sabato 7 marzo 2026

Italians do it better? 63: La Città Proibita (2025)


Il cinema di arti marziali. Un genere rimasto una prerogativa perlopiù dei paesi orientali e che tra gli anni '70 e '80 del ventesimo secolo ha vissuto un grande momento di gloria grazie a celebri nomi quali Bruce Lee e Jackie Chan. Anche gli Stati Uniti, chiaramente, non si sono lasciati sfuggire l'occasione di capitalizzare su questo tipo di produzione, adattandola alla propria sensibilità.
Il cinema di arti marziali è uno dei pochi generi, tuttavia, che il cinema italiano non abbia a un certo punto fatto proprio e reinventato, come accaduto per il western o il thriller, ad esempio. Con poco timore di smentita, di certo per via delle troppe differenze culturali che sussistevano e sussistono tra i due mondi (si fa fatica a comprendere la società orientale ancora oggi, figuriamoci decenni fa).
Ma esiste almeno un'eccezione ed è La Città Proibita, diretto da Gabriele Mainetti, scritto da Gabriele Mainetti, Stefano Bises e Davide Serino e distribuito nei cinema nel marzo 2025.
La giovane Mei (Yaxi Liu), educata fin da bambina alle arti marziali, giunge a Roma per ritrovare la sorella scomparsa Yun. Le tracce portano a un ristorante cinese, copertura per varie attività criminali, gestito dal sinistro Wang (Chunyu Shanshan).
Costui è in lotta per il possesso del territorio e lo spaccio di droga con un esponente della criminalità romana, Annibale (Marco Giallini), il quale frequenta un ristorante romano gestito dal giovane Marcello (Enrico Borello), costretto a farlo per aiutare la madre in un momento di difficoltà, dal momento che il marito Alfredo (Luca Zingaretti) è scomparso nel nulla.
Mei e Marcello scopriranno che Yun e Alfredo avevano una relazione e il mistero legato alla loro scomparsa darà vita a una tremenda guerra tra bande nel cuore di Roma, segnando per sempre le vite dei due giovani.
Abbiamo accennato che decenni fa vi erano distanze culturali, oltre che di chilometri, tra la società italiana e quella orientale. Anche se vi erano già dei punti di contatto, e non parliamo solo dei ristoranti, seppur visti in maniera stereotipata (si pensi a una celebre scena del primo Fantozzi).
Ma questo era appunto decenni fa. Oggi siamo profondamente immersi nella cultura orientale da ogni punto di vista artistico (cinema, fumetti, libri) e quelle distanze si sono accorciate, per non dire del tutto annullate. Uno dei pregi o dei difetti a seconda dei punti di vista della globalizzazione e del progredire della tecnologia.
Tanto che vedere un vero e proprio film incentrato sulle arti marziali nel cuore di Roma non ci appare per nulla strano, anzi, è del tutto plausibile nel contesto attuale dove la cultura orientale è presente anche nelle piccole città, perché non è tutto limitato solo ai ristoranti etnici o ai mercatoni.
Il film opera una magnifica commistione dei due tipi di cinema, quello giapponese che si concentra su valori come il rispetto, l'onore e la vendetta per i torti subiti e quello italiano basato - tra le altre cose - sulle dinamiche familiari e le tragedie associate. Sono due mondi che si incontrano e si fondono, dando vita a un mix che, ripetiamo, di certo unico non è, ma è altrettanto di certo particolare e ben delineato.
E prima che si parli di inclusione eccessiva e politicamente corretto, le donne le davano di santa ragione agli uomini anche nei film che vedevano protagonisti Bruce Lee e Jackie Chan: come direbbero loro, non si tratta solo di una questione di forza, ma di uso di tecnica e abilità. Tanto che la parte "giapponese" a mio avviso risulta più interessante di quella italiana, basata su dinamiche che ben conosciamo ma non per questo da ritenere noiosa.
Un esperimento dunque, per quanto mi riguarda, ben riuscito. E sarebbe interessante vedere qualcosa di analogo nel prossimo futuro.

venerdì 6 marzo 2026

Libri a caso: Nessuna Verità


A seguito degli attentati avvenuti l'undici settembre 2001, gli Stati Uniti - per ammissione stessa anche di alcuni esponenti degli organi governativi - sono entrati in guerra.
Ma diversamente dal passato, il nemico stavolta non era da affrontare apertamente, quel nemico del passato che preferiva risolvere le proprie divergenze sul campo di battaglia. No, il nemico affrontato dopo quegli attentati era talvolta "invisibile", sfruttava le nuove tecnologie e utilizzava la religione come pretesto. Cosicché, aldilà dell'eccessiva reazione che è stata esercitata, per i servizi segreti degli Stati Uniti uno dei compiti più difficili era intuire dove avrebbe agito questo nemico.
Un romanzo che offre un buon "quadro d'insieme" di quelle che erano le reazioni dell'epoca (venti anni fa che paiono quasi un secolo) è Nessuna Verità (Body of Lies), scritto da David Ignatius e pubblicato nel 2007. Da quest'opera è anche stato tratto un omonimo film diretto da Ridley Scott.
Alcuni anni dopo gli attentati dell'undici settembre, Al Qaeda decide di alzare ulteriormente il livello di tensione e si rende responsabile di alcuni attentati operati con delle autobombe in varie città d'Europa, pianificando di fare la stessa cosa prima o poi negli Stati Uniti.
Dietro questa nuova strategia vi è un uomo soprannominato Suleiman. Invisibile e che lascia dietro di sé pochissime tracce che rendono impossibile capire cosa voglia fare e dove si trovi.
L'agente Roger Ferris della CIA viene incaricato dal suo superiore, Ed Hoffman, di indagare in merito. Ferris, rimasto ferito a una gamba in un agguato operato da agenti di Suleiman, si reca così in Giordania, dove inizia a trattare con Hani Salaam, enigmatico responsabile dei servizi segreti locali.
Non riuscendo a trovare nessun appiglio verso l'organizzazione di Suleiman, Roger Ferris suggerisce una strategia adottata dall'esercito inglese durante la Seconda Guerra Mondiale: utilizzando un cadavere, far credere che la CIA si sia già infiltrata nell'organizzazione, costringendo così Suleiman a uscire allo scoperto.
Il piano non sarà privo di pericoli.
Questo è sì un romanzo, i cui presupposti affondano in eventi davvero accaduti, ma al tempo stesso è anche una sorta di trattato giornalistico. La cosa non è casuale, in quanto l'autore è un reporter del Washington Post che per anni ha indagato sul Medio Oriente, sulle organizzazioni terroristiche e sulle strategie della CIA, che qui sono ritratte in maniera molto dettagliata.
Tuttavia, pur cercando di evitare certi tecnicismi, anche se alla fine qualcosa è inevitabile, non ci si è scordati della trama lungo la via, che si evolve in maniera naturale, dai primi attentati fino al climax finale in un continuo crescendo.
Il mondo e i personaggi qui ritratti sono quelli di persone che sono in guerra, ma con un insolito campo di battaglia: i grandi deserti e le distese della Giordania e del Libano, territori così vasti dove ci si può perdere e l'atmosfera è molto diversa da quella del mondo occidentale. Dove dunque non ci si affronta faccia a faccia, ma nascondendosi dietro le ombre oppure utilizzando la tecnologia per andare a stanare il proprio avversario.
Alcune persone sembrano annullare del tutto la propria umanità per affrontare questo conflitto, mentre altre vi si aggrappano ancora fin quando è possibile. In questo mondo c'è poco o nessuno spazio per l'amore, eppure esso viene sempre perseguito. Forse perché non vi si può rinunciare.
Non è necessariamente un romanzo patriottico, poiché se è pure chiaro chi siano i "cattivi" della situazione, chi li affronta è decisamente pronto a sporcarsi le mani, a perdere del tutto la propria empatia, pur di conseguire un'apparente vittoria. Perché è questo che la guerra provoca: il nero e il bianco vengono annullati.
E giungono tante zone di grigio che riesce difficile giudicare. Poiché alla fine non esistono tante verità o una sola verità. Quando tutto questo viene annullato, non c'è nessuna verità.

giovedì 5 marzo 2026

Libri a caso: La Macchina del Tempo


Il concetto del viaggio nel tempo è uno dei più cari alla letteratura fantastica e, ovviamente, anche al cinema. Le possibilità, infatti, che offre questo topos narrativo sono innumerevoli nelle mani di un abile scrittore.
E se oggi romanzi e film sui viaggi nel tempo sono ormai prodotti in quantità incalcolabile, c'è stato anche un momento in cui questo argomento era ancora acerbo da un punto di vista narrativo, ma pur sempre affidato a grandi autori.
E questo ci porta dunque a un caposaldo della letteratura fantascientifica: La Macchina del Tempo (The Time Machine), scritto da H.G. Wells e pubblicato nel 1895.
Un gruppo di persone ama radunarsi ogni tanto per dissertare di vari argomenti. Tra questi il più eccentrico è di sicuro colui che è noto solo come il Viaggiatore del Tempo, il quale afferma che sta cercando di costruire un dispositivo in grado di imbrigliare e controllare le energie temporali.
Qualche tempo dopo, il Viaggiatore dichiara di essere riuscito in questa impresa e di essere appena tornato da un viaggio nel futuro prossimo. L'uomo racconta così al suo confuso e incredulo auditorio la storia di come lui si sia proiettato nel lontanissimo futuro, nell'anno 802.701.
Qui ha fatto la conoscenza delle evoluzioni future dell'umanità: i piccoli e pacifici Eloi e gli spietati Morlock, in lotta tra loro. Il Viaggiatore rimane così coinvolto in questo conflitto, che lo metterà a confronto anche con le sue paure e le sue speranze nei confronti dell'umanità e delle sue potenzialità.
Quando si utilizza lo stratagemma del viaggio nel tempo, lo si può utilizzare anche per analizzare l'epoca presente in cui l'autore vive. Ebbene, appare confortante sapere che tale approccio è stato utilizzato sin dal principio.
Quello che ci troviamo di fronte in questo caso, infatti, è un vero e proprio trattato sociologico. Utilizzando lo stratagemma del Viaggiatore perduto nel lontano futuro, Wells dirotta in realtà l'argomento verso un'analisi lunga e puntuale della società del suo tempo che viene filtrata dalle riflessioni del protagonista. La società inglese, a quel tempo preda di una forte industrializzazione.
Gli Eloi diventano così una metafora di coloro che vivono e hanno vissuto nel lusso e negli agi, spesso sfruttando altre persone per ottenere tali ricchezze, mentre i Morlock sono la classe operaia, quella sfruttata e costretta a vivere nell'oscurità, che cede infine ai propri istinti bestiali.
Wells afferma che quelle che sono le distanze tra queste due classi sociali si stanno fortemente acuendo a causa dei grandi cambiamenti in atto nel mondo e ben presto potrebbero diventare incolmabili, se non si interviene in qualche modo.
Chi legge questo libro, dunque, credendo che sia principalmente un romanzo d'avventura e pieno di scene d'azione potrebbe rimanerne deluso, in quanto alla fine non è altro che un'analisi precisa e puntuale, da parte dell'autore, di un presente che rischia di divenire prima o poi un paesaggio vuoto e arido. Vi sono tuttavia degli elementi di azione che hanno permesso al cinema di fare propria anche quest'opera, grazie a un paio di ben riusciti adattamenti.
In conclusione, La Macchina del Tempo è un'opera sì seminale per quanto riguarda il tema trattato, ma al tempo stesso è anche un'opera fortemente radicata nel periodo storico in cui è stata scritta. Dunque si può dire oggi sia superata e sia invecchiata?
Si potrebbe pensare così, eppure le distanze tra classi agiate e classi meno abbienti diventano sempre più ampie, mentre il progresso tecnologico avanza di gran carriera e sembra non doversi più fermare. Forse non rimane che attendere l'anno 802.701.

mercoledì 4 marzo 2026

Libri a caso: Sherlock Holmes e i Diavoli Marini del Sussex


La commistione tra giallo e horror, tra il mondo razionale di Sherlock Holmes e quello sovrannaturale concepito da H.P. Lovecraft, giunge alla sua apparente conclusione.
Il tutto è iniziato con Sherlock Holmes e le Ombre di Shadwell, dove il cosiddetto Canone è stato reinterpretato e ribaltato a 360 gradi per proiettare il famoso investigatore inglese e il fido Watson in atmosfere che tecnicamente non competono loro.
La saga è poi proseguita con Sherlock Holmes e gli Orrori del Miskatonic, dove abbiamo visto il protagonista più a suo agio in queste inconsuete atmosfere.
E dunque ecco arrivare il capitolo finale, Sherlock Holmes e i Diavoli Marini del Sussex, scritto da James Lovegrove e pubblicato nel 2018.
Ci troviamo nel 1910: Sherlock Holmes si è ormai ritirato da Londra per rifugiarsi nelle campagne del Sussex e dedicarsi all'apicoltura e ha abbandonato gran parte delle proprie attività investigative.
Ogni tanto John Watson - che ha pubblicato negli anni passati versione edulcorate delle loro avventure sovrannaturali - si reca a trovarlo e, durante una di queste visite, viene rapito dai componenti di una setta di adoratori dei Grandi Antichi, al servizio del rinato Moriarty, che si fa ora chiamare R'lluhloig.
Questo è solo l'inizio di una lunga e tragica avventura, durante la quale Sherlock Holmes subirà una grave perdita, sarà spinto al limite e avrà infine un confronto definitivo col suo acerrimo nemico nella misteriosa città di R'lyeh, dove Cthulhu è in attesa e potrebbe risvegliarsi, con conseguenze catastrofiche per l'umanità.
La reinterpretazione in chiave orrorifica del Canone di Sherlock Holmes giunge alla sua deflagrante conclusione e anche stavolta l'autore si ispira a un periodo narrativo già ben definito da Arthur Conan Doyle, quello in cui l'investigatore abbandonò Londra per ritirarsi a vita privata, anche se poi lavorò per qualche tempo come spia al servizio del governo britannico.
In quest'opera sono presenti tre conflitti, due di natura fisica e il terzo di natura spirituale. Il primo è rappresentato da quell'aura di instabilità politica dell'epoca, che avrebbe portato alla Grande Guerra, a cui come detto anche Sherlock Holmes avrebbe contribuito. Qui se ne vedono i prodromi, contestualizzati ovviamente nel contesto di questo ibrido narrativo.
Il secondo conflitto è quello tra Holmes e Moriarty, i quali entrambi hanno ormai trasceso la loro natura umana per divenire qualcosa di diverso, di superiore. Eppure, quel rimasuglio di umanità rimane in entrambi e sarà proprio questo aspetto a determinare il risultato finale del loro scontro.
Infine, vi è il conflitto spirituale, onirico si potrebbe dire: quello che vede coinvolto Moriarty nella sua nuova identità di R'lluhloig a confronto coi Grandi Antichi e in special modo Cthulhu. L'autore concentra tutti i miti ideati da Lovecraft in un ultimo, deflagrante capitolo, per chiudere al meglio questa intricata vicenda che si è dipanata per 30 anni.
Si parte dalle note e sicure coste londinesi per giungere infine a territori ignoti e inesplorati, dove sono l'orrore e l'angoscia a farla da padroni. Due mondi diversissimi tra loro, eppure legati da fili sottili, quei fili misteriosi che talvolta anche noi possiamo vedere.
In questo scenario che muta in maniera costante, pochi elementi rimangono invariati e tra questi vi è l'amicizia tra Sherlock Holmes e John Watson. Anch'essa è durata trent'anni e ora viene messa alla prova da forze sconosciute. Ma dove l'orrore può trionfare, l'umanità trova sempre il modo di emergere, anche nei modi più inaspettati. E nei luoghi più inattesi.

martedì 3 marzo 2026

Libri a caso: Due Mesi Dopo


In quella che è la classica struttura di un romanzo giallo dell'epoca d'oro, abbiamo di solito un drammatico delitto, un investigatore e una serie di sospetti su cui ricade il fatto criminoso. E, in questa struttura classica, l'investigatore viene subito chiamato a indagare in merito a questo evento delittuoso e può analizzare di prima mano le testimonianze dei sospettati.
Ma cosa accade quando ciò non si verifica? Quando si verifica un ritardo imprevisto che può compromettere il tutto? Ce ne dà un'idea Agatha Christie in Due Mesi Dopo (Dumb Witness), pubblicato nel 1937.
Quando muore l'anziana ereditiera Emily Arundell, nessuno se ne stupisce. Dopotutto, lei stessa era malata da tempo e ormai viveva da sola in una grande casa dove erano presenti solo i domestici e dove ogni tanto invitava i parenti più stretti, di solito per tormentarli con la sua arroganza.
Chi avesse voluto pensare male a causa di questo, però, sarebbe rimasto deluso alla lettura del testamento, dove nessun erede è stato preferito all'altro. Insomma, la scomparsa della donna appare a tutti gli effetti come una morte naturale.
Eppure... eppure due mesi dopo la morte della donna, Hercule Poirot e il Capitano Arthur Hastings ricevono una lettera dalla defunta Emily Arundell. Una lettera scritta in realtà due mesi prima, ma che per qualche misterioso motivo è giunta solo ora.
In questa lettera, alquanto confusionaria in più punti, Emily Arundell esprime dubbi sul fatto che qualcuno a lei vicino voglia ucciderla e così Hercule Poirot inizia ad indagare. Anche se la realtà che si presenta ai suoi occhi è quella che vede Emily Arundell nulla più come vittima di un evento naturale. Ma non è detto che gli esseri umani non possano influenzare tali eventi.
Agatha Christie continua ad utilizzare elementi narrativi a lei molto cari, da un lato per averli vissuti, dall'altro per il suo piacere crudele di sconvolgerli. Torna dunque la tenuta di campagna dove vive un'aristocratica (di solito è una famiglia, in questo caso è una donna anziana sola) e dove - improvviso e inaspettato - giunge l'evento delittuoso.
La scrittrice in questo caso, però, sconvolge un po' le carte in tavola, facendo scoprire il delitto a Poirot solo a fatto ampiamente compiuto. Cosa che le permette nei primi capitoli di costruire l'atmosfera e delineare i personaggi, in quanto l'investigatore entra in scena solo in un secondo momento. Ma questo non si rivela certo un problema per Hercule Poirot e le sue cellule grigie.
Poiché come ama lui stesso sottolineare, non si affida a indizi generati da mozziconi di sigarette o impronte lasciate in giardino, bensì esamina la psicologia sia della vittima che dei personaggi coinvolti nel delitto, per giungere infine alla risoluzione del mistero.
E tra questi protagonisti che contornano la vicenda, colui che in maniera indiretta si rivelerà il più decisivo è il cane di Emily Arundell, Bob, lo sciocco testimone del titolo. Si sa che il cane è il miglior amico dell'uomo e in questo caso diverrà il più grande confidente sia di Poirot che del Capitan Hastings.
Ma non dubitate, non sarà semplicemente la presenza di un cane sul delitto l'elemento determinante per la risoluzione del caso: per questo, sia subito che due mesi dopo, si potrà sempre contare su Hercule Poirot e il suo incredibile e unico intuito.

lunedì 2 marzo 2026

Libri a caso: Il Grande Dio Pan


La rivoluzione industriale, che è durata svariati decenni, ha profondamente cambiato la società del passato, con i suoi reverberi che si sono propagati ancora per molti anni a venire.
Se prima le classi ricche ed agiate, in contrasto con quelle povere, parevano vivere su due mondi differenti, su due piani diversi dell'esistenza si potrebbe dire, questo processo ha eroso un po' quei metaforici confini, avvicinando queste due classi sociali e scoperchiando una serie di verità di cui molti avrebbero fatto a meno.
Ma la rivoluzione industriale ha anche scoperchiato, o generato, orrori che nessuno avrebbe mai immaginato. In un mondo già proiettato fortemente verso il futuro, il passato sembrava qualcosa da dimenticare... ma non è stato un processo così semplice.
E uno di questi metaforici orrori compare in Il Grande Dio Pan (The Great God Pan), scritto da Arthur Machen e pubblicato nel 1894.
Due scienziati, il dottor Raymond e Clarke Herbert, effettuano un esperimento su una giovane ragazza, Mary, figlia adottiva di Raymond, perché entri in contatto con un differente piano dell'esistenza. L'esperimento riesce, ma lascia la ragazza infine catatonica.
Alcuni anni dopo, una serie di misteriosi eventi e strani suicidi colpisce una Londra già vessata dai delitti di Jack lo Squartatore. La polizia brancola nel buio, eppure la verità sembra debba incentrarsi su una misteriosa donna di nome Helen, capace di portare gli uomini alla follia e il cui sguardo sprofonda in un infinito abisso.
Questa breve opera parte in una zona di campagna: solitaria, dominata dalla natura e in cui l'uomo sembra non debba aver parte. Salvo poi spostarsi in quella che era già all'epoca la grande metropoli di Londra, i cui effetti della rivoluzione industriale hanno ormai colpito tutte le classi sociali.
In questo che sembra già di per sé uno scenario da incubo, giunge un vero e proprio incubo. Che non si può né vedere né toccare né sentire, cosa che lo rende ancora più spaventoso.
La reincarnazione del Dio Pan che compare in questo breve romanzo giunge, come un diavolo tentatore e crudele, a punire quelle persone dell'alta società che "pasteggiano" alle spalle della gente meno abbiente, la quale vive nei vicoli oscuri e malfamati e dove l'oscurità può avvolgerti in una frazione di secondo.
Pan rappresenta dunque l'incarnazione degli incubi più terribili dell'umanità che sta per affacciarsi a un nuovo secolo, un secolo che sarà dominato dalla tecnologia e che genererà altri tremendi incubi di cui l'autore non poteva essere del tutto consapevole.
Eppure, nella sua descrizione di una Londra decadente della fine dell'era vittoriana dove non pare esserci spazio per la speranza, Arthur Machen ha messo in guardia dai pericoli che la società industriale stava già generando. Quei misteri e orrori del passato non possono essere cancellati in maniera così semplice, con una costante corsa al progresso.
Alla fine l'umanità dovrà sempre fare i conti coi propri misteri, con le proprie perversioni e la propria oscurità.