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martedì 23 giugno 2026

Libri a caso: L'Incognita Tempo


Nel 1895, il Viaggiatore intraprende il suo primo viaggio nel tempo, proiettandosi nell'anno 802.701 e incontrando l'evoluzione degli esseri umani, gli Eloi e i Morlock.
Un viaggio pieno di sventure e tragedie che culmina con la perdita dell'amata Weena. Il tutto descritto ne La Macchina del Tempo di H.G. Wells.
Passano cento anni, ma il Viaggiatore ha ancora dei conti in sospeso col passato, il presente e il futuro. Giunge dunque il tempo di un secondo viaggio, descritto in L'Incognita Tempo (The Time Ships), scritto da Stephen Baxter e pubblicato nel 1995.
Il Viaggiatore è appena ritornato dal suo viaggio nel lontano futuro e non intende accettare la perdita di Weena, perita in un incendio o - peggio - dilaniata dai Morlock.
Decide dunque di partire per un nuovo viaggio e tentare di impedire la morte della ragazza. Ma una sorpresa lo attende: il suo primo viaggio nel tempo ha infatti alterato la storia e così il Viaggiatore si ritrova in un mondo futuro popolato da Morlock intelligenti e non selvaggi che sono riusciti a imbrigliare le energie solari.
Ha inizio per lui, dunque, una nuova odissea temporale che lo porterà a visitare altri mondi alternativi sia nel passato che nel futuro, durante la quale vecchi nemici diventeranno suoi preziosi alleati e il destino dell'umanità sarà messo a dura prova.
E che ne sarà di Weena?
È passato un secolo dalla pubblicazione del primo libro e, come sperimenta il Viaggiatore, viviamo in un mondo profondamente diverso da quello presente alla fine del diciannovesimo secolo.
La Macchina del Tempo, attraverso la lente del lontano futuro, esplorava il mondo presente di H.G. Wells, con le sue riflessioni sul progresso industriale e le sue controindicazioni. A tratti appariva più come un trattato sociologico.
Un secolo dopo, le industrie cedono il passo alla tecnologia e la scienza è molto progredita. Internet è appena stato reso disponibile al pubblico e i telefoni cellulari prendono sempre più piede. Un mondo costruito, anche con la fatica e col sangue, da quei "Morlock" che hanno ceduto al cannibalismo nel lontano futuro.
Un'immagine non più attuale o proponibile, tanto che in questo sequel i Morlock sono invece civilizzati e progrediti a livello tecnologico e scientifico, rappresentando così il vero passo successivo dell'evoluzione umana.
E costringendo il Viaggiatore a cambiare paradigma, soprattutto quando il Morlock Nebogipfel - nome tratto da un'altra opera di Wells - diventa un suo compagno di viaggio e lo mette di fronte ai suoi limiti come essere umano e alla sua visione limitata e antropocentrica.
Al tempo stesso si cerca anche una semi-spiegazione scientifica al viaggio nel tempo, del tutto ignorato da Wells all'epoca (non era l'argomento di cui gli interessava parlare), introducendo un misterioso materiale anch'esso presente in un'altra storia dello scrittore inglese.
Questo seguito rappresenta dunque sia un omaggio al pantheon immaginato da Wells che una reinterpretazione dell'opera primaria, con i due protagonisti che visitano varie epoche temporali e assistono sia alla nascita che al declino dell'umanità, venendo infine proiettati all'origine stessa del tempo.
Più che trattato sociologico, quindi, appare più in certi punti come un saggio filosofico incentrato sull'esistenza umana. Sul suo vero ruolo nell'Universo e come le proprie azioni possano avere effetti devastanti sulla Terra e sulla storia.
Ma è anche un'opera di fantasia dove il protagonista del primo libro diviene infine una persona totalmente diversa, allineandosi al ventesimo secolo. Capace di creare, invece che distruggere. Il suo viaggio forse termina qui, oppure è solo il prologo a qualcosa di più grande e inimmaginabile.

mercoledì 22 aprile 2026

Libri a caso: Davy l'Eretico


Ritorniamo nella rassicurante (?) ambientazione dei mondi post-apocalittici. Quei mondi dove l'umanità non è più la specie dominante sul pianeta Terra, ma c'è ancora spazio per cercare di perseguire i propri obiettivi. E, attraverso la lente di questo mondo in rovina, parlare in realtà dell'umanità del proprio tempo.
Come accade anche in Davy l'Eretico (Davy), scritto da Edgar Pangborn e pubblicato nel 1964.
Davy non possiede un cognome, è un orfano che è stato adottato da uno stato che ha messo al bando ogni tipo di tecnologia dopo che una tremenda guerra ha quasi del tutto annientato la razza umana.
Davy lavora come tuttofare non pagato, uno schiavo praticamente, presso una locanda, ma ben presto sente il bisogno di voler esplorare il mondo. Da piccole sortite all'esterno che durano una sola notte, col tempo Davy inizia a spingersi sempre più lontano e per periodi di tempo sempre più lunghi.
Fino a quando fugge dalla sua prigionia lavorativa e si avventura nell'esplorazione e la conoscenza del mondo post-apocalittico. Vi incontrerà dei pericoli, degli insoliti alleati e amici e alla fine anche l'amore.
Il lontano futuro, lo scenario apocalittico, per lanciare uno sguardo sul mondo in cui vive l'autore. Le storie sono state scritte nel 1962, quindi al tempo stava emergendo una nuova generazione che la Seconda Guerra Mondiale praticamente non l'aveva vissuta.
Non stupisce, dunque, che la causa del disastro di quest'opera - fatta dal vecchio establishment - sia una guerra atomica, il più grande spauracchio del decennio in cui essa è stata pubblicata.
Come nel miglior romanzo di formazione, Davy non conosce in principio questo mondo ma, quando inizia a capirlo, intuisce subito che non fa per lui. Poiché lui è un libero pensatore e prova emozioni ed empatia: insomma è - agli occhi dei potenti di quel tempo, autorità religiose e intransigenti - un eretico.
Non vi è un sentimento anti-cattolico, più che l'altro l'autore appare molto critico verso i dettami della chiesa che erano presenti a quel tempo, non più attuali nel nuovo scenario che si è venuto a formare.
Davy è l'incarnazione di questa nuova generazione e lungo la via trova spiriti affini come lui, altri liberi pensatori - rappresentanti dell'arte di strada - che mettono in dubbio quei valori tramite il filtro delle rappresentazioni teatrali. Qualcosa che il potere non riesce a comprendere.
Davy è quella generazione che qualche anno dopo avrebbe generato un cambiamento.
L'opera racconta solo una parte della vita di Davy (i primi anni della sua avventura e un possibile epilogo), ma rimangono aperti alla fine molti punti meritevoli di approfondimento. Se la giovinezza viene esplorata, l'età matura rimane a noi quasi del tutto sconosciuta.
Non sappiamo se avremo modo di tornare a posare gli occhi su questo mondo e questo personaggio, ma il suo viaggio di iniziazione - con molte scoperte sia esteriori che interiori - è quello che hanno compiuto molte persone, una volta o l'altra.

giovedì 2 aprile 2026

Libri a caso: Circumluna Chiama Texas


Uno spettro si aggira per... l'Europa? No, il Texas! In quella che è stata un'era di grandi cambiamenti sociali, la fantascienza dell'epoca ha cercato di prevedere - a volte riuscendoci, a volte fallendo miseramente - quelli che potevano esserne gli sviluppi sotto vari aspetti, anche quelli sociologici.
Con un pizzico di satira laddove serva. Come in Circumluna Chiama Texas (A Specter is Haunting Texas), scritto da Fritz Leiber e pubblicato nel 1968.
Il Texas domina ormai il mondo intero a seguito delle conseguenze di un conflitto nucleare, ma la dittatura viene mal vista e combattuta dal Messico, mentre la Russia rimane ancora un nemico da temere.
In questo insolito scenario giunge Christopher Crockett La Cruz, soprannominato Tesk, proveniente da Circumluna, una colonia lunare dove da tempo buona parte dell'umanità si è rifugiata.
La Cruz prevede un viaggio breve sulla Terra: deve solo riscattare una concessione mineraria appartenente alla sua famiglia, ma rimane ben presto coinvolto suo malgrado nel conflitto tra i texani e i messicani.
Christopher Crockett La Cruz, forte del suo esoscheletro, decide di stare dalla parte di questi ultimi, più piccoli e poveri, e sfruttando le sue doti di attore inizia a portare in giro per il Texas un teatro itinerante in cui proclama i valori della rivoluzione.
I guai non tardano ovviamente ad arrivare.
Molto spesso viene affermato che la satira deve prendere di mira solo le autorità e le persone potenti. Non sappiamo se sia doveroso agire sempre così, ma di certo il romanzo va in questa direzione.
Agli scrittori piace scrivere per metafore, per allegorie, e quindi gli Stati Uniti in cui rimane solo il Texas a governare il mondo sono in realtà una versione alternativa, e decisamente surreale, degli Stati Uniti degli anni che Fritz Leiber e molti altri stavano vivendo.
Dove il protrarsi della Guerra Fredda, il conflitto in Vietnam e le rivolte giovanili stavano mettendo alla gogna una certa arroganza del potere costituito.
Il Texas non è stato di certo scelto per caso e credo che Leiber conoscesse i suoi compatrioti meglio di me. Nel ritrarli alti, quasi tre metri, ma boriosi, arroganti e viscidi vi è una spietata ironia che s fa beffe del potere, degli organi governativi. Che dall'alto, appunto, della loro autorità decidono chi vessare e quali popoli attaccare.
Nonché viene messa alla berlina una certa categoria di privilegiati, delle classi sociali alte, indifferenti ai disagi e alle sventure delle classi sociali meno abbienti.
Come non è stato scelto a caso il Messico come opponente, la nazione - secondo il modo di pensare dell'epoca - simbolo della povertà e del desiderio di non lavorare.
I ricchi che lottano contro i poveri, il pensiero in apparenza dominante che viene contestato da quella minoranza che, non venendo ascoltata, inizia a battagliare. E così si cerca di eliminare quel pensiero ribelle e quella minoranza.
Un universo impazzito, dove anche l'eroe non è proprio così eroico (cerca di avere una relazione con due donne contemporaneamente) e non c'è una sorta di lieto fine per lui. Ma tempi disperati richiedono personaggi... in possesso di un esoscheletro. E non ci si può sempre rifugiare su un satellite, o in una caverna, o dovunque si voglia.
A un certo punto bisogna prendere conoscenza della realtà e fare una scelta.

martedì 31 marzo 2026

Libri a caso: L'Agente di Bisanzio


La narrativa di fantascienza adora, e forse ha anche ideato, gli scenari ipotetici. Il "cosa sarebbe successo se..." o "What if...?", per usare un termine fumettistico. Ovvero eventi storici che hanno preso una piega differente rispetto alla nostra realtà, alterando così il mondo che conosciamo e dando vita a un nuovo universo, che può essere dunque esplorato e ampliato in ogni dove.
Un esempio celebre in tal senso è La Svastica sul Sole di Philip K. Dick. E un'opera che presenta un altro mondo alternativo è L'Agente di Bisanzio (Agent of Byzantium), scritto da Harry Turtledove e pubblicato nel 1994.
Basil Argyros è un fedele soldato al servizio dell'Impero Bizantino e adoratore di San Maometto, che molto tempo prima si convertì al Cattolicesimo, modificando così la storia che noi conosciamo.
Non avendo mai subito invasioni da parte del popolo arabo, l'Impero Bizantino è in questo mondo davvero esteso, ma ciò non vuol dire che manchino le minacce alla sua stabilità e serenità.
Basil Argyros, con la sua dedizione e il suo coraggio, sventerà molti pericoli, guadagnando ben presto la prestigiosa qualifica di magistrianos, cosa che lo porterà in giro per le regioni dell'Impero. Ma molte saranno anche le tragedie che dovrà affrontare.
Come ben intuibile, l'evento storico che in questo universo non si è verificato è il fatto che Maometto non ha mai scritto il Corano, non ha mai fondato una propria religione e dunque non è mai stato riconosciuto come profeta dell'Islam. Anzi, ha aderito ai dettami del cristianesimo.
Tale evento viene accennato subito e ripetuto di tanto in tanto, ma in realtà l'attenzione del lettore viene sempre dirottata nel seguire le avventure di Basil Argyros e le scoperte che queste comportano. Anche perché la conseguenza principale, l'Impero Bizantino che non è mai crollato, viene delineata proprio descrivendo le avventure del personaggio.
L'opera è in realtà un'antologia che raccoglie otto racconti scritti dall'autore in un arco di quattro anni e che dettagliano l'ascesa di Argyros da giovane soldato semplice a rinomato e maturo magistrianos. Harry Turtledove, peraltro, è un apprezzato studioso e ricercatore della storia dell'Impero Bizantino, quindi sa di cosa parla e può permettersi di immaginare un suo scenario alternativo.
Il tema al centro di praticamente tutte le storie è la dicotomia tra religione e scienza, di cui Argyros diventa una sorta di incarnazione. Infatti, costui dovrà il successo delle proprie missioni alla scoperta di incredibili invenzioni (nel corso delle sue avventure scoprirà - in maniera diretta o indiretta - il cannocchiale, le vaccinazioni, la stampa, la polvere da sparo e altro).
Tuttavia, nonostante possa attribuirsi il merito di questo, Argyros darà sempre il riconoscimento di tali missioni a Dio, ritenendo in maniera incrollabile che sia stata la sua mano ad aiutarlo a ideare queste meraviglie. Quando ovviamente non è così ed è invece tutto frutto dell'inventiva dell'uomo. Né qualcun altro proverà a contraddirlo su questo fatto, poiché condivide il suo pensiero.
Quello stesso Dio che farà vivere alcune grandi tragedie ad Argyros, ma che non lo porteranno mai a porsi questioni filosofiche o teologiche.
Una dicotomia presente nei secoli e che a quanto pare diventa argomento di dibattito anche in questo universo alternativo. L'autore sottilmente afferma che i fervori religiosi - di qualunque natura essi siano - non hanno mai aiutato il progresso dell'uomo e della scienza.
Quindi, pur non condannando chi è credente di una religione, vi è l'invito a mettere le cose al loro giusto posto. Se un'entità suprema esiste, è anche la mano dell'uomo che ha creato quelle tecnologie che hanno permesso che si uscisse dalle caverne e si viva ora in grandi metropoli.
O, nel caso di Basil Argyros, in un grande impero che chissà se è mai crollato.

giovedì 5 marzo 2026

Libri a caso: La Macchina del Tempo


Il concetto del viaggio nel tempo è uno dei più cari alla letteratura fantastica e, ovviamente, anche al cinema. Le possibilità, infatti, che offre questo topos narrativo sono innumerevoli nelle mani di un abile scrittore.
E se oggi romanzi e film sui viaggi nel tempo sono ormai prodotti in quantità incalcolabile, c'è stato anche un momento in cui questo argomento era ancora acerbo da un punto di vista narrativo, ma pur sempre affidato a grandi autori.
E questo ci porta dunque a un caposaldo della letteratura fantascientifica: La Macchina del Tempo (The Time Machine), scritto da H.G. Wells e pubblicato nel 1895.
Un gruppo di persone ama radunarsi ogni tanto per dissertare di vari argomenti. Tra questi il più eccentrico è di sicuro colui che è noto solo come il Viaggiatore del Tempo, il quale afferma che sta cercando di costruire un dispositivo in grado di imbrigliare e controllare le energie temporali.
Qualche tempo dopo, il Viaggiatore dichiara di essere riuscito in questa impresa e di essere appena tornato da un viaggio nel futuro prossimo. L'uomo racconta così al suo confuso e incredulo auditorio la storia di come lui si sia proiettato nel lontanissimo futuro, nell'anno 802.701.
Qui ha fatto la conoscenza delle evoluzioni future dell'umanità: i piccoli e pacifici Eloi e gli spietati Morlock, in lotta tra loro. Il Viaggiatore rimane così coinvolto in questo conflitto, che lo metterà a confronto anche con le sue paure e le sue speranze nei confronti dell'umanità e delle sue potenzialità.
Quando si utilizza lo stratagemma del viaggio nel tempo, lo si può utilizzare anche per analizzare l'epoca presente in cui l'autore vive. Ebbene, appare confortante sapere che tale approccio è stato utilizzato sin dal principio.
Quello che ci troviamo di fronte in questo caso, infatti, è un vero e proprio trattato sociologico. Utilizzando lo stratagemma del Viaggiatore perduto nel lontano futuro, Wells dirotta in realtà l'argomento verso un'analisi lunga e puntuale della società del suo tempo che viene filtrata dalle riflessioni del protagonista. La società inglese, a quel tempo preda di una forte industrializzazione.
Gli Eloi diventano così una metafora di coloro che vivono e hanno vissuto nel lusso e negli agi, spesso sfruttando altre persone per ottenere tali ricchezze, mentre i Morlock sono la classe operaia, quella sfruttata e costretta a vivere nell'oscurità, che cede infine ai propri istinti bestiali.
Wells afferma che quelle che sono le distanze tra queste due classi sociali si stanno fortemente acuendo a causa dei grandi cambiamenti in atto nel mondo e ben presto potrebbero diventare incolmabili, se non si interviene in qualche modo.
Chi legge questo libro, dunque, credendo che sia principalmente un romanzo d'avventura e pieno di scene d'azione potrebbe rimanerne deluso, in quanto alla fine non è altro che un'analisi precisa e puntuale, da parte dell'autore, di un presente che rischia di divenire prima o poi un paesaggio vuoto e arido. Vi sono tuttavia degli elementi di azione che hanno permesso al cinema di fare propria anche quest'opera, grazie a un paio di ben riusciti adattamenti.
In conclusione, La Macchina del Tempo è un'opera sì seminale per quanto riguarda il tema trattato, ma al tempo stesso è anche un'opera fortemente radicata nel periodo storico in cui è stata scritta. Dunque si può dire oggi sia superata e sia invecchiata?
Si potrebbe pensare così, eppure le distanze tra classi agiate e classi meno abbienti diventano sempre più ampie, mentre il progresso tecnologico avanza di gran carriera e sembra non doversi più fermare. Forse non rimane che attendere l'anno 802.701.

lunedì 24 marzo 2025

Libri a caso: La Terra Morente


La Terra che si avvicina ai suoi ultimi giorni, il sole che sta per esplodere e l'umanità consapevole di avere le ore contate. Sempre che qualcosa non accada nel mentre. Sì, siamo di nuovo dalle parti degli scenari apocalittici, da fine del mondo, dopo Il Lungo Meriggio della Terra.
E tocca stavolta a La Terra Morente (The Dying Earth), scritto da Jack Vance e pubblicato nel 1950.
Ci troviamo in un lontanissimo futuro, dove il sole è rosso fuoco e sta per andare in supernova, cosa che causerà la fine della vita sulla Terra e la scomparsa dell'umanità dalle galassie. In quest'era le distanze tra le classi sociali sono molto ampie e la magia e le superstizioni hanno una forte presa sulla gente, considerata la fine che si ritiene imminente.
In questo scenario assistiamo alle imprese di alcuni personaggi. A partire dai maghi Mazirian e Turjan, in eterna lotta tra loro per il dominio delle creature ideate artificialmente e a cui manca ancora la scintilla della vita.
Passando poi dalle sorelle genetiche T'Sais e T'Sain, ai due lati opposti della barricata delle emozioni, ma al tempo stesso fortemente legate.
E finendo infine con Liane il Viaggiatore, Ulan Dhor e Guyal di Sfere, cercatori di conoscenza a vario titolo (ma non tutti spinti da motivi altruistici) le cui cerche potrebbero avere un forte impatto sul mondo e sul futuro, breve o lungo che sia, dell'umanità.
A volte lo scenario apocalittico imminente è parte integrante della narrazione ed è uno dei motivi che spinge i protagonisti ad agire. A volte, invece, è un'affascinante cornice entro cui imbastire altri scenari che vanno a creare una sorta di più ampio paesaggio narrativo.
La Terra Morente rientra in questa seconda categoria. La Terra del lontano futuro dove il sole sta per andare in supernova - entro quanto tempo non è dato sapere - diventa infatti il presupposto di base su cui costruire poi storie che, in realtà, non esplorano più di tanto questa tematica.
Il romanzo è più un'antologia, a ben vedere, in quanto è composto da sei racconti che tra l'altro hanno dei collegamenti minimi tra loro. Solo il primo e il secondo a ben vedere sono una sorta di prosecuzione diretta, mentre i rimanenti quattro - pur recuperando alcuni personaggi già apparsi in precedenza - fanno sostanzialmente storia a sé.
Tutti questi racconti, però, creano un mondo ampio di cui noi iniziamo a intravedere qualche barlume che tende la mano più al fantasy che alla fantascienza, con tanto di creature incantate e paesaggi immacolati.
Il pianeta in questione rimane la Terra, seppur sia molto diversa da quella che conosciamo. Pare tornata a una sorta di era medievale, dove predominano più le credenze sovrannaturali che la ragione. E dove chi è in grado di detenere il potere della magia si ritrova nei posti più alti della società.
Sotto questa patina mi è parso di vedere una non tanto velata critica alle religioni, senza alcuna distinzione, nella parte in cui abbindolano gente disperata per dare loro promesse di un futuro migliore che mai arriverà e annunciando punizioni divine che in realtà sono impartite dall'essere umano. Quindi più che la religione, chi la sfrutta per i propri fini.
Caratteristica che l'uomo a quanto sembra non abbandona, nemmeno di fronte alla fine del mondo.

mercoledì 5 febbraio 2025

Libri a caso: Il Lungo Meriggio della Terra


Come finirà la vita sulla Terra? Come scomparirà l'umanità? Questa tematica molto allegra e ottimista non può mancare ovviamente nella fantascienza che, immaginando possibili scenari futuri, arriva dunque a concepire anche il futuro definitivo e ultimo. Un futuro dove però sembra esserci ancora spazio per lottare e tentare di trovare il proprio posto nel mondo.
Uno degli esempi più emblematici di questa tipologia di futuro è Il Lungo Meriggio della Terra (The Long Afternoon of Earth), scritto da Brian Aldiss e pubblicato nel 1962.
Il Sole presto o tardi esploderà in una Supernova, cancellando per sempre la Terra e l'umanità che tanto ha plagiato questo pianeta e la sua vegetazione. Vegetazione che nell'arco dei secoli si è evoluta, crescendo a livelli sempre più grandi, e ha preso possesso di questo mondo, rendendo l'essere umano l'anello più debole della catena alimentare, pronto a cadere vittima di ogni possibile minaccia, animale o vegetale.
In questo scenario apocalittico si muove Gren, un ragazzo arrogante e che mal sopporta gli ordini che riceve dalle leader della propria tribù. Questa sua continua insofferenza a seguire l'autorità in un mondo che si avvia verso la fine, lo porterà ben presto a isolarsi e a scoprire lati ignoti di questa Terra del lontano futuro.
E sarà ancora possibile in questo scenario conoscere sentimenti come l'amicizia e l'amore?
Possono ancora esistere valori positivi in un mondo dove presto o tardi tali valori non avranno più alcun significato o importanza? Ha qualche senso provare a cercarli ancora? Forse per alcuni la risposta a questa domanda sarà immediata, ma non per i protagonisti di questa serie di racconti che si congiungono a formare un unico, grande affresco narrativo.
La risposta non è immediata perché i personaggi che qui vi compaiono non sono, cosa a mio avviso fatta in maniera volontaria, persone per cui noi possiamo provare empatia e dunque prendono decisioni che noi non comprendiamo. Non comprendiamo in quanto non ci ritroviamo mai davvero a lottare per la nostra stessa vita contro quel mondo che ci ha accolto e cresciuto.
Il Lungo Meriggio della Terra rappresenta il rovesciamento di fronte di quella che è la vita ordinaria dell'essere umano. Senza citare pericoli nucleari o chimici (non è il focus della storia), Aldiss sottolinea quanto l'umanità - che si ritiene una razza superiore ed eterna che non avrà mai fine - sia in realtà qualcosa di insignificante nel contesto temporale e universale, un pulviscolo nell'occhio della Via Lattea.
Quindi il vero obiettivo di Gren, un insolito antieroe, non è primeggiare o trovare il proprio posto nel mondo. Consapevole infine di essere qualcosa di inutile, il suo unico scopo è sopravvivere. Perché la vita e trovarvi un senso ormai non hanno più senso, per usare un gioco di parole.
Ecco perché non si riesce a empatizzare con lui o con chi ruota intorno a lui. Noi sentiamo ancora di avere uno scopo della vita, di essere circondati da persone a cui teniamo. Gren no: anche se trova l'amore e ha un figlio il suo destino è comunque segnato. Che muoia da anziano oppure nell'esplosione della Terra non ha più importanza.
E dunque alla fine la cosa più importante è poter vivere in pace, per quanto possibile, gli anni che restano, poiché il perseguimento di ogni altro obiettivo diverrebbe qualcosa di futile sapendo che non ci sarà alcuna eredità spirituale. 

giovedì 9 gennaio 2025

Libri a caso: Rete Globale


Forse appare superfluo dirlo, ma uno degli obiettivi della fantascienza è quello di immaginare un possibile sviluppo futuro della società analizzando la reale società in cui si vive in quel momento. Un'analisi che può assumere a volte l'aspetto di una feroce satira, come accade in 1984 di George Orwell.
Non è chiaramente qualcosa di semplice poiché, quando quel futuro arriva o è imminente, si potrebbe scoprire che non è proprio come lo scrittore lo aveva immaginato, col rischio di rendere l'opera sorpassata (non che però 1984 lo sia diventata, bisogna ammetterlo).
Una possibile società futura la si trova anche in Rete Globale (The Shockwave Rider), scritto da John Brunner e pubblicato nel 1975.
Siamo nel ventunesimo secolo. A seguito di alcuni disastri naturali e tentativi di colpo di stato, una potente rete di computer decide le vite dei cittadini, scegliendo per loro la professione più adatta sin dalla più tenera età, gli hobby da perseguire e compie altre scelte sottratte al loro libero arbitrio.
Uno studente di nome Nick Haflinger, con una personalità più marcata e intelligente, riesce a capire l'inganno che si perpetra dietro questa facciata di normalità ed entra in clandestinità, assumendo negli anni svariate identità fittizie, al solo scopo di nascondersi.
Quando però il governo americano lo rintraccia e lo mette sotto interrogatorio, Nick Haflinger deve decidere se continuare a utilizzare le sue maschere oppure per la prima volta essere sé stesso e mostrare al mondo la verità.
Immaginare la società futura, dicevamo. Il decennio in cui quest'opera è uscita è stato davvero molto particolare tra crisi energetiche e petrolifere, una Guerra Fredda che - pur passate le crisi più importanti - era ancora ben presente e già emergevano questioni come la sovrappopolazione e la sicurezza a discapito della privacy.
Inoltre già era presente la rete militare Arpanet che stava per diventare l'Internet dell'allora futuro e la tecnologia stava per compiere balzi da gigante.
John Brunner ha immaginato questo scenario futuro basandosi su alcuni scritti dei sociologi del tempo di allora e, nel fare questo, ha concepito un mondo che non sembra troppo distante dall'attuale. Certo non abbiamo una rete globale che governa tutte le nostre mosse, ma di sicuro ci sono algoritmi che cercano di guidarci verso una precisa scelta e governi, in molte nazioni, che manovrano le loro campagne politiche anche basandosi su dati raccolti da agenzie private o governative e vendute al miglior offerente, in maniera legale o meno.
Il modello di riferimento è appunto il succitato 1984, solo verso un'impronta un po' più ottimistica. Se la ribellione di Smith è destinata a fallire sin dal principio, la presa di coscienza di Haflinger diventa la scintilla che darà il via al cambiamento dello status quo. Cambiamento che inizia proprio da dove è cominciata la dittatura globale.
Quindi più in generale lo scrittore esorta a non conformarsi subito a modelli predeterminati da altri, ma a cercare di tracciare un proprio percorso - e i propri errori, anche - basandosi sulle proprie scelte. Una cosa difficile da fare già cinquant'anni fa e diventata un po' più ardua oggi.
Ci sono molti convinti che oggi si viva in una dittatura computerizzata. Non proviamo nemmeno ad argomentare a favore o a torto (sarebbe inutile, dopotutto), ma sarà interessante vedere dove ci porterà la vastità di questa rete.

lunedì 4 novembre 2024

Libri a caso: Il Tempo delle Metamorfosi


Si sa, la fantascienza può essere terreno di avventure spaziali e cosmiche, nella pura tradizione dell'avventura e dell'intrattenimento di massa, ma può anche essere utilizzata per storie più intimiste. Dove la fantascienza diviene lo specchio dei tempi, non necessariamente solo dei tempi in cui vive lo scrittore.
Ne è un esempio Il Tempo delle Metamorfosi (A Time of Changes), scritto da Robert Silverberg e pubblicato nel 1971.
Sul pianeta Borthan vi sono svariate regioni che vivono seguendo ognuna un proprio governo e un proprio codice. Ma per tutte queste vige il Comandamento, che vieta severamente di parlare di sé in prima persona, atto considerato esibizionista e blasfemo e punibile col carcere.
Kinnall Darival è il secondogenito della più importante autorità di una regione del pianeta. Quando il padre muore in un incidente di caccia, temendo di venire esiliato oppure ucciso dal proprio fratello maggiore, fugge in cerca di fortuna altrove.
Quella fortuna, se così la si può definire, si concretizza nell'incontro con un terrestre di nome Schweiz, il quale lo porterà a mettere in discussione il Comandamento e il suo stesso stile di vita.
Se la contestualizziamo nel periodo in cui è uscita, quest'opera è e rimane molto particolare. Poiché cerca di sfruttare le potenzialità della fantascienza, tra cui quella di descrivere probabili scenari futuri derivati dal presente, abbandonando ogni pretesa di un crescendo di azione o utilizzo di numerosi colpi di scena.
Infatti quello di Kinnall Darival, come il titolo stesso lascia presagire, non è un viaggio avventuroso, bensì un percorso interiore che lo porta a scoprire dei lati inediti di sé stesso, attivando quel cambiamento, quella metamorfosi prima mai immaginata. Una sorta di insolito romanzo di formazione, dunque.
Metamorfosi che avviene sia da un punto di vista fisico, tramite l'uso di una droga speciale che mette in comunione le anime, sia da un approccio metafisico, che porta da quella comunione a scoprire lati inediti di sé e delle persone che circondano il protagonista.
Siamo, al tempo della pubblicazione, agli inizi degli anni '70 del ventesimo secolo. I moti giovanili del 1968 e il festival di Woodstock sono eventi recenti e ancora ben scolpiti nella memoria. Così come era ben viva e pulsante la cultura hippie, che utilizzava le droghe per esplorare lati inediti della propria coscienza, approccio forse un po' semplicistico ma tant'è.
Quindi la metafora di un paria della società, che di quella società stessa diviene poi parte integrante e cerca di destabilizzarla mettendosi contro l'establishment che lo crocifigge per l'utilizzo di una droga, pare un'allegoria abbastanza evidente.
Noi non sapremo mai se la crociata di Kinnall Darival avrà successo, questo punto viene lasciato volutamente in sospeso. Il protagonista - e l'autore insieme a lui - lascia al lettore questo giudizio, chiedendogli di non farsi offuscare dai pregiudizi.
Cinquant'anni dopo la risposta a questa domanda ha ancora importanza? Se questa domanda è se valga la pena talvolta, in certi contesti, di mettere in dubbio ciò che altri ti impongono e cercare di cambiare le cose, allora forse sì, ha ancora importanza.

mercoledì 25 settembre 2024

Libri a caso: Pianeta d'Aria


Al termine di Moby Dick, il capolavoro pubblicato nel 1851 e scritto da Herman Melville, Ishmael/Ismaele è l'unico sopravvissuto della ciurma del Pequod, sterminata dalla furia della balena bianca, cacciata con ancor maggiore furia dal Capitano Achab.
A volte la parola FINE può non rappresentare il vero e proprio epilogo per un personaggio. Dopotutto, qualcuno si potrebbe domandare: ma cosa è accaduto a Ishmael il giorno successivo? Ebbene, a questa domanda risponde Pianeta d'Aria (The Wind Whales of Ishmael), pubblicato nel 1971 e scritto da Philip J. Farmer.
Ishmael viene ripescato e salvato dalla Rachel, ma le sue traversie non sono ancora terminate. Precipitato infatti in un wormhole, Ishmael si ritrova catapultato in un lontano futuro, quando l'umanità è quasi sull'orlo dell'estinzione e vive su città volanti viaggiando su navi volanti, mentre la Terra è popolata da creature selvagge che cacciano l'uomo per terra, per mare e anche per aria, visto che hanno facoltà di volare.
Sia straniero in terra straniera che l'uomo giusto nel momento giusto, Ishmael conoscerà alcuni nativi di questo insolito futuro, compresa un'affascinante ragazza di cui si innamora, e dovrà insegnare loro un'arte che ha imparato a padroneggiare suo malgrado: la sopravvivenza.
In un'era attuale in cui non ci si fa problemi a dare un seguito a qualsiasi opera, un'operazione come questa potrebbe risultare scontata. Ma suddetto romanzo è stato pubblicato oltre cinquant'anni fa, quando vi era ancora una sorta di aura di sacralità in merito ai grandi capolavori della letteratura.
Philip Farmer, tuttavia, non si è mai creato problemi di questo tipo, considerato che ha scritto libri su altre icone letterarie come Tarzan o Sherlock Holmes.
Ovviamente in questo caso non si procede nella scia di Herman Melville, anche perché questo sì sarebbe stato inutile e superfluo. Anzi, laddove lo scrittore di Moby Dick sottolineava come le ambizioni più ardite dell'essere umano siano destinate a scontrarsi con la realtà e la crudeltà, Farmer invece adotta un'operazione di ribaltamento.
Poiché Ishmael, forse proprio perché reduce dalla drammatica esperienza vissuta sul Pequod, si pone degli obiettivi che riesce a realizzare con astuzia e abilità, giungendo infine a realizzare quelle che sono più modeste, ma per lui comunque significative, ambizioni.
Sono in effetti passati 120 anni dalla pubblicazione di Moby Dick e il mondo è profondamente cambiato. Inoltre, inserire il tutto in una cornice fantascientifico-apocalittica contribuisce in maniera ulteriore a creare un distacco con l'opera originaria e a proiettare gli eventi verso un nuovo scenario e una nuova storia.
Se con Melville, Ishmael ha affrontato la furia della natura, implacabile e inarrestabile, qui deve fare i conti con i pregi e i difetti dell'umanità, più gestibili se si sa come affrontarli. E chi meglio dell'unico sopravvissuto di una ciurma maledetta?

mercoledì 18 settembre 2024

Libri a caso: Straniero in Terra Straniera


La fantascienza, come genere letterario, oggi ha pari dignità rispetto ad altri generi: il tempo, si dice sempre, è galantuomo e ha fatto comprendere le potenzialità di questa peculiare forma di narrazione.
Ma non è sempre stato così. Qualche decennio fa, la fantascienza era ritenuta narrativa di serie B, o peggio, che si rivolgeva a un pubblico semplice.
Eppure talvolta anche in quell'epoca c'era qualche opera che riusciva a scardinare questo pregiudizio. Una di esse è di sicuro Straniero in Terra Straniera (Stranger in a Strange Land), scritto da Robert Heinlein e pubblicato nel 1961.
Valentine Michael Smith è il primo uomo in possesso di cittadinanza marziana, essendo nato sul pianeta rosso durante una spedizione esplorativa.
Quando giunge sulla Terra, Valentine Michael Smith - che ha la mente di un bambino ma al tempo stesso grandi capacità - diviene l'elemento centrale di una lotta di potere economico, essendo legalmente a tutti gli effetti il padrone del pianeta Marte.
Il governo e le multinazionali tentano dunque di sequestrarlo e farlo sparire, ma in suo soccorso intervengono il giornalista Ben Caxton, l'infermiera Gillian Boardman e l'eccentrico avvocato Jubal Harshaw.
La scoperta del mondo e delle sue contraddizioni da parte di un'anima candida quale Valentine Michael Smith lo porterà a divenire un insolito leader spirituale, promulgatore di una totale libertà sessuale.
Gli scrittori dell'epoca dovevano proprio detestare la società puritana americana venuta fuori al termine della Seconda Guerra Mondiale, ma peraltro già presente prima del conflitto. Già Gli Amanti di Siddo ne faceva emergere le contraddizioni, ma qui si raggiunge un livello superiore.
Robert Heinlein cerca di porsi come l'osservatore neutrale ma fino a un certo punto - simboleggiato da Jubal Harshaw - che prova a spiegare la follia del mondo futuro (la società americana degli anni '50, in realtà) a chi quel mondo non lo ha mai conosciuto.
Un'anima candida che quindi non può capire concetti come l'odio, il pregiudizio o anche il denaro e il potere politico.
Valentine Michael Smith diviene dunque l'araldo di una filosofia che propugna l'amore libero, senza alcun tipo di distinzione. Come ben noto, questa sua filosofia è anticipatrice della cultura hippie che spazzerà via quelle vecchie concezioni sociali presenti nel decennio precedente.
Di solito la fantascienza cerca di carpire le tendenze del presente per immaginare la società del futuro, ma qui in realtà è stato compiuto un approccio differente. Si è preso il presente e lo si è rigettato in toto, immaginando un mondo dove tutti quei preconcetti sono stati abbandonati.
Ma siccome i messia di un nuovo verbo trovano sempre delle difficoltà a diffondere la loro parola, a fronte di uno status quo che non ne vuol sapere di cedere il passo, Valentine Michael Smith avrà una parabola ascendente e discendente, durante la quale si circonderà di discepoli (stavolta di entrambi i sessi), come qualcun altro prima di lui, incontrerà diavoli tentatori moderni (la politica) e cambierà il mondo attraverso la parola e un differente tipo di spiritualità, più interiore diciamo.
Riletta a distanza di tempo, ovviamente quest'opera non presente più una carica eversiva, ma rimane comunque particolare veder parlare liberamente - seppur filtrato attraverso la mentalità di quel tempo - di omosessualità, amore incondizionato, egualitario e non vincolato da legami religiosi e laicismo.
A dimostrazione che la fantascienza, se ben scritta, non è e non è mai stata una forma narrativa inferiore.

giovedì 16 maggio 2024

Libri a caso: Gli Amanti di Siddo


Il fatto che la fantascienza, come genere letterario, sia proiettata nel futuro, oppure offra una versione alternativa della nostra realtà, non impedisce ovviamente agli autori di trattare tematiche del loro tempo o universali, utilizzando la metafora di un mondo lontano.
Un mondo dove però possono sopravvivere concetti eterni, come l'amore, e venire reinterpretati. Come accade in Gli Amanti di Siddo (The Lovers), scritto da Philip J. Farmer e pubblicato originariamente sotto forma di racconto nel 1952, salvo poi essere espanso in romanzo nel 1961.
Ci troviamo nel trentunesimo secolo: dopo una tremenda Guerra Apocalittica che ha decimato la popolazione terrestre, il mondo vive sotto l'egida di una dittatura religiosa che si rispecchia nella figura eterea del Precursore.
Tramite i suoi scritti sacri, messi in pratica da zelanti agenti, i cittadini vivono secondo determinate caste e devono seguire specifici dettami, comportarsi secondo schemi prefissi in ogni aspetto della loro vita e, nel caso li infrangano, vengono puniti anche in maniera corporale.
Tra di loro vi è il linguista Hal Yarrow, il quale pur essendo un devoto della religione unica (anche perché non può fare altrimenti), vive un'esistenza miserabile e un matrimonio infelice. Così, quando gli viene offerta la possibilità di partecipare a una missione spaziale per colonizzare un altro pianeta, coglie l'occasione al volo.
L'esperienza lo cambia in maniera profonda, grazie all'incontro con la razza aliena dei Wog, ma soprattutto con Jeannette, una donna aliena dalle fattezze umane con cui intreccia una relazione che va contro tutti i dettami religiosi prefissi.
Ecco un perfetto esempio di come uno scenario futuro possa riflettere il tempo in cui il romanzo venne scritto. Un'epoca che segue la Seconda Guerra Mondiale e dove si intensifica il puritanesimo della società americana che, a dire il vero, era iniziato anche prima che cominciasse il conflitto. Un tempo dove i movimenti giovanili dovevano ancora arrivare.
Ma già qualcosa si muoveva all'epoca e gli scrittori dell'epoca sono stati abili a cogliere questi sussurri. Tramite la descrizione di un mondo apocalittico, Philip Farmer concepisce una metafora che riguarda non solo la società americana (che pure è quella in cui viveva) e non solo le religioni cristiana o protestante, quelle più presenti negli Stati Uniti.
I vari precetti del Precursore, infatti, sembrano richiamare varie credenze religiose e vogliono sottolineare come i dettami che vadano a regolare aspetti privati dell'essere umano (fare sesso solo a scopo di procreazione, non eccedere in determinati e presunti vizi, non concedersi opinioni personali su argomenti sensibili) finiscano in ultima analisi per limitare la libertà e il libero arbitrio dell'essere umano.
Laddove invece un essere più libero ha più possibilità di conquistare la felicità, soprattutto se non c'è nessuno che gli dica chi può amare e chi no. Quindi non è un messaggio che va contro la religione in sé, bensì riguarda come essa viene applicata, lasciando alla singola persona se credervi o meno.
Questo viene esemplificato nella figura di Hal Yarrow. Un uomo che per tutta la vita ha vissuto seguendo ciò che altri gli hanno detto di fare e comportandosi come altri gli hanno detto di comportarsi. Ma quando si ritrova a contatto con una civiltà aliena che con facilità gli mostra le falle logiche dei ragionamenti del Precursore e un'amante che è capace di fargli superare quei confini naturali superando quegli ostacoli invisibili, tutti i suoi muri mentali crollano in maniera costante e diviene un uomo nuovo. Rinato.
Ma resta da vedere se tale rinascita possa essere la chiave per cambiare il modo di pensare di certe persone fissate coi loro principi. Poiché il problema non è credere in quei principi, il problema è quando si cerca di inculcare con la forza e la prevaricazione suddetti principi.
Sessant'anni dopo fa piacere vedere come una relazione "interrazziale" e dove vige la libertà sessuale non sia più così scandalosa, ma sia anche comunemente accettata, aldilà dei bigottismi che non mancano mai in ogni epoca temporale.

sabato 4 dicembre 2021

Prime Video Original 1: Cosmic Sin


Avevo appena completato un altro post della serie Netflix Original, quando ho ricevuto una chiamata da Jeff Bezos che, di ritorno dallo spazio, ha esclamato:"E chi sono io, il figlio della serva?". Caro Jeff, ti chiedo scusa e provvedo subito ad aprire una nuova rubrica dedicata ai prodotti originali di Amazon Prime Video.
Come con Netflix, saranno qui inseriti i film prodotti direttamente da Prime Video, oppure acquisiti e distribuiti in esclusiva su questa piattaforma. O, per farla ancora più semplice, tutti i film nella cui immagine di presentazione vedete la scritta "Prime Exclusive" o "Prime Original".
Una piccola differenza rispetto ai lungometraggi Netflix è che non procederò in ordine cronologico, ma casuale, per variare un po'.
E cominciamo dunque - visto che abbiamo parlato di spazio - da un film distribuito negli Stati Uniti direttamente per il mercato direct-to-video e sulla piattaforma Prime Video a partire dal 14 aprile 2021. Ovvero Cosmic Sin, diretto da Edward Drake e scritto dallo stesso Drake e da Corey Large.
Siamo nel 2524, l'umanità ha colonizzato molti pianeti nei secoli scorsi fondando l'Alleanza Galattica, ma solo in quest'anno vi è il primo contatto con una specie aliena. Ovviamente ostile e capace di "infettare" gli esseri umani.
Come scopre a proprie spese la base militare guidata da Eron Ryle (Frank Grillo). A seguito di una tremenda strage, si decide di attaccare gli alieni sul proprio pianeta e per questo viene richiamato in servizio l'esperto Generale James Ford (Bruce Willis), congedato con disonore anni prima per aver causato con una bomba quantica la morte di migliaia di persone, seppur per stato di necessità.
Sembra la classica storia di fantascienza con ex eroi che devono redimersi affrontando degli alieni cattivi cattivi che urlano e chi ha paura perde punti... no, scusate, mi sono confuso. E non c'è nulla di male in questo, da qualche parte dicevano che non si batte il classico.
Poi bisogna saper rendere bene il tutto ed è qui che iniziano le dolenti note. A partire dall'ambientazione, la Terra del ventiseiesimo secolo: ma per motivi a noi ignoti è quella del ventesimo, con tanto di bar che hanno i jukebox e basi militari che sembrano magazzini abbandonati!
Nemmeno i due interpreti principali, Grillo e Willis, sembrano averne molta voglia. E quella che poteva essere comunque una buona occasione, ovvero vederli interagire, viene sprecata, poiché i due di scene significative insieme non ne hanno. Il personaggio di Frank Grillo, addirittura, quando parte la missione del grande esercito (ben sette persone) contro il nemico alieno, scompare sostanzialmente dalle scene.
Ci aggiungiamo poi qualche dialogo preso dai film di azione di qualche decennio fa (siamo sempre nel 2524) e la celebrazione delle immense forze armate americane - che ha comunque senso nel contesto di un prodotto destinato principalmente al mercato americano - e il quadro è completo.
Stavo quasi per pensare che l'attacco agli alieni (di cui non si vede il volto e infettano le persone) potesse essere una metafora del periodo pandemico, con le persone che riescono a mettere da parte le proprie divergenze e si alleano contro una minaccia comune... poi però ho visto che le riprese di questo film si sono concluse nel marzo 2020, e allora nulla da fare.
Non si potrebbe nemmeno dire che è stata un'occasione sprecata, poiché almeno prima l'occasione te la devi creare!

mercoledì 24 novembre 2021

Netflix Original 19: Spectral


Dopo il primo, incerto tentativo con ARQ, ritorna la fantascienza su Netflix grazie a Spectral, film diretto da Nic Mathieu, scritto dallo stesso Mathieu insieme a Ian Fried e George Nolfi e distribuito a partire dal 9 dicembre 2016.
Lo scienziato Mark Clyne (James Badge Dale) viene inviato in Moldavia per assistere l'esercito americano, per conto del quale ha ideato degli occhiali speciali. Tramite uno di questi, è stato catturato un insolito evento, l'apparizione di un essere spettrale che ha ucciso un soldato.
Indagando insieme a un'agente della CIA, Fran Madison (Emily Mortimer), e a un team della Delta Force capeggiato dal maggiore Sessions (Max Martini), Clyne scopre un'incredibile verità su un conflitto che sta affliggendo la popolazione del paese e le sue vittime e che può cambiare le carte in tavola nel contesto delle armi militari.
Alla prima visione di questa pellicola, sono rimasto colpito dalla resa delle ambientazioni e degli effetti speciali, di ben altro livello se paragonati a queste prime produzioni Netflix, ma l'arcano è stato presto scoperto.
Spectral è infatti stato girato nel 2014 ed è una produzione della Legendary Pictures (quella degli ultimi film di Godzilla, per intenderci) che doveva essere in origine distribuita nei cinema dalla Universal, la quale però infine vi ha rinunciato, vendendo i diritti della pellicola a Netflix.
Con ogni probabilità sarebbero stati necessari alcuni reshoot che la Universal non voleva fare, per approfondire alcuni personaggi, che invece in questo caso rimangono fissati in caratteristiche sicure e consolidate (lo scienziato con tutte le soluzioni a portata di mano, l'esercito americano invincibile), e del loro background si apprende davvero poco.
La trama è invece fantascienza allo stato puro: prende un elemento classico della narrativa gotica, quali sono gli spettri, inserendolo in un contesto del tutto particolare come quello di un paese in una situazione post-bellica e gli affibbia una spiegazione (fanta)scientifica che apre un interessante scenario narrativo.
La premessa, dunque, per quanto ovviamente poi estremizzata per ragioni narrative e confezionata per un pubblico generalista, ha una solida base scientifica che spingerà i più curiosi a volerne sapere di più.
Nel complesso è un film che segue certe regole classiche e ritmi dei film d'azione, quindi in certi momenti intuirete esattamente cosa sta per accadere, ma questo non costituisce un difetto nel contesto generale.

martedì 29 giugno 2021

A scuola di cinema: Deep Impact (1998)

1951: Esce nei cinema americani Quando i Mondi si Scontrano (When Worlds Collide), diretto da George Pal e incentrato sulla distruzione della Terra da parte di una stella rossa di nome Bellus e il conseguente esilio dell'umanità verso un nuovo pianeta abitabile.
Poco più di due decenni dopo, i produttori Richard Zanuck e David Brown contattano la Paramount Pictures per un remake di questa pellicola e vengono anche realizzate a tale scopo un paio di sceneggiature, ma alla fine il progetto naufraga prima ancora di concretizzarsi.
Per riemergere infine sul grande schermo altri due decenni dopo.


1995: Richard Zanuck e David Brown non hanno dimenticato il loro progetto incentrato su un remake di Quando i Mondi si Scontrano e approcciano dunque Steven Spielberg - di cui avevano lanciato la carriera tempo prima grazie a Sugarland Express e Lo Squalo (Jaws) - per cercare di realizzarlo.
Spielberg a quell'epoca ha anche opzionato i diritti di un romanzo di Arthur C. Clarke, The Hammer of God, pubblicato nel 1993 e incentrato sulla scoperta di un asteroide in rotta di collisione verso la Terra e il tentativo di modificarne la direzione tramite dei razzi termici a fusione.
Steven Spielberg intende in un primo momento produrre un adattamento del romanzo di Clarke tramite un suo studio di produzione fondato da pochi mesi, DreamWorks Pictures, ma notando alcune similarità decide poi di collaborare con Zanuck e Brown per unire insieme i due progetti.
Per la sceneggiatura, Spielberg contatta Bruce Joel Rubin, il quale accetta l'incarico poiché Quando i Mondi si Scontrano è tra i suoi film preferiti. Durante le ricerche per la stesura dello script, lo scrittore ottiene dalle autorità governative la possibilità di esaminare luoghi non accessibili al pubblico quali la Situation Room della Casa Bianca e alcuni locali del Pentagono. Ciò gli viene concesso grazie all'influenza e alla popolarità che ha Steven Spielberg anche nelle alte sfere del potere.
Una volta che Rubin ha completato la sua bozza, questa viene revisionata da Michael Tolkin e John Wells, seppur l'apporto di quest'ultimo si riveli minimo a causa di altri suoi inderogabili impegni, tanto che alla fine non viene accreditato.
A quel punto il prodotto finale si è così allontanato dal materiale originario, sia dal film del 1951 che dal romanzo di Arthur C. Clarke, che si decide di non farvi più riferimento, nonostante nei primi spot promozionali il romanzo di Clarke fosse stato citato più di una volta. Lo scrittore non prende bene la cosa, ma si consola con l'assegno per i diritti che ha già incassato.
Steven Spielberg ha sempre avuto l'intenzione di dirigere la pellicola, ancor più quando legge le prime bozze di sceneggiatura, e pianifica di mettersi all'opera una volta conclusi i lavori di Amistad. Tuttavia, giunge notizia che per l'estate del 1998 è prevista l'uscita di un film dalle tematiche simili, Armageddon. Dovendo dunque accelerare la produzione per far uscire la pellicola in anticipo, Spielberg rinuncia all'incarico di regista, ritagliando per sé un ruolo da produttore esecutivo.
In sua sostituzione, Spielberg stesso sceglie Mimi Leder. La regista, distintasi per la direzione di alcuni prodotti televisivi in passato, in particolar modo E.R. - Medici in Prima Linea, ha infatti appena concluso i lavori di The Peacemaker, il suo primo lungometraggio, sempre sotto l'egida della Dreamworks Pictures.
Mimi Leder, in principio non a conoscenza della futura uscita di Armageddon, vorrebbe condurre alcune visite in altre nazioni dove è ambientata la trama a scopo di ricerca, ma le tempistiche strette e qualche limitazione al budget non glielo consentono.
Nella sceneggiatura, il colore della pelle del Presidente degli Stati Uniti Tom Beck non viene specificato, così Mimi Leder suggerisce di affidare la parte a Morgan Freeman. Alcuni dirigenti sollevano delle obiezioni, in quanto ritengono poco realistico che un afroamericano possa diventare Presidente (Barack Obama sarebbe stato eletto solo nel 2004) e la regista deve dunque lottare per far accettare questa scelta di casting.
Viene rifiutata invece la richiesta dell'attore di far indossare al suo personaggio un orecchino.
In principio il personaggio di Jenny Lerner, interpretato da Téa Leoni, è una giornalista al servizio della CNN, ma la rete televisiva nega il consenso a essere nominata. Più malleabile si rivela invece un'altra rete televisiva incentrata sull'informazione, la MSNBC, che peraltro al tempo delle riprese è stata fondata da poco più di un anno.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 16 giugno 1997, tenendosi in Virginia, California, Washington e New York. Per dare una maggiore aderenza scientifica alla trama, sul set sono presenti alcuni consulenti scientifici ed ex astronauti.
Come direttore della fotografia, vi è l'esperto Dietrich Lohmann. Costui tuttavia è in precarie condizioni di salute, in quanto affetto da leucemia, e il suo stato è evidente a tutti i componenti della troupe. Nonostante ciò, comunque, Lohmann porta a termine il suo incarico fino all'ultimo giorno di riprese.
Con qualche difficoltà si riescono a coordinare due differenti tempistiche di due attori protagonisti i cui personaggi devono interagire: quella di Téa Leoni, al contempo impegnata con le riprese della serie televisiva The Naked Truth, e quella di Morgan Freeman, il quale può dedicare alla produzione solo pochi giorni.
Le riprese si concludono il 24 ottobre 1997. Dietrich Lohmann non riesce purtroppo a vedere il film approdare sul grande schermo, in quanto muore a causa della leucemia il 13 novembre 1997. La pellicola viene dedicata alla sua memoria.
Deep Impact viene distribuito nei cinema americani a partire dall'otto maggio 1998. A fronte di un budget di circa 75 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 350 milioni di dollari.
Un ottimo risultato, ma diventa tuttavia inevitabile il successivo confronto con Armageddon, che esordisce sugli schermi il primo luglio di quello stesso anno per concludere con un incasso di circa 550 milioni di dollari, di gran lunga superiore.
Eppure entrambe le pellicole lasciano infine un segno, appassionando milioni di spettatori, che è la cosa più importante.
Morgan Freeman tornerà a interpretare in futuro altri ruoli come Presidente o persona presente nei luoghi di potere... ma questa è un'altra storia.

domenica 9 maggio 2021

A scuola di cinema: RoboCop (1987)

1980: Alle elezioni presidenziali statunitensi trionfa Ronald Reagan, il quale batte George Bush Senior. Nei primi anni della sua presidenza, la politica americana e le megacorporazioni statunitensi diventano più aggressive rispetto al passato per contrastare lo strapotere delle megacorporazioni giapponesi. Il tutto causa anche inevitabili effetti deleteri, come la chiusura di molte fabbriche - in particolare quelle automobilistiche di Detroit - e l'aumento della disoccupazione.
In questo scenario presente incerto, nasce un eroe del futuro che diventa un caposaldo del cinema: RoboCop.


1981: Lo sceneggiatore Edward Neumeier lavora come correttore di bozze cinematografiche in un camper vicino agli studi della Warner Bros. quando nota la costruzione di un grande set a poca distanza da dove si trova, qualcosa che cattura la sua attenzione.
Il set è quello del film Blade Runner e di notte, quando Neumeier termina di lavorare, si reca presso di esso a osservare Ridley Scott e la troupe lavorare alla pellicola e dà una mano laddove serve. Non essendoci all'epoca rigide procedure di sicurezza, nessuno cerca di allontanarlo.
Neumeier rimane lì per quattro notti, durante le quali nota il modellino dell'auto volante utilizzata nel film, rimanendone affascinato. Appassionato di fantascienza e fumetti, Neumeier - pensando alla trama del film che vede un poliziotto umano cacciare dei robot ribelli - concepisce in quelle notti l'idea di RoboCop. Ovvero di un robot che punisce i criminali umani. Un'idea poco più che abbozzata, la quale viene concentrata in un primo trattamento di 40 pagine che lo sceneggiatore decide di non sviluppare nell'immediato.
Nel 1984, Neumeier conosce un aspirante regista cinematografico, che per sbarcare il lunario dirige video musicali, Michael Miner.
Quando scopre che Miner sta dirigendo un video musicale incentrato su un robot - Don't Stop Runnin' degli Y & T - e ha in mente un film su un robot intitolato SuperCop, Neumeier lo mette a parte del suo progetto. I due autori cominciano a collaborare e, lavorando durante le notti e nel tempo libero durante i weekend, dopo tre mesi di lavoro nel dicembre 1984 la prima bozza, intitolata RoboCop: The Future of Law Enforcement, viene completata.
Grazie alle loro, seppur limitate, conoscenze nell'ambiente cinematografico, i due fanno circolare la sceneggiatura. Poco tempo dopo ricevono due proposte: la prima da parte della società indipendente Atlantic Releasing, la seconda della Orion Pictures per tramite del produttore Jon Davison.
Viene accettata questa seconda proposta e Neumeier e Miner si mettono al lavoro per rifinire la sceneggiatura, ricevendo un ingaggio di 25.000 dollari più la promessa di una piccola percentuale sui profitti della pellicola.
Una volta completata la seconda bozza, Neumeier chiede di essere uno dei produttori del film, mentre Miner si propone come regista. Al primo viene dato un ruolo da co-produttore, mentre al secondo viene offerta la regia della seconda unità, considerata la sua scarsa esperienza. Una proposta che Miner rifiuta.
Trovare un regista interessato al progetto non è comunque semplice. Il primo a cui viene assegnato l'incarico è Jonathan Kaplan, che però vi rinuncia per andare a dirigere Fuga dal Futuro (Project X). Altri registi vengono dunque contattati, ma rifiutano, alcuni non appena vengono a conoscenza del titolo del film, ora abbreviato solo in RoboCop, ritenuto troppo stupido.
Fino a quando una dirigente della Orion, Barbara Boyle, suggerisce il nome di Paul Verhoeven, un regista olandese un cui film ha esordito di recente negli Stati Uniti, L'Amore e il Sangue (Flesh and Blood), distribuito appunto dalla Orion.
Barbara Boyle manda la sceneggiatura a Verhoeven che, come nota il titolo in prima pagina, la butta nel cesto della spazzatura. Senza arrendersi, Barbara Boyle gliela rimanda, chiedendogli di andare oltre. Verhoeven consegna allora la sceneggiatura a sua moglie Martine Tours che, dopo averla letta, gli consiglia di accettare l'incarico, poiché la storia parla di un uomo che perde la propria identità e deve lottare per riacquisirla.
Verhoeven dunque inizia a leggere la sceneggiatura a sua volta, con accanto un dizionario, non essendo ancora fluente nella lingua inglese e non capendo perciò alcuni giochi di parole. Alcuni dovrà farseli spiegare dai due sceneggiatori. Quando arriva alla parte in cui il personaggio di Alex Murphy torna a casa e ha flash di memoria su sua moglie e suo figlio, il regista decide di accettare.
Verhoeven si presenta dai due sceneggiatori, chiedendo di dare alla storia toni più seri, ma quando legge la terza bozza prodotta, incompleta - che prevede anche una relazione tra Alex Murphy e Anne Lewis - decide che è meglio utilizzare la seconda, dai toni più satireggianti.
Per il ruolo principale, vengono considerati vari attori, tra cui Michael Ironside, Tom Berenger e dietro richiesta di Verhoeven Rutger Hauer, ma il loro fisico, per quanto possa apparire strano, è troppo esile per poter adattarsi all'armatura e all'elmetto di RoboCop. Orion propone dunque Arnold Schwarzenegger, ma qui si presenta il problema contrario: la sua stazza è troppo imponente e dunque non risulterebbe credibile come RoboCop.
Si arriva dunque a Peter Weller, che non solo ha il fisico adatto grazie al fatto che compete spesso e volentieri a titolo amatoriale in delle maratone, ma il suo ingaggio è anche inferiore rispetto agli altri attori. E il suo mento, secondo Verhoeven, si adatta alla perfezione all'elmetto.
Per prepararsi alla parte, Weller entra in contatto col mimo Moni Yakim per ideare i movimenti ideali del suo personaggio quando è in armatura.
Per il ruolo di Anne Lewis, la prima scelta ricade su Stephanie Zimbalist, che ritiene aver concluso i suoi impegni televisivi per il telefilm Mai Dire Sì (Remington Steele). Tuttavia a sorpresa la NBC decide di produrre una nuova stagione del serial ed essendo l'attrice obbligata contrattualmente a parteciparvi è costretta a declinare la proposta. In sua sostituzione viene scelta Nancy Allen, che accetta dopo aver letto la sceneggiatura, pur ritenendo il titolo orribile.
L'attrice ha una fluente chioma di capelli biondi e Paul Verhoeven le chiede di accorciarli perché - almeno a suo dire - con un aspetto mascolino il pubblico non penserà che ci possa essere del tenero o un sottotesto sessuale tra il suo personaggio e RoboCop. Le viene anche chiesto di mettere su qualche chilo, cosa che l'attrice ottiene semplicemente smettendo di fumare.
Per prepararsi alla parte, visto che in vita sua non ha mai maneggiato armi, Nancy Allen frequenta un'accademia di polizia, ricevendo lezioni dal reclutatore Steve Estrada.
Per l'ideazione dell'armatura di RoboCop viene contattato l'esperto di effetti speciali Rob Bottin. Costui si trova subito di fronte alla difficoltà di realizzare un'armatura il più possibile robotica, ma con la consapevolezza che dovrà essere indossata e manovrata da un attore in maniera il più possibile fluida. Bottin concepisce circa 50 design dell'armatura prima che Verhoeven si dichiari soddisfatto, cosa che causa in lui grande frustrazione.
Ma la parte più difficile arriva quando si tratta di costruire l'armatura, per cui si decide di utilizzare come materiale principale la gommapiuma. Il team capitanato da Bottin impiega ben sei mesi per completare quest'incarico, dovendo costruire più modelli per esigenze di riprese e lavorazione, saranno alla fine sette i modelli prodotti. Senza contare la difficoltà intrinseca che si tratta di un lavoro che non ha precedenti nell'ambito dell'industria cinematografica.
Il lavoro viene dunque completato a riprese sostanzialmente già iniziate, cosa che non permette a Peter Weller di provare l'armatura in maniera preventiva come si era prefisso.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 6 agosto 1986. Anche se la storia si svolge a Detroit - simbolo della decadenza economica statunitense dell'epoca, ma ritenuta poco futuristica - i lavori vengono eseguiti in Texas, Pennsylvania e California.
Quando l'armatura di RoboCop giunge sul set, a due settimane dall'inizio dei lavori, Weller impiega non meno di undici ore per entrarvi, ma riesce a muoversi a malapena. Inoltre non riesce a vedere bene dall'elmetto. Irato in quanto tutto il lavoro di preparazione coordinato da Moni Yakim è da gettare al vento, Weller chiede di bloccare la produzione e trovare una soluzione al problema.
La Orion a quel punto vorrebbe affidare la parte a Lance Henriksen, ma Bottin ha modellato l'armatura sulle fattezze di Weller, così Yakim viene chiamato sul set mentre l'armatura viene rimodellata e idea in tre giorni insieme a Weller e Verhoeven dei nuovi movimenti per il personaggio.
Anche quando finalmente Weller può muoversi, i problemi non sono finiti. Essendo comunque l'armatura ingombrante, non gli permette di entrare nelle auto o di scendere le scale. Così, quando vi è una scena che coinvolge questi aspetti, l'attore viene inquadrato solo dal petto in su, mentre sotto è in mutande.
Le alte temperature texane inoltre fanno sì che, ogni volta che esce dall'armatura, Weller abbia perso circa un chilo e mezzo di peso. Oltre a reidratarsi, per far abbassare la temperatura interna vengono diretti in primo luogo verso l'attore getti di aria condizionata ogni venti minuti. Fino a quando viene inserito un piccolo ventilatore dentro l'armatura.
Edward Neumeier è presente ogni giorno sul set, cosa che aiuta la produzione quando si tratta di riscrivere una scena al volo o estenderla dietro richiesta di Verhoeven. Nonostante ciò, sia la tempistica che il budget iniziale previsto di 11 milioni di dollari vengono sforati, costringendo il regista della seconda unità Monte Hellman a dirigere di persona alcune scene, poi chiaramente approvate da Verhoeven.
Per questo motivo, in un primo momento si decide di non girare la scena dell'uccisione di Alex Murphy, ma quando i dirigenti della Orion visionano il materiale filmato mettono a disposizione una somma aggiuntiva perché tale scena sia girata.
Le riprese si concludono l'otto novembre 1986.
La pellicola, contenente per l'epoca scene molto violente, seppur alcune di esse presentate in chiave caricaturale, fatica a ottenere l'approvazione da parte della Motion Picture Association of America (MPAA), che vuole applicare un rating X, vietato ai minori. Solo dopo otto rimontaggi, ottiene infine un Rating R (minori fino ai 13 anni ammessi se accompagnati da almeno un genitore).
RoboCop viene distribuito nei cinema americani a partire dal 17 luglio 1987. A fronte di un budget di tredici milioni e settecentomila dollari, la pellicola arriva infine a incassare solo sul territorio statunitense oltre 53 milioni di dollari.
Un buon successo, pur se non eccezionale, che convince la Orion Pictures a mettere subito in produzione un sequel. La cosa non si rivelerà così semplice... ma questa è un'altra storia.

lunedì 22 febbraio 2021

Libri a caso: L'Esperimento di Daniel Kesserich


Ogni scrittore ha avuto degli esordi, a volte incerti, a volte imbarazzanti, a volte premonitori di ciò che quello scrittore sarebbe divenuto. E ogni scrittore ha un punto di vista diverso rispetto a quegli esordi: a volte prova un sincero imbarazzo e preferisce non parlarne, a volte li tiene cari così come i suoi periodi narrativi migliori.
E a volte questi esordi rischiano di scomparire per sempre. Come stava per accadere a una delle prime opere di Fritz Leiber, L'Esperimento di Daniel Kesserich (The Dealings of Daniel Kesserich: A Study of the Mass-Insanity at Smithville). Scritto da Leiber nel 1936, mentre scambiava lettere con H.P. Lovecraft, a seguito di vari rifiuti di pubblicazione è stato poi perduto dallo scrittore (noi perdiamo le bollette pagate dieci anni fa, gente come loro dei manoscritti, vedi la differenza), fino a quando è stato ritrovato e pubblicato nel 1997, pochi anni dopo la morte di Leiber.
Un uomo di nome George Kramer si reca nella piccola città di Smithville, per ritrovare un suo caro amico di quando era studente, John Ellis, rimasto da poco vedovo della moglie Mary. Solo che (potevamo dubitarne?) appena giunto a Smithville inizia ad essere testimone di strani eventi che fanno capo a un altro suo ex compagno di studi, Daniel Kesserich, una sorta di figura eterea della popolazione di Smithville. E tutto sembra proprio ricondurre alla scomparsa di Mary... o presunta tale.
Che questo romanzo breve sia un'opera d'esordio è evidente. C'è un ritmo narrativo forsennato, che va aldilà della brevità dell'opera, e molto spesso il protagonista va avanti nelle sue scoperte, quindi la trama progredisce, perché si imbatte in alcune situazioni per caso. Insomma, il mezzo narrativo più scontato che possa esistere, anche nel secolo scorso.
Gli influssi di Lovecraft ci sono - ho notato echi de Il Caso di Charles Dexter Ward per certo - ma non sono troppo pressanti e Lieber si allontana dal suo primo mentore per poi cercare un'altra strada. Una strada che è comunque molto debitrice di H.G. Wells e di un certo personaggio con le bende attorno al volto.
Di certo non sarà una lettura che rimarrà indelebile nei vostri ricordi, ma chi apprezza Fritz Leiber, e anche un certo modo di fare fantascienza del secolo scorso, avrà modo di apprezzare quest'opera.

sabato 2 gennaio 2021

Libri a caso: Il Pianeta della Follia


A volte, i libri di fantascienza cercano di offrirci uno squarcio sul futuro prossimo venturo, cercando di descrivere una società e le sue contraddizioni così come si prospettano - almeno agli occhi dello scrittore di turno - nei prossimi decenni.
Un autore che ha cercato di ritrarre questo tipo di società è stato John Brunner e uno dei romanzi in cui ha sviluppato questa tematica è Il Pianeta della Follia (The Stone that Never Came Down), pubblicato nel 1972.
In un mondo coinvolto da una crisi globale senza precedenti e sull'orlo della Terza Guerra Mondiale, l'ex insegnante Malcolm Fry si ritrova da un giorno all'altro in possesso di capacità mnemoniche e di apprendimento senza precedenti. E la stessa cosa è successa ad altre persone, a cui è stato iniettato il suo plasma.
Fry scopre che ciò è dovuto a una pillola che lui ha ingerito durante una notte di depressione. La Pillola VC è stata ideata dallo scienziato Maurice Post, il quale è stato ucciso poco dopo che Fry ha ingerito la pillola stessa. Insieme a un altro manipolo di persone, Malcolm Fry deve decidere se voler cambiare il mondo o restare impotente a guardare il disastro.
In questo romanzo abbiamo: omofobia, razzismo, organizzazioni religiose che impongono il loro credo anche con la violenza, sovranisti che intendono combattere l'Europa unita, rifiuto della scienza nel suo totale. No, non è un romanzo scritto l'anno scorso, bensì quasi cinquant'anni fa.
Certo, lo sguardo di John Brunner al futuro è quello comunque di un uomo del suo tempo, che ha esasperato certe tendenze che lui vedeva presenti nella sua epoca. Per altre cose, come lo scenario politico che descrive, specchio della Guerra Fredda a quell'epoca in corso (si cita ancora l'URSS e il Mercato Comune Europeo), o lo sviluppo della tecnologia, che pochi scrittori di fantascienza hanno davvero intuito, l'opera è figlia dell'anno in cui venne pubblicata.
Eppure è sorprendente vedere come certe problematiche - che Brunner, ripeto, ha esasperato in questo romanzo - oggi ci appaiano fortemente attuali. E forse apparirà banale la soluzione proposta dall'autore, ma è altrettanto efficace. Vi è una deriva verso l'ignoranza dei popoli, alimentata dalle istituzioni di potere per non perdere il loro controllo sulle masse: l'unico modo per combatterla è propagare la conoscenza, l'apprendimento. Solo così sarà raggiunta l'eguaglianza dei popoli e la fine delle discriminazioni.
La pillola VC, dunque, è una sorta di vaccino contro l'ignoranza: ce ne sarebbe davvero bisogno.

sabato 28 novembre 2020

Libri a caso: L'Uomo Disintegrato


Pur avendo nella sua vita scritto pochi romanzi, Alfred Bester è uno degli scrittori di fantascienza maggiormente apprezzati di sempre, a dimostrazione di come quelle poche opere siano riuscite a entrare comunque nell'immaginario collettivo dei lettori.
Il suo primo romanzo, pubblicato nel 1952 su rivista e l'anno dopo in volume, si intitola L'Uomo Disintegrato (The Demolished Man) ed è una sorta di mix tra la fantascienza e la "inverted detective story" ideata da Richard Austin Freeman. Tanto che il titolo è praticamente uno spoiler.
Nel ventiquattresimo secolo dominato dalle grandi corporazioni e dove parte dell'umanità ha sviluppato grandi capacità telepatiche, l'imprenditore Ben Reich - preda di terribili incubi dove è perseguitato da un Uomo Senza Volto - progetta di uccidere il suo rivale in affari Craye D'Courtney.
Non è facile, tuttavia, commettere un omicidio e farla franca in un mondo pieno di telepati, anzi, è praticamente impossibile. Tuttavia, Reich escogita una serie di espedienti per riuscire nel suo intento criminoso, cosa che attirerà su di lui le attenzioni del detective Powell, fino a un drammatico confronto finale.
Come molti romanzi di quel periodo, risulta strano leggere un romanzo di fantascienza, proiettato in un lontano futuro più progredito, dove le persone utilizzano ancora i telefoni pubblici e l'esistenza dei personal computer è sostanzialmente sconosciuta. Ma se andiamo oltre questi dettagli, si capisce bene come mai L'Uomo Disintegrato sia un romanzo entrato nella storia.
Bester introduce con eleganza e maestria concetti di psicologia freudiana all'interno della propria opera, senza farli risultare complessi e noiosi agli occhi del lettore, non dimenticandosi mai di far progredire la trama.
In tal senso, Ben Reich è la personificazione dell'ES, delle pulsioni che ci portano a compiere atti anche orrendi per quelli che possono rivelarsi talvolta dei semplici capricci. Powell è invece la personificazione dell'IO, colui che cerca di riportare l'equilibrio in una psiche dominata dal caos.
E infine c'è lui, l'Uomo Senza Volto, che diventa la personificazione del Super-Io e, tramite la proiezione verso un ideale assoluto, può portare anche alla disintegrazione dell'IO. "Paura, timore, ansietà, cominciano già".
Come ho detto, però, non vi troverete di fronte, leggendo questo romanzo, a un Sigmund Freud rinato che vi disserta sulle sue teorie, bensì a una storia con molte sfaccettature (e forse un po' troppi personaggi di contorno), che diventa infine un'apologia del progresso umano e una condanna alla pena di morte. Anche se la soluzione alternativa proposta da Bester non è che sia proprio democratica, a volerla dire tutta.

lunedì 6 luglio 2020

A scuola di cinema: La Cosa da un Altro Mondo (1951)

John Wood Campbell Jr. è stato uno degli editor di riviste di fantascienza più celebrati della storia. La sua lunga tenuta come direttore di Astounding Science Fiction, dal 1937 fino alla sua morte nel 1971, durante la quale ha fatto esordire e conoscere al grande pubblico noti autori come Isaac Asimov, Robert Heinlein, Theodore Sturgeon e molti altri, è uno dei capisaldi della cosiddetta Golden Age della fantascienza.
Campbell tuttavia era anche un discreto scrittore. Nell'agosto 1938, proprio su Astounding Science Fiction, con lo pseudonimo di Don A. Stuart, viene pubblicata la sua storia più celebre: Who Goes There?
Questo romanzo breve si svolge in una base di ricerca del Polo Sud, il cui team scientifico scopre sepolta nel ghiaccio un'astronave aliena e, al suo interno, il suo occupante rimasto ibernato. Una volta che si è proceduto allo scongelamento, l'alieno - che è capace di assumere alla perfezione l'aspetto e persino le memorie di ogni essere vivente con cui entra in contatto dopo averlo divorato - inizia a seminare il panico nella base di ricerca, potendo anche contare su facoltà telepatiche.
Non essendo in grado dunque di capire di capire chi sia rimasto umano e chi no, tra i componenti del team scientifico scoppia una totale paranoia, fino a quando non prende il comando il meteorologo McReady. Dopo aver ideato un procedimento che, tramite il prelievo di campioni di sangue e loro esposizione al calore, permette di capire chi è stato sostituito, ogni vestigia dell'entità aliena viene bruciata. Giusto in tempo, perché la Cosa (come è stata definita dagli scienziati) stava per terminare la costruzione di un dispositivo che le avrebbe permesso di invadere il mondo civilizzato, con conseguenze potenzialmente disastrose per l'umanità intera.
Come alcuni avranno già intuito, questa storia viene riadattata per il grande schermo più di quarant'anni dopo, grazie a John Carpenter e al film La Cosa (The Thing). Questa pellicola, in realtà, è tuttavia anche il remake di un precedente adattamento di questo racconto, uscito alcuni anni dopo la sua pubblicazione.


I diritti sulla storia di John Campbell vengono acquisiti qualche anno dopo la sua uscita dalla RKO Pictures, che decide di produrne un adattamento insieme alla Winchester Pictures Corporation di Howard Hawks. La sceneggiatura viene affidata a Charles Lederer, il quale concepisce una prima bozza abbastanza fedele al racconto di Campbell e che prevede una creatura mutaforma, dall'aspetto simile a una pianta, ma ci si rende conto ben presto che le limitazioni di budget non consentiranno un tale sviluppo.
Con successive revisioni da parte di Ben Hecht e Howard Hawks stesso (e sembra anche un piccolo contributo da parte dello scrittore William Faulkner), il risultato finale diviene una sorta di libero adattamento della storia originaria. Oltre agli scienziati, nessuno dei quali riporta il nome dei componenti del team ideato da Campbell, vi sono anche dei militari, l'azione viene trasferita al Polo Nord e ci sono dei personaggi femminili, inevitabilmente assenti nel racconto dello scrittore.
Per il ruolo della "Cosa", viene ingaggiato un attore semi-esordiente all'epoca sotto contratto con la RKO Pictures, specializzato in western: James Arness.
Al truccatore Lee Greenway occorrono ben cinque mesi di prove prima di trovare una soluzione (quella similcreatura di Frankenstein) che vada bene ad Howard Hawks. Nei due mesi che precedono l'inizio delle riprese, James Arness viene portato presso la dimora del regista per le necessarie prove trucco.
Il costo totale per l'ideazione della creatura risulta essere alla fine di quarantamila dollari. Tuttavia, per non svelare il trucco (è proprio il caso di dirlo), si decide di non inquadrare da vicino la Cosa e di farla comparire, oltre che in poche e selezionate scene, in luoghi oscuri o comunque poco illuminati.
Hawks decide di affidare la regia a un suo fedele collaboratore: Christian Nyby. Costui è stato il montatore di alcune celebri pellicole del grande regista quali Acque del Sud (To Have and Have Not), Il Grande Sonno (The Big Sleep) e Il Fiume Rosso (The Red River), ma ora vuole lanciarsi in una nuova carriera come regista. Hawks lo supporta, ma in cambio - del compenso di 50.000 dollari previsto per la regia - ne concede a Nyby poco più di 5.000 tenendo il resto per sé.
Sul set, inoltre, Hawks è presente in maniera continua, oltre che nel suo ruolo di produttore esecutivo, per dare suggerimenti e consigli al suo protetto, ai primi passi e inevitabilmente inesperto di come funzionano certe cose, e per intervenire di persona laddove serva una mano più abile nella direzione.
Sembra comunque ormai storicamente accertato che Hawks non si sia limitato solo a questo e, pur avendo Christian Nyby diretto molte scene, Howard Hawks abbia dato un notevole contributo alla regia di questa pellicola, tanto che alcuni attori si convinceranno negli anni successivi che lui sia stato addirittura l'unico, vero regista.
Hawks chiede consulenza all'aviazione statunitense per una migliore resa di alcune scene, ma ottiene un netto rifiuto, poiché l'esercito non vuole dare il suo supporto a una pellicola che sostiene l'esistenza di forme di vita extraterrestre - qualcosa all'epoca non consentito dalle alte sfere militari.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 3 ottobre 1950, svolgendosi presso il Glacier National Park in Montana e la Ice & Cold Storage Company di Los Angeles, per concludersi il 3 marzo 1951.
La Cosa da un Altro Mondo (The Thing from Another World) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 27 aprile 1951. L'incasso finale, sul territorio statunitense, arriva a essere infine vicino ai due milioni di dollari, un risultato più che buono.
Christian Nyby continuerà successivamente la sua carriera come regista cinematografico, ma dopo qualche anno l'abbandonerà per dedicarsi alla regia di per lui più malleabili e gestibili prodotti televisivi. Qui ritroverà la Cosa, ovvero James Arness, avendo la possibilità di dirigerlo in alcuni episodi della serie western Gunsmoke.
Come noto, questa pellicola diviene modello di ispirazione e di culto per molti futuri registi e nei decenni successivi il racconto di John Campbell verrà riadattato altre volte per il grande schermo. Ma questa... è un'altra storia.