mercoledì 22 aprile 2026

Libri a caso: Davy l'Eretico


Ritorniamo nella rassicurante (?) ambientazione dei mondi post-apocalittici. Quei mondi dove l'umanità non è più la specie dominante sul pianeta Terra, ma c'è ancora spazio per cercare di perseguire i propri obiettivi. E, attraverso la lente di questo mondo in rovina, parlare in realtà dell'umanità del proprio tempo.
Come accade anche in Davy l'Eretico (Davy), scritto da Edgar Pangborn e pubblicato nel 1964.
Davy non possiede un cognome, è un orfano che è stato adottato da uno stato che ha messo al bando ogni tipo di tecnologia dopo che una tremenda guerra ha quasi del tutto annientato la razza umana.
Davy lavora come tuttofare non pagato, uno schiavo praticamente, presso una locanda, ma ben presto sente il bisogno di voler esplorare il mondo. Da piccole sortite all'esterno che durano una sola notte, col tempo Davy inizia a spingersi sempre più lontano e per periodi di tempo sempre più lunghi.
Fino a quando fugge dalla sua prigionia lavorativa e si avventura nell'esplorazione e la conoscenza del mondo post-apocalittico. Vi incontrerà dei pericoli, degli insoliti alleati e amici e alla fine anche l'amore.
Il lontano futuro, lo scenario apocalittico, per lanciare uno sguardo sul mondo in cui vive l'autore. Le storie sono state scritte nel 1962, quindi al tempo stava emergendo una nuova generazione che la Seconda Guerra Mondiale praticamente non l'aveva vissuta.
Non stupisce, dunque, che la causa del disastro di quest'opera - fatta dal vecchio establishment - sia una guerra atomica, il più grande spauracchio del decennio in cui essa è stata pubblicata.
Come nel miglior romanzo di formazione, Davy non conosce in principio questo mondo ma, quando inizia a capirlo, intuisce subito che non fa per lui. Poiché lui è un libero pensatore e prova emozioni ed empatia: insomma è - agli occhi dei potenti di quel tempo, autorità religiose e intransigenti - un eretico.
Non vi è un sentimento anti-cattolico, più che l'altro l'autore appare molto critico verso i dettami della chiesa che erano presenti a quel tempo, non più attuali nel nuovo scenario che si è venuto a formare.
Davy è l'incarnazione di questa nuova generazione e lungo la via trova spiriti affini come lui, altri liberi pensatori - rappresentanti dell'arte di strada - che mettono in dubbio quei valori tramite il filtro delle rappresentazioni teatrali. Qualcosa che il potere non riesce a comprendere.
Davy è quella generazione che qualche anno dopo avrebbe generato un cambiamento.
L'opera racconta solo una parte della vita di Davy (i primi anni della sua avventura e un possibile epilogo), ma rimangono aperti alla fine molti punti meritevoli di approfondimento. Se la giovinezza viene esplorata, l'età matura rimane a noi quasi del tutto sconosciuta.
Non sappiamo se avremo modo di tornare a posare gli occhi su questo mondo e questo personaggio, ma il suo viaggio di iniziazione - con molte scoperte sia esteriori che interiori - è quello che hanno compiuto molte persone, una volta o l'altra.

martedì 21 aprile 2026

Libri a caso: Poirot e la Salma


Hercule Poirot, il mirabile detective belga ideato da Agatha Christie, assistito dalle sue celluline grigie indaga sui delitti quando questi vengono compiuti.
Salvo forse il raro caso di Delitto in Cielo, però, non gli è mai capitato di assistere di persona a un delitto perpetrato da pochi secondi, Ma questo infine accade in Poirot e la Salma (The Hollow), pubblicato nel 1946.
Sembra un classico ricevimento di famiglia quello che avviene presso la dimora degli Angkatell, tra cui spicca la più che eccentrica Lucy.
Un ricevimento che però non nasconde alcuni malumori dei presenti, che fanno tutti capo al medico John Christow, sposato e con figli la cui amante del passato vive in una villa accanto e che ha inoltre una relazione clandestina con la scultrice Henrietta Savernake.
Fino a che, presso la piscina dell'abitazione, John Christow viene ucciso. La scena è chiara: è la moglie Gerda a impugnare l'arma e il delitto è avvenuto da pochi secondi, perché il sangue scorre e macchia l'acqua della piscina. Non solo, ad assistere a questa scena vi è Hercule Poirot in persona.
Sembra dunque un mistero già risolto, ma alcuni particolari non quadrano e il detective belga con la consueta abilità risolverà infine il caso.
Siamo ormai nel dopoguerra e, anche se nessuno tranne la scrittrice ancora lo sa, è già stato scritto l'ultimo romanzo che vede protagonista Hercule Poirot. Perché sì, Agatha Christie non riesce proprio più a sopportare quella sua creazione, ma i lettori e gli editori continuano a battere su quel tasto e dunque lei li accontenta.
Ma ovviamente lo fa a modo suo. La trama di questo romanzo, infatti, viene in gran parte dominata dalle vicende che vedono protagonista la famiglia degli Angkatell, una tipica famiglia inglese del pre-conflitto bellico che Agatha Christie ha conosciuto di persona.
Si diletta dunque nel descrivere i caratteri e le azioni dei vari personaggi traendo piacere da questo, e non lo nasconde nemmeno quando disserta per pagine e pagine sul piacere della scultura o sui dilemmi etici di John Christow o sulle eccentricità di Lady Lucy Angkatell.
E Poirot? Be', sì, c'è anche lui, ma compare verso la metà del romanzo e la sua presenza - pur significativa nell'impatto della trama, non foss'altro che risolve il mistero - non incide affatto sulle vicende degli altri protagonisti, che procedono percorrendo il loro personale teatro della vita. Con un curioso detective belga che ogni tanto fa capolino.
Questo è di certo un romanzo giallo, ma dove predominano di più le vicende personali di alcuni personaggi, in ultima analisi.
Insomma, Agatha Christie ottiene un'altra vittoria. Consegna ai lettori una nuova avventura di Hercule Poirot, ma concepisce un romanzo secondo il suo volere. Cara signora inglese dai mille trucchi.

lunedì 20 aprile 2026

Libri a caso: Liberty Bar


I bar, le locande, sono parte integrante delle indagini condotte dal Commissario Maigret, ideato da Georges Simenon. Maigret, infatti, che è un uomo proveniente da una città di provincia, sa bene che qui l'umanità si mette metaforicamente a nudo e - dopo qualche bicchiere - rivela cose che altrove terrebbe per sé.
Già in passato il Commissario ha svolto indagini dove gli eventi focali avevano luogo in un locale, come in La Balera da Due Soldi o La Ballerina del Gai-Moulin. E ora lo schema si ripete in Liberty Bar, pubblicato nel 1932.
Il Commissario Maigret si reca in Costa Azzurra, vicino a Cannes, poiché è stato incaricato di indagare sull'omicidio di William Brown, una ex spia caduta in disgrazia che vive in una villa fatiscente, potendo contare unicamente su un vitalizio della famiglia e circondato da due donne che vogliono solo approfittare di lui e del suo denaro.
Maigret ben presto scopre che William Brown amava spesso recarsi al Liberty Bar di Cannes, un locale di quart'ordine dove però poteva stare lontano da quella opprimente realtà. Ed è proprio qui che si nasconde la chiave per risolvere il mistero del suo assassinio.
Siamo dalle parti di Cannes, che doveva ancora organizzare il primo festival del cinema, evento accaduto quattordici anni dopo. Ma già allora la città aveva la nomea di luogo elegante e lussuoso, riservato principalmente a gente facoltosa che frequentava i casinò del luogo.
Georges Simenon, però, sa bene che dietro tanta patina di lusso vi sono anche altrettante zone oscure. A volte basta imboccare una strada invece che un'altra, come accade a Maigret, e ci si ritrova in un mondo a parte quale quello del Liberty Bar.
Rifugio dei reietti, degli sconfitti dalla vita, dove davanti a un bicchiere di birra o alcool possono dimenticare le loro tristi esistenze. Ma quando queste esistenze entrano in conflitto per i motivi più evidenti (il denaro, l'amore), non può che verificarsi una tragedia.
E il Commissario Maigret diventa impotente spettatore di questa tragedia: arrivando a delitto già compiuto non può far altro che osservare la miseria umana rappresentata dalla vita di William Brown e dalle persone che ruotano attorno al Liberty Bar. Persone dei ceti sociali più bassi (operai, prostitute) che però sperano sempre un giorno di poter andarsene da li.
Ma il Liberty Bar, che pure è un luogo pubblico, per loro rappresenta una prigione. Se se ne allontanassero, non avrebbero altro posto dove andare.
E così Maigret alla fine non diventa uno spietato esecutore della legge, ma agisce secondo la sua coscienza, secondo ciò che ritiene giusto, come già accaduto altre volte in passato.
Di fronte alla miseria umana può diventare il più rigido dei commissari, oppure andare oltre. Poiché sia le vittime che i colpevoli stanno già scontando la loro pena, che non avrà mai fine.
Come sempre, Georges Simenon non manca di sottolineare una certa misantropia di una parte del genere umano, per la quale non conta la classe sociale. Ma è un tratto comune di molti di noi.

domenica 19 aprile 2026

Netflix Original 200: The Irishman


La collaborazione tra Robert De Niro e Martin Scorsese si è rinnovata più volte nel corso degli anni, a partire da Mean Streets.
Quando a loro si è unito anche Joe Pesci, abbiamo avuto dei classici come Toro Scatenato e poco dopo moderni racconti di gangster quali Quei Bravi Ragazzi e Casinò.
Dopo tanto tempo, questa attualizzazione di uno storico genere cinematografico ritorna con The Irishman, diretto da Martin Scorsese, scritto da Steven Zaillian e distribuito su Netflix a partire dal 27 novembre 2019.
Frank Sheeran (Robert De Niro), un camionista, ha un fugace incontro con Russell Bufalino (Joe Pesci) quando il suo mezzo rimane in panne.
Poco tempo dopo Sheeran viene accusato di passare una parte dei carichi di carne che trasporta a una banda criminale locale in cambio di una mazzetta. Russell Bufalino interviene e, tramite un avvocato di fiducia, lo fa assolvere da queste accuse.
Da quel momento Frank Sheeran comincia a divenire uomo di fiducia e sicario della famiglia Bufalino e, tramite i loro contatti, conosce Jimmy Hoffa (Al Pacino), di cui diviene in breve tempo guardia del corpo e migliore amico.
Ma in ambienti come questi l'amicizia e il rispetto sono valori fragili e Frank Sheeran pagherà un prezzo molto caro per questo.
Sembra che Martin Scorsese abbia voluto dare vita al racconto di gangster definitivo, con tutti gli attori a lui cari (manca solo Leonardo DiCaprio per la chiusura del cerchio). E lo fa tramite una storia che si dipana per un periodo temporale di oltre quarant'anni, in cui si assiste alla rapida ascesa e alla drammatica caduta di Frank Sheeran.
Personaggio realmente esistito, costui ha dichiarato di aver ucciso Jimmy Hoffa (nonché molte altre persone) per conto della famiglia Bufalino, anche se vi sono molte prove che contrastano queste sue affermazioni.
Questo però al regista non interessa e, tramite la figura di Sheeran, ritrae un tipo di personaggio a lui caro: quello affascinato dal mondo della criminalità, in quanto la sua anima è nera sin dal principio.
E alla fine, in quel mondo, quella persona vi entra e ne diventa una figura di spicco. Ma, esattamente come accaduto a Henry Hill, alla fine a Frank Sheeran non rimane nulla. Perde la famiglia, gli amici, rimane l'essere più solo sulla Terra.
Eppure rimane fedele a uno strano codice d'onore, che nemmeno da anziano e malato abbandona, mentre tutti coloro che hanno segnato la sua vita sono morti. E trova conforto, altro tema caro al regista, nella religione e nella fede per l'assolvimento dei suoi peccati.
E tutti coloro che ruotano attorno a Frank Sheeran non sono da meno. Jimmy Hoffa, Russell Bufalino, anche loro perdono tutto in nome di un finto ideale e muoiono in solitudine, oppure vengono uccisi da cari amici, a dimostrazione che in realtà il concetto di amicizia in questo tipo di ambiente non esiste.
Un mondo a parte, di cui si fatica a comprendere le regole, eppure parte integrante della società americana, e non solo, per decenni. Un mondo che si avvia al tramonto e su cui Martin Scorsese ha voluto mettere la parola FINE.

sabato 18 aprile 2026

Italians do it better? 73: Il Ragazzo Invisibile - Seconda Generazione (2018)


Le saghe supereroistiche sono concepite per non chiudersi al primo capitolo, salvo sporadiche eccezioni. Le saghe supereroistiche, sia al cinema che sulla carta, proseguono sin quando è possibile con nuovi episodi da dare in pasto al pubblico.
Appare dunque confortante che Il Ragazzo Invisibile pochi anni dopo l'uscita del primo film abbia un secondo capitolo, Il Ragazzo Invisibile: Seconda Generazione, diretto da Gabriele Salvatores, scritto da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e distribuito nei cinema nel gennaio 2018.
Sono passati alcuni anni dagli eventi del primo film quando Michele Silenzi (Ludovico Girardello) fa la conoscenza di una nuova compagna di classe, Natasha (Galatea Bellugi). Costei è in realtà sua sorella e lo porta dalla loro madre, Yelena (Ksenia Rappoport).
Le due donne gli chiedono di compiere una missione insieme a loro: indagare su un uomo di nome Igor Zavarov (Kristof Konrad), il quale sta rapendo alcuni superesseri per ragioni sconosciute. Tra questi vi è anche il padre di Michele e Natasha.
Michele, che ha perso di recente la madre adottiva a seguito di un incidente, è ben felice di riunirsi alla sua famiglia e accetta la missione, ma ben presto scopre che c'è qualcosa che non quadra.
Le saghe supereroistiche, pur ambientate in universi immaginari, attingono spesso alla realtà, reinterpretandola per scopi narrativi, sin dai tempi di Stan Lee e Jack Kirby. Ecco dunque che - quanto accennato nel primo capitolo - qui viene approfondito ed espanso.
I superesseri di queste due pellicole sono gli ultimi figli pre-Perestrojka e riflettono lo scenario che vedono i potenti russi cercare di dominare quel mercato economico globale, invece che pensare solo alla propria nazione, a scapito di altri paesi.
In contrasto a loro vi è la nuova generazione, quella cresciuta con diversi valori e integrata in una differente società: si rinnovano dunque le dinamiche di contrasto tra genitori e figli. E il riconciliamento del protagonista con un passato che non ha mai conosciuto e una sorella di cui in principio non comprende la personalità.
La famiglia di Michele è di origini russe e disfunzionale, ma cerca in maniera disperata di restare unita. Sembra di vedere il film Black Widow qualche anno prima che esca il film su Black Widow, anche se le dinamiche familiari applicate ai supereroi e ai superpoteri erano già prerogativa dei due signori sopra menzionati sessant'anni fa.
Le saghe supereroistiche, sia al cinema che sulla carta, proseguono sin quando è possibile con nuovi episodi da dare in pasto al pubblico. Questa seconda pellicola lascia qualche punto in sospeso, nulla di trascendentale sia chiaro, che però a quanto pare non verrà mai approfondito. Ormai appare passato troppo tempo per cercare di chiudere il cerchio con un terzo e conclusivo capitolo, nella migliore delle tradizioni.
Rimane comunque apprezzabile che si sia tentato di esplorare questo genere, alla nostra maniera ma non solo, di solito prerogativa del cinema americano.

venerdì 17 aprile 2026

Netflix Original 199: Il Ragazzo che Catturò il Vento


I biopic amano spesso soffermarsi su persone venute dal nulla e che non hanno nulla, ma che - nonostante questo - riescono a conseguire un importante obiettivo, spesso aiutati dagli amici o dalla famiglia, persone che credono nel loro sogno.
La ragione è abbastanza semplice: vi può essere un facile processo di identificazione da parte dello spettatore, il quale può star vivendo o aver vissuto quella stessa condizione, e dunque ci si può affezionare subito a quei personaggi e - se lo si desidera - approfondire la vicenda reale.
Come accade in Il Ragazzo che Catturò il Vento (The Boy Who Harnessed the Wind), scritto e diretto da Chiwetel Ejiofor e distribuito su Netflix a partire dal primo marzo 2019.
In un piccolo villaggio africano di inizio ventunesimo secolo, il giovane William Kamkwamba (Maxwell Simba) spera di poter frequentare la scuola, avendo un'intelligenza fuori dal comune per la sua età che lo porta già a fare piccole riparazioni su alcuni strumenti elettronici.
Il suo sogno viene realizzato, ma ben presto la sua famiglia capeggiata da Trywell Kamkwamba (Chiwetel Ejiofor) non è più in grado di pagare le tasse scolastiche a causa di una grave siccità che porta molti abitanti del villaggio ad andarsene.
Con determinazione e astuzia, William frequenta di nascosto la biblioteca della scuola e progetta di costruire un mulino a vento utilizzando rifiuti trovati nella discarica del paese.
Questo è un biopic che rispetta in pieno alcuni degli stilemi di questo genere, ma offre un'ambientazione diversa dal solito: la nazione del Malawi, in Africa, invece dei consolidati Stati Uniti. Un progetto a cui Chiwetel Ejiofor ha creduto molto, visto che si è sobbarcato i principali ruoli produttivi e ha con ogni probabilità portato a compimento grazie al suo nome.
E gliene va dato merito, poiché - pur essendo un progetto a basso costo, come evidente - offre al pubblico una storia poco nota, basata su eventi reali e drammaticizzata dove occorra per scopi narrativi, proprio perché lontana sia dalla cultura statunitense che da quella occidentale.
Si procede poi su binari consueti, in primo luogo il protagonista. Un ragazzo che non ha nulla, ma che riesce nonostante tutto a realizzare i propri obiettivi e portare benessere e serenità a molte persone: un'incarnazione perfetta del sogno americano, lontano dagli Stati Uniti.
Non manca ovviamente un rapporto conflittuale con la famiglia, in special modo col padre, che alla fine, come nella migliore delle tradizioni, si ricompone permettendo ai due di collaborare per raggiungere l'obiettivo comune.
Non c'è nulla di nuovo od originale a parte questo e non ci doveva essere per non andare fuori dal seminato. Se vi piacciono questo tipo di storie, l'apprezzerete e vedrete un tipo di recitazione diversa dal solito. Con la possibilità, sempre presente, di approfondire poi la storia reale.
Per vedere che anche nella realtà, a volte, chi viene dal nulla può divenire qualcuno.