mercoledì 25 marzo 2026

Netflix Original 194: Diamanti Grezzi


Adam Sandler è principalmente noto per le commedie da lui interpretate e prodotte. Commedie perlopiù sopra le righe, basate su canovacci consolidati, le quali a volte virano nel grottesco e nel surreale.
Ma Adam Sandler è quello che si dice un attore versatile, tanto che nel suo curriculum non mancano interpretazioni drammatiche. Il primo a intravedere questa sua bravura è stato nientemeno che Paul Thomas Anderson con Ubriaco d'Amore.
Dopodiché, di tanto in tanto, l'attore ha interpretato altre pellicole drammatiche quali Reign Over Me o The Meyerowitz Stories. Quindi non stupisce che, di tanto in tanto, Adam Sandler abbandoni la strada consolidata delle commedie per gettarsi a capofitto in una nuova produzione di stampo drammatico.
Quale è Diamanti Grezzi (Uncut Gems), diretto da Josh Safdie e Benny Safdie, scritto da Josh Safdie, Benny Safdie e Ronald Bronstein e distribuito su Netflix a partire dal 31 gennaio 2020.
Howard Ratner (Adam Sandler) è un gioielliere oberato di debiti, contratti principalmente col cognato Arno (Eric Bogosian), il quale a sua volta ha contatti con gente poco raccomandabile.
Ma Ratner ha un asso nella manica: ha infatti comprato al mercato nero un opale rarissimo che gli può fruttare un milione di dollari. Un opale che cattura l'interesse anche del giocatore di basket Kevin Garnett, il quale lo ritiene un talismano portafortuna che può risollevare la sua carriera.
Dibattendosi tra la famiglia, i criminali, il basket e le case d'asta, Howard Ratner precipita sempre di più in un abisso di fallimenti dal quale appare impossibile risollevarsi.
Abbiamo parlato prima di versatilità e questa pellicola ne è una dimostrazione. Adam Sandler vi interpreta qui un fallito. Ma non quel fallito a cui alla fine va tutto bene e risolve le cose con battutacce e scherzi, tipico delle sue commedie.
No, stavolta il suo personaggio è proprio uno di quelli che non vorremmo incrociare nella nostra vita: arrogante, egoista, fervido scommettitore, oggetto delle ire di tutti i componenti della sua famiglia, detestato dalla compagna che lo abbandona e - come se questo già non bastasse - preda di forti debiti che lo portano a mentire e creare problemi ad altre persone.
Una figura tragica che oltretutto non è in grado di imparare dai propri errori: ogni volta che una situazione sembra sistemarsi, infatti, Howard Ratner ricade in uno dei suoi vizi e la situazione problematica continua a protrarsi. In un circolo che appare infinito, fino ad arrivare al punto di rottura.
Assistiamo dunque a quella che è una vera e propria caduta in un girone infernale, dove Howard Ratner commette i più vari peccati che sembrano destinati a non portarlo alla salvezza, anche se per qualche strano motivo empatizziamo con lui.
Forse perché molti di noi si sono ritrovati in difficoltà una volta o l'altra: chiunque può aver avuto dei debiti o non essere in buoni rapporti con la propria famiglia, e siccome siamo esseri umani ci sarà capitato di commettere errori su errori, in un maldestro tentativo di risolvere la situazione.
Pur essendo Ratner al centro della storia, è circondato da altri personaggi tra lo strano e l'eccentrico, compreso il giocatore NBA Kevin Garnett che interpreta sé stesso e - forse proprio per questo - non sfigura affatto.
Vedremo Adam Sandler in molte altre commedie, ma ogni tanto fa piacere abbandonare la strada che si conosce e imbarcarsi in territori poco esplorati.

martedì 24 marzo 2026

Netflix Original 193: Triple Frontier


American Sniper di Clint Eastwood ha sì descritto quello che - secondo la visione del regista - è un vero eroe americano (dopotutto, Eastwood è un repubblicano convinto e da quanto so aveva anche conosciuto personalmente Chris Kyle, prima che quest'ultimo venisse ucciso). Ma ha anche mostrato un "lato sporco" degli Stati Uniti: quello delle missioni in territorio nemico dove un soldato rischia di perdere la propria anima, uccidere degli innocenti e allontanarsi dalla propria famiglia.
Un tema divenuto sempre più preminente, visti gli sforzi bellici e diplomatici degli anni successivi all'uscita della pellicola, ancor più adesso che sempre di più queste attività di ingaggio vengono appaltate a società esterne, anche per eventi tecnicamente non di natura bellica.
Un tema trattato anche in Triple Frontier, diretto da J. C. Chandor, scritto da J. C. Chandor e Mark Boal e distribuito su Netflix a partire dal 13 marzo 2019.
Santiago Garcia (Oscar Isaac) sta cercando da alcuni anni il potente boss del narcotraffico Gabriel Martin Lorea, apprendendo infine da una informatrice a cui è legato sia dove si nasconde, sia che nella villa dove risiede sono presenti milioni di dollari in contanti.
Intravedendo una grande opportunità e non fidandosi degli agenti latini, Santiago Garcia contatta così altri quattro militari statunitensi mandati in congedo anticipato per varie motivazioni e soggetti a difficoltà economiche: Tom Davis (Ben Affleck), William Miller (Charlie Hunnam), il fratello di lui Ben Miller (Garrett Hedlund) e Francisco Morales (Pedro Pascal).
Vincendo le loro resistenze, Santiago Garcia li convince ad assaltare la fortezza di Lorea in Amazzonia per ucciderlo e prelevare la più alta somma di denaro possibile. Ma quella che poteva essere una missione di riscatto si tramuterà ben presto in un viaggio da incubo.
E grazie a uno dei tanti emuli cinematografici di Pablo Escobar, ci concentriamo invece non su un "eroe americano" come Chris Kyle, bensì su soldati ed ex soldati che sono sempre stati lontano dai riflettori, a seguire fedelmente gli ordini, ma che avverse sventure del destino hanno poi trascinato in disgrazia.
I cinque protagonisti, americani e latinoamericani, affrontano non il declino dello sforzo bellico statunitense, bensì le conseguenze della crisi economica, essendo come molti altri ricoperti di debiti. Quel sogno e quel riconoscimento che si aspettavano per le missioni compiute non sono in realtà mai arrivati.
E quindi questi uomini delusi, di fronte alla visione di più denaro di quanto potranno mai vedere in vita loro, ben presto diventano ciò che hanno combattuto per anni: avidità, egoismo e crudeltà li circondano e li dominano.
Diversamente da Lorea, tuttavia, i cinque soldati conservano ancora quell'empatia che fa capire loro che stanno sbagliando e, tramite un drammatico viaggio di ritorno negli Stati Uniti che sarà foriero di alcune tragedie, capiranno che altri valori sono davvero importanti.
Quello su cui si concentrerà l'attenzione dello spettatore, dunque, saranno le conseguenze di questo viaggio di ritorno e di come ciò cambierà i cinque protagonisti: non è detto che sia necessariamente per il meglio.
Dopotutto, non sono eroi americani, ma nemmeno antieroi. Semplicemente, sono persone comuni che si ritrovano in una situazione più grande di loro e - incapaci di gestirla, in principio - devono sopravvivere ad essa.

lunedì 23 marzo 2026

Netflix Original 192: Brick


Quando il mistero e l'ignoto irrompono nella vita di tutti i giorni, in un gruppo familiare, la cosa rischia di precipitare rapidamente in un terribile incubo. Il giorno prima era come tutti gli altri: l'andare al lavoro, il fare colazione, lo stare insieme alla propria compagna o il proprio compagno e i problemi classici di tutti i giorni. Ma poi tutto questo viene cancellato in un sol colpo e bisogna affrontare delle sfide per cui non si può essere pronti.
Scrittori come Richard Matheson e Thomas Disch sono stati dei maestri nel descrivere questo tipo di storie, di cui anche il cinema ovviamente e giustamente si è appropriato. Come ad esempio in Brick, scritto e diretto da Philip Kock e distribuito su Netflix a partire dal 10 luglio 2025.
Tim (Matthias Schweighöfer) e Olivia (Ruby O. Fee) sono una coppia in forte crisi poiché anni fa lei ha perso una figlia durante il parto e i due non sono mai riusciti a superare questo dolore o a parlarne.
La mancanza di comunicazione diventa infine insopportabile per Olivia, che decide di andarsene. Ma come apre la porta si ritrova davanti un muro di mattoni neri, impossibile da superare o perforare, lo stesso muro di mattoni che è presente in tutte le altre possibili vie d'uscita come le finestre.
Letteralmente prigionieri in casa loro, Tim e Olivia devono in qualche modo venire a capo di questo mistero e potranno contare solo sull'aiuto dei loro vicini di casa... sempre se ci si possa fidare di loro.
Credo che finora non abbiamo ancora trattato il cinema tedesco, che pure ha una tradizione onorata e secolare, sin dai tempi del cinema muto (spero di non dovervi citare i maestri di quell'epoca), e più in generale ha concepito anche buoni e apprezzati prodotti televisivi. Quindi è inevitabile che tale tipo di cinema si proietti anche nello streaming.
E lo fa con un prodotto che non avrebbe sfigurato nella produzione dei due scrittori sopra citati. L'idea di per sé è anche semplice, quello che conta in questo caso è lo sviluppo che si dipana da questa idea. Uno sviluppo che si incentra sulle dinamiche che intercorrono tra i due protagonisti (tra l'altro gli interpreti sono ben noti anche nelle produzioni americane).
La metafora appare ben evidente: negli anni che hanno seguito la tragedia che i due hanno vissuto, costoro hanno eretto un muro invisibile tra di loro, fatto di incomunicabilità e paura di affrontare il dolore della perdita. Quindi potranno uscire dalla situazione in cui sono stati catapultati, abbattendo il muro esterno, solo se prima distruggeranno questo "muro interno" che sussiste tra di loro.
Attorno ai due protagonisti ruoteranno poi altre figure, tramite le quali si parlerà - pur in maniera non troppo approfondita - di disagio giovanile, violazione della privacy e dei pericoli del complottismo.
Questa pellicola, dominata dai dialoghi e talvolta da silenzi che dicono molto più di mille parole, è una delle tante dimostrazioni di come non servano complicati effetti speciali, esplosioni, CGI in abbondanza e altro per costruire una buona storia di fantascienza (beninteso, nulla in contrario se queste cose ci sono, purché siano fatte bene).
A volte bastano semplicemente un muro di mattoni nero computerizzato e buone interazioni tra i personaggi. E il gioco è fatto.

domenica 22 marzo 2026

Italians do it better? 68: Il Ragazzo Invisibile (2014)


In mancanza di supereroi nostrani da poter sviluppare in ambito cinematografico (tanto che le attenzioni sono state dirottate su un personaggio pur molto importante come Diabolik, oppure su Dampyr in ambito Bonelli), il cinema non si è certo arreso, dopo che i film di supereroi sono diventati di moda col Marvel Cinematic Universe, ma lo ha fatto in maniera non ridondante e ripetitiva.
Se le prime e inevitabili pietre di paragone sono Lo Chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out, vi è stata una produzione che ha preceduto entrambi questi progetti. Si tratta de Il Ragazzo Invisibile, diretto da Gabriele Salvatores, scritto da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e distribuito nei cinema nel dicembre 2014.
Michele Silenzi (Ludovico Girardello) sembra un ragazzo e uno studente come tanti altri, ma non lo è. Ritrovato quando era ancora un neonato sulla porta di casa da una donna di nome Giovanna (Valeria Golino), è stato da costei adottato - anche se questa verità non gli è mai stata rivelata - e poi inserito in società.
Ma Michele è un ragazzo speciale e un giorno, guardandosi allo specchio, scopre di essere diventato invisibile. In principio utilizza queste capacità per scopi personali, ma ben presto il ragazzo si ritrova coinvolto in un caso concernente alcune sparizioni di suoi compagni di scuola che fanno capo a un'organizzazione che potrebbe avere a che fare con le sue origini. E rivelargli chi sono i suoi veri genitori.
Questa è quella che si chiama una origin story. Viene presentato l'eroe, e i personaggi di contorno, il quale scopre di avere superpoteri che (così come fece Spider-Man su Amazing Fantasy 15) inizia a utilizzare dapprima per scopi egoistici, salvo poi scoprire che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità".
Il modello di riferimento non è comunque solo Spider-Man, ma in generale tutti quei supereroi adolescenti che non hanno ancora trovato una propria identità personale e la cui scoperta dei superpoteri li aiuta a capire chi possono diventare.
Quindi siamo un po' lontani dalle atmosfere de Lo Chiamavano Jeeg Robot, che sarebbe peraltro uscito l'anno successivo, ed è meglio così. Il pubblico di riferimento è quello più giovane, ma anche quello maturo può trovare un interesse a guardare la pellicola.
Oltre alla scoperta della vera identità per Michele Lorenzi, il film tenta di ritrarre quello che è il disagio giovanile odierno, o meglio di poco più di dieci anni fa, e di come la caduta del blocco sovietico e il disastro di Chernobyl abbiano profondamente cambiato quella nazione, trascinandola nella corruzione e nella depravazione.
Il tutto fatto ovviamente in maniera cinematografica: in questa finzione un simil-Chernobyl è stato il cosiddetto Evento Bianco che ha dato ad alcune persone dei poteri che hanno poi trasmesso ai loro figli.
La pellicola si chiude con alcune rivelazioni e dei punti in sospeso che non vengono volutamente approfonditi, poiché è evidente che - come nelle migliori saghe di supereroi - vi sarà un seguito che andrà a dare un chiarimento alle domande rimaste senza risposta.

sabato 21 marzo 2026

Italians do it better? 67: La Ragazza nella Nebbia (2017)


Decenni fa, il genere giallo/thriller era uno di quelli su cui il cinema italiano prosperava, con decine di produzioni all'attivo. Pur essendovi stati film pregressi, sono stati due grandi maestri come Mario Bava e Dario Argento a rinnovare questo genere e renderlo popolare in Italia.
Dopodiché, soprattutto negli anni '70 del ventesimo secolo, esso è stato davvero onnipresente, con epigoni vari dei due registi, oppure produzioni davvero ben fatte quali quelle di Lucio Fulci o Umberto Lenzi (solo per citarne un paio, l'elenco dovrebbe essere più lungo).
Nei due decenni successivi, però, questo genere è divenuto in maniera progressiva sempre meno trattato, fino a scomparire quasi del tutto, con solo un film ogni tanto che usciva nelle sale. Uno dei tanti generi surclassato dalle commedie. Mentre, al contempo, la letteratura gialla nel nostro paese vedeva un emergere di grandi scrittori e opere, quali Andrea Camilleri, Renato Olivieri e decine di altri autori.
Uno di questi è Donato Carrisi, il quale ha poi iniziato a curare degli adattamenti cinematografici delle proprie opere. Il primo è La Ragazza nella Nebbia, scritto e diretto da Donato Carrisi e distribuito nei cinema nell'ottobre 2017.
In un piccolo paese dell'Alto Adige, durante il periodo natalizio una ragazza di nome Anna Lou Kastner - appartenente a una famiglia che frequenta un'organizzazione religiosa radicale - scompare letteralmente nel nulla. Delle indagini viene incaricato l'ispettore Vogel (Toni Servillo), che deve riscattare la sua credibilità dopo che ha fatto condannare un uomo innocente ritenendolo un attentatore dinamitardo.
Da alcuni elementi e intuizioni, Vogel capisce ben presto che la ragazza è stata con ogni probabilità uccisa, ma non trova alcuna prova significativa al riguardo. Fino a quando una giornalista lo indirizza da uno studente che aveva una cotta per Anna Lou e la riprendeva frequentemente. E in queste riprese c'è un elemento ricorrente.
Vogel arriva così a identificare il sospettato principale. Ed è proprio in quel momento che il vero incubo ha inizio.
Bisogna innanzitutto evidenziare l'ambientazione che si è scelta per questa storia. Non una grande metropoli con il proprio caos e i propri problemi, ma nemmeno la classica cittadina di provincia (così amata dai nostri media quando altre notizie scarseggiano), bensì qualcosa di poco sfruttato: una comunità montana con poche centinaia di abitanti. Dove l'angoscia e la solitudine la fanno da padroni, mentre una nebbia fitta cala durante la notte e impedisce di vedere il male che entra in azione.
Vi è poi il protagonista, l'ispettore Vogel: non il classico detective integerrimo descritto nei libri. Una persona determinata, sì, ma anche fallibile, e che non si fa scrupolo a gettare una persona in pasto ai media nella speranza che commetta un errore. Una personalità sfaccettata e complicata, ben resa da Toni Servillo in tutte le sue ambiguità.
La storia segue due linee temporali: la prima coinvolge Vogel e le sue indagini, la seconda riguarda le azioni del sospettato principale. Due linee che vanno poi a convergere e a formare un confronto tra Vogel e il sospettato, un confronto simile a Insomnia di Christopher Nolan (che qualche punto di contatto con questa pellicola ce l'ha). Un confronto tra due persone guidate dall'egoismo e dall'ambizione.
Con una risoluzione che non sarebbe dispiaciuta ad Agatha Christie e un'apparente discesa nel grottesco e nel macabro nell'ultima parte, il film ritrae un mondo decaduto e corrotto, dove le persone hanno perso del tutto l'empatia. I poliziotti, gli abitanti del posto, i giornalisti: ognuno procede dritto per la propria strada, senza curarsi delle possibili conseguenze. E alla fine le vere vittime, la ragazza e i suoi genitori, sembrano per loro qualcosa di accessorio.
Curiosi e apprezzati, infine, due cameo di attori non italiani, Greta Scacchi e Jean Reno, molto bravi pur nei pochi minuti in cui compaiono.
Forse il genere giallo/thriller non è più preminente come un tempo nel cinema italiano, ma fa piacere vedere ogni tanto produzioni del genere, che ci ricordano la capacità del nostro cinema di saper spaziare in altri campi. E farlo con maestria.

venerdì 20 marzo 2026

Libri a caso: Il Ritratto di Elsa Greer


Grazie alle sue celluline grigie e alla sua straordinaria abilità nel comprendere la psicologia dei personaggi, vi sono pochi casi che Hercule Poirot, il detective ideato da Agatha Christie, non può risolvere.
Abbiamo anche visto come anche il passare del tempo non influisca su questo, come testimoniato da Due Mesi Dopo. Ma se il periodo temporale fosse più ampio, se si parlasse di anni, addirittura di oltre un decennio?
Be', il risultato sarebbe lo stesso, come dimostra Il Ritratto di Elsa Greer (Five Little Pigs), pubblicato nel 1942.
Sedici anni fa, Carolina Crale è stata condannata per aver avvelenato e ucciso il marito, il pittore Amyas Crale, il quale aveva una tresca dichiarata con una giovane ragazza di nome Elsa Greer, di cui stava realizzando un dipinto.
Al processo, con tante prove e testimonianze contro di lei secondo cui ha agito per gelosia e vendetta, la donna non ha provato minimamente a difendersi o a controbattere, venendo infine condannata e morendo in prigione un anno dopo.
Sedici anni dopo, la figlia Mary Lemarchant si presenta al cospetto di Hercule Poirot: ha appena ricevuto una lettera, scritta poco prima che morisse, in cui Carolina Crale le dichiara di essere innocente e desidera che il detective indaghi su questa vicenda e scopra la verità.
L'investigatore belga accetta l'incarico: ma dopo che è passato così tanto tempo sarà possibile scoprire davvero quest'altra verità? E forse Carolina Crale è sempre stata colpevole?
Il romanzo - il cui titolo originale si basa su una celebre nenia infantile inglese del passato - ha una struttura molto univoca e continua. Siccome ormai gli eventi che hanno causato il delitto di Amyas Crale sono avvenuti molto tempo prima e non li si può descrivere mentre il protagonista vi indaga, Hercule Poirot interroga tutte le persone ancora in vita che sono rimaste coinvolte da questo caso (amici e parenti dell'artista o di Carolina Crale - che scopriremo essere i cinque piccoli porcellini del titolo - ed esponenti degli organi giudiziari).
Ne consegue una lunga serie di dialoghi, di botta e risposta tra l'investigatore e il diretto interessato o la diretta interessata, in cui i fatti vengono esposti secondo il punto di vista dello specifico interlocutore. Un botta e risposta che dura ogni volta svariate pagine e contribuisce a fare luce sulla vicenda agli occhi del lettore.
L'abilità della scrittrice si nota nel non far mai calare l'attenzione lungo la via, pur ripetendo questa struttura più volte, senza ricorrere a improvvisi colpi di scena (se non nel finale, ovviamente) o "effettacci speciali" come intervallare il tutto con scene d'azione, che sarebbero apparse fuori contesto in questo caso.
Ma già che c'è Agatha Christie ne approfitta per inserirvi alcuni elementi di proto-femminismo, che però vedono sempre come realizzazione personale e finale il matrimonio.
Qualcosa oggi di difficilmente riproponibile e che risulta strano veder funzionare a distanza di decenni dalla pubblicazione del romanzo. L'azione e lo sviluppo della trama passano unicamente attraverso i dialoghi dei protagonisti, che lentamente costruiscono un mondo inedito agli occhi del lettore.
Un mondo di cui infine Poirot riesce a trovare il bandolo della matassa, riportando come è giusto che sia le cose al loro giusto posto e ristabilendo la verità. Non importa che passino poche ore, due mesi o sedici anni: le celluline grigie non deludono mai.