I film di "gangster" si sono evoluti dai tempi di Edward G. Robinson. A quel tempo era chiaro il confine: i gangster erano il male assoluto, mentre i poliziotti e le autorità erano nel giusto e incorruttibili. Anche se la realtà era a volte diversa, il cinema era netto su questo punto.
Il passare dei decenni ha mutato questa visione. Chi compie atti criminali può essere giudicato e condannato, ma si iniziano anche a valutare le sue motivazioni, che l'hanno portato a compiere quei crimini. Il Padrino è forse il primo film a infrangere le regole, in tal senso.
Anche il di solito buonista cinema italiano ogni tanto si adegua a questa visione. Come in Adagio, diretto da Stefano Sollima, scritto da Stefano Sollima e Stefano Bises e distribuito nei cinema nel dicembre 2023.
In un locale di Roma, città preda di numerosi, brevi blackout dovuti a un caldo asfissiante, si trova il giovane Manuel Coretti (Gianmarco Franchini). Costui si è messo nei guai con un reparto corrotto dei carabinieri, che per non mandarlo in carcere lo ha incaricato di riprendere in quel locale un influente uomo politico in atteggiamenti compromettenti.
Il ragazzo filma tutto, venendo però poi preso dal panico, e fugge. Certo che i carabinieri corrotti andranno alla sua caccia, cerca l'aiuto di ex compari di suo padre - ora confinato a casa in stato demenziale - Mario Coretti (Toni Servillo).
Ovvero Polniuman (Valerio Mastandrea) e Romeo Baretta detto il Cammello (Pierfrancesco Favino), i quali hanno subito gravi perdite per questo. Polniuman ha perso la vista, mentre il Cammello è stato per molti anni in carcere a seguito di una rapina fallita in cui è rimasto ucciso suo figlio.
La caccia all'uomo ha infine inizio e rischia di non risparmiare nessuno.
Partiamo con l'ambientazione, che è molto particolare. Non saprei dire se originale, ma di certo è qualcosa che si è visto di rado. Se la città, Roma, è consolidata, è ciò che la caratterizza che risalta. Sembra un vero e proprio girone infernale: una serie continua di blackout con gli incendi a procurare le poche luci nella metropoli.
Echi di Blade Runner, ma qui non siamo in un futuro alternativo, perché quel futuro vaticinato da Ridley Scott e Philip Dick si è rivelato peggiore.
E in un girone infernale non possono che essere presenti dei peccatori. Nessuno dei protagonisti di questa storia è un eroe, ma non tutti sono cattivi allo stesso modo.
Vi sono cattivi, persone spietate senza possibilità di appello come i carabinieri corrotti o il padre di Manuel (potete intuire quale sarà il loro destino finale), ma anche peccatori che hanno provato non a rimettersi sulla retta via, bensì più semplicemente ad abbandonare la vecchia strada, cosa che li ha lasciati più tormentati e disperati di prima. Poiché ora devono confrontarsi coi loro peccati passati per cui hanno già pagato un caro presso.
Pierfrancesco Favino continua nella sua opera di trasformismo, vista soprattutto in Hammamet. Qui si riconosce a fatica all'inizio: pieno di escoriazioni in volto, privo di capelli e che parla con un tono di voce molto basso (forse un po' troppo basso, in un paio di punti non l'ho proprio sentito).
La sua è la figura più tormentata, quella che alla fine è al centro della scena e sancirà il destino finale di molti personaggi, anche se lui non lo vuole.
Ma può esserci via di fuga da questo girone? Si può davvero abbandonare una strada criminosa percorsa per molto tempo? Il film dà una risposta netta e chiara in tal senso, ma lascia anche un senso di speranza. Per quelle giovani generazioni che hanno ancora possibilità di cambiare. Di rivelarsi migliori di chi li ha preceduti.

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