine di rendere la scena al meglio e provocando inoltre l'ilarità degli altri attori che interpretano i camerieri dell'hotel, i quali si divertono anche loro a scivolare sul pavimento.
Castellano e Pipolo si trovano tra le mani il non facile compito di dover gestire quattro attori dalle differenti personalità e che, come quasi tutti gli attori comici, cercano di primeggiare sul set, pur stimandosi l'un l'altro. Diego Abatantuono e Carlo Verdone - pur avendo alle loro spalle già un buon curriculum - sono arrivati da poco tempo al successo, mentre Adriano Celentano ed Enrico Montesano hanno qualche anno in più di esperienza cinematografica.
Quando le tempistiche e gli impegni dei quattro attori lo consentono, si ritrovano insieme a cena la sera insieme a Castellano e Pipolo, in un'atmosfera cordiale (Verdone e Montesano avranno comunque modo di avere le loro divergenze un paio d'anni dopo, durante le riprese de I Due Carabinieri).
Quando vi è una pausa tra un ciak e l'altro, Diego Abatantuono non ha problemi a passeggiare fuori, nonostante vi siano alcuni fan che lo riconoscono e lo fermano per strada, ma né lui o Verdone o Montesano vengono troppo importunati.
Questo non accade invece ad Adriano Celentano, che di tutti e quattro gli attori protagonisti è quello che all'epoca risulta il più acclamato e seguito: costui, per evitare le orde di appassionati che vogliono un suo autografo, preferisce dunque restare chiuso nella sua stanza d'albergo.
Grand Hotel Excelsior viene distribuito nei cinema italiani a partire dal 7 ottobre 1982. La pellicola arriva infine a incassare sul territorio italiano quasi quattro miliardi e mezzo di lire, risultando anche tra i maggiori incassi di quell'annata. Alla fine l'azzardo, per quanto calcolato, ha dato infine i suoi frutti.
Castellano e Pipolo avrebbero poi replicato in maniera ancora più ampia la formula del film corale nel 1986 grazie a Grandi Magazzini... ma questa è un'altra storia.

venerdì 1 ottobre 2021

Fabolous Stack of Comics: Tex - La Mano Rossa


Ecco un altro fumetto di portata storica ed epocale, la seconda storia con protagonista l'allora fuorilegge solitario Tex Willer: La Mano Rossa, pubblicata in origine nel 1948 nel formato a striscia e in seguito piatto forte del primo albo bonelliano dedicato a Tex. Come per Il Totem Misterioso, troviamo Gianluigi Bonelli ai testi e Aurelio Galleppini in arte Galep ai disegni.
Tex si caccia di nuovo nei guai quando soccorre un esploratore che ha appena subito una rapina dalla banda criminale nota come La Mano Rossa, che l'ha ferito a morte. A causa di uno sfortunato imprevisto, Tex viene incriminato per l'omicidio dell'esploratore.
Solo contro tutti, il giustiziere del West ha un unico modo per dimostrare la propria innocenza: rintracciare tutti i componenti della Mano Rossa e metterli fuori gioco per sempre.
Con questa seconda storia, di maggior respiro rispetto alla precedente, Bonelli inizia a ampliare il mondo di Tex e a meglio caratterizzare il fuorilegge solitario, anche se molto è ancora in divenire.
Soprattutto diviene più chiaro come venga visto Tex da buona parte delle autorità: sì un giustiziere, ma che combatte comunque le giuste battaglie e gli omicidi che ha commesso in passato erano tutti per legittima difesa.
Gianluigi Bonelli getta dei semi narrativi che lui stesso non sa ancora come cogliere, dunque fa affidamento su idee generali che potrà riprendere in un secondo momento per approfondirle a dovere.
Essendo il Tex di questa storia giovane e ancora inesperto, c'è qualche momento di leggerezza e la sua aura di invincibilità non è ancora presente. Particolarmente divertente leggere oggi una scena che invece all'epoca voleva essere drammatica e in cui due componenti della Mano Rossa, dopo aver messo KO Tex, piuttosto che sprecare una pallottola per ucciderlo preferiscono gettarlo in un dirupo e poi rimanere lì quattro giorni per assicurarsi che non esca! Ah, la cara ingenuità di quegli anni.
Quello che risulta più interessante sono le vicissitudini successive alla sconfitta della Mano Rossa. Tex, ora riabilitato di fronte alla legge (sì, senza processo, non chiedete), viene nominato Ranger nr. 3 del Texas e incontra per la prima volta Kit Carson.
Altre idee che Bonelli getta lì, per poterle cogliere in un secondo momento: andava lui stesso per tentativi, in attesa di capire quale potessero essere le caratteristiche che meglio potevano adattarsi a questo nuovo personaggio.
E a volte non andava tanto per il sottile. Tra i primi nemici di Tex Willer vi è addirittura uno stupratore (anche se, causa censura dell'epoca, viene definito "rapitore di donne"), che causa il suicidio di una delle donne da lui plagiate e che Tex vendica.
Insomma, il West di queste storie è sì derivato dalle pellicole western americane, ma è anche un mondo distante, filtrato dalla sensibilità di un autore italiano inserito in una società molto diversa da quella americana, che sta cercando di risollevarsi - sia a livello economico che psicologico - da un conflitto mondiale che ha rischiato di metterla in ginocchio per sempre. Ma come Tex, si è rialzata ed è andata avanti.

mercoledì 29 settembre 2021

A scuola di cinema: Borotalco (1982)

Dopo l'uscita di Bianco, Rosso e Verdone la partnership lavorativa tra Carlo Verdone e Sergio Leone si interrompe. Pur rimanendo i due in buoni rapporti, Leone è convinto che l'attore e regista romano abbia ormai esaurito la sua vena creativa, non potendo replicare all'infinito la formula del film con i suoi personaggi caratteristici.
Rimasto senza contratto, per circa un mese Verdone, il quale si è anche sposato da poco, vive in uno stato di grande disperazione e - dietro esortazione di sua moglie - si reca all'università per poter partecipare a un'attività di assistentato, solo che il professore che gliel'ha proposta si è appena tolto la vita!
Sembra un ironico scherzo del destino e non esserci alcuna via d'uscita, ma all'improvviso arriva la chiamata che dà una nuova svolta alla carriera dell'attore.


Carlo Verdone viene contattato dal produttore Mario Cecchi Gori, il quale è rimasto colpito in maniera favorevole dall'episodio dell'emigrante di Bianco, Rosso e Verdone e vuole offrire un nuovo ingaggio all'attore romano. Verdone lo abbraccia, grato per la proposta: chiede solo che il nuovo film non sia più incentrato sui personaggi delle pellicole precedenti.
Mario Cecchi Gori non è interessato a questo, anzi, è convinto che Verdone possa concepire una buona commedia con un personaggio singolo e gli dà dunque carta bianca: se la pellicola avrà successo, sarà ricompensato.
Verdone chiede di essere assistito per la sceneggiatura da Enrico Oldoini, un giovane scrittore da lui ritenuto molto abile, ma in principio i due faticano a trovare la storia adatta, in quanto almeno sei soggetti iniziali vengono scartati, e la sceneggiatura finale non viene completata che dopo alcuni mesi.
Se Verdone riserva per sé il ruolo principale di Sergio Benvenuti, per il ruolo della protagonista Nadia Vandelli rimane conquistato dall'audizione di Eleonora Giorgi, la quale dimostra una spontaneità che si rivela essere perfetta per il personaggio.
A completare il cast principale, nel ruolo di Manuel Fantoni, vi è Angelo Infanti, un personaggio modellato in principio su Vittorio Gassman, dietro suggerimento di Oldoini. Solo che a quest'ultimo la parte non viene mai proposta, poiché all'ultimo minuto Verdone si convince che in realtà Infanti è perfetto per questa parte e riesce a persuadere di questo anche la produzione.
In un ruolo secondario invece, quello di Marcello, il compagno di stanza di Sergio, vi è Christian De Sica, all'epoca ancora sconosciuto al grande pubblico e cognato di Carlo Verdone.
Il titolo del film deriva da un commento che Verdone stesso fa a Eleonora Giorgi, tramite cui definisce la trama del film leggera, come una nuvola e il borotalco. Mario Cecchi Gori lo approva, ma si convince anche che la Manetti & Roberts - azienda titolare del marchio Borotalco - non rimarrà a guardare.
Per la colonna sonora, Verdone contatta Lucio Dalla - a maggior ragione se si pensa che il personaggio interpretato da Eleonora Giorgi è una sua grande fan - e gli chiede se sia interessato a comporla. Il cantante bolognese è disposto a concedere l'utilizzo di alcuni suoi pezzi, mentre per le canzoni originali suggerisce di fare affidamento sul gruppo che gli fa da supporto ai concerti dal vivo, ovvero gli Stadio capitanati da Fabio Liberatori.
Le riprese si svolgono a Roma e in questo film Verdone si riunisce per la terza volta di fila col fido caratterista Mario Brega, il quale ne approfitta, durante una scena del film - quella dove racconta del pestaggio ai danni di due bulli - per adattare un aneddoto, che nessuno può sapere se fosse veritiero o meno, che negli ultimi anni ha raccontato spesso, ovvero quello della scazzottata con Gordon Scott durante le riprese del film del 1964 Buffalo Bill - L'eroe del Far West.
Scazzottata causata dal fatto che, almeno secondo Brega, Gordon Scott in scena lo picchiasse per davvero e non fingesse.
Il giorno prima dell'uscita del film, Verdone riceve una telefonata da un irato Lucio Dalla. Costui ha infatti visto un'immagine promozionale della pellicola che, con ogni probabilità a causa di un errore di stampa, mostra il nome del cantante con caratteri più grandi rispetto a quelli di Verdone o di Eleonora Giorgi. Dalla non gradisce molto la cosa, sembra quasi come se il film lo avesse fatto lui.
Il cantante bolognese dichiara dunque che andrà a vedere la pellicola e, se non gli piacerà, farà causa sia alla produzione che a Verdone.
Borotalco viene distribuito nei cinema italiani a partire dal 22 gennaio 1982. La sera della prima Verdone e Oldoini sono carichi di tensione, poiché dalla riuscita o meno di questa pellicola dipende il futuro della loro carriera. I due comunque si rasserenano quando vedono uscire dal primo spettacolo molte persone che parlano tra loro dicendo che il film li ha fatti morire dalle risate.
Il mattino successivo, Lucio Dalla ricontatta Verdone: il cinema in cui si è recato era pieno in ogni ordine di posto e lui piuttosto ha preferito vedere il film seduto sul pavimento davanti allo schermo. È rimasto commosso dall'omaggio che gli è stato fatto e ha molto gradito la pellicola, dunque non intenterà causa.
Circa una settimana dopo l'uscita del film, come preventivato da Mario Cecchi Gori, la Manetti & Roberts contatta la produzione facendo notare come "Borotalco" sia un loro marchio registrato e dunque si debba cambiare il titolo per evitare una denuncia in tribunale.
Mario Cecchi Gori si reca allora di persona a Firenze, presso la sede principale della società, che alla fine - non è dato sapere se dietro ricevimento di qualche somma di denaro o semplicemente accontentandosi della pubblicità gratuita derivante da questo grande successo - non porta avanti la diffida.
Borotalco arriva infine a conseguire due Nastri d'Argento e cinque David di Donatello, tra cui quelli come miglior film e miglior attore sia a Carlo Verdone che a Eleonora Giorgi, oltre ovviamente alla miglior colonna sonora.
Carlo Verdone è riuscito infine a dimostrare di poter ideare un film che non faccia affidamento solo sui personaggi delle pellicole precedenti e, come promesso, Mario Cecchi Gori lo premia offrendogli un nuovo contratto per altre pellicole... ma questa è un'altra storia.

lunedì 27 settembre 2021

Fabolous Stack of Comics: Punisher - Platoon


Quando ha esordito nei fumetti, il personaggio del Punitore/Punisher era legato in maniera apparentemente indissolubile alla Guerra in Vietnam, all'epoca una ferita ancora aperta per il popolo americano (il  personaggio ha fatto la sua prima apparizione nel 1974).
Col passare degli anni e dei decenni, i riferimenti al Vietnam si sono fatti sempre più sporadici, per il consueto motivo che questo renderebbe troppo vecchio e datato il personaggio, fino a scomparire del tutto oggi.
C'è un autore, tuttavia, che non prescinde mai dal collegamento Punitore-Vietnam ed è Garth Ennis. Solo in Vietnam e non nelle successive guerre "tecnologiche", secondo l'autore, Frank Castle può aver sviluppato i demoni che costellano la sua vita e lo hanno spinto a portare avanti la sua crociata contro i criminali, anche quando i responsabili dell'uccisione della sua famiglia sono stati giustiziati.
Ma quando questi demoni ancora non esistevano? Cosa è accaduto a Frank Castle nel suo primo turno in Vietnam? A questa domanda risponde la miniserie di sei numeri pubblicata tra il 2017 e il 2018 Punisher: Platoon (Punisher: The Platoon), scritta appunto da Ennis e disegnata da Goran Parlov.
Il sottotenente Frank Castle, promessa dell'esercito americano, viene assegnato a un plotone di istanza in Vietnam, facendosi subito notare per la sua intraprendenza, ma anche per la conoscenza delle armi e la spietatezza nell'affrontare il nemico.
Proprio durante una delle prime sortite, Castle risulta l'elemento decisivo per sgominare un gruppo di soldati vietnamiti capitanati da Ly Quang, la quale è alla fine l'unica sopravvissuta e giura vendetta contro il futuro Punisher.
È l'inizio di una silenziosa lotta di volontà tra due anime che adorano la guerra e che sono destinate infine a incrociarsi in un drammatico scontro finale.
Quello che in storie come Born era stato più che suggerito, in questa miniserie viene ulteriormente chiarito: secondo Ennis, anche senza l'uccisione della famiglia, Frank Castle si sarebbe comunque imbarcato in una spirale di violenza, poiché essa è insita nel suo carattere, non può farne a meno. Quell'evento ha attivato qualcosa che già c'era, sepolta nel profondo dell'anima nera di Castle.
Non è di sicuro la prima volta che viene fatto in assoluto (anche se forse è la prima volta in un fumetto), ma è apprezzabile vedere come Garth Ennis rappresenti col giusto distacco e oggettività - l'autore proietta sé stesso nella storia tramite la figura di uno scrittore interessato alla vita di Castle e che intervista i suoi ex commilitoni - anche il punto di vista dei vietnamiti, i quali hanno vissuto gli orrori e le paure di un conflitto esattamente come gli americani.
La conclusione, da ambo i lati, è che la guerra che hanno condotto non ha portato altro che macerie, nei villaggi e nelle anime di entrambi i popoli.
Ly Quang è una sorta di omologo femminile di Castle: entrambi sono patrioti - deviati - fin nel midollo, entrambi sono guerriglieri nati che traggono gioia dall'affrontare il nemico sul campo di battaglia, entrambi non concepiscono un'esistenza al di fuori del suddetto campo di battaglia.
Tanto che il loro scontro finale non è un confronto tra due persone, bensì una lotta tra belve sanguinarie dove la ragione non trova spazio.
Punisher: Platoon riesce a essere una storia antimilitarista senza utilizzare facili retoriche o sensazionalismi, ma mostrando un uomo (Frank Castle) per ciò che è, un pazzo omicida che si nasconde dietro l'aspetto di un bravo soldato. E molte altre persone, in bilico sul precipizio della follia e non necessariamente perché sono reduci di guerra, rischiano ogni giorno di diventare come lui.

sabato 25 settembre 2021

Netflix Original 10: Tallulah


Il tema della maternità è molto delicato, ancor di più nella società attuale, più sfaccettata che in passato e che infine inizia a vedere come ordinario - eccezion fatta per i soliti bigotti - il fatto che l'essere madre non debba necessariamente essere solo un fatto biologico.
Uno dei film incentrati sul concetto di maternità è Juno, del 2007, interpretato da Elliot Page, che torna a trattare questo tema in Tallulah, pellicola diretta da Sian Heder e distribuita su Netflix a partire dal 29 luglio 2016.
Tallulah (Page) è una ragazza senza fissa dimora che vive di espedienti. Un giorno, dopo che Tallulah si è infiltrata in un hotel, una donna di nome Carolyn (Tammy Blanchard), scambiandola per una inserviente le chiede di badare a sua figlia neonata Maddy mentre è via.
Tallulah nota che Carolyn non ha a cuore la propria figlia e non tiene in alcun conto le sue necessità, così d'impulso decide di prendere la bambina con sé. Disperata e ricercata dalla polizia, Tallulah si rifugia da Margo (Allison Janney), la madre di un suo ex ragazzo a cui dice che Maddy è nata dal rapporto tra lei e suo figlio.
Questo è un film su tre donne viste attraverso l'ottica di un'altra donna (la sceneggiatrice e regista Sian Heder). Donne che, ognuna per i propri motivi, in principio cercano di evitare le proprie responsabilità, ma infine trovano dentro di sé la forza per reagire.
A partire da Tallulah, che cerca sempre di sfuggire alla vita così come sfugge ai creditori col suo camper, fin quando la vita stessa le presenta infine il conto. E stavolta, grazie alle esperienze vissute con Maddy e  Margo, non scappa più e - pur sapendo che questo le costerà la prigione - si fa carico dei propri errori.
C'è poi Carolyn, una donna infelice della sua vita matrimoniale che la porta però anche a trasferire sulla piccola Maddy le proprie insicurezze e la propria rabbia. Quando la bambina le viene portata via, però, la donna capisce quando sia affezionata a lei e cambia atteggiamento, ritrovando oltre che sua figlia anche sé stessa.
Infine abbiamo Margo. Lei è un'eremita: separata dal marito, in rotta col proprio figlio e rinchiusa nel suo appartamento, da cui esce solo per fare delle conferenze sui libri da lei scritti. L'esperienza che vive insieme a Tallulah e Maddy, però, la cambia. Stringe nuovi legami, riallaccia i rapporti col figlio, viene a patti con la separazione dal marito ed esce dal suo appartamento in maniera più frequente.
Questa pellicola dunque si rivela un prodotto ben riuscito che è in grado di parlare con efficacia del tema delicato della maternità... e non solo.

giovedì 23 settembre 2021

Fabolous Stack of Comics: Bedelia


Bedelia, la donna ideale per ogni essere vivente. Bedelia, colei che in maniera indiretta ha fatto sì che Aldo divenisse vittima della maledizione di Venerdì 12. Bedelia, infine protagonista assoluta di una storia. Nello specifico una graphic novel scritta e disegnata da Leo Ortolani e pubblicata nel 2020 da Bao Publishing.
L'albo trae ispirazione dal film Eva Contro Eva del 1950 e da un'altra pellicola che se ve la rivelassi e voi non aveste letto la storia vi rovinerei il finale, diciamo solo che è uscita 28 anni dopo Eva Contro Eva.
Sono passati circa quindici anni dalla conclusione di Venerdì 12. Bedelia è ancora la donna più desiderata da chiunque e la modella di punta della Segreti Lingerie, ma qualcosa sta per cambiare.
Sulla scena, infatti, irrompe una modella più giovane e ammirata, Elaiza, che prende il posto di Bedelia sui cartelloni pubblicitari di tutta la città. Con quel mondo apparentemente perfetto che inizia a crollare attorno a lei, Bedelia dovrà mettere in discussione la sua intera esistenza e sarà aiutata da un insolito angelo di nome Gladio e da... Aldo!
Si potrebbe pensare, e anche le prime pagine dell'opera danno quest'illusione, che questa sia una storia incentrata su un personaggio negativo. E invece no. Ortolani come sempre è molto abile a cambiare le carte in tavola e mentre il racconto procede veniamo a conoscenza di alcuni aspetti del personaggio di Bedelia che non potevamo immaginare.
C'è un punto preciso di stacco, di cui all'inizio è difficile accorgersene, in cui Bedelia passa dall'essere quella donna che tutti amano, ma che si fa anche odiare, a un essere umano che - nonostante tutta la ricchezza, nonostante sia sempre circondata da persone, nonostante possa ottenere tutto ciò che vuole - si ritrova ad essere una persona sola e fragile, anzi lo è sempre stata, senza un vero affetto.
Anzi, forse l'unico che affetto che ha avuto è stato quello di Aldo, inaspettata guest-star, il quale dimostra di essere stato anche l'unico ad amarla davvero.
Anche se Ortolani non manca di inserire qualche battuta, quest'opera è più venata di uno humour nero e in certi punti anche di malinconia.
Con tutte le certezze sul personaggio crollate, il finale - che comunque risulta prevedibile a un certo punto - è come un pugno nello stomaco a ogni residua convinzione.
E quindi, se siete giunti fin qui, possiamo rivelare l'altra pellicola che è con ogni probabilità servita di ispirazione: Il Paradiso Può Attendere. E alla fine l'attesa si è conclusa.

martedì 21 settembre 2021

Netflix Original 9: Rebirth


Avete presente quando vedete un film che sembra di denuncia, ma alla fine della visione rimanete alquanto confusi? Ecco, questa sensazione mi è capitata vedendo Rebirth, pellicola sceneggiata e diretta da Karl Mueller e distribuita su Netflix a partire dal 15 luglio 2016.
Kyle (Fran Kranz) è il social media manager di un gruppo bancario che un giorno riceve la visita di un suo ex compagno di scuola, Zack (Adam Goldberg). Quest'ultimo gli dice che la sua vita è cambiata grazie al programma Rebirth, a cui lui stesso ha contribuito, esortando il suo amico a parteciparvi.
Incuriosito, Kyle si reca a uno dei convegni indicatogli da Zack e precipita rapidamente in un incubo, un incubo composto da persone asservite a un ideale impalpabile. Un incubo di cui è proprio lui il protagonista e da cui non sarà così facile fuggire.
Questo film vuole essere una critica a quelle numerose organizzazioni, presenti soprattutto negli Stati Uniti, che promettono a chi si iscrive di cambiare la loro vita, salvo poi spillargli soldi e inculcare idee che riscrivano completamente la loro esistenza e possano andare anche contro lo stato civile. Qualcuno le definirebbe sette.
Se il primo pensiero in tal senso può andare a Scientology, vi è da aggiungere che essa è solo la punta di un iceberg molto più grande negli Stati Uniti (qui in Italia invece siamo ancora propensi all'affidarci a finti maghi e stregoni, ma ci evolveremo un giorno o l'altro), quindi la critica di Rebirth vuole essere più generale e non specifica.
Ma tale critica non pare cogliere nel segno, o non andare fino in fondo, quanto piuttosto fermarsi a metà. Rebirth sembra infatti mettere sullo stesso piano sia chi crea tali organizzazioni, sia tutti coloro che vi si affidano - che pure avranno le loro colpe, certo, ma spetterebbe alla società e agli organi legislativi piuttosto fermare tali organizzazioni se compiono atti illeciti o plagiano le persone.
Il finale in tal senso risulta piuttosto spiazzante. Se Kyle, col sempre bravissimo Kranz, sembra precipitare del tutto in quella spirale di oblio, non si capisce perché anche la famiglia e i suoi colleghi di lavoro debbano fare altrettanto. Come non è chiaro, anche se viene suggerito, come mai Rebirth diventi così influente senza che nessuno apra delle indagini (così come invece è accaduto a Scientology).
Certo, Karl Mueller vuole dirci che questo è un possibile rischio e non uno scenario che deve necessariamente coinvolgere tutti, ma non usa tutte le parole necessarie per far arrivare questo messaggio.
Non conoscendo poi a fondo questo mondo, non so se ci sia anche il rischio di fare di tutta l'erba un fascio, quindi classificare come delle sette organizzazioni che - pur vivendo dei contributi dei soci - perseguono obiettivi legali in maniera legale.
Sarebbe un tema interessante da approfondire.

domenica 19 settembre 2021

Fabolous Stack of Comics: La Morte di Hawkman


Una delle cose più insolite presente nei fumetti della Silver Age (e anche della Bronze Age) era il veder agire in coppia due eroi che in apparenza non avevano nulla in comune, ma che l'abilità dello sceneggiatore di turno riusciva a rendere credibile.
L'esempio più noto in tal senso è di sicuro l'accoppiata Lanterna Verde/Freccia Verde, ma possiamo annoverare tra queste insolite alleanze anche quella composta da Adam Strange e Hawkman.
I due personaggi, durante la Silver Age, vivevano tranquillamente le loro avventure in solitaria, fino a quando si è deciso di sfruttare il loro "background spaziale" (Hawkman è un poliziotto proveniente da un altro pianeta, Adam Strange un archeologo che vive le sue avventure su un altro pianeta) per unirli.
I mondi su cui agiscono i due eroi si chiamano Rann e Thanagar e spesso si ritrovano in guerra, costringendo Adam Strange e Hawkman a intervenire, mettendosi a volte contro quel popolo che hanno giurato di proteggere.
Tale scenario, con una sensibile modifica, ritorna anche nella miniserie in sei numeri pubblicata tra il 2016 e il 2017 La Morte di Hawkman (Death of Hawkman), scritta da Mark Andreyko e disegnata da Aaron Lopresti. Sarà un titolo clickbait? Chissà!
È di nuovo scoppiato il conflitto tra Rann e Thanagar, a seguito di un attentato terroristico da parte di alcuni Thanagariani che ha in apparenza causato la morte di Sardath.
Separato da sua moglie Alanna, Adam Strange ritrova il suo fedele alleato Hawkman, ma nessuno dei due può immaginare che dietro tutto ciò vi è Despero, il quale con i suoi poteri mentali sta sobillando l'inasprirsi delle tensioni tra i due pianeti e il cui piano finale è appropriarsi di un elemento che gli conferirà ancora più grandi poteri.
Questa è una storia che sfrutta il classico stratagemma di narrare gli eventi tramite due linee temporali - il presente e il recente passato - che alla fine si ricongiungono prima dello scontro finale. Quindi non aspettatevi colpi di scena imprevisti, poiché non è qui che li troverete. Avrete invece una buona storia d'azione che si dipana in maniera ordinaria e al contempo efficace.
E a volte è proprio ciò che serve, una lettura distensiva. E che forse ha in sé un messaggio. Interessante vedere come Despero (il Potente) sfrutti le paure e le paranoie delle popolazioni di Rann e Thanagar per dare vita a un conflitto che altrimenti non sarebbe mai esistito e che gli farà guadagnare più potere (petrolio/armi = Metallo Nth), mentre le voci della ragione (Adam Strange e Hawkman) vengono messe a tacere a tutti i costi.
Una metafora di certe, recenti situazioni storiche? Chissà again!
La Morte di Hawkman rappresenta anche il preludio a un'importante, futura saga, ovvero Dark Nights: Metal. Quale sarà il ruolo del falco alato in tutto questo?

venerdì 17 settembre 2021

A scuola di cinema: Distretto 13 - Le Brigate della Morte (1976)

Dopo l'uscita del primo film da lui diretto, Dark Star, nel 1974, un progetto di basso profilo concepito insieme al suo amico Dan O'Bannon, il regista John Carpenter viene approcciato dal produttore J. Stein Kaplan, il quale gli offre la possibilità di scrivere e dirigere un nuovo lungometraggio.
Al regista semi-esordiente viene concesso qualcosa di non così scontato per qualcuno con la sua poca esperienza, ovvero totale libertà creativa su quale soggetto presentare. Vi è una sola, tassativa condizione: che il budget della pellicola non superi i 100.000 dollari.
Pur con questa particolare spada di Damocle sopra la testa, John Carpenter concepisce il film che darà il via alla sua ricca e fortunata carriera cinematografica.


Carpenter idea due trattamenti per possibili film a basso budget: il primo si intitola Eyes, mentre il secondo The Anderson Alamo, completato in appena otto giorni.
J. Stein Kaplan appare più interessato a sviluppare quest'ultimo, visto che la concentrazione dell'azione in un solo luogo aiuta a tenere bassi i costi e rientrare nel budget previsto, mentre Eyes viene opzionato dal produttore Jon Peters e revisionato, diventando qualche anno dopo Occhi di Laura Mars (Eyes of Laura Mars).
Per The Anderson Alamo, l'intenzione originaria di Carpenter è quella di ricreare un film western che si ispiri alle atmosfere delle pellicole dirette da Howard Hawks, uno dei suoi registi preferiti e miti d'infanzia.
Tuttavia, il ridotto budget a disposizione non glielo consente, ma Carpenter decide di omaggiare comunque la filmografia di Howard Hawks rendendo The Anderson Alamo una sorta di remake moderno di Un Dollaro D'Onore (Rio Bravo), con qualche influenza aggiuntiva derivante dai film sugli zombie diretti da George Romero.
Per dare il via alla produzione della pellicola, Kaplan fonda la società CKK Corporation.
Per gli interpreti principali, sempre per motivazioni di natura economica, si deve necessariamente ricorrere ad attori di secondo piano, scelti personalmente da John Carpenter.
Per il ruolo di Ethan Bishop viene selezionato Austin Stoker, un attore con già una discreta esperienza alle spalle e che può vantare anche l'apparizione in un film della saga de Il Pianeta delle Scimmie.
Per il ruolo di Napoleone Wilson, Carpenter contatta Darwin Joston, un suo vicino di casa di Hollywood Hills e di cui apprezza l'uso di humour nero, tanto che modella il personaggio su di lui.
A completare il cast principale, sempre scelti da Carpenter, vi sono Charles Cyphers e Nancy Loomis.
Come art director e responsabile degli effetti sonori di questo nuovo film, Carpenter contatta un suo amico d'infanzia e compagno di università, Tommy Lee Wallace, il quale ha già collaborato per lui in Dark Star ma è praticamente ancora inesperto in merito ai meccanismi produttivi.
Le riprese si tengono a Los Angeles nel novembre del 1975, durando in totale 20 giorni. Carpenter, oltre a occuparsi della regia, idea anche molti degli storyboard del film. Durante la lavorazione, il titolo della pellicola viene modificato in The Siege.
Alcuni attori che interpretano dei componenti di una banda criminale sono in realtà degli studenti della University of Southern California, ben felici di poter apparire anche solo per quei pochi secondi durante i quali il loro personaggio muore. Anche John Carpenter ha un breve cameo nella pellicola come uno dei componenti di una banda criminale.
A riprese concluse, Carpenter - con l'assistenza di Debra Hill - si occupa del montaggio utilizzando lo pseudonimo di John T. Chance (ovvero il nome del personaggio interpretato da John Wayne in Un Dollaro D'Onore). Non pago di questo, compone anche la colonna sonora, portandola a compimento in appena tre giorni e ispirandosi alla soundtrack di Lalo Schifrin per Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo (Dirty Harry) e alla canzone Immigrant Song dei Led Zeppelin.
Praticamente, a parte la direzione della fotografia, per questa pellicola John Carpenter ha compiuto l'intero processo creativo e forse anche e soprattutto per questo motivo il budget di centomila dollari viene pienamente rispettato.
Completato il tutto, la produzione decide di cambiare il titolo della pellicola in Assault on Precint 13, nonostante il film non si svolga in un distretto con quella numerazione, ben consapevole della svista ma ritenendo che questo nuovo titolo sia migliore dei precedenti e abbia un tono più sinistro.
Quando la pellicola viene sottoposta all'approvazione della MPAA (Motion Pictures Association of America), questa minaccia di dare un rating X (pellicola vietata ai minori) se non viene eliminata la scena in cui la bambina di nome Kathy (interpretata da Kim Richards) viene uccisa a sangue freddo.
Dietro suggerimento del distributore, John Carpenter viene incontro a questa richiesta - facendo dunque guadagnare al film un Rating R - ma quando la pellicola viene effettivamente distribuita nei cinema, la scena viene reinserita. Una pratica comune all'epoca per i film a basso budget su cui la MPAA non concentrava più di tanto i propri controlli.
Negli anni successivi, John Carpenter giunge a pentirsi di questa scelta, ritenendola dettata dalla sua giovinezza e inesperienza di allora.
Distretto 13 - Le Brigate della Morte (Assault on Precint 13) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 3 novembre 1976. In principio i guadagni sul territorio statunitense non si rivelano molto entusiasmanti.
L'anno successivo, tuttavia, la pellicola viene proiettata al London Film Festival, ottenendo un incredibile riscontro. Un distributore della Miracle Films, dunque, si aggiudica immediatamente i diritti sul film, il quale inizia a essere programmato lungo tutto il territorio britannico.
Distretto 13 - Le Brigate della Morte ottiene dunque il meritato successo e viene importato in altri paesi europei, consolidando così la carriera cinematografica di John Carpenter e in maniera indiretta anche di Tommy Lee Wallace. Nel 2015 ne viene anche prodotto un remake, diretto da Jean-François Richet e con protagonisti Ethan Hawke e Laurence Fishburne.
Ma un'ultima domanda rimane: qual era il nome di quell'oculato e previdente distributore inglese a cui John Carpenter deve la nascita del suo successo? Michael Myers! Ebbene sì, proprio in suo onore (se così possiamo dire), Carpenter decide di affibbiare questo nome al maniaco omicida della saga di Halloween... ma questa è un'altra storia.

mercoledì 15 settembre 2021

Fabolous Stack of Comics: Tex - Il Totem Misterioso


Ci troviamo di fronte a un fumetto di portata storica, epocale, ovvero la prima storia che vede protagonista Tex Willer, il "giustiziere solitario" (doveva ancora mettere da parte i contributi e diventare Ranger del Texas) ideato nel 1948 per la futura Sergio Bonelli Editore da Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini, in arte Galep.
La storia si intitola Il Totem Misterioso e in origine viene pubblicata nel formato a striscia che era l'unico concepibile in quel periodo.
Facile dire, col senno di poi, che la trama è molto semplice: Tex si imbatte in Tesah, un'indiana inseguita da John Coffin e la sua banda criminale, i quali vogliono carpirle il segreto che li porterà alla scoperta di un immenso tesoro nascosto. Tex prende le difese di Tesah e ne nasce un tremendo scontro con Coffin dal quale uno solo uscirà vivo... indovinate chi!
Molto particolare leggere questa storia 73 anni dopo la sua pubblicazione, si può davvero dire che sia passata una vita intera. Appare curioso notare come Bonelli stesso volesse prendere le misure al suo personaggio, per cercare di carpirne le potenzialità, di modo da poterle sfruttare nelle storie successive.
E se pensiamo alla presunta aura di invincibilità che circonda il personaggio di Tex Willer, diventa molto strano - pur essendo questa un'avventura della sua giovinezza - vedere alcune sue ingenuità (si fa sorprendere più volte da Coffin, rimane ferito in uno scontro a fuoco salvandosi per miracolo) e caratteristiche impensabili (uccide dei cavalli pur di liberarsi degli sgherri di Coffin, sembra non tener in alcun conto la legge, si maschera per vendicarsi).
Non aspettatevi poi grandi approfondimenti dei personaggi: Tex è il buono, Coffin il cattivo, Tesah la ragazza in pericolo da salvare, punto. Ma allo stesso tempo - inquadrando questa storia nel periodo in cui è uscita - ciò è perfettamente funzionale essendo essa rivolta principalmente a quei giovani e bambini che avevano vissuto la guerra, la quale si era conclusa da appena un paio d'anni, e i suoi incubi. Giovani che avevano bisogno di svago, di una lettura d'evasione, della sicurezza che il male venisse punito senza possibilità di ritorno e il bene trionfasse su tutta la linea.
Si può sorvolare, dunque, su alcuni punti che rimangono in sospeso (Tesah che a un certo punto scompare e non si vede più, il tesoro che non si sa effettivamente che fine faccia, pur essendo un evidente MacGuffin), visto che ciò che conta è la battaglia tra Tex e Coffin.
È storia nota che Galep impegnasse di giorno le sue principali energie su un altro titolo, Occhio Cupo, mentre si occupava di Tex la sera e la notte. Questo però non significa che la prima storia di Tex presenti disegni scarsi o tirati via, anzi.
Se pur qualcosa viene sacrificato, in particolare gli sfondi, Galep rende al meglio le scene d'azione concepite da Gianluigi Bonelli, riuscendo sempre a catturare l'attenzione del lettore come se stesse vedendo un film sul grande schermo con Gary Cooper.
Senza immaginarlo all'epoca, Bonelli e Galep danno così vita in poco più di 30 pagine a una leggenda, che ancora oggi cavalca lungo le praterie del Texas e non solo.

lunedì 13 settembre 2021

Libri a caso: Il Dubbio


Dopo Morte a Domicilio, il Commissario Antonio Mariani fa il suo ritorno nel nuovo romanzo Il Dubbio, scritto sempre da Maria Masella e pubblicato nel 2004 da Fratelli Frilli Editori.
È passato un po' di tempo dagli eventi del primo romanzo, che hanno causato - dietro le quinte - una frattura in apparenza insanabile tra Mariani e sua moglie Francesca Lucas.
Dopo alcuni mesi di solitudine in un nuovo appartamento, il commissario si reca a trovare un suo ex collega a Cuneo (e senza che sia militare) e lì per un caso fortuito scopre che negli ultimi mesi Francesca ha avuto una relazione con un uomo che si è suicidato qualche giorno prima.
Col dubbio del titolo se la sua ex moglie abbia qualcosa a che vedere con quest'atto estremo, Mariani si ritrova subito dopo coinvolto in una serie di omicidi che prendono di mira persone che nascondevano alla famiglia e agli amici un aspetto della loro vita. E una delle vittime è collegata... all'amante di Francesca!
Nel primo romanzo ci eravamo imbattuti in un uomo, prima ancora che un rappresentante della legge, che appariva sconfitto dalla vita. Nonostante le sue indubbie competenze come commissario di polizia, Antonio Mariani appare più a suo agio nel cercare di capire quei misteri che non rientrano nella sua sfera personale, ma del tutto incapace di venire a patti con la propria tormentata esistenza e le donne della sua vita (la madre e la figlia, oltre che Francesca).
Quando dunque, come successo nel primo romanzo, un evento della sfera personale si intreccia con quella lavorativa, Antonio Mariani è costretto a mettere in discussione la sua stessa identità per cercare di trovare un compromesso tra questi due mondi che lui vorrebbe tener separati.
E se per quanto riguarda il lavoro ne esce vincitore, risolvendo il caso, la stessa cosa non può dirsi per la sua vita personale, poiché la sua estrema fallibilità nell'approcciarsi a un rapporto che vada oltre la sfera sessuale e confidarsi con chi gli sta accanto lo porta sempre a ricadere negli stessi errori. Forse perché è fin troppo un essere umano fallibile e appare incapace di migliorare sé stesso.
Questo romanzo non è tuttavia incentrato solo sull'analisi delle problematiche esistenziali di Mariani. La trama a sfondo giallo risulta trattata nella giusta maniera - seppur prevedibile nel finale - e si ricongiunge in maniera adeguata con quella parallela sul dubbio di Mariani.
L'epilogo ci lascia un commissario vincente, ma un uomo ancora più sconfitto, il quale dovrà trovare dentro di sé le forze per risollevarsi dal baratro.