martedì 30 giugno 2026

Netflix Original 205: The Kissing Booth 2


Metaforici tuoni e fulmini sono capitati ai protagonisti del primo capitolo di The Kissing Booth, con lei in shorts per tutto il tempo e con Oh My God pronunciato quelle cento, duecento volte.
Tra drammi di amicizia e amori im... no, possibili, i tre personaggi principali venivano lasciati alla fine in una sorta di limbo narrativo, in attesa di loro nuove scelte e svolte (im)previste.
Scelte che giungono col secondo capitolo, sempre con shorts e Oh My God al seguito, The Kissing Booth 2, scritto e diretto da Vince Marcello e distribuito su Netflix a partire dal 24 luglio 2020.
Inizia l'ultimo anno di scuola superiore per Elle Evans (Joey King) e Lee Flynn (Joel Courtney), amici letteralmente sin dall'infanzia. Dopo un iniziale screzio, Lee ha accettato la relazione tra lei e suo fratello Noah Flynn (Jacob Elordi), che però alla fine si è dovuto trasferire a Boston per proseguire i propri studi.
Mentre Elle e Lee progettano di rimettere in piedi uno stand dei baci per festeggiare la fine della scuola e raccogliere fondi per beneficenza, la ragazza deve anche decidere a quale università iscriversi. L'amicizia suggerisce Berkeley, ma Noah le propone Harvard, per stare più vicini.
Una scelta non facile da prendere e in cui si inserisce anche Marco Valentin Peña (Taylor Zakhar Perez), un affascinante studente che inizia a frequentare Elle.
Drammi su drammi in questo secondo capitolo. Nel primo discutevano solo i tre protagonisti, mentre in questo caso - giusto per alzare un po' il tiro e catturare l'interesse - chiunque vive una situazione di crisi, in un momento o in un altro. A tal proposito, non dimenticate mai gli orecchini in giro e assicuratevi che nessuno faccia le pulizie per settimane.
La drammatizzazione prende spunto da una scelta molto importante per i ragazzi statunitensi, anche se ovviamente spesso esasperata qui e altrove per motivi narrativi: la scelta dell'università da frequentare. Dove i ragazzi vivranno stabilmente, lontano dalla famiglia, e matureranno come persone. A mio avviso solo Edgar Wright negli ultimi tempi ci ha giocato in maniera mirabile con questa tematica.
Per mescolare in maniera ulteriore le carte, si inserisce qualche personaggio nuovo e si mette un po' di inclusività. Con qualche controindicazione: il nuovo interesse amoroso di Elle, non per colpa dell'attore, temo, si rivela un morto di fi... a livello olimpionico.
Recitazione molto di maniera (perché voglio essere buono). Solo Joey King - che dopo molta gavetta e produzioni horror - svetta, anche se esaspera la goffaggine e la solarità del suo personaggio. E con questa saga ha preso il trampolino per partecipare a produzioni più di rilievo come Zeroville e Bullet Train
Ma in realtà è un po' tutto esasperato, persino i bloopers finali, e il ritorno a una situazione più serena risulta molto improvviso. E qualche punto in sospeso rimane inevitabilmente alla fine, pronto a essere sviluppato in un capitolo conclusivo.

lunedì 29 giugno 2026

Fabolous Stack of Comics: Daytripper


Quanto vale davvero la vita di una persona? Ma è davvero possibile che le esistenze degli esseri umani siano tutte ugualmente importanti? Domande che ci si pone probabilmente sin dall'alba dei tempi.
Il protagonista di Delitto e Castigo, ad esempio, affermava che i grandi uomini della storia erano legittimati a compiere degli atti illeciti per pavimentare la loro strada verso il potere.
Forse non esistono risposte univoche a questi dilemmi, ma possiamo valutarne delle conseguenze in Daytripper, miniserie di dieci numeri pubblicata da DC Comics nel 2010, scritta e disegnata da Fábio Moon e Gabriel Bá.
Brás de Oliva Domingos è un aspirante scrittore, figlio di un importante autore brasiliano, che nonostante tutti gli sforzi e la sua abilità è ridotto a scrivere in anticipo dei necrologi di gente famosa per un quotidiano.
Una carriera stroncata sul nascere a trentadue anni, quando Bras viene ucciso durante una rapina finita male. Oppure no e Bras muore da anziano, essendo riuscito a realizzare i suoi sogni e pubblicare dei romanzi. Oppure no e Bras muore quando è ancora giovane, prima di maturare come essere umano.
Una miriade di possibilità che convergono infine nell'unico scenario possibile.
Può risultare straniante in principio, eppure questa miniserie esplora diversi aspetti della vita di Brás de Oliva Domingos, da quando è un bambino sino all'età anziana. Ogni scelta di vita che lui compie (un amore, una separazione, l'allontanamento di un amico, un'opportunità lavorativa) ha effetti sulla sua esistenza. E può finire in bene o in male.
E siccome questa esistenza può terminare anche in maniera improvvisa (per un incidente domestico, un atto criminoso o una sventura del destino), Bras attinge a ogni possibilità che la vita gli offre, per poterla vivere al meglio.
Ma quindi esiste un'unica linea temporale per Brás de Oliva Domingos? Certo e questo viene rivelato alla fine. Gli altri capitoli rappresentano dei "what if...", se così li possiamo definire. Svolte drammatiche che capitano quando qualcuno rinuncia alle opportunità che l'esistenza gli offre. Tanto che, anche se la storia passa attraverso diverse età andando avanti e indietro nel tempo, il personaggio diventa consapevole di questo sempre di più con ogni capitolo.
Perché questa non è una storia sulla morte, ma una storia sulla vita e le sue possibilità, che possono essere molteplici per qualunque essere umano. Il tutto nell'affascinante - e quasi inedita, per quella che è la storia del fumetto - cornice brasiliana, che dà ulteriore colore alle vicende.
Quello che il destino dà, il destino può togliere. Ma non è detto che non si possa fare qualcosa al riguardo.

domenica 28 giugno 2026

Italians do it better? 76: La Vita Va Così (2025)


"Un tempo qui era tutta campagna", afferma un celebre detto popolare. Di fronte all'incredibile processo di urbanizzazione a cui si è assistito negli ultimi decenni (iniziato quasi certamente dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e divenuto col passare del tempo sempre più imponente) molti paesaggi "immacolati" sono scomparsi, sostituiti da giungle di cemento.
Ma saltuariamente qualcuno si oppone a questa espansione e da una di queste storie giunge La Vita Va Così, diretto da Riccardo Milani, scritto da Riccardo Milani e Michele Astori e distribuito nei cinema nell'ottobre 2025.
Nel 1999 una grande azienda immobiliare gestita da Giacomo Greatti (Diego Abatantuono) decide di avviare dei lavori per costruire un resort turistico presso la spiaggia di Bellesa Manna, in Sardegna. A gestire il cantiere c'è il fido Mariano (Aldo Baglio).
Tutto fila liscio fin quando un pastore di nome Efisio Mulas (Giuseppe Ignazio Loi) rifiuta di cedere la sua terra, anche di fronte a offerte con cifre spropositate. È l'inizio di una storia che durerà più di dieci anni, durante i quali Efisio sarà abbandonato da tutti i suoi concittadini, tranne la figlia Francesca (Virginia Raffaele).
Come potrà un semplice e povero pastore sconfiggere una potente multinazionale?
Dopo i paesaggi innevati di Un Mondo a Parte si giunge alle campagne della Sardegna. E il tema è sempre quello, alla Miyazaki: la natura e la sua preservazione di fronte alle mire espansionistiche dell'essere umano.
E anche in questa occasione si parte da un fatto di cronaca realmente accaduto per ampliare poi in maniera ulteriore il discorso.
La lotta di Efisio Mulas non è di tipo economico, visto che rifiuta negli anni offerte di importo sempre più ampio, bensì concettuale. Di preservazione della terra in cui e nato (e morirà) di fronte a persone che - guidate solo dal dio denaro - non capiscono il valore e l'importanza di questo fatto.
Una lotta che lo isola dai suoi amici di una vita, anche loro obnubilati (e non a tutti i torti) dalla possibilità di avere una vita migliore. L'aspetto più controverso, pur in una commedia di questo tipo, che viene analizzato. Mentre altri, prima dalla parte della ditta immobiliare, cambiano infine idea.
Come nel caso di Un Mondo a Parte, si cerca - invano, è ben chiaro da quale parte stia il regista - di presentare allo spettatore il tutto con una posizione buonista, lasciando poi il giudizio finale alla singola persona.
Con un Diego Abatantuono eccessivamente dimesso, un Aldo Baglio che non riesce a liberarsi dal suo personaggio e Virginia Raffaele che switcha accento da un film all'altro, l'attore non professionista che interpreta Efisio Mulas - alla maniera di Visconti e Rossellini - risulta essere il migliore. Poiché in ultima analisi interpreta sé stesso.
Un finale alla La La Land sembra voler riportare il tutto a una dimensione onirica: ovvero, questa non è la realtà, che è ben più complessa, bensì una sua reinterpretazione. Nella realtà, non è così scontato che i poveri prevalgano sui ricchi.

sabato 27 giugno 2026

Italians do it better? 75: La Grazia (2025)


La figura del Presidente della Repubblica è la più alta a livello istituzionale presente nell'ordinamento italiano, seppur non la più influente a livello esecutivo e legislativo. Una figura così importante, il più delle volte occupata da persone di alto prestigio, che rende difficile una trasposizione in chiave cinematografica. In tal senso gli americani sono "facilitati".
La commedia interviene sempre in soccorso, in queste occasioni, come nel caso di Bentornato Presidente, ma infine una visione più seria e drammatica del Presidente della Repubblica si ha in La Grazia, scritto e diretto da Paolo Sorrentino e distribuito nei cinema a partire dal dicembre 2025.
Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) sta affrontando gli ultimi sei mesi del suo mandato, assistito dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti) che compie gran parte del lavoro al posto suo.
In questo periodo due scottanti tematiche si presentano alla sua attenzione: la prima, che va avanti da lungo tempo, è l'approvazione di una legge sull'eutanasia, fortemente osteggiata dal Vaticano. La seconda sono due domande di grazia per un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e per una donna che ha ammazzato il proprio compagno che la picchiava di continuo.
Mariano De Santis vorrebbe passare queste problematiche al suo successore, ma lentamente la sua coscienza prende atto di quanto sia importante che prenda una decisione. Una decisione, su questa e altre cose, che ha evitato sin da quando sua moglie è morta quarant'anni fa, lasciandogli il dubbio di un tradimento da lei perpetrato.
Giusto per chiarimento, questo non appare come un film incentrato su un particolare Presidente del passato. I temi affrontati sono spesso stati oggetto di discussione presso Sergio Mattarella, il look di De Santis ricorda Francesco Cossiga e la presenza della figlia al fianco richiama Oscar Luigi Scalfaro. Al tempo stesso, però, il suo vissuto è diverso da qualunque altro.
Quello che è sotto i riflettori, dunque, è un uomo con tutte le sue fragilità. Un uomo che - potremmo dire incidentalmente - si ritrova a ricoprire una importantissima figura istituzionale. Non c'è satira o analisi politica, anche se i temi trattati (l'eutanasia, il femminicidio, la malattia, gli amori tossici) sono anche argomenti politici.
De Santis appare come Bartleby lo Scrivano: non vuole prendere decisioni, che demanda a suoi collaboratori, partecipa a eventi istituzionali perché è ciò che è obbligato a fare ed è nostalgico di un passato che non esiste più.
Il confronto con la figlia, che si oppone al suo immobilismo morale, con le due persone che gli chiedono la grazia e col suo doloroso passato con cui viene infine a patti lo portano infine a cambiare. A divenire, se non una persona migliore, di sicuro differente da prima. Il tutto in un'atmosfera abbastanza surreale - sottolineata da una ben scelta colonna sonora - che richiama precedenti pellicole del regista.
Dopo Il Divo, Sorrentino e Servillo tornano a percorrere i corridoi del potere, anche se in maniera diversa. Lì la figura storica era reale, qui è immaginaria. Eppure i dubbi, quei dubbi che a volte tutti noi affrontiamo, lo rendono più umano. Meno Presidente e più Mariano De Santis.

venerdì 26 giugno 2026

Netflix Original 204: Frankenstein


Pubblicato nel 1818, il romanzo Frankenstein, scritto da Mary Shelley, è stato uno dei più celebrati a livello cinematografico, sin dai tempi del cinema muto.
Pur contando decine tra pellicole e parodie, la figura della creatura ritratta da Boris Karloff - avendo però ormai un secolo di vita e quindi ignota perlopiù al pubblico giovane - rimane una delle più celebrate.
Ma Frankenstein è anche il moderno Prometeo, colui che donò il fuoco agli uomini ma venne punito dagli dei. Al tempo stesso, il Barone Frankenstein vuole sfidare le leggi della natura e viene castigato per questo.
Film più recenti si sono distanziati dalle prime produzioni, che ritraevano il Barone Frankenstein come un genio incompreso e la Creatura perlopiù come un mostro senza cervello. E si inserisce in questo solco Frankenstein, scritto e diretto da Guillermo del Toro e distribuito su Netflix a partire dal 7 novembre 2025.
Mentre percorre le vie ghiacciate dell'Artico, l'equipaggio di una nave si imbatte nel Barone Victor Frankenstein (Oscar Isaac), rimasto gravemente ferito a seguito di uno scontro con un misterioso nemico.
Soccorso e portato a bordo dell'imbarcazione, l'uomo rivela come sia stato lui stesso ad aver dato vita alla Creatura (Jacob Elordi) che l'ha ridotto in pessimo stato.
La ragione è da ricercarsi nel passato del Barone e della Creatura stessa, che racconteranno la loro storia e i loro punti di vista all'incredulo equipaggio.
Tra il romanzo e questo adattamento sono passati più di due secoli, eppure certe tematiche rimangono ancora oggi affascinanti da esplorare e trattare.
Victor Frankenstein viene ritratto come una figura tragica, spinto ad agire per amore, dolore e ambizione, elementi che se combinati insieme rischiano di dare vita a un drammatico risultato. Come nel suo caso.
L'affetto per la madre Elizabeth, morta di malattia, si trasfigura nell'amore per la fidanzata del fratello, Claire - anche perché l'attrice che interpreta queste due parti, Mia Goth, è la medesima.
Cambia dunque la motivazione di partenza, ma non il castigo che il destino infligge poi al Barone. Castigo che si manifesta sotto forma di un'altra figura tragica, la Creatura.
Non più un mostro senza cervello ma, come ritratto anche in passato da Robert De Niro, una figura empatica, le cui motivazioni principali sono l'amore e la vendetta.
Amore verso la natura e coloro che non lo vedono come un mostro, ovvero Claire e un anziano cieco, che però viene rapidamente distrutto dalla ferocia dell'uomo, contro cui infine la Creatura si rivolta. Un amore distrutto in primo luogo dal Barone stesso, che ha deciso di abbandonare la Creatura.
Il confronto finale, in terre vergini ancora non toccate dalla mano distruttrice dell'uomo, sancisce l'impossibilità per entrambi di appartenere a questo mondo.
Ognuno ha dato la propria visione della storia, ognuno ha offerto il proprio punto di vista. Lo spettatore può valutare entrambi e decidere di comportarsi come il capitano della nave oppure come queste due tragiche figure che il destino ha messo infine l'uno contro l'altro. In uno scontro destinato a un drammatico epilogo sin dal principio.

giovedì 25 giugno 2026

Netflix Original 203: KPop Demon Hunters


Quand'è che un prodotto diventa un fenomeno di costume? Non esiste una risposta univoca a questa domanda, altrimenti le major cinematografiche avrebbero la strada spianata.
Ci sono progetti importanti e su cui vengono spesi molti soldi che alla fine, inesorabilmente, floppano e ci sono progetti che non si considera più di tanto - sono solo uno dei tanti, in principio - ma che per qualche motivo fanno breccia nel pubblico e vincono alla fine anche un Oscar.
Tra questi vi è KPop Demon Hunters, diretto da Chris Appelhans e Maggie Kang, scritto da Chris Appelhans, Maggie Kang, Hannah McMechan e Danya Jimenez e distribuito su Netflix a partire dal 20 giugno 2025.
Rumi, Mira e Zoey sono tre artiste KPop la cui band si chiama Huntrix e che in segreto combattono demoni, tradizione che si perpetua da generazioni. Il loro nemico principale è il capo dei demoni Gwi-Ma che vuole invadere la dimensione terrestre.
Un suo sottoposto, Jinu, propone allora di affrontare le Demon Hunters sul loro stesso terreno, formando una band KPop composta da demoni per combattere le loro performance vocali. Il piano ha incredibilmente successo e i Saja Boys conquistano lentamente il pubblico delle Huntrix, un cui segreto rischia di distruggerle per sempre.
Risulta sempre un po' particolare vedere un prodotto di animazione rivolto a un pubblico di riferimento diverso a quello a cui la nostra persona appartiene e quindi certe cose possiamo anche non comprenderle del tutto o ritenerle banali.
Tuttavia, vi sono comunque delle tematiche che risultano universali. Pur non essendo detto esplicitamente, è Rumi la vera protagonista della storia, grazie alla sua natura duale e il suo desiderio di trovare il proprio posto in questo mondo dove caos e ordine si affrontano (e lei rappresenta entrambe queste parti).
Un'affermazione di identità che passa anche attraverso l'amicizia e l'amore con chi è "diverso" da lei. Togliendo dallo scenario i demoni, nessun personaggio umano o con natura umana è in realtà davvero malvagio e lei prova mostra empatia per tutti. Chi sembra convertito al male lo fa in realtà per sopravvivere o per espiare un grave peccato del proprio passato.
L'accettazione di chi si ritiene diverso da noi, passando attraverso i sentimenti di amicizia verso chi conosciamo da poco o molto tempo, è una tematica molto presente nella pellicola e - immagino - molto sentita da una certa fetta di pubblico giovane, che dunque si ritrova in essa.
Il tutto ovviamente viene contornato da balletti e canzoni di un genere musicale molto in voga, ulteriore motivo di interesse.
Non credo proprio che questo sia un prodotto di animazione epocale, né credo sia stato concepito per esserlo o diventarlo. Anche l'animazione in sé, in confronto a titoli e case di produzione più blasonate, non regge il paragone.
Ma è indubbio che KPop Demon Hunters sia riuscito a fare breccia, a creare un fenomeno di massa. Quanto possa durare, non è dato saperlo. Sappiamo solo che presto o tardi vi sarà un sequel, di certo non previsto nei piani iniziali. Anche questo deve essere un effetto collaterale della magia delle Huntrix.