La figura del Presidente della Repubblica è la più alta a livello istituzionale presente nell'ordinamento italiano, seppur non la più influente a livello esecutivo e legislativo. Una figura così importante, il più delle volte occupata da persone di alto prestigio, che rende difficile una trasposizione in chiave cinematografica. In tal senso gli americani sono "facilitati".
La commedia interviene sempre in soccorso, in queste occasioni, come nel caso di Bentornato Presidente, ma infine una visione più seria e drammatica del Presidente della Repubblica si ha in La Grazia, scritto e diretto da Paolo Sorrentino e distribuito nei cinema a partire dal dicembre 2025.
Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) sta affrontando gli ultimi sei mesi del suo mandato, assistito dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti) che compie gran parte del lavoro al posto suo.
In questo periodo due scottanti tematiche si presentano alla sua attenzione: la prima, che va avanti da lungo tempo, è l'approvazione di una legge sull'eutanasia, fortemente osteggiata dal Vaticano. La seconda sono due domande di grazia per un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e per una donna che ha ammazzato il proprio compagno che la picchiava di continuo.
Mariano De Santis vorrebbe passare queste problematiche al suo successore, ma lentamente la sua coscienza prende atto di quanto sia importante che prenda una decisione. Una decisione, su questa e altre cose, che ha evitato sin da quando sua moglie è morta quarant'anni fa, lasciandogli il dubbio di un tradimento da lei perpetrato.
Giusto per chiarimento, questo non appare come un film incentrato su un particolare Presidente del passato. I temi affrontati sono spesso stati oggetto di discussione presso Sergio Mattarella, il look di De Santis ricorda Francesco Cossiga e la presenza della figlia al fianco richiama Oscar Luigi Scalfaro. Al tempo stesso, però, il suo vissuto è diverso da qualunque altro.
Quello che è sotto i riflettori, dunque, è un uomo con tutte le sue fragilità. Un uomo che - potremmo dire incidentalmente - si ritrova a ricoprire una importantissima figura istituzionale. Non c'è satira o analisi politica, anche se i temi trattati (l'eutanasia, il femminicidio, la malattia, gli amori tossici) sono anche argomenti politici.
De Santis appare come Bartleby lo Scrivano: non vuole prendere decisioni, che demanda a suoi collaboratori, partecipa a eventi istituzionali perché è ciò che è obbligato a fare ed è nostalgico di un passato che non esiste più.
Il confronto con la figlia, che si oppone al suo immobilismo morale, con le due persone che gli chiedono la grazia e col suo doloroso passato con cui viene infine a patti lo portano infine a cambiare. A divenire, se non una persona migliore, di sicuro differente da prima. Il tutto in un'atmosfera abbastanza surreale - sottolineata da una ben scelta colonna sonora - che richiama precedenti pellicole del regista.
Dopo Il Divo, Sorrentino e Servillo tornano a percorrere i corridoi del potere, anche se in maniera diversa. Lì la figura storica era reale, qui è immaginaria. Eppure i dubbi, quei dubbi che a volte tutti noi affrontiamo, lo rendono più umano. Meno Presidente e più Mariano De Santis.





