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giovedì 22 maggio 2025

Netflix Original 179: I Due Papi


In circa 20 anni, tre Papi sono stati eletti dopo la scomparsa di Giovanni Paolo II, il cui pontificato è invece durato ben più di questo periodo temporale, lasciando inevitabilmente un segno.
Eppure - nel bene e nel male, ognuno faccia le dovute proporzioni secondo il proprio punto di vista - anche i successivi due Papi hanno lasciato un segno. E per qualche anno hanno messo da parte l'adagio per cui morto un Papa se ne fa un altro.
Un momento focale nell'esistenza dei due predecessori di Leone XIV viene descritto in I Due Papi (The Two Popes), diretto da Fernando Meirelles, scritto da Anthony McCarten e distribuito su Netflix a partire dal 20 dicembre 2019.
2012: Rimasto deluso dalla piega che sta prendendo la chiesa cattolica negli ultimi anni e dalla mancata condanna degli atti di pedofilia dei sacerdoti, il cardinale Jorge Bergoglio (Jonathan Pryce) medita di dimettersi e invia così formale richiesta al Vaticano.
Viene dunque contattato dalla Santa Sede e ha modo di incontrare Josef Ratzinger/Papa Benedetto XVI (Anthony Hopkins). Quella che in origine appare essere come una decisione netta e senza ripensamenti, diventa l'occasione per l'attuale e futuro papa di discutere di varie tematiche, di confrontare le loro passioni e di raccontare eventi lieti e drammatici dei rispettivi passati.
Fino a quando un'incredibile rivelazione viene svelata.
Quando pensiamo al Papa, ovvero a un capo di Stato e rappresentate massimo della Chiesa Cattolica, lo vediamo anche come una sorta di figura eterea, irraggiungibile per certi versi. Eppure personalità come Giovanni Paolo II e, appunto, Papa Francesco hanno provato a proiettare una dimensione più umana verso i propri fedeli, di fronte a un mondo che cambiava sotto i loro stessi occhi e rendeva antiquate e superate certe regole e procedure del papato e della chiesa.
Questo film, di forte impostazione teatrale, è una sorta di lungo dialogo tra i due precedenti Papi, ben sostenuto da due navigati attori, durante il quale i due si confrontano su svariati temi quali la pedofilia all'interno dei ranghi della Chiesa, la corruzione economica e la perdita di fede.
Ma discutono anche, ricollegando così i due a quella dimensione umana in cui lo spettatore può identificarsi, delle loro passioni, peraltro note e quindi non frutto di invenzione cinematografica. Quindi il calcio per padre Bergoglio e la musica per Josef Ratzinger, che si scopre anche insolito fan de Il Commissario Rex (non è una bufala). Sempre in quest'ottica non mancano momenti divertenti, come quando i due mangiano la pizza.
Tuttavia il dialogo è in particolar modo un'occasione - volta anche questa a ricondurre i due protagonisti a una dimensione umana - per aprire degli squarci nel passato dei due Papi e di chiedere ammenda per alcune azioni che hanno commesso.
Il finale è ben noto, dopotutto stiamo parlando di un evento storico, ora consegnato a un passato in cui queste due figure, un giorno o l'altro ma di sicuro non durante le nostre esistenze, potranno essere inquadrate e analizzate nel giusto contesto e col giusto distacco.

domenica 12 maggio 2024

A scuola di cinema: 84 Charing Cross Road (1987)

1904: Mark Cohen e Benjamin Marks, fino a quel momento al servizio di una ditta specializzata in tomi rari, decidono di aprire una libreria denominata Marks & Co., che si stabilisce dapprima presso Old Compton Street, prima di trasferirsi al numero 106 di Charing Cross Road, a Londra.
In poco più di vent'anni, i due con abilità e capacità vedono aumentare sia la clientela che il numero di libri a disposizione. Pur vendendo le opere più recenti, libri di intrattenimento e guide turistiche, la loro specializzazione rimane focalizzata sui tomi antichi e rari, nonché prime edizioni di opere celebri come quelle scritte ad esempio da Charles Dickens.
Poco tempo dopo la libreria si trasferisce a un differente numero civico di Charing Cross Road, il numero 84.
Per quanto rinomata e apprezzata, però, tale libreria è conosciuta solo dai residenti di Londra e da casuali turisti o passanti. Tutto questo qualche tempo dopo cambia, e in maniera imprevedibile.


Negli anni '40 del ventesimo secolo, Helene Hanff è una delle tante aspiranti autrici teatrali che vorrebbe sfondare a Broadway con una propria opera. Mentre lavora per alcune agenzie pubblicitarie e per delle riviste, nel tempo libero scrive numerosi drammi teatrali che però, pur essendo giudicati interessanti da alcuni produttori di Broadway, non vengono mai messi in scena.
Tuttavia c'è un nuovo media che sta emergendo sulla scena ed è la televisione. Grazie alle sue capacità di scrittrice e alla volontà di non disdegnare alcun ingaggio, Helene Hanff a partire dal 1951 inizia a sceneggiare sia puntate di serie televisive che film per la televisione. Lo show a cui più lega il suo nome è The Adventures of Ellery Queen.
Ma pur ricevendo di sicuro maggiori soddisfazioni dalla televisione rispetto al teatro, Helene Hanff rimane una delle tante sceneggiatrici presenti sulla piazza, a cui nessuno offrirebbe un incarico di rilievo.
Helene Hanff è anche un'appassionata lettrice e collezionista di libri antichi, possibilmente edizioni pregiate di classici della letteratura. Tuttavia, New York non è proprio la città migliore in cui trovare simili tomi e quei pochi disponibili costano anche tanto.
Fino a quando, nel 1949, la scrittrice nota su una rivista di letteratura una pubblicità di Marks & Co., a cui scrive una lettera richiedendo alcuni libri. A risponderle e venire incontro alle sue richieste è il libraio Frank Doel, un uomo compito e formale, nonché grande esperto di letteratura classica e che lavora per Marks & Co. da circa venti anni, avendo iniziato quando ancora era uno studente.
Quello che in principio è uno scambio di semplici lettere per chiedere dei libri, in un'epoca in cui concetti come shop online e Amazon non sono ancora presenti, si trasforma ben presto in una insolita amicizia tra i due, che si sviluppa sotto forma epistolare.
Helene Hanff e Frank Doel dissertano di letteratura e poesia, si scambiano auguri di natale e buon compleanno, conoscono ognuno il mondo dell'altro e alcune vicende personali. Tale amicizia epistolare va avanti per anni, quasi due decenni.
A questo punto mancherebbe solo un incontro di persona, nelle sale di quella libreria, per coronare l'amicizia tra i due. Helene Hanff, però, non guadagna così tanto dalle sceneggiature televisive e non riesce a piazzare nemmeno un'opera teatrale a Broadway, inoltre non gradisce molto viaggiare in aereo.
Alla fine è troppo tardi. Il 22 dicembre 1968 Frank Doel muore a causa di una peritonite. I funerali si celebrano il primo gennaio del 1969, ma solo qualche tempo dopo Helene Hanff viene a sapere della sua dipartita.
Frank Doel era ormai il vero e proprio gestore della Marks & Co., visto che i due fondatori ormai si erano ritirati, e senza di lui la libreria perde la sua guida principale, chiudendo i battenti nel dicembre 1970.
Helene Hanff fa infine tappa a Londra nell'estate del 1971, visitando l'ora vuoto edificio dove si trovava la libreria e incontrando alcune persone che hanno conosciuto Frank Doel, tra cui sua moglie e sua figlia.
E c'è qualcos'altro che rimane. Quell'enorme corpus di lettere scritte da Helene Hanff e Frank Doel. La scrittrice le ha conservato per caso e fortuna, poiché servivano al suo commercialista per tenere traccia dei libri richiesti e, secondo le leggi dell'epoca, poter veder condonata la relativa fattura.
Queste lettere divengono oggetto di un libro epistolare che viene pubblicato nel 1970 e che porta il nome del numero civico della libreria, 84 Charing Cross Road. Il viaggio a Londra diviene invece oggetto di un altro libro, La Duchessa di Bloomsbury Street (The Duchess of Bloomsbury Street).
E se il teatro l'aveva snobbata e la televisione non premiata abbastanza, alla fine in maniera forse inaspettata Helene Hanff trova così il successo.
Già nel 1975 viene prodotto un film per la BBC basato su 84 Charing Cross Road e nel 1981 ne viene messo in scena un adattamento teatrale, il quale ha uno svolgimento molto particolare. Vi sono infatti solo due attori presenti sulla scena, distanziati, che leggono passaggi tratti dalle missive scritte da Helene Hanff e Frank Doel. Per ironia del destino questo adattamento, approvato da Helene Hanff ma non scritto da lei, viene rappresentato anche a Broadway.
Entra a questo punto in scena Mel Brooks. Costui, oltre a essere un rinomato attore comico, è anche un apprezzato produttore cinematografico, avendo messo la sua firma anche su pellicole drammatiche come The Elephant Man (interpretato da Anthony Hopkins ed Anne Bancroft) e La Mosca (The Fly).
Mel Brooks ed Anne Bancroft sono sposati da vent'anni e, come originale regalo di compleanno, lui le regala i diritti cinematografici sul libro di Helene Hanff. Sul set si riunisce la coppia di The Elephant Man considerato che, oltre ad Anne Bancroft nel ruolo di Helene Hanff, vi è Anthony Hopkins nella parte di Frank Doel.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 24 marzo 1986, tenendosi a Londra e New York.
A quel tempo presso 84 Charing Cross Road si trova un negozio di dischi, così la libreria e alcuni set esterni vengono ricreati presso gli Shepperton Studios. A tale scopo la scenografa Eileen Diss acquisisce oltre 12.000 libri per riempire gli scaffali della libreria ricostruita.
Le riprese si concludono nel giugno 1986.
84 Charing Cross Road viene distribuito nei cinema americani a partire dal 13 febbraio 1987, arrivando infine a incassare oltre un milione di dollari sul territorio statunitense.
Helene Hanff continua nella sua attività di scrittrice, fino alla sua scomparsa nel 1997. Anche il negozio di dischi che ha sostituito la Marks & Co. chiude i battenti e viene sostituito nel 2017 da un'attività di ristorazione, un McDonald's.
Quello che rimane a quell'indirizzo di ciò che è accaduto in passato è una targa in ottone che ricorda che lì un tempo vi era la Marks & Co., nata da due giovani imprenditori e divenuto luogo di cultura e terreno di un'amicizia tra due continenti.
E questa è la fine della storia.

sabato 15 aprile 2023

A scuola di cinema: Il Bounty (1984)

28 Aprile 1789: Avviene il celeberrimo Ammutinamento del Bounty.
La nave, partita dall'Inghilterra nell'ottobre 1787 con la missione di raccogliere piante e generi alimentari presenti nelle isole polinesiane, aveva completato tale incarico, nonostante alcuni uomini dell'equipaggio fossero rimasti colpiti, o sconvolti a seconda dei casi, dalla libertà sessuale adottata dalle tribù tahitiane.
Col tempo, alcuni uomini dell'equipaggio, guidati dal secondo ufficiale Fletcher Christian e dal guardiamarina Peter Heywood, diventano sempre più insofferenti nei confronti dei metodi adottati dal Comandante William Bligh, ritenuto troppo severo e irrispettoso, e desiderosi di poter tornare dalle fanciulle di Tahiti.
Così prendono il comando della nave e imbarcano Bligh e gli uomini a lui rimasti fedeli su una scialuppa, certi del fatto che non riusciranno a sopravvivere. Ma William Bligh, determinato a portare gli ammutinati davanti alla giustizia, grazie alle sue abilità e alla conoscenza del mare, riesce ad approdare presso una colonia olandese e da lì a rientrare poi in patria.
William Bligh viene assolto dalla Marina inglese, mentre alcuni degli ammutinati vengono ritrovati qualche anno dopo: per alcuni di essi vi è l'impiccagione, come da codice navale, ad altri invece è concessa la grazia e garantito il reintegro.
La sorte di Fletcher Christian rimane incerta. Con ogni probabilità, viene ucciso in uno scontro con una tribù della Polinesia, ma vi sono anche testimonianze che sia sopravvissuto e tornato sotto falso nome in Inghilterra, ma nessuna prova di ciò è mai stata trovata.


L'Ammutinamento del Bounty è un evento storico che viene esplorato più volte dal cinema. I due lungometraggi più celebri al riguardo sono La Tragedia del Bounty (Mutiny on the Bounty), del 1935, con Clark Gable e Charles Laughton e il suo remake del 1962, Gli Ammutinati del Bounty, con Marlon Brando e Trevor Howard.
Entrambe queste pellicole si basano su un romanzo del 1932 scritto da Charles Nordhoff e James Norman Hall che, essendo appunto un romanzo (e non essendo ancora intervenuto un revisionismo storico nel merito al tempo della pubblicazione), vede William Bligh come un uomo spietato e tirannico e Fletcher Christian come l'eroe e martire.
Ma ulteriori indagini su questo evento giungono a ribaltare la cosa e una versione storica aggiornata compare nell'opera Captain Bligh and Mr Christian, dello storico Richard Hough. Tale opera viene opzionata dal regista David Lean e dal suo fidato sceneggiatore Robert Bolt, i quali nel 1977 iniziano a scriverne una sceneggiatura.
Vista l'ampiezza dell'evento e le sue molteplici implicazioni, i due decidono di farne un film in due parti. La prima, intitolata The Lawbreakers, che giunge fino al momento dell'ammutinamento, mentre la seconda, The Long Arm, incentrata sulle conseguenze dell'atto e la ricerca degli ammutinati. La Warner Bros., dapprima interessata al progetto, decide di ritirarsene quando apprende dell'intenzione di girare due pellicole, visto l'alto costo che comporterebbe.
Nel novembre 1977, Dino De Laurentiis rileva il progetto, mentre la Paramount decide di occuparsi della distribuzione del film. Nel 1978, in Nuova Zelanda, inizia a essere costruita una replica del Bounty, sotto la supervisione di David Lean.
Pur con una sceneggiatura ancora largamente incompleta, vista la divisione in due parti, si intuisce già che la cifra potrebbe aggirarsi ben al di sopra delle stime iniziali e giungere fino a 80 milioni di dollari.
Dino De Laurentiis - che ha peraltro numerose discussioni su questo punto con David Lean - ritira il suo appoggio. A peggiorare la situazione, nell'aprile del 1979 lo sceneggiatore Robert Bolt è vittima di un grave attacco di cuore, per cui deve subire un intervento chirurgico, che gli impedisce di completare la sceneggiatura della seconda parte.
David Lean prova a tramutare il tutto in una miniserie televisiva in sette parti e, fallita anche questa opzione, viene convinto dal produttore Sam Spiegel a ridurre il tutto a un solo film. Ma anche la Paramount infine ritira il proprio appoggio e nel 1980, con rammarico, David Lean deve rinunciare a questo ambizioso progetto e nel 1981 la replica della nave viene messa in vendita.
Vi è qualcuno che però non ha ancora deciso di gettare la spugna, ovvero Dino De Laurentiis: dopotutto ha già speso una somma considerevole di denaro per la costruzione della nave e i costi di pre-produzione.
Il produttore entra così in contatto col regista neozelandese Roger Donaldson, il quale ha scritto un trattamento per un sequel di Conan il Barbaro (Conan the Barbarian) e di cui De Laurentiis ha apprezzato Smash Palace.
Il trattamento di Conan non incontra tuttavia i favori del produttore e Donaldson si convince che non lavorerà mai più con lui. Il giorno dopo, invece, alle cinque del mattino, il regista riceve una telefonata da De Laurentiis, che lo invita a un meeting presso il Beverly Hills Hotel. Lì De Laurentiis gli offre la direzione del film sull'ammutinamento del Bounty.
Roger Donaldson, che non ha un ingaggio in quel momento e si è appena trasferito negli Stati Uniti, chiede di poter leggere la sceneggiatura. Ma De Laurentiis non ha tempo per questo, deve prendere un volo per recarsi in Messico sul set di Dune, quindi Donaldson ha tempo fino a mezzogiorno per dichiarare il suo interesse.
Messo in un angolo, il regista neozelandese dichiara il proprio interesse e il giorno dopo si ritrova nell'ufficio newyorchese di De Laurentiis per parlare del proprio compenso. Certo che, qualunque cifra proponga, dovrà essere contrattata, Donaldson parte chiedendo il doppio del suo normale ingaggio. De Laurentiis praticamente glielo accorda subito e così il giorno dopo Roger Donaldson parte per l'Inghilterra per occuparsi della pre-produzione. Questo film è il suo primo progetto di alto profilo.
Per il ruolo di William Bligh, la scelta di David Lean si era concentrata nel 1978 su due attori: Oliver Reed e Anthony Hopkins. Quest'ultimo viene infine confermato.
Per il ruolo di Fletcher Christian, la prima scelta ricade nel 1980 su Christopher Reeve, raccomandato da Katherine Hepburn e che David Lean ha apprezzato in Superman. Roger Donaldson non si oppone a questa decisione, ma l'attore - ritenendo che la parte non faccia per lui - decide infine di ritirarsi poco prima dell'inizio delle riprese. In sua sostituzione, viene selezionato Mel Gibson.
In principio è previsto anche il personaggio di Peter Heywood, che deve essere interpretato da Hugh Grant, ma la sua tessera del sindacato degli attori si rivela non valida e con rammarico deve dunque rinunciare, nonostante siano già stati preparati i costumi di scena per lui.
In ruoli secondari, infine, vi sono gli allora semiesordienti Liam Neeson e Daniel Day-Lewis.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 25 aprile 1983, durando per circa 5 mesi e tenendosi in Inghilterra, Polinesia e Nuova Zelanda.
Le lunghe tempistiche di produzione e le pessime condizioni atmosferiche che si verificano in mare esasperano Mel Gibson, che più volte dunque si ubriaca fuori dal set. Una notte questo lo porta a partecipare a una rissa in un bar e il mattino dopo una parte del suo volto è così malridotta che si è costretti a riprendere solo l'altra metà.
Dal canto loro, Roger Donaldson e Anthony Hopkins hanno numerosi alterchi sul set, per via del loro carattere e divergenze in merito a come deve essere girata una scena.
Il Bounty (The Bounty) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 4 maggio 1984. A fronte di un budget di 25 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare 18 milioni di dollari.
Pur non rivelandosi il migliore degli esordi, il film permette a Roger Donaldson di iniziare una nuova carriera come regista sul mercato americano... ma questa è un'altra storia.

domenica 7 febbraio 2021

A scuola di cinema: La Maschera di Zorro (1998)

Creato nel 1919 dallo scrittore Johnston McCulley, il personaggio di Zorro non ha mai perso del tutto l'icona di popolarità che lo circonda, pur venendo ogni tanto surclassato da altri campioni della letteratura popolare quali ad esempio i sempreverdi Sherlock Holmes e James Bond.
Questo personaggio è stato protagonista di numerose pellicole nel corso dei decenni, sin dai tempi del cinema muto, anche se ormai non vengono più prodotti da svariati anni film rilevanti che lo vedano protagonista, Sembra perciò quasi inevitabile che una delle ultime pellicole incentrate su di lui veda un passaggio del testimone, una sorta di fine di un'era.


Verso la fine del 1992, la Tristar Pictures - in collaborazione con la Amblin Entertainment di Steven Spielberg - inizia a pianificare la produzione di un nuovo film incentrato su Zorro. In principio, Spielberg vorrebbe esserne il regista, ma decide alla fine di ritagliare per sé solo il ruolo di produttore.
Un primo trattamento di sceneggiatura viene completato da Joel Gross nel 1993, mentre come regista viene selezionato Mikael Salomon, il quale individua in Sean Connery l'attore perfetto per interpretare l'anziano Diego De La Vega. Tuttavia, dei ritardi nel progetto portano sia Salomon che Connery a ritirarsi da esso nella seconda metà del 1995.
In sostituzione di Salomon viene assunto Robert Rodriguez, poiché la produzione ha apprezzato molto i film El Mariachi e Desperado. E proprio da quest'ultima pellicola, Rodriguez porta con sé il protagonista, Alejandro Murrieta: Antonio Banderas.
Rodriguez, però, rinuncia pochi mesi dopo poiché è sua intenzione sviluppare un film con temi maturi e scene di violenza, mentre la produzione invece vuole una pellicola più family-friendly e alla portata di tutti.
Con l'abbandono di Robert Rodriguez, la successiva scelta come regista ricade su Martin Campbell, il quale ha diretto da poco 007: GoldenEye. Costui in principio rifiuta, ma riceve poi una telefonata da parte di Steven Spielberg in persona, il quale riesce a convincerlo, cosa che lo porta a non dirigere nell'immediato un nuovo film con protagonista James Bond.
Il trattamento originale di Joel Gross viene messo da parte e viene perciò concepita una nuova sceneggiatura da parte di John Eskow, Ted Elliott e Terry Rossio. Campbell la trova buona, ma sente che manca ancora qualcosa in termini di caratterizzazione dei personaggi e umorismo, così ne chiede una revisione a David Ward. Quest'ultimo, tuttavia, nonostante un notevole apporto, non viene alla fine accreditato.
Per il ruolo di Elena Montero, Spielberg nota un'attrice a quel tempo poco conosciuta grazie a una miniserie televisiva andata in onda nel novembre 1996 e incentrata sull'affondamento del Titanic: Catherine Zeta-Jones. La pellicola su Zorro è la prima in cui ha un ruolo significativo. In preparazione per la parte, l'attrice prende lezioni di danza ed equitazione e impara a parlare spagnolo.
Il ruolo dell'anziano Diego De La Vega, con l'abbandono di Sean Connery, viene proposto ad Anthony Hopkins, ma l'attore rifiuta poiché in quel periodo è preda di forti dolori alla schiena e non può accettare una parte che richiede in maniera inevitabile allenamento e sforzo fisico.
In cerca di un sostituto, Martin Campbell invia la sceneggiatura ad Alain Delon, che aveva in passato interpretato il personaggio di Zorro in un film del 1975, ma costui non gli risponde in alcun modo. Pochi giorni dopo, tuttavia, Hopkins si sottopone a un intervento chirurgico con tecnologia laser che riesce a placare i suoi dolori alla schiena, consentendogli così di accettare la parte nel dicembre 1996.
Per prepararsi alla sua parte, Antonio Banderas si allena con la squadra olimpica spagnola di scherma per circa quattro mesi. Insiste inoltre con la produzione di poter girare il maggior numero di scene possibili senza controfigura.
Una volta giunto sul set, l'attore spagnolo - e insieme a lui anche Anthony Hopkins e Catherine Zeta-Jones - viene affidato alle cure dell'esperto maestro d'armi Bob Anderson, il quale sottopone i tre a un intenso allenamento giornaliero della durata di due mesi.
Anderson non si fa intimorire dal loro status di star, dopotutto in passato ha dato lezioni di scherma anche a Errol Flynn e ha coreografato le battaglie con le spade laser di Star Wars, e alla fine rimane colpito in maniera particolare dall'abilità e dalla dedizione di Antonio Banderas, che reputa secondo solo a Errol Flynn.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 27 gennaio 1997, presso Città del Messico, ma già il mese successivo devono essere interrotte per quattro giorni poiché Martin Campbell contrae una lieve forma di bronchite.
Ulteriori ritardi si verificano quando la dogana trattiene alcuni oggetti di scena, tra cui anche la spada che devono usare Hopkins e Banderas.
Durante una pausa tra una ripresa e l'altra, mentre Anthony Hopkins e Antonio Banderas sono costretti a restare sul set per non venire assediati dai fan, Catherine Zeta-Jones - a quel tempo ancora sconosciuta al grande pubblico - può concedersi il lusso di andare per i mercati di Città del Messico a fare compere. Il suo spagnolo è così fluente che alcune persone del posto si convincono che lei sia di origine latina, quando in realtà è gallese.
In principio, come da sceneggiatura, il film si conclude con la morte di Don Diego De La Vega, ma in fase di post-produzione questo finale viene ritenuto da Martin Campbell e Steven Spielberg troppo cupo e deprimente. Così, tre mesi dopo, viene girata una scena aggiuntiva che vede Alejandro Murrieta ed Elena Montero sposati e con loro figlio appena nato. Per questi piccoli ritardi e quest'ultima aggiunta, l'uscita del film, programmata in principio per la fine del 1997, viene rimandata all'anno successivo.
Le riprese si concludono il 5 giugno 1997.
La Maschera di Zorro (The Mask of Zorro) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 17 luglio 1998. A fronte di un budget di 95 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale oltre 250 milioni di dollari.
Un buon successo, seppur non epocale, che permette al nuovo Zorro di divenire egli stesso una nuova leggenda. Una leggenda che sette anni dopo continua grazie a un sequel... ma questa è un'altra storia.