mercoledì 18 maggio 2022

Fabolous Stack of Comics: Wolfskin - Il Centesimo Sogno


Ritorna il Wolfskin, il guerriero barbaro/vichingo ideato da Warren Ellis e già protagonista di una miniserie. La seconda, e probabilmente ultima, storia che lo vede protagonista è la miniserie in sei numeri Il Centesimo Sogno (Hundredth Dream), di nuovo sceneggiata da Warren Ellis, pubblicata dalla Avatar Press tra il 2010 e il 2011 e disegnata da Gianluca Pagliarani.
Ildsen, un uomo con poteri magici in grado di padroneggiare il fuoco, riceve una lettera dal suo villaggio natale di Vé, la quale lo informa che la città è assediata da una creatura nera da incubo che ha già causato numerosi danni e distruzioni.
Capendo di non poter fronteggiare da solo questa minaccia, Ildsen raduna attorno a sé altri guerrieri o maghi, tra cui vi è anche il Wolfskin. Il nemico che devono affrontare, tuttavia, non è affatto di natura mistica e rappresenta un punto di non ritorno tra il vecchio mondo e un nuovo scenario tecnologico, in cui il Wolfskin rischia di non essere più presente.
In questo secondo capitolo della saga del Wolfskin, viene ampliato lo scenario che faceva da sfondo alla prima miniserie, di cui erano stati dati solo pochi particolari.
Ci troviamo proprio di fronte a un'epoca spartiacque, un'epoca in cui gli antichi guerrieri e maghi e ciò che rappresentano stanno per scomparire, soverchiati da qualcosa che non riescono a comprendere. Ovvero una nuova era tecnologica, dove nuove minacce ma anche nuove meraviglie prendono forma: elementi che nel breve o lungo periodo sostituiranno in maniera completa il vecchio mondo.
Il Wolfskin è una sorta di Conan che agisce verso la fine della sua personale Era Hyboriana (più il Conan delle storie apocrife che non quelle scritte da Robert Howard), senza più un Thoth-Amon da poter affrontare o un regno da poter conquistare. Non per questo, però, intende gettare la spugna tanto facilmente e la sua esistenza - se davvero avrà fine - si concluderà nel modo in cui ha sempre vissuto, combattendo.
Rimane alla fine qualche punto in sospeso, però, non so quanto voluto o meno, lasciando la sensazione di aver letto un'opera priva di alcuni capitoli. Non apprenderemo mai il passato del Wolfskin, o da dove viene davvero, né il background del mondo in cui egli agisce. Egli è una reliquia del passato, di una fantasia eroica che lascia spazio a una realtà moderna dove sembra non esserci più spazio per l'avventura e la mitologia.

martedì 17 maggio 2022

Libri a caso: Il Rumore della Pioggia


Firenze è una città rinomata per i suoi tesori artistici, sia sculture che quadri, con la Galleria degli Uffizi che rappresenta uno dei musei più importanti non solo d'Italia, ma del mondo, e per le sue chiese rinascimentali.
Firenze, tuttavia, ha come molte città anche un lato oscuro. Un lato oscuro che, in termini di cronaca, è venuto alla ribalta principalmente per i delitti del cosiddetto Mostro di Firenze, che hanno anche per qualche tempo proiettato l'ombra delle sette segrete su questi eventi criminali.
Questi due lati di Firenze, quello più pubblico e quello più segreto, emergono nel primo romanzo che vede protagonista il personaggio di Carlo Alberto Marchi, ideato dallo scrittore e giornalista Gigi Paoli: Il Rumore della Pioggia, pubblicato nel 2016 dalla casa editrice Giunti.
Le vicende di quest'opera si svolgono durante una settimana di novembre sferzata da una pioggia battente. Una pioggia che però non nasconde l'omicidio di un antiquario, Vittorio Stefani, commesso da mano ignota.
Mentre la città si prepara a ricevere un ambasciatore israeliano rischiando di precipitare nel caos, sull'assassinio indagano la Procura di Firenze, i Carabinieri e la redazione de Il Nuovo Giornale, di cui fa parte Carlo Alberto Marchi, separato e con una figlia pre-adolescente di cui occuparsi, Donata.
Ciò che rende questo delitto insolito è la presenza di numerosi elementi di indagine che fanno capo anche alla Chiesa Cattolica, la quale potrebbe aver avuto un ruolo nell'esecuzione di questo delitto.
Lo stile narrativo che viene adottato in questo romanzo è particolare, in quanto alterna una narrazione in prima persona, effettuata da Carlo Alberto Marchi, a una narrazione in terza persona dello scrittore onnisciente incentrata sul fatto delittuoso e poi sull'indagine che porta alla sua risoluzione.
Tale stratagemma viene adottato per dare al lettore tutti gli elementi a lui necessari per la comprensione della trama, che si svolge su due piani: da un lato l'indagine sull'omicidio dell'antiquario, dall'altro la descrizione della vita privata e professionale di Marchi. Il quale però arriva ad apprendere solo in un secondo momento alcuni fatti fondamentali relativi all'omicidio su cui sta scrivendo gli articoli per il giornale per cui lavora.
Tale espediente si rivela efficace, in quanto porta a dedicare la propria attenzione a entrambe le trame, senza che nessuna di esse prevalga sull'altra. Quindi ci troviamo di fronte più a una sorta di romanzo corale, dove altri co-protagonisti contribuiscono all'avanzamento della trama.
Per quanto riguarda invece Carlo Alberto Marchi, viene ben descritta quella che è la sua situazione familiare attuale - mentre poco o nulla per il momento sappiamo del suo passato - che lo porta a dover badare da solo alla crescita di sua figlia, la quale comincia a mostrare i primi segni di indipendenza dal genitore, nonché quella lavorativa.
Anche la trama dell'indagine viene ben descritta, mettendo nel giusto risalto dei ruoli e dei lavori che di solito rischiano di passare in secondo piano, quali quelli dei magistrati e dei carabinieri. Personalità che lo scrittore di quest'opera ben conosce, grazie al suo lavoro come cronista, potendo dunque rappresentare il tutto in maniera molto realistica e mediato quanto basta da esigenze narrative.
Su tutto questo domina Firenze, con le sue vie strette, i suoi palazzi che sembrano attaccati l'uno all'altro e i suoi tanti segreti, quei segreti che l'umanità cerca spesso e invano di nascondere. Fino a quando la realtà travolge tutto con la sua drammaticità.

lunedì 16 maggio 2022

Netflix Original 47: Message from the King


La scomparsa di Chadwick Boseman nel 2020 ha avuto davvero un forte impatto, sia tra i suoi colleghi attori che in buona parte del pubblico, che aveva potuto ammirare negli anni precedenti sia le sue prove più mainstream, di cui le più celebri rimangono quelle incentrate su Re T'Challa, il Black Panther del Marvel Cinematic Universe, sia quelle più d'élite, se così le possiamo definire, dove a volte ritagliava per sé anche il ruolo di produttore. Insomma, un attore davvero versatile che poteva dare ancora molto.
Un re diverso da quello che era solito interpretare compare in Message from the King, scritto da Stephen Cornwell e Oliver Butcher, diretto da Fabrice Du Welz e distribuito su Netflix a partire dal 4 agosto 2017.
Jacob King (Chadwick Boseman), cittadino sudafricano, giunge a Los Angeles in cerca di sua sorella Bianca, la quale gli ha comunicato di essere in grossi guai. L'uomo arriva però troppo tardi in quanto, una volta atterrato, scopre che sua sorella è stata uccisa dopo essere stata torturata.
In cerca dell'assassino, le indagini portano Jacob King in un mondo popolato da criminali di infimo stampo e politici corrotti. Un mondo in cui Bianca era precipitata suo malgrado per pagare i debiti del marito e in cui anche suo figlio è rimasto coinvolto, venendo rapito.
Jacob King è dunque determinato a vendicare l'omicidio di sua sorella e salvare suo nipote, nonché di portare ai responsabili il messaggio del re.
Anche se questa pellicola è comparsa un anno dopo Captain America: Civil War, in cui il personaggio di Black Panther fa il suo esordio, è stata in realtà girata prima, dunque è curioso e interessante vedere come Boseman si approcci per la prima volta a un personaggio proveniente dall'Africa (e su cui ha, seppur solo in minima parte, basato la sua interpretazione di T'Challa).
Soprattutto perché non ci sono eroi in questo film, nemmeno il protagonista lo è, anche se lo capiamo a pieno solo verso la fine. L'umanità che compare in questa pellicola rappresenta il lato oscuro di Los Angeles, quel lato oscuro che giunge a permeare ogni strato della società, dai bassifondi fino a giungere ai quartieri alti, fino alle stanze stesse del potere.
Un'oscurità che il protagonista può fronteggiare solo fino a un certo punto, ma la sua lotta pare destinata al fallimento.
Ci troviamo dunque di fronte a un western urbano, popolato dai moderni cowboy e criminali e dove le sparatorie si svolgono in un O.K. Corral percorso dai raggi obliqui della follia. Una follia che nemmeno un re è in grado di comprendere pienamente.

domenica 15 maggio 2022

A scuola di cinema: Assassinio sull'Orient Express (1974)

1934: Viene pubblicato il romanzo Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express), scritto da Agatha Christie.
Basato in parte anche su eventi realmente accaduti - nello specifico il rapimento del figlio di Charles Lindbergh - l'opera vede il rinomato investigatore Hercule Poirot indagare su un macabro omicidio avvenuto sul celebre treno che percorreva la tratta da Parigi a Istanbul, dismesso poi nel 1977. Anche Agatha Christie viaggiò su questo famoso mezzo di trasporto, nel 1931.
Tale omicidio viene presto collegato a un drammatico fatto di cronaca che coinvolge alcuni dei passeggeri e che potrebbe aver trovato la sua risoluzione proprio sull'Orient Express, in quello che si rivelerà uno dei casi più intricati che Poirot abbia mai affrontato.
Dopo molti anni, tale romanzo viene anche adattato per il grande schermo, in quello che è il primo film a colori che vede protagonista il celebre detective belga.


Negli anni '60 del ventesimo secolo, Agatha Christie concede i diritti di sfruttamento cinematografico di alcuni suoi romanzi per dei lungometraggi in bianco e nero incentrati su Miss Marple, interpretata da Margaret Rutherford.
Ben presto la scrittrice si pente di questo quando vede che le sue storie sono state adattate come delle sorte di commedie e, dopo l'uscita nel 1965 di Poirot e il Caso Amanda (The Alphabet Murders), dove compare il primo Hercule Poirot cinematografico Tony Randall, decide che finché sarà in vita non concederà più alcun'altra opzione su una sua opera.
Le storie della scrittrice, tuttavia, risultano sempre tra le più vendute a livello mondiale e il cinema non intende rinunciarvi così facilmente.
La società EMI Films ha un asso nella manica in più: uno dei suoi produttori, John Brabourne, è il suocero di Lord Louis Mountbatten, imparentato coi reali di Inghilterra e in buoni rapporti di amicizia con Agatha Christie. Il presidente della EMI, Nat Coleman, gli chiede dunque un aiuto e alla fine Lord Mountbatten riesce a convincere la scrittrice - dietro la promessa di un adattamento più fedele - a concedere i diritti per il suo romanzo ambientato sull'Orient Express.
Come regista viene scelto Sidney Lumet, anche se la sua agente cerca di convincerlo a non accettare, ritenendo il progetto uno stupido film ambientato su un treno, ma a Lumet piace l'atmosfera inglese, in contrasto con un altro incarico a Los Angeles che gli è stato prospettato.
Sidney Lumet vuole un cast composto da sole star e per raggiungere questo obiettivo decide di ottenere per prima l'approvazione dell'attore più noto all'epoca, ovvero Sean Connery, sulla cresta dell'onda grazie ai film della saga di 007 e con cui il regista ha peraltro già collaborato in precedenza. Costui accetta e, in poche settimane, i rimanenti componenti del cast vengono selezionati.
L'attrice più difficile da convincere si rivela essere Ingrid Bergman. In principio Lumet le propone il ruolo della Principessa Dragomiroff, già offerto a Marlene Dietrich che aveva rifiutato, in quanto si era ritirata dalle scene e non intendeva cambiare idea al riguardo. Lei, tuttavia, desidera un'altra parte, quella di Greta Ohlsson. Lumet cerca di dissuaderla, affermando che quello è un ruolo minore, ma Ingrid Bergman è inflessibile e quindi alla fine il regista decide di accettare.
Pur essendo Ingrid Bergman nata in Svezia, ha qualche difficoltà a interpretare un personaggio di nazionalità svedese, in quanto gli anni di permanenza in paesi anglosassoni le hanno fatto perdere l'accento natio. Viene dunque assunto un vocal coach per aiutarla a pronunciare le sue battute con la giusta intonazione.
Nonostante i componenti del cast siano tutti attori rinomati, ognuno di loro accetta un ingaggio di 100.000 dollari. A Sean Connery viene inoltre garantita una percentuale sugli incassi.
Il ruolo di Hercule Poirot viene proposto in prima battuta ad Alec Guinness e Paul Scofield, ma nessuno di loro è disponibile. Viene scelto allora Albert Finney. Costui, tuttavia, all'epoca ha 37 anni, mentre il personaggio di Hercule Poirot ne ha non meno di 55, anzi con ogni probabilità più di 60. Per ovviare a questo, si provvede a un apposito make-up per cui occorrono comunque alcune ore.
In quello stesso momento Albert Finney sta anche recitando in un'opera teatrale e c'è bisogno dunque di un modo per garantire le necessarie ore di sonno. Viene dunque affittata un'ambulanza che preleva giornalmente l'attore dalla propria abitazione mentre è ancora in pigiama e sul mezzo vengono compiuti i lavori preliminari di trucco, fino all'arrivo presso gli studi cinematografici, dove il make-up viene completato (spesso con Finney che sonnecchia nel mentre). Considerata che la sua è la parte più rilevante, all'attore viene garantito l'ingaggio più alto.
Così come Albert Finney, anche altri attori sono impegnati a teatro e così possono recitare solo durante il giorno per poi recarsi la sera a interpretare l'opera teatrale oppure durante i weekend.
Le riprese si tengono in Inghilterra presso gli Elstree Studios e in location in Francia e Turchia.
Lumet decide di girare la scena dell'interrogatorio di Greta Ohlsoon (più di quattro minuti) con una sola ripresa senza tagli, che l'attrice porta a termine in maniera mirabile
La scena finale, con la rivelazione, occupa ben otto pagine di sceneggiatura (per un totale di quasi 30 minuti). Per Albert Finney si rivela particolarmente sfiancante portarla a compimento, considerato che alcune riprese devono essere effettuate anche più volte e da diverse angolazioni. Anche per gli altri componenti del cast, inoltre, non è così semplice continuare a restare immobili e col corretto portamento per così tanto tempo.
Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express) viene distribuito nei cinema inglesi a partire dal 22 novembre 1974. A fronte di un budget di 1 milione e cinquecentomila sterline, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale circa 28 milioni di dollari. Ingrid Bergman vince inoltre l'Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista.
Agatha Christie riesce a partecipare alla premiere del film, in quella che si rivela come la sua ultima apparizione pubblica. Rimane particolarmente soddisfatta, giudicando questo adattamento il migliore mai tratto dai suoi romanzi. Ha un solo rammarico: i baffi di Poirot non sono i migliori e più curati al mondo, come invece quelli portati dal personaggio di sua creazione.
Anche dopo la scomparsa della scrittrice, nel 1976, nuovi adattamenti vengono prodotti, tra cui una nuova avventura di Hercule Poirot con un altro attore... ma questa è un'altra storia.

sabato 14 maggio 2022

A scuola di cinema: Fuoco Assassino (1991)

1987: Mentre sta frequentando la University of California, Los Angeles (UCLA), Gregory Widen - sceneggiatore di Highlander - lavora per ben tre anni come vigile del fuoco, assistendo allo scoppio di numerosi incendi che contribuisce anche lui a domare. Non è però sempre tutto idilliaco ed eroico, infatti Widen un giorno assiste impotente alla morte di un amico pompiere, colpito in maniera fatale da una fiammata di ritorno.
Tale esperienza gli rimane in maniera inevitabile impressa nella mente e costituisce anche la base per la sceneggiatura di un celebre film.


Il trattamento originario viene presentato a Dino De Laurentiis, che dimostra il suo interesse nonostante una, a suo dire, pessima presentazione da parte di Gregory Widen. Prima che lo sceneggiatore, però, possa portare a termine le modifiche richieste, la società di De Laurentiis dichiara bancarotta.
Dopo essere rimasta per qualche tempo nel limbo, la sceneggiatura di Gregory Widen arriva per vie traverse al produttore David Friendly della Imagine Films Entertainment, che l'acquisisce concludendo poi un accordo di distribuzione con la Universal Pictures. Il presidente e fondatore della Imagine Entertainment, Ron Howard, decide di seguire la regia del progetto.
Il ruolo di Stephen McCaffrey viene proposto a svariati attori e uno di questi, Tom Cruise, pur rifiutandolo lo menziona a un suo collega, Kurt Russell - che Tom Cruise ha cercato di far includere nelle riprese di Giorni di Tuono (Days of Thunder). Kurt Russell si inserisce dunque nelle audizioni e si aggiudica la parte.
Per il ruolo di Brian McCaffrey, uno degli attori considerati è Alec Baldwin, il quale però declina suggerendo il nome di suo fratello, William Baldwin, che si aggiudica infine la parte. Per poter partecipare a questo progetto di più alto profilo, l'attore rinuncia a un'altra parte nel film Thelma & Louise, ovvero il personaggio di J.D. Un ruolo che viene assegnato infine a uno degli attori che aveva partecipato al casting per Brian McCaffrey, Brad Pitt.
Per prepararsi alle loro parti, Kurt Russell e William Baldwin vengono inviati presso un centro di addestramento per pompieri, al fine di apprendere i rudimenti del lavoro di vigile del fuoco. Risiedono inoltre per circa un mese presso una caserma dei pompieri di Chicago, passando lì anche le notti.
Robert De Niro viene selezionato per interpretare una persona realmente esistente conosciuta da Gregory Widen, Donald Rimgale, che ha lavorato per oltre trent'anni per il corpo dei pompieri di Chicago, anche come ispettore delle cause degli incendi dolosi. Don Rimgale ha anche una piccola parte nella pellicola.
In preparazione alla parte, l'attore incontra Rimgale e anche altri ispettori dei vigili del fuoco, apprendendo inoltre la loro postura e il modo in cui si muovono per poter riprodurre il tutto durante le riprese.
Per la piccola parte del bambino che viene salvato dalle fiamme dal personaggio interpretato da Kurt Russell, all'audizione partecipano circa 200 giovani attori.
In un'epoca dove la tecnologia CGI non si è ancora pienamente sviluppata, l'unico modo per riprendere incendi in maniera realistica ed efficace è utilizzando del fuoco vero, con tutte le conseguenze del caso.
Per prepararsi a ogni eventualità, tre mesi prima circa dell'inizio dei lavori il team che si occupa degli effetti speciali costruisce un apposito laboratorio dove vengono ricreate delle esplosioni causate del fuoco e si esamina ciò che accade in caso di incendi.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 23 luglio 1990, tenendosi a Chicago.
Nonostante i possibili rischi, Kurt Russell, William Baldwin e Scott Glenn, che interpreta il personaggio di John Adcox, effettuano il maggior numero di riprese possibili, comprese quelle più pericolose, tanto da essere inseriti alla fine in maniera ufficiale nel team degli stuntmen. Molte delle comparse del film, inoltre, sono veri pompieri di Chicago e anche Gregory Widen ottiene una piccola parte in questo ruolo.
Scott Glenn viene a un certo punto davvero assalito dalle fiamme, ma i suoi vestiti ignifughi e il gel di cui è ricoperto il suo corpo lo proteggono da gravi conseguenze e, una volta terminate le riprese della scena, le fiamme vengono prontamente estinte da un team di vigili del fuoco sempre presente sul set.
Un cameraman viene inoltre rivestito con una tuta ignifuga e fatto passare attraverso le fiamme utilizzando una telecamera a mano, per esigenze di riprese e drammaticità.
Pur con questi concreti pericoli sempre dietro l'angolo, a parte qualche bruciatura e livido poco significativi e un danno strutturale a un edificio peraltro già destinato alla demolizione, nessun attore o componente della troupe rimane ferito sul set.
Le riprese si concludono l'otto dicembre 1990.
Fuoco Assassino (Backdraft) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 24 maggio 1991. A fronte di un budget di 40 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 152 milioni di dollari. Ron Howard decide di donare una parte dei profitti a lui spettanti alla sua locale caserma dei pompieri.
Un'inaspettata conseguenza derivante dall'uscita del film è che nel 1992 la Universal e la Imagine Entertainment vengono citate in giudizio da due pompieri di Buffalo, John Zoll e Terrence Burns, i quali affermano che la sceneggiatura di Fuoco Assassino presenta numerose similarità con un trattamento che il loro agente aveva regolarmente presentato alla Imagine tempo prima.
La causa va avanti per ben nove anni, ma le parti raggiungono infine un accordo extragiudiziale prima che essa venga giudicata in un tribunale.
Un sequel del film, Fuoco Assassino 2 (Backdraft 2) viene realizzato ben ventotto anni dopo, nel 2019, ancora sceneggiato da Gregory Widen e diretto stavolta da Gonzalo López-Gallego.
Il protagonista di questo sequel è Sean McCaffrey, il figlio di Stephen McCaffrey (interpretato da Joe Anderson), che deve sventare degli incendi dolosi appiccati a scopo diversivo da dei terroristi. Del cast originario ritornano solo William Baldwin e Donald Sutherland. Il film non ottiene una distribuzione cinematografica e finisce così nel circuito direct-to-video.
Il corpo dei vigili del fuoco tornerà in maniera drammatica sotto i riflettori a seguito dell'attentato alle Torri Gemelle dell'undici settembre 2001, il quale diverrà oggetto di alcune pellicole... ma questa è un'altra storia.

venerdì 13 maggio 2022

Fabolous Stack of Comics: Super-Villain Team-Up - Giant Size


Tra le magnifiche follie fumettistiche degli anni '70 del ventesimo secolo, tra figli del demonio, vampiri e teschi fiammeggianti, vanno annoverate anche le storie dove infine i supercriminali vengono messi in primo piano.
Così come era accaduto per le storie incentrate su Daimon Hellstrom, anche questa scelta va inquadrata nell'ottica di un progressivo allentamento delle maglie del Comics Code Authority, che consente dunque più libertà agli sceneggiatori nel trattare certi temi prima invisi o addirittura proibiti.
Ecco perciò comparire nel 1975 due cosiddetti Giant-Size di Super-Villain Team-Up, sceneggiati da Roy Thomas e disegnati da John Buscema e Mike Sekowsky. I due albi vedono come protagonisti principali Namor il Sub-Mariner, rimasto orfano della sua testata regolare e anche del popolo di Atlantide finito in catalessi, e il Dr. Destino, l'acerrimo avversario dei Fantastici Quattro.
Ed è proprio dopo uno dei tanti scontri tra Victor Von Doom e il Quartetto che prende il via il tutto, quando Namor preleva il Dr. Destino suggerendogli un'alleanza, cosa che - secondo quanto disse un tempo lo stesso reggente di Latveria - è una cosa naturale.
Dopo qualche esitazione, il Dr. Destino sembra disposto ad accettare quest'alleanza, ma Namor ha un carattere decisamente imprevedibile e soggetto a rapidi mutamenti e così i due si ritroveranno ben presto a battagliare tra loro.
Queste prime storie mettono in scena i vari leit-motiv che caratterizzeranno poi la serie regolare che ne seguirà. Due personalità molto differenti tra loro che cercano in ogni modo di superare le proprie divergenze di opinione e caratteriali, ma in ultima analisi finiscono sempre per ritrovarsi o l'uno contro l'altro o in contrasto. Con relative, deflagranti conseguenze.
L'impulsività di Namor contro l'orgoglio di Victor Von Doom, qualcosa che nella realtà spesso capita, in un gruppo di amici o in un contesto sociale, qui ovviamente esasperato nell'ambito di un fumetto supereroistico, ma Roy Thomas non sembra per forza indicare che l'atteggiamento di colui che viene considerato "eroe" è necessariamente quello giusto. Prova ne sia il fatto che il Dr. Destino, così temuto dai supereroi, è in realtà ben voluto dal suo popolo (credo sia una delle prime volte che questo viene sottolineato).
Interessante notare come il Dr. Destino - a seguito della crisi energetica del 1973, praticamente l'altroieri in termini narrativi, se consideriamo l'anno di pubblicazione - decida di sfruttare l'energia solare per alimentare i sistemi del suo castello, anticipando di svariato tempo un effettivo sviluppo tecnologico.
E a proposito di anni di pubblicazione, essendo un fumetto del "tempo che fu", diventa sempre divertente vedere come i personaggi amino parlare ad alta voce anche da soli (le didascalie non erano ancora così sfruttate), preoccupandosi inoltre di spiegare agli invisibili lettori cosa stanno facendo e ciò che hanno in mente di fare.
Seppur oggi una cosa simile possa apparire strana, se non addirittura folle, ha consentito al medium fumetto di continuare a tracciare una propria strada, prima che arrivasse la rivoluzione inglese (non quella storica, quella fumettistica) del decennio successivo.