venerdì 30 aprile 2021

A scuola di cinema: Nato il Quattro Luglio (1989)

1976: Viene pubblicato il libro Nato il Quattro Luglio (Born on the Fourth of July), l'autobiografia dell'ex soldato e pacifista Ron Kovic.
Nato il 4 luglio del 1946, Kovic si arruola come volontario nel corpo dei Marines, partecipando a due turni di servizio in Vietnam. Nel 1968, a causa di alcuni colpi di fucile ricevuti in territorio nemico, rimane paralizzato dalla vita in giù e rispedito in patria con una medaglia al valore.
Costretto su una sedia a rotelle, Kovic diventa un attivista e pacifista nel 1970, venendo più volte arrestato negli anni successivi, fino ad avere la possibilità di fare un toccante discorso nel 1976 alla convention nazionale del Partito Democratico, lo stesso anno in cui viene pubblicata la sua autobiografia.
Un racconto che va al cuore di eventi chiave della storia americana. Un racconto che trova qualche tempo dopo la via sul grande schermo.


Nello stesso anno in cui il libro viene pubblicato, il produttore Martin Bregman ne acquisisce i diritti, con l'intenzione di far interpretare Ron Kovic dal suo fidato attore Al Pacino. La prima sceneggiatura, tuttavia, non incontra i favori né del produttore né dell'attore.
Bregman si affida allora a un ex veterano della guerra in Vietnam, Oliver Stone, il quale sta scrivendo anche la sceneggiatura di quello che diventerà qualche anno dopo il film Platoon. Stone entra in contatto con Kovic e, lavorando a stretto contatto con lui, concepisce il primo trattamento in circa un anno.
Per trovare i finanziamenti necessari, Bregman ottiene il supporto di alcuni investitori tedeschi. Viene anche individuato il regista, William Friedkin, che però decide infine di rinunciare per andare a dirigere Pollice da Scasso (The Brink's Job). Sostituito da Donald Petrie, la pellicola è a pochi giorni dal primo ciak quando tutto all'improvviso si interrompe.
Gli investitori tedeschi ritirano infatti i loro finanziamenti e Al Pacino decide dunque di dedicarsi alle riprese di ...E Giustizia per Tutti (...And Justice for All). Al contempo, nel 1978, esce il film Tornando A Casa (Coming Home) e Bregman si convince che l'adattamento del libro di Kovic non sarà mai realizzato, poiché è improbabile si possa far uscire un altro film drammatico sullo stesso tema.
I diritti vengono dunque rilevati dalla Universal, che tuttavia mette il progetto in stand-by. Oliver Stone allora fa una promessa a Kovic: per il momento è solo uno sceneggiatore in cerca di successo, ma se mai dovesse divenire un nome influente a Hollywood porterà avanti la lavorazione della pellicola.
E negli anni successivi, un nome di successo Oliver Stone lo diventa, grazie alla vittoria agli Oscar per la sceneggiatura di Fuga di Mezzanotte (Midnight Express) e per Platoon, premiato con le statuette di miglior film e miglior regia.
Nel 1987, dunque, il presidente della Universal Tom Pollock riprende in mano la sceneggiatura di Stone e Kovic e, notandone il grande potenziale, contatta il regista per riprendere in mano il progetto. Oliver Stone, che sta completando le riprese di Wall Street, può così infine ricontattare Ron Kovic. I due compiono una piccola revisione alla sceneggiatura, a cui viene dato il via libera.
La Universal è disposta a mettere in campo un budget di 14 milioni di dollari, purché il ruolo principale sia interpretato da una grande star. Vengono così presi in considerazione Nicolas Cage, Sean Penn e Charlie Sheen, a cui Oliver Stone - il quale ha lavorato al suo fianco in Platoon e Wall Street - promette il ruolo.
Vi è un altro attore, tuttavia, fortemente interessato a lavorare con Scorsese, dopo aver visto Platoon: Tom Cruise. Costui ha modo di incontrare all'inizio del 1988 il regista per proporsi e Stone vede in lui l'interprete perfetto per la pellicola. Kovic in principio ha qualche riserva, ma dopo un incontro con l'attore presso la propria abitazione capisce che è la scelta più adatta.
Charlie Sheen viene informato dell'ingaggio di Cruise qualche tempo dopo da suo fratello Emilio Estevez e da quel momento, salvo un piccolo cameo svariati anni dopo, non lavorerà più al fianco di Stone.
Dopo che Oliver Stone ha convinto la Universal - dubbiosa che Tom Cruise possa interpretare un ruolo così drammatico - che l'attore è la scelta giusta, Cruise inizia a prepararsi per il suo ruolo, leggendo libri sulla guerra del Vietnam e frequentando gli ospedali dei veterani di guerra.
Inizia inoltre a stare per lunghi periodi su una serie a rotelle. Di concerto con Stone, vorrebbe anche farsi iniettare un agente chimico che causi una paralisi temporanea alle gambe, al fine di immedesimarsi ancor di più nella parte, ma la compagnia assicurativa del film pone il veto su questa cosa, ritenuta troppo rischiosa.
Le riprese iniziano in via ufficiale l'undici ottobre 1988. Stone vorrebbe avere la possibilità di girare in Vietnam, ma le tensioni ancora presenti tra questo paese e gli Stati Uniti convincono infine la produzione a recarsi nelle Filippine. Le alte temperature presenti non aiutano i lavori: Cruise prende la sinusite, mentre altri attori a volte svengono alla fine della giornata. Il resto delle riprese viene effettuato in Texas, California e a New York, per concludersi nel dicembre 1988.
Il film supera il budget previsto di 14 milioni di dollari e, per venire incontro alla produzione, Stone e Cruise riducono il loro ingaggio in cambio di una percentuale sugli introiti della pellicola.
Quando la Universal visiona il primo montaggio, rimane insoddisfatta della scena finale, in cui il personaggio di Kovic partecipa alla convention nazionale del Partito Democratico, in quanto - avendo utilizzato 600 comparse - non risulta convincente. Quindi, nonostante comporti un ulteriore esborso di 500.000 dollari, la scena viene rigirata in un giorno, stavolta con 6.000 comparse.
Al termine, Ron Kovic, rimasto impressionato dalla recitazione di Tom Cruise e dalla sua dedizione, regala all'attore la sua medaglia al valore.
Nato Il Quattro Luglio (Born on the Fourth of July) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 20 dicembre 1989. A fronte di un budget di diciassette milioni e ottocentomila dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 161 milioni di dollari. A completamento di questo successo, arrivano anche otto candidature all'Oscar, con la premiazione di Oliver Stone per la Miglior Regia.
Il regista sarebbe poi tornato una terza e ultima volta sul tema del Vietnam, col film Tra Cielo e Terra (Heaven & Earth)... ma questa è un'altra storia.

mercoledì 28 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: X-Men/ClanDestine


Il serial del ClanDestine - incentrato sulla famiglia di esseri immortali capitanati da Adam Destine - è il progetto più personale che Alan Davis abbia sviluppato  presso la Marvel Comics. Personaggi ideati da lui, sue le sceneggiature, suoi i disegni, sua come nella migliore (?) delle tradizioni la possibilità di smantellare quanto fatto da altri...
La prima (e sostanzialmente unica alla data odierna) serie incentrata sulla famiglia Destine viene pubblicata tra il 1994 e il 1995, per un totale di dodici numeri. Davis ne realizza otto, per poi tornare da dove si era interrotto con la miniserie di due numeri X-Men/ClanDestine, pubblicata nel 1996, in cui cerca di tirare una prima volta le fila di questa sua creazione.
Il demone Synraith, che anni prima aveva cercato di invadere la Terra venendo bloccato da Charles Xavier e due componenti del Clan Destine (Gracie e Cuckoo), tenta nuovamente di emergere sul piano terrestre aprendo un portale dimensionale e insinuandosi nelle menti degli X-Men e del Clan Destine che - per via delle classiche incomprensioni tra supereroi - iniziano a battagliare tra loro, mentre il destino della Terra è in bilico.
Come si può notare, la trama di per sé è quanto di più semplice possa esistere e a onor del vero è solo un pretesto (un ottimo pretesto, pensando al risultato finale) per Alan Davis di scatenare la sua arte, soprattutto nel secondo capitolo, dove avvengono i vari scontri tra i mutanti e la famiglia di immortali.
Incredibile come Davis riesca a immortalare su carta la plasticità, l'agilità, la poesia in movimento che rappresentano questi scontri e che nelle mani di altri artisti appaiono come "rudi", laddove l'artista inglese invece è in grado di mettere sulla carta una sorta di ritmo musicale, perdonatemi il termine aulico.
Non può mancare inoltre qualche scena qua e là condita da una sorta di humour britannico, di solito assente nei fumetti di supereroi americani.
In ultima analisi, Alan Davis non sarà forse il migliore degli sceneggiatori in circolazione, ma quando la sua prosa si unisce alla sua arte ne viene fuori qualcosa di eccezionale, unico. Chissà, magari è il suo potere mutante.

martedì 27 aprile 2021

Libri a caso: Il Banchiere Assassinato


Vi è stata una "Golden Age" del giallo italiano. Un'Era Dorata che si è sviluppata nel periodo storico in cui si riterrebbe meno probabile il poter parlare apertamente al pubblico di omicidi, criminali e malefatte che avvenivano sul territorio italiano: il ventennio fascista.
E invece, con l'inizio della pubblicazione della prima collana di romanzi gialli da parte della casa editrice Mondadori, la quale importava principalmente i capolavori del genere della narrativa inglese, in maniera saltuaria comparivano anche romanzi scritti da autori italiani, con protagonisti commissari del "belpaese".
Di questi, uno dei più noti, forse il più noto è il Commissario Carlo De Vincenzi, ideato dallo scrittore Augusto De Angelis, che compare per la prima volta nel romanzo Il Banchiere Assassinato, pubblicato nel 1935.
L'anno di pubblicazione è anche lo stesso in cui la storia si svolge ed è ambientata in una Milano spettrale, avvolta dal freddo e da una nebbia impenetrabile. Mentre sta parlando col suo amico Giannetto Aurigi, De Vincenzi riceve la notizia del ritrovamento del cadavere del banchiere Mario Garlini. E il luogo in cui si trova è l'appartamento in cui vive proprio Aurigi.
Con ogni prova che sembra inchiodare il suo amico per l'assassinio del banchiere, De Vincenzi inizia una corsa contro il tempo per capire come siano andate davvero le cose, trovandosi di fronte a numerosi muri di bugie, ma riuscendo infine con astuzia e fortuna a sbrigliare la matassa.
Leggendo l'opera, si può ben capire come mai lo scrittore fosse inviso al regime, al punto che qualche anno dopo avrebbe pagato con la vita tutto questo. La trama dell'indagine, pur essendo il motore di tutta la vicenda, tanto che non vi è nessun'altra sottotrama, quasi impallidisce di fronte alla figura del Commissario De Vincenzi, vero e proprio deus ex machina.
Un tutore della legge fedele e devoto, ma al tempo stesso un personaggio cupo e ombroso, il quale è convinto che non vi sia nessun destino predeterminato e che ogni esistenza sia dominata dal caos. Una figura di investigatore abbastanza inedita, per quel periodo.
Un caos che sembra rispecchiarsi anche nel ritmo del racconto, concentrato - salvo l'epilogo - in meno di ventiquattro ore e composto principalmente da dialoghi tra i vari personaggi, con descrizioni ridotte al minimo ma efficaci, il tutto creando la giusta tensione.
Fa da cornice alla storia una città, Milano, che sembra aver perso ogni vestigia di umanità: la nebbia o l'oscurità ne coprono la vista, trasformandola quasi in un'entità astratta.
Anche gli altri protagonisti della storia, compreso il colpevole, sembrano burattini nelle mani di quel caos che tutto avvolge, cosicché alla fine non pare sia stata fatta giustizia, bensì sia stato chiuso solo un brutto capitolo di una vicenda di per sé che si vorrebbe dimenticare.
Tanto che non vi è gioia alla fine per De Vincenzi, bensì un accenno di lacrime. Fino alla prossima indagine. Fino ad altre esistenze travolte dal caos.
Come nota di colore finale, invece, risulta molto affascinante leggere un'opera dove è presente un lessico di molti decenni fa e veder utilizzati termini ora desueti come "istanza", "giuoco" o altri e ricavare da essi quasi un suono poetico. Il suono del passato che non torna più.

domenica 25 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: Blacksad - Arctic Nation


Tre anni dopo la pubblicazione di Da Qualche Parte tra le Ombre, nel 2003, il detective gatto nero John Blacksad ritorna in una nuova storia, intitolata Arctic Nation. Gli autori sono, come nel precedente albo, Juan Diaz Canales ai testi e Juanjo Guarnido alla parte grafica. Dopo il noir/nero della prima storia, ora si passa al bianco candore.
Blacksad riceve l'incarico di ritrovare una bambina scomparsa, rapita dall'organizzazione criminale Arctic Nation. Con l'aiuto di un insolito, ma prezioso alleato, la donnola reporter Weekly, Blacksad scopre un mondo marcio perpetrato dal razzismo, di animali bianchi contro animali neri, e altri orribili crimini che vengono nascosti sotto la facciata di un quartiere tranquillo.
La risoluzione del caso arriverà, ma avrà anche risvolti drammatici, aprendo una nuova ferita nel cuore di Blacksad.
Juan Diaz Canales in questa storia parla senza mezzi termini del tema del razzismo e delle organizzazioni a sfondo razzista ed è incredibile come, in un mondo dominato dagli animali antropomorfi, riesca a far trasparire con grande efficacia tutta la stupidità e l'ignoranza di chi discrimina altre persone solo per il colore della pelle.
Inoltre non manca di sottolineare che tali persone - dalla visione limitata per loro scelta - possono essere facili soggetti di persone altrettanto malvagie, ma più scaltre di loro, capaci di portarli a conseguire i loro obiettivi sfruttando queste loro debolezze. Un argomento non semplice, ma trattato con grande abilità e dando quel necessario e metaforico pugno nello stomaco al lettore, capace di far riflettere.
La storia si segnala anche per introdurre un comprimario fondamentale delle storie di Blacksad, il reporter Weekly, che vedremo anche in futuro e che porta un po' di giusta leggerezza nelle atmosfere che circondano le storie del detective gatto nero.
Se la prima storia era un ottimo inizio, questo è un degno prosieguo e non vediamo l'ora di scoprire quali altri casi investigativi e umani dovrà affrontare John Blacksad.

giovedì 22 aprile 2021

Libri a caso: Un Ristretto in Tazza Grande


Il giallo italiano ha una lunga tradizione alle proprie spalle, lunga quasi quanto quella inglese, rinomata e giustamente lodata. Dopotutto, la collana più longeva di romanzi gialli è quella italiana de Il Giallo Mondadori, edita ancora oggi da questa casa editrice.
Sopravvissuto nel corso dei decenni tra alterne fortune, il giallo italiano è oggi un genere fiorente ed è popolato da numerosi investigatori del belpaese, di cui il più noto è con ogni probabilità Salvo Montalbano. Questi investigatori o agiscono in una grande città, piena di grandi problemi, o in una cittadina di provincia, con tutti i suoi piccoli, inconfessabili segreti.
Ma c'è anche chi agisce in entrambi i contesti, come nel caso di Riccardo Ranieri, personaggio ideato dallo scrittore Federico Maria Rivalta. Il primo romanzo che lo vede protagonista si intitola Un Ristretto in Tazza Grande ed è stato pubblicato come autoproduzione nel 2013, prima di essere poi pubblicato da Amazon Publishing (sì, Amazon funge anche da casa editrice).
Riccardo Ranieri - il quale è un riflesso narrativo dell'autore - è un giornalista sui quarant'anni che scrive articoli sull'economia per il giornale Il Mattino di Padova ed è un appassionato di golf. Proprio negli spogliatoi del campo da golf da lui frequentato, Ranieri trova il cadavere di un suo amico, il medico Massimo Salvioni, assassinato in maniera brutale. 
È l'inizio di un incubo per il giornalista e altre morti misteriose hanno luogo poco dopo. Ranieri si ritroverà personalmente coinvolto dall'indagine su questi omicidi. Un'indagine durante la quale ha modo di incontrare il procuratore Giulia Dal Nero, col quale cercherà di intrecciare una relazione... sempre che l'assassino non abbia qualcosa da dire in merito.
Le opere prime, che poi vanno a comporre un ciclo di svariati romanzi, dodici alla data odierna nel caso di Riccardo Ranieri, sono utili per introdurre al meglio il personaggio e il mondo che gira attorno a lui. E questo romanzo riesce nel suo intento.
Vediamo lo svolgersi degli eventi secondo l'esclusiva ottica di Riccardo Ranieri, il quale col suo atteggiamento impacciato (forse un po' troppo impacciato in alcuni punti), qualche momento di lievità e un certo modo di prendere la vita sopra le righe ci conduce infine alla risoluzione del mistero. Il tutto nella cornice di un Veneto diviso tra la grande metropoli di Padova e alcune piccole città confinanti (una cornice poco esplorata in passato in altri romanzi gialli).
Attraversando nel frattempo vari, altri piccoli micromondi: a partire dal campo da golf, dove anche il protagonista di Perché Non L'Hanno Chiesto a Evans iniziava la sua discesa verso l'incubo, passando per la redazione del giornale dove Ranieri lavora o la procura e concedendosi anche un viaggio all'estero. Ma il tutto sembra quasi ricondursi a una dimensione domestica, dove tutto ci viene presentato in una maniera semplice e familiare e dove Ranieri avanza spinto sia dalla necessità che dalla curiosità.
A fargli da contraltare vi è Giulia Dal Nero. Laddove Ranieri è l'elemento spensierato, lei appare - almeno all'esterno - come una persona fredda, che cerca di mascherare il più possibile le proprie emozioni. In realtà, per quello che traspare in questo primo romanzo, vi è una personalità sfaccettata, che Ranieri inizia a conoscere e svelare.
Il giallo italiano è stato e continua a essere un genere fiorente, pieno di sorprese e personaggi interessanti. E la scelta è vasta e degna di considerazione.

martedì 20 aprile 2021

A scuola di cinema: Schegge di Follia (1989)

1986: Al cinema impazzano le commedie adolescenziali dirette da John Hughes, grazie a quel giusto mix tra ingenuità e intraprendenza che caratterizza i protagonisti e in cui molti giovani dell'epoca riescono a rispecchiarsi.
C'è tuttavia un altro lato di quell'adolescenza che vive la propria esistenza tra le pareti liceali e domestiche. Un lato più dark, fatto di suicidi, alcuni dei quali compiuti per emulazione o per ottenere quell'attenzione che in vita le altre persone non riservano. Un lato che viene infine esplorato anche sul grande schermo.


Nella primavera del 1986, l'aspirante sceneggiatore Daniel Waters si trasferisce a Los Angeles, nella speranza di sfondare nel mondo del cinema. Diventa co-inquilino dell'appartamento occupato da un suo amico studente, Larry Karaszewski, e per sbarcare il lunario inizia a lavorare come commesso in un negozio di videonoleggio.
In quel periodo, Waters vede alcuni documentari incentrati sulla crescita del tasso di suicidi tra gli adolescenti, in netto contrasto col mondo perfetto e perfettibile presente nei film di John Hughes, e decide dunque di scrivere una commedia satirica e dai toni dark su questo tema. Ne viene fuori, dopo tre bozze, una sceneggiatura di circa duecento pagine, per un film della durata potenziale di tre ore.
Waters sogna che il film possa essere diretto da Stanley Kubrick: solo lui ha l'abilità di poter dirigere con abilità una pellicola di tre ore e il film adolescenziale è un genere che non ha ancora esplorato. Senza conoscenze nel mondo dello spettacolo, Waters inizia a chiedere consigli su come poter entrare in contatto con un agente che lo possa rappresentare, anche se molti gli dicono che - nonostante la sua sia un'ottima sceneggiatura - a causa dei toni troppo cupi non diverrà mai un film.
Larry Karaszewski ha tuttavia lavorato di recente su un cortometraggio di un promettente regista, Michael Lehmann, e così Waters entra in contatto con lui e gli passa la sua sceneggiatura. Lehmann ne rimane intrigato e, tramite la sua agente Bobbi Thompson, fa pervenire il trattamento di Waters alla produttrice Denise Di Novi della New World Pictures. Anche lei ne rimane conquistata, tanto da acquistare subito la sceneggiatura.
Quando tuttavia la porta all'attenzione degli esecutivi dello studio, costoro inorridiscono. Oltre all'eccessiva lunghezza, il finale prevede che il personaggio di J.D. faccia esplodere il liceo da lui frequentato, uccidendo tutti gli studenti presenti al ballo di fine anno, che viene dunque tenuto in Paradiso.
Dopo alcune revisioni, un altro finale rifiutato che prevede l'uccisione del personaggio di Veronica Sawyer e l'inserimento di un epilogo dai toni più lieti, al progetto viene infine dato il via libera con Lehmann alla regia - la pellicola rappresenta il suo debutto - e iniziano così le procedure di casting.
Vi è tuttavia qualche difficoltà nel trovare attori adolescenti disposti ad accettare le varie parti poiché, a causa delle atmosfere dark della storia, vengono fortemente sconsigliati dal farlo. Ad esempio, un'allora sconosciuta Heather Graham, a cui è stato già assegnato un ruolo, viene convinta dai suoi genitori - che non approvano la tematica della pellicola - a rifiutare l'incarico.
La parte di Veronica Sawyer viene offerta in prima battuta a Jennifer Connelly, che rifiuta. Dopo un ulteriore rifiuto di Justine Bateman, la terza attrice a essere contattata è Winona Rider, all'epoca quindicenne.
Costei, dopo aver letto la sceneggiatura, è fortemente determinata a ottenere questo ruolo, nonostante il suo agente l'abbia fortemente sconsigliata dal partecipare alle audizioni, poiché a suo dire un film del genere rovinerebbe la sua carriera. La giovane attrice non lo sta a sentire e poco dopo decide di non usufruire più dei suoi servigi.
Il provino va a buon fine, ma è il look di Winona Ryder che non riflette il personaggio che deve interpretare, poiché all'epoca ha un viso pallido - come nel ruolo da lei interpretato in Beetlejuice - e capelli tinti di nero e di blu. La giovane attrice si reca allora in un centro estetico, che le crea un nuovo look. La parte è così infine sua.
Il ruolo di Jason Dean "J.D.", dopo un provino effettuato da un allora sconosciuto Brad Pitt, viene assegnato a Christian Slater, nonostante costui in principio sia convinto di aver effettuato una pessima audizione, tanto che per la rabbia getta la sceneggiatura in un bidone della spazzatura. Per catturare l'essenza del suo personaggio, l'attore si ispira a Jack Nicholson, a cui scrive anche una lettera al riguardo che però non avrà mai risposta.
Un'altra attrice interessata al ruolo di Veronica Sawyer è Shannen Doherty, ma quando si presenta la parte è già stata assegnata a Winona Ryder, quindi le viene affidato il personaggio di Heather Duke. Le viene chiesto inoltre di tingersi i capelli di biondo ma, per non rovinare la sua capigliatura, ottiene di usare un colore rosso.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 17 febbraio 1988, tenendosi a Los Angeles e Santa Monica, in California. A causa del budget ridotto, la tempistica assegnata è di poco più di un mese.
Un curioso problema si verifica con Shannen Doherty che, a causa dell'educazione conservatrice che ha ricevuto, fatica a pronunciare le battute che contengono delle parolacce, mai pronunciate nei suoi diciassette anni di vita. Problema peggiorato dal fatto che la madre è presente sul set, cosa che la fa arrossire.
Shannen Doherty inoltre è convinta che questo sia un film serio e drammatico. Quando infine capisce in ritardo che è una commedia, pur con toni molto dark, scoppia a piangere.
Le riprese si concludono il 19 marzo 1988. I mesi successivi si rivelano problematici poiché la New World Pictures sta affrontando un processo di ristrutturazione aziendale volto a evitare la bancarotta. Denise Di Novi è così costretta a comprare uno spazio pubblicitario, del costo di 1.800 dollari, coi propri soldi.
Schegge di Follia (Heathers) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 31 marzo 1989, dopo una premiere tenutasi due mesi prima al Sundance Film Festival. A fronte di un budget di 3 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare un milione e centomila dollari. Un risultato sotto le aspettative che non permette nemmeno di andare in pareggio.
Nonostante ciò, Winona Ryder chiede più volte a Daniel Waters di concepire un sequel. Forse per scherzo, forse no, lo sceneggiatore pensa a una trama dove il personaggio di Veronica Sawyer diventa l'assistente di una senatrice degli Stati Uniti (di nome Heather, ovviamente), che lui vede interpretata da Meryl Streep, fino ad arrivare a uccidere il Presidente e cavarsela.
Qualche anno dopo, Winona Ryder ha la possibilità di lavorare proprio al fianco di Meryl Streep nel film La Casa degli Spiriti (The House of the Spirits) e le propone l'idea, che lei trova interessante. La giovane attrice torna così da Waters riferendo di aver ottenuto l'appoggio di Meryl Streep. Solo in un secondo momento capisce che lo ha fatto solo per accondiscendenza, vista la sua giovane età.
L'attrice rimane molto legata alla pellicola e al personaggio di Veronica Sawyer, tanto da rivedere il film oltre cinquanta volte negli anni successivi.
Shannen Doherty invece viene notata da Tori Spelling, che la consiglia a suo padre Aaron per un telefilm che sta per essere messo in produzione, intitolato Beverly Hills 90210... ma questa è un'altra storia.

domenica 18 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: X-Men - La Resurrezione di Fenice


Jean Grey. Marvel Girl. La Fenice. La Fenice Nera. Quattro identità per una sola persona, una delle mutanti e telepati più potenti del Marvel Universe. Che talvolta ha la brutta abitudine di scomparire, per ritornare qualche tempo dopo.
A partire dalla conclusione della Saga di Fenice Nera, a seguito della quale rimane missing in action per sei anni, prima di ricomparire su un numero di Fantastic Four e poi unirsi a X-Factor (insert solita battuta sullo show televisivo) e tornare negli X-Men. Salvo poi perire ancora, nel 2004, al termine del ciclo mutante ideato da Grant Morrison, per mano di Xorn.
Solo che stavolta la sua scomparsa si è protratta per molto più tempo, tralasciando qualche manifestazione psichica qua e là lungo la via. Jean Grey, infatti, ritorna sulle scene solo nel 2018, nella miniserie in cinque numeri La Resurrezione di Fenice (Phoenix Resurrection: The Return of Jean Grey), scritta da Matthew Rosenberg e disegnata da Leinil Francis Yu, Carlos Pacheco e Joe Bennett.
Lungo tutto il mondo iniziano a verificarsi strani fenomeni di natura psichica, connessi a mutanti che si ritiene siano defunti e che provocano shock nelle menti dei telepati. Quando in cielo compare la Fenice, gli X-Men iniziano a indagare e, grazie a Cable, individuano una insolita manifestazione energetica dentro la quale sembra essere presente una donna dai capelli rossi a loro familiare.
Costei è davvero Jean Grey? È riuscita infine a uscire dalla Stanza Incandescente? E che ne sarà degli altri mutanti defunti presenti accanto a lei?
L'impressione che si ha leggendo questa storia è che sia stata scritta dietro preciso mandato editoriale. Che, per carità, non è nulla di male: chissà quante altre storie del passato hanno avuto lo stesso background.
Già il titolo stesso che è uno "spoiler" la dice lunga e quindi Matthew Rosenberg ha svolto il suo compito come gli è stato richiesto prendendo spunto dalle storie passate di Chris Claremont e - in particolare - Grant Morrison. Per il resto, tutto secondo i piani senza troppi sconvolgimenti.
Il consueto problema che si verifica con questo tipo di miniserie, che prevedono un folto numero di coprotagonisti, è che non si riesce dare spazio a tutti loro e in questo caso, salvo poche eccezioni oltre Jean Grey (Kitty Pryde, Bestia, Vecchio Logan, il giovane Ciclope), gli altri rimangono tutti sullo sfondo e - quando va bene - si limitano a pronunciare un paio di battute.
La parte grafica è di buon livello, dopotutto ci sono tre ottimi artisti a occuparsene: sta a ognuno di voi valutare se i loro diversi stili di disegno risultino ben amalgamati nel contesto in questione.
Quindi Jean Grey è tornata. Speriamo si trattenga un po' più a lungo, stavolta!

giovedì 15 aprile 2021

A scuola di cinema: Brivido (1986)

Sin dall'uscita di Carrie - Lo Sguardo di Satana (Carrie) nel 1976, Stephen King ha sempre avuto un rapporto di amore/odio verso le trasposizioni cinematografiche tratte dai suoi romanzi e racconti. È noto ad esempio che lo scrittore del Maine non abbia mai apprezzato l'adattamento di Shining diretto da Stanley Kubrick nel 1980, ritenendo che fosse una cosa distinta dal suo romanzo.
King decide così a un certo punto di dirigere lui stesso una pellicola tratta da una sua opera, poiché, come dichiara lui stesso:"Se vuoi una cosa fatta bene, fattela da te". Si rivela un disastro.


Stephen King sceglie di adattare per il grande schermo un suo racconto del 1973, Camion (Trunks), inserito cinque anni dopo nell'antologia A Volte Ritornano (Night Shift). In questa storia, un gruppo di persone si ritrova intrappolato in una trattoria e assediato da camion senza guidatori che hanno preso vita autonoma e sono diventati senzienti, iniziando a sterminare ogni essere umano che incontrano.
King ha scritto una sceneggiatura per un film del 1985 prodotto da Dino De Laurentiis, L'Occhio del Gatto (Cat's Eye), basata su altri suoi racconti pubblicati in A Volte Ritornano. Entrato in buoni rapporti col produttore, chiede dunque la possibilità di poter dirigere un film e gli viene concessa.
In principio, De Laurentiis intende distribuire il progetto tramite la Metro-Goldwyn-Mayer. Poco dopo, tuttavia, il produttore acquisisce la Embassy Pictures, rinominandola De Laurentiis Entertainment Group e decide quindi che la pellicola di King sarà una delle prime a essere distribuita da questa nuova società.
Per il ruolo del protagonista, Bill Robinson, Stephen King ha un nome ben preciso in mente: Bruce Springsteen. De Laurentiis, tuttavia, credendo sia un attore non ne conosce il nome. Quando King gli spiega chi in realtà è, le cose non cambiano: De Laurentiis non ha la minima idea di chi sia Bruce Springsteen e decide dunque di affidare la parte a Emilio Estevez, un attore in quel periodo sulla cresta dell'onda.
Estevez è ben felice della proposta, sua madre non altrettanto. Quando l'attore le spiega che non vede l'ora di poter lavorare a fianco di Stephen King, lei ribatte che potrebbe anche farlo dipingendogli la casa.
Le riprese iniziano nel maggio 1985, a Wilmington, in North Carolina, città in cui si trovano gli uffici della De Laurentiis Entertainment Group. Il produttore affianca a King l'esperto direttore della fotografia Armando Nannuzzi. Costui non parla inglese e viene dunque assistito dal traduttore Roberto Croci.
In quel periodo, Stephen King, oltre a essere un forte bevitore (viene visto una volta bere svariate bottiglie di birra al mattino in poche ore), è anche dipendente dalla cocaina e altre sostanze stupefacenti. Anche se la cosa sfugge praticamente a tutta la troupe, lo scrittore rimane sotto l'influsso di sostanze stupefacenti durante tutta la lavorazione del film.
Il set viene costruito circa 15 chilometri fuori Wilmington, ma risulta così convincente che molti camion di passaggio si fermano, pensando sia davvero un parcheggio per camion con annessa trattoria. Per risolvere questo problema, vengono messi degli annunci sui giornali locali che spiegano che quello è solo un set cinematografico.
L'inesperienza di Stephen King come regista è ben evidente, ma in suo aiuto giunge il suo amico George Romero, che King conosce da molti anni e per cui ha scritto la sceneggiatura di Creepshow. Romero è spesso presente sul set e, pur non dirigendo personalmente le riprese (gli attori e la troupe se ne sarebbero di sicuro accorti), dà preziosi consigli a King su come agire.
Un gravissimo incidente avviene il 31 luglio 1985. Si deve girare una scena in cui un tosaerba insegue un ragazzo con l'intento di ucciderlo e una delle telecamere viene piazzata su un supporto di legno. Armando Nannuzzi suggerisce di togliere le lame alla falciatrice, tanto non saranno comunque inquadrate, ma Stephen King non è d'accordo, in quanto vuole che la scena sia il più realistica possibile.
Il tosaerba è controllato a distanza da un responsabile degli effetti speciali, ma le prime due volte in cui si cerca di attivarlo non accade nulla. Al terzo tentativo, il tosaerba inizia a muoversi come impazzito, fino ad avvicinarsi alla telecamera piazzata sul supporto di legno. Un cameraman porta via rapidamente la telecamera, ma il tosaerba ancora attivo inizia a tagliare il supporto.
E un frammento di legno vola in aria, andandosi a conficcare nell'occhio destro di Armando Nannuzzi, il quale inizia a sanguinare in maniera copiosa e a gridare:"Mi hanno sparato!". Rapidamente viene chiamata la polizia e un elicottero giunge sul posto, pronto a portare Nannuzzi in ospedale.
La produzione viene fermata per due settimane, durante le quali Nannuzzi subisce due interventi chirurgici. Dimesso dall'ospedale, torna sul set pronto a riprendere il suo lavoro, anche se porta una vistosa benda nera sull'occhio destro. La speranza, anche da parte dei dottori, è che recuperi gradualmente la vista.
Per la colonna sonora, lo scrittore del Maine si rivolge agli AC/DC, di cui è un grande fan e a cui offre anche una parte nella pellicola. Ma i componenti della band rifiutano quest'ultima offerta. Per convincerli a collaborare, King canta dall'inizio alla fine una loro canzone del 1976, Ain't No Fun (Waiting Round to Be a Millionaire). Colpiti in maniera favorevole da questo sfoggio di passione, gli AC/DC accettano di comporre la colonna sonora.
Concluse le riprese, King fa vedere un primo montaggio della pellicola a George Romero, il quale gli suggerisce di togliere alcune scene crude e violente, di modo da evitare che la pellicola sia del tutto vietata ai minori di 18 anni.
Brivido (Maximum Overdrive) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 25 luglio 1986. A fronte di un budget di nove milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare sul territorio americano circa sette milioni e mezzo di dollari. Non esattamente il successo che ci si aspettava.
Nel 1987, Armando Nannuzzi - al quale è stato detto che la vista dall'occhio destro non tornerà più - cita in giudizio per danni morali e materiali Stephen King e altri diciassette componenti della produzione, chiedendo un risarcimento di 18 milioni di dollari. Viene infine raggiunto un accordo extragiudiziale.
Negli anni successivi, King chiede più volte scusa a Emilio Estevez per essere stato coinvolto in quello che lo scrittore stesso definisce un "film idiota". Forse il figlio di Martin Sheen avrebbe fatto bene a seguire il consiglio di sua madre.
Stephen King abbandona dunque ogni velleità da regista, limitandosi a concedere i diritti delle sue opere a altri registi per altri adattamenti, alcuni riusciti bene, altri meno. Ma questa... è un'altra storia.

martedì 13 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: L'Eternauta - Il Ritorno


Sarà possibile? Con questo angosciante interrogativo, ripetuto più volte, si concludeva la prima storia de L'Eternauta. Un interrogativo che lo stesso sceneggiatore Héctor Germán Oesterheld si poneva, di fronte a un apparente ineluttabilità del destino che attendeva il genere umano. Passano molti anni, anzi, quasi due decenni, ma infine giunge la risposta a quell'interrogativo.
L'Eternauta: Il Ritorno (El Eternauta II) viene serializzato sulla rivista argentina Skorpio a partire dal 1976, per concludersi nel 1978, per un totale di poco più di duecento pagine. Gli autori sono gli stessi della prima storia: Oesterheld ai testi e Francisco Solano López ai disegni.
Nei due anni durante i quali la storia viene pubblicata, accadono eventi drammatici che cambiano per sempre lo scenario fumettistico e non solo.
Già da qualche tempo, infatti, Oesterheld e la sua famiglia si sono affiliati ai Monteneros (Movimiento Peronista Montonero), nel tentativo di combattere la dittatura militare di Jorge Videla. Come noto, purtroppo, sia Oesterheld che le sue figlie e i loro mariti vengono sequestrati dall'esercito di Videla e uccisi - con ogni probabilità - nel 1977. Oesterheld diviene un desaparecido e non si sa a tutt'oggi dove sia stato sepolto. Anche Solano López viene per breve tempo incarcerato ed è infine costretto a emigrare in Spagna.
Nel 1959 dell'Eternauta, lo sceneggiatore Germán vuole risolvere il mistero legato a Juan Salvo, dopo una strana visione di eventi futuri, ed entra in contatto con lui. All'improvviso, la casa dell'Eternauta viene trasportata in un lontano futuro, successivo al termine del conflitto tra i Loro e l'umanità.
Gli esseri umani sono ora divisi in due specie: i violenti Zarpo, al servizio dei Loro, e il Popolo delle Caverne, gli ultimi scampoli di umanità. L'arrivo sulla scena dell'Eternauta e di Germán cambia le carte in tavola del conflitto, anche perché Juan Salvo sta iniziando a sviluppare strani poteri.
Mentre l'Eternauta rappresentava un timore dell'autore verso una instabilità politica che esponeva l'Argentina all'attacco di forze esterne, L'Eternauta: Il Ritorno riflette invece le convinzioni di Oesterheld dell'epoca, di lotta contro un regime oppressore presente sul proprio territorio.
Per questo motivo Oesterheld non esita a mettersi in gioco in prima persona, apparendo come uno dei personaggi della storia e seguendo con fede quasi cieca Juan Salvo, che rappresenta l'incarnazione degli ideali dello scrittore. Un uomo perfetto, che non esita mai, che ha sempre un piano pronto per l'occasione. E che non ha paura a sacrificare delle persone per un cosiddetto più grande obiettivo.
Ma mai Oesterheld mette in dubbio ciò che fa o lo contesta, così come non contestava i metodi dei Monteneros.
In tal senso l'allegoria, mutuata da un romanzo di H.G. Wells, dei Zarpo e del Popolo delle Caverne è evidente. Gli Zarpo sono la gente asservita al potere, priva di un pensiero critico, le classi nobili che non si ribellano perché la situazione non li riguarda. Il Popolo delle Caverne, invece, rappresenta gli oppressi del popolo argentino, coloro che vivono nei bassifondi e la cui scomparsa non viene notata da nessuno.
L'Eternauta di questo racconto è di certo un personaggio diverso rispetto a quello della prima storia. Addirittura non esita a mettere in pericolo le vite di sua moglie e sua figlia pur di portare avanti la propria missione. C'è meno empatia rispetto alla prima storia perché la visione della vita e della società di Oesterheld in due decenni si è modificata.
Una visione che purtroppo non risulta molto gradita al regime militare. Pur non essendo questo fumetto la principale causa della cattura di Oesterheld, quanto piuttosto la sua lotta politica al fianco delle figlie, risulta di certo straniante leggere l'ultima opera di uno scrittore, un'opera di cui non è riuscito a vedere in vita l'epilogo della pubblicazione.
Anche per Solano López e la sua arte sono passati quasi due decenni e, se pure la prima storia per certi versi rimane qualcosa di insuperato per costruzione della tavola - nella sua concezione originaria, ovviamente - e dinamicità, questo seguito rappresenta un'evoluzione nella cura dei dettagli e nel delineamento dei vari personaggi.
Per quanto possa apparire incredibile, la scomparsa di Oesterheld non coincide con la scomparsa dell'Eternauta, che ha ancora in serbo altre avventure da vivere negli anni successivi.

sabato 10 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: Terminator - Guerra Parallela


Nel 1984 un Terminator modello T-800 Arnoldo giunge dal 2029 per approdare nella Los Angeles dell'epoca con la missione di uccidere Sarah Connor, madre del futuro leader della Resistenza contro Skynet, John Connor. Ma a difenderla...
Ah sì, con ogni probabilità sapete già come continua questa trama. Tuttavia, come abbiamo detto nel precedente articolo dedicato a una miniserie di Terminator, le storie a fumetti amano ampliare gli scenari di partenza delle saghe cinematografiche.
Questo accade anche in Terminator: Guerra Parallela (The Terminator: Sector War), miniserie di quattro numeri pubblicata tra il 2018 e il 2019, scritta da Brian Wood e disegnata da Jeff Stokely.
Mentre Kyle Reese e Sarah Connor cercano di sfuggire al T-800, nello stesso momento a New York giunge dal futuro un altro Terminator. La sua missione è quella di uccidere un'altra donna, Lucy Castro, per qualche motivo che lei non riesce a capire, così come non riesce a comprendere la vera natura del suo avversario. Perché Lucy Castro non ha un Kyle Reese al suo fianco. Tuttavia è anche una tra le migliori agenti di polizia della Grande Mela e saprà vendere cara la propria pelle.
Questa storia è come il contenuto speciale di un DVD o di un Blu-Ray, o per usare un termine più moderno e "ggggiovane", un DLC dei videogiochi. Una sorta di visione estesa di una storia che già conosciamo, per dirci che, ehi, c'è qualcosa che ti era sfuggito.
In realtà questa miniserie rispecchia esattamente la trama del primo film di Terminator, ma Brian Wood - un po' ironico che sia lui, a pensarci - ci dice che una donna è perfettamente in grado anche da sola di tenere a bada una minaccia simile senza un uomo al suo fianco.
Detto questo, la storia è molto incentrata sull'azione e vede come co-protagonista il Terminator più affetto da logorrea che sia mai esistito. Necessaria poiché così può fornire a Lucy - e per vie traverse anche al lettore - le ragioni del suo agire e quindi non lasciare punti narrativi in sospeso.
Che sia mai che l'epilogo lasci spazio per un potenziale seguito e questo non verrà con ogni probabilità mai sviluppato...

martedì 6 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: Mister Miracle


Il Quarto Mondo è una delle più grandi creazioni di Jack Kirby. Molto spesso si dice che, per concezione, magnificenza e portata, l'artista quando creò questo incredibile affresco di mondi e personaggi - nella prima metà degli anni '70 del ventesimo secolo - fosse molto in anticipo sui tempi. Tanto che, nel giro di pochi anni, tutte le serie che ne facevano parte chiusero i battenti e Kirby tornò alla Marvel.
Il Quarto Mondo, tuttavia, non è mai sparito dalla cosmogonia della DC Comics, divenendo elemento fondamentale per la prima Crisi e per molte trame successive.
Uno dei protagonisti principali di questa cosmogonia kirbyana è Scott Free, alias Mister Miracle, l'artista della fuga riuscito a liberarsi dalla prigionia della Granny Goddess/Nonnina Cara e dalla tirannia di Darkseid per cercare di crearsi una nuova esistenza sulla Terra insieme all'amata Big Barda, anch'essa sfuggita alla prigionia.
I due sono stati protagonisti di molte storie, una delle quali è la maxiserie di dodici numeri Mister Miracle, pubblicata tra il 2017 e il 2018, scritta da Tom King e disegnata da Mitch Gerads.
Preda di una forte depressione, Scott Free tenta il suicidio tagliandosi le vene dei polsi. Sospeso tra la vita e la morte, l'artista della fuga deve compiere la sua più grande impresa e inizia a vivere in un mondo alternativo dove Darkseid è.
Darkseid è ora padrone dell'Equazione Anti-Vita e ha mosso guerra a Nuova Genesi, uccidendo l'Altopadre. Con Orion nuovo reggente, Mister Miracle è chiamato a unirsi alle schiere dell'esercito di Nuova Genesi, ma lui vorrebbe solo sfuggire alle insidie della guerra e vivere un'esistenza serena accanto a Big Barda.
Il progredire di questa miniserie, capitolo dopo capitolo, rappresenta un viaggio all'interno di una psiche umana, quella di Scott Free nello specifico. Partendo dal punto più basso, dalla prospettiva di un uomo che - infettato dall'Equazione Anti-Vita (leggasi le sventure dell'esistenza, la depressione, le crisi personali) - decide di togliersi la vita.
Da qui in avanti ha inizio la risalita, partendo dai dubbi personali, per poi ritrovare la fiducia in sé stessi, grazie all'amore, e liberarsi di coloro che infettano la nostra esistenza con la loro tossicità.
Fino a sconfiggere la paura più grande e giungere a dare noi stessi la vita a qualcun altro e combattere per questa nuova vita, fino allo stremo delle forze, fino magari a perdere la nostra stessa vita. Ma se al punto di partenza la vita ce la siamo tolta perché credevamo di non aver più nulla per cui andare avanti, al punto di arrivo questo qualcosa per cui andare avanti ce l'abbiamo e siamo pronti a sacrificarci per qualcosa per cui vale la pena combattere, sempre.
Scott Free - l'uomo comune - sconfigge dunque l'Equazione Anti-Vita - i demoni interiori che ogni essere umano ha - e trova una nuova ragione di esistere, sia essa un figlio, una nuova relazione, una promozione, una nuova prospettiva: qualunque cosa sia è alla portata di tutti, l'importante è andare alla sua ricerca.
Tom King idea così una perfetta parabola di rinascita di un eroe che compie la sua impresa più grande: sfuggire alla morte e all'abbraccio delle tenebre.
La storia funziona anche grazie all'alchimia che King ha con Mitch Gerads. L'artista riprende la griglia a nove vignette a pagina di Watchmen e ne dà la sua personale e magnifica interpretazione. Si potrebbe pensare che vedere lo stesso tipo di pagina, albo dopo albo, possa essere noioso, ma non c'è nulla di più lontano dal vero. Gerads rende ogni tavola unica, costruendo vignette che si collegano le une alle altre e facendo sì che il nostro sguardo vaghi dall'alto in basso nel tentativo di cogliere l'intero affresco di ogni singola pagina e ogni singolo albo.
Darkseid è.

domenica 4 aprile 2021

Fabolous Stack of Comics: Due Figlie e Altri Animali Feroci


Ci sono aspetti della vita di cui senti parlare fin da quando sei piccolo e, per un motivo o per l'altro, tali aspetti continuano a essere presenti accanto a te - nei notiziari, nei discorsi che senti per strada o nei racconti dei tuoi amici - mentre cresci e non se ne vanno mai, anche se nel corso della tua vita non ti riguarderanno mai in maniera diretta.
Uno di questi aspetti è l'adozione, tema delicato e difficilmente toccato nei fumetti se non molto di sfuggita ("Sì, sono Bruce Wayne, ho adottato millemila orfani, ciao!"), senza approfondirlo troppo, forse perché è così particolare che bisogna averlo vissuto sulla propria pelle per parlarne senza retorica o facili sensazionalismi.
Chi un'adozione l'ha vissuta sulla propria pelle, invece, è stato Leo Ortolani, che ne parla nel volume Due Figlie e Altri Animali Feroci, pubblicato una prima volta nel 2011 da Sperling & Kupfer e ristampato - con qualche vignetta in più e altro materiale aggiuntivo - nel 2019 da Bao Publishing.
In realtà definirlo un fumetto sarebbe riduttivo, in quanto sono presenti molte parti testuali. In questo volume, infatti, Ortolani narra la vera e propria odissea - anche se a modo suo, quindi non facendo mai mancare qualche battuta - che ha vissuto insieme a sua moglie Caterina dal 2000 al 2010 per adottare un bambino.
Dai primi, infruttuosi tentativi con le autorità italiane, fino a giungere all'adozione internazionale, che lo porta a divenire padre di due bambine colombiane di nome Johanna e Lucy Maria.
Il volume alterna alcune vignette dell'autore incentrate su questa esperienza con le mail che mandò all'epoca ad amici e parenti, descrivendo le sue esperienze in Colombia, non certo agevoli tra una burocrazia che sembra non tenere conto delle reali esigenze genitoriali e due bambine piccole che vengono catapultate in un mondo a loro ignoto, con tutte le conseguenze del caso.
Come detto, non è facile parlare di un tema così delicato, ma Ortolani riesce in questo intento senza cercare di fare la morale o utilizzando retoriche. Semplicemente l'autore racconta ciò che sta vivendo in quel momento senza caricarlo di un cupo pessimismo - anche se la situazione che affronta insieme alla sua compagna non è delle più semplici - ma infarcendolo spesso di battute e situazioni scherzose per alleggerire l'atmosfera.
Il che non significa affatto sminuire il tema dell'adozione o ridurlo a una macchietta. Tutt'altro. Anche se la storia è venata di ironia, Ortolani sottolinea con intelligenza tutte le problematiche legate all'adozione, tra autorità statali che sembrano (e sono) distanti dai cittadini, una burocrazia ingestibile e avvocati costretti a barcamenarsi tra mille cause disperate.
Quindi il fumetto riesce nel suo intento: strapparti più di un sorriso e allo stesso tempo farti riflettere su un tema importante. Non è cosa da poco.

venerdì 2 aprile 2021

Libri a caso: Il Defunto Signor Gallet


Lo schema dei primi romanzi che vedono protagonista il Commissario Maigret sembra ormai consolidato e ognuno di essi porta sempre qualcosa in più. Maigret viene calato in un ambiente che non conosce a causa di un atto criminoso e, per venire a capo del mistero, deve prima di tutto divenire parte di quell'ambiente e capire le storie e le psicologie delle persone che ruotano attorno a quell'ambiente.
E così, dopo Pietr il Lettone e Il Cavallante della Providence, giunge il terzo romanzo in ordine cronologico (pur essendo stato il primo romanzo con protagonista Maigret a essere pubblicato), Il Defunto Signor Gallet (Monsieur Gallet, décédé), edito nel 1931.
Durante un'afosa estate, intervallata da brevi e violenti temporali, il Commissario Maigret si reca nella piccola città di Sancerre per indagare sulla morte di Émile Gallet, un apparentemente innocuo agente di commercio senza nemici al mondo.
E invece la realtà che si para di fronte a Maigret è sconcertante: Gallet aveva abbandonato il suo lavoro già da molti anni e conduceva una seconda vita all'insaputa della sua famiglia sotto altro nome. Per arrivare alla risoluzione del caso, dunque, Maigret deve prima comprendere la psicologia del defunto signor Gallet.
Ecco un nuovo ambiente per Maigret da capire ed esplorare, la piccola città di provincia (quelle di una volta, suppongo che anche in Francia oggi la situazione sia molto diversa): all'apparenza distaccata dal mondo, ma con una stazione, un albergo e tutte le altre cose che si trovano nelle grandi città, compresi i segreti, i piccoli segreti in questo caso capaci di sconvolgere vite intere.
E, come nei precedenti due romanzi, c'è da comprendere una psicologia per arrivare alla risoluzione del caso... solo che in questo caso è quella di un defunto che non può più dare alcuna informazione! Su questo meccanismo si innesta la trama e il suo progredire.
Pur di eccelso livello, ho trovato questo terzo romanzo di poco inferiore ai primi due, forse perché la dinamica "Maigret in ambiente sconosciuto" qui è un po' lasciata da parte o meglio non esplorata fino in fondo e oltre al Commissario non vi è nessun altro personaggio che riesce a restare sulla scena, se non per poche pagine, prima di completare la sua parte in questo dramma umano.
O meglio, questo personaggio c'è, è il vero co-protagonista della storia: il signor Gallet. Alla fine sarà con lui che Maigret deve davvero convivere le settimane che servono per arrivare alla verità. Una verità amara, così come quella dei primi due romanzi, solo che stavolta vi è un epilogo leggermente differente.