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giovedì 15 giugno 2023

Fabolous Stack of Comics: Spider-Man - La Storia della Mia Vita


Una delle convenzioni più storiche e consolidate del fumetto seriale, sia italiano che americano, è che il tempo praticamente non scorre mai. Mascherato da evidenti esigenze commerciali (un personaggio che invecchia mese dopo mese dopo alcuni anni non è più credibile), si chiede ai lettori un patto di non interrogarsi troppo su come mai i personaggi vivano decine, anzi, centinaia di avventure e non invecchino più di tanto.
Tex rimane sempre un ranger poco sopra i quarant'anni che agisce nel vecchio West americano e un supereroe rimane sempre fresco e scattante anche dopo decenni di storie. Ad esempio un supereroe come Spider-Man, creato nel 1962 da Stan Lee e Steve Ditko.
Ma se così non fosse e il tempo scorresse come accade a tutti noi? Risponde a questa domanda la miniserie in sei numeri, pubblicata nel 2019, Spider-Man: La Storia della Mia Vita (Spider-Man: Life Story), scritta da Chip Zdarsky e disegnata da Mark Bagley.
Nel 1962, lo studente Peter Parker viene morso da un ragno radioattivo e diventa il supereroe Spider-Man dopo l'uccisione di suo zio Ben. Per anni e decenni il supereroe diviene uno dei più importanti di sempre, affrontando letali nemici come Goblin o il Dr. Octopus e potendo contare sull'amore di due donne quali Gwen Stacy e Mary Jane Watson.
Ma più l'eroe invecchia, più capisce che è tempo che passi la sua eredità a qualcun altro: ma chi sarà la persona più adatta?
Ovviamente, per togliere subito eventuali dubbi, l'operazione narrativa in sé non è originale in assoluto: seppur su base sporadica, già in passato si sono viste storie dove i supereroi invecchiavano e il concetto stesso del New Universe si basava sul fatto che il tempo nelle pubblicazioni scorresse come nel mondo reale.
Detto questo, l'autore riprende questo stratagemma e lo adatta a un personaggio non così banale come Spider-Man, che fa del concetto di responsabilità e delle sue conseguenze il suo cavallo di battaglia. Soprattutto, ha dovuto adattare il mantra che da un grande potere derivano grandi responsabilità a un personaggio che attraversa un periodo temporale di circa sessant'anni.
Se lo Spider-Man del Marvel Universe è ancora giovane e dunque vede la perdita dello zio Ben ancora come qualcosa di recente, unita ad altre perdite che ha dovuto subire e che hanno rinvigorito quel mantra, questo Spider-Man alternativo che invecchia potrebbe perdere le motivazioni nel tempo, ma viene data un'ottima spiegazione di come mai la sua battaglia sia portata avanti sino alla fine.
È proprio il concetto di conflitto quello che attraversa i decenni della storia: dalle guerre reali che colpiscono il mondo intero, per giungere ai conflitti interiori che dilaniano il protagonista, diviso tra la sua complessa vita come Peter Parker e i suoi doveri di supereroe e di come possa fare la differenza in entrambe le identità.
Inoltre vengono modificate in questo nuovo scenario celebri storie che hanno appassionato più generazioni quali la Saga del Clone, l'Ultima Caccia di Kraven, le Guerre Segrete e molto altro. Di maniera tale che il lettore navigato le riconosca immediatamente  e cerchi di notarne le differenze, ma allo stesso tempo siano perfettamente fruibili da chi le conosce poco o per nulla.
Ora, questa storia in sé non racconta niente di nuovo o straordinariamente particolare, ma ha il pregio di narrare bene i vari eventi che si succedono, di dare una coerenza di insieme al quadro generale che, al termine della lettura, risulta del tutto coerente. Un modo ottimale per rivitalizzare il concetto del racconto ipotetico, del What If...? che tanto ha fatto la fortuna della Marvel.

giovedì 4 febbraio 2021

Fabolous Stack of Comics: Daily Bugle


Il Daily Bugle è un'istituzione del Marvel Universe. Presente sin dalla nascita moderna di questo universo narrativo supereroistico, è divenuto - oltre che il corrispettivo del Daily Planet nel Marvel Universe - un vero e proprio comprimario delle storie di Spider-Man/Uomo Ragno. Una sorta di organismo senziente narrativo che è cresciuto, si è evoluto, cercando sempre di trovare una nuova identità col passare degli anni e dei decenni.
Quindi, oltre a divenire spesso e volentieri il soggetto di intere storie (come quando Electro e Blizzard tentarono di prendere possesso dei suoi uffici... sì, lo so, questo dimostra quanto sono attempato), il Daily Bugle e il suo staff sono anche divenuti protagonisti di una miniserie di tre numeri pubblicata tra il 1996 e il 1997, scritta da Paul Grist e disegnata da Karl Kerschl e Greg Adams.
Sono giorni frenetici per i reporter del Daily Bugle, guidati dal direttore Robbie Robertson, quindi nulla di nuovo sotto il sole.
Ben Urich e Angela Yin indagano su un nuovo cartello malavitoso che può contare anche su appoggi politici. L'esperto reporter Charlie Snow sta vivendo una crisi personale e rischia di essere soppiantato dal giovane e ambizioso Ken Ellis. J. Jonah Jameson torna sul campo, occupandosi di una speculazione edilizia che rischia di mandare per strada delle famiglie.
Ma il caso più insidioso spetta a Betty Brant che, incaricata di intervistare il titolare di un ristorante, viene a conoscenza di un'attività di riciclaggio di denaro sporco: un'indagine che potrebbe costarle la vita.
Daily Bugle è una di quelle storie ambientate in un mondo pieno di supereroi, ma senza supereroi (compare solo Peter Parker e in abiti civili), cosa che a volte costituisce una boccata d'aria fresca, un cambio di marcia che ci riporta poi a riapprezzare i supereroi. Questo è il punto di vista delle persone senza superpoteri calate in un universo pieno di superpoteri, ma dove il male si annida anche e soprattutto nelle persone ordinarie.
Questa miniserie è un mix tra i vecchi film noir - da qui anche la scelta di rendere il tutto in un affascinante bianco e nero dal punto di vista grafico - e quei procedural, legal drama che andavano molto di moda all'epoca in cui questa storia uscì, solo che al posto di poliziotti o avvocati qui troviamo dei giornalisti.
Giornalisti ritratti soprattutto in quelle che sono le loro debolezze, il loro essere costretti a volte ad accettare dei compromessi o il fatto che la pubblicazione di una storia di cronaca possa rovinare vite intere. Ma anche persone che non si arrendono mai e, quando la vita sembra metterli in ginocchio, trovano dentro di loro nuove forze per voltare pagina e andare avanti.
Vi è anche la curiosità di vedere alcuni personaggi quali Angela Yin e Ken Ellis durati un amen e poi spariti. Si può dire che del Daily Bugle, oggi praticamente scomparso dalle storie di Spider-Man, superato dalla tecnologia imperante che ha reso obsoleti i giornali cartacei, gli elementi di riferimento siano quasi sempre stati Jameson, Robertson e Betty Brant, mentre gli altri sono stati tutti protagonisti secondari o di passaggio, da ripescare solo in caso di necessità.
La maledizione dei personaggi di contorno.

lunedì 27 aprile 2020

Fabolous stack of comics: Spider-Man - Gli Spiriti della Terra


Quando si pensa all'Uomo Ragno/Spider-Man, molti considerano anche e a fondata ragione lo straordinario cast di comprimari che caratterizza il suo mondo, a partire dai suoi familiari e amici, fino a includere il parco criminali che l'eroe è costretto ad affrontare.
C'è tuttavia un altrettanto importante comprimario, presente nelle storie di Spider-Man sin dal principio: la città di New York. La Grande Mela, con le sue spire che si protendono nel cielo dove la ragnatela di Spider-Man può intrecciarsi, ha avuto in questi decenni il ruolo di testimone muto delle avventure dell'eroe.
Risultano dunque particolari quelle storie dove questo "comprimario" non è presente, con tutte le conseguenze del caso. Ricordo ad esempio un albo scritto da Peter David in cui Spider-Man si ritrova in una piccola città di periferia, dove la sua ragnatela non può aggrapparsi a nulla, con le inevitabili, ilari conseguenze.
Spider-Man: Spirits of the Earth (Gli Spiriti della Terra), one-shot - o se proprio volete graphic novel - pubblicato nel 1990, rientra in questa curiosa categoria dove Spider-Man è... Far From Home... badum tss.
Scrittore e disegnatore della storia è Charles Vess, specializzato nel genere fantasy e che anni dopo avrebbe iniziato una proficua collaborazione con Neil Gaiman. Risulta dunque comprensibile come dopo poche pagine, grazie a un pretesto narrativo, Spider-Man abbandoni New York insieme a sua moglie Mary Jane Watson per recarsi nelle campagne scozzesi.
La storia, pur non banale a tutti i costi, è molto esile e senza vette particolari. Psicologie dei personaggi, principali e comprimari, ridotte all'essenziale. Quello che interessa principalmente a Vess è poter ritrarre - con una maestria difficilmente eguagliabile - le distese e i paesaggi della Scozia, rendendo omaggio al folklore che anima quei luoghi, compresi streghe, folletti e fantasmi.
All'autore piacciono gli scenari ampi, verdeggianti, dove lo sguardo riesce a fatica a scrutare l'orizzonte. Tra i grattacieli di New York si sarebbe trovato di certo confinato e limitato. E infatti il lettore, più che dalla trama, si fa incantare dai particolari ritratti da Vess, cercando di intuirne anche le sfumature.
Non si rimane delusi dal risultato finale, ma non si può fare a meno di interrogarsi su come questa storia avrebbe potuto avere un risultato migliore se i dialoghi fossero stati maggiormente curati. C'è da dire comunque che i disegni, oserei dire i dipinti, di Vess compensano in maniera abbondante questa mancanza. Spirits of the Earth è quello che si può definire un progetto tarato sul disegnatore e le sue capacità, dove la sua libertà di esprimersi è rilasciata allo stato brado... con tutti i pro e i contro che ne possono derivare.

domenica 20 ottobre 2019

Fabolous Stack of Comics: Spider-Man - Hooky


Spider-Man/Uomo Ragno e Bernie Wrightson. A prima vista costoro sembrano non avere nulla in comune, eppure... eppure le loro strade si sono incrociate una volta.
Correva l'anno (ho sempre sognato di poter scrivere questa frase un giorno) 1986 e nelle fumetterie americane compariva Marvel Graphic Novel 22, alias Hooky ("Assenza Ingiustificata" nella più recente edizione italiana). A sceneggiarla Susan K. Putney, una scrittrice di fantascienza e proprietaria di una fumetteria.
Ora io non sono esperto di sceneggiatura, ma a mio avviso - siccome in questa storia l'Uomo Ragno affronta una creatura che muta continuamente - ogni volta che avveniva una trasformazione, nella sceneggiatura era scritto:"Bernie, fai tu". Vi sfido a mettere a confronto i vari stadi di trasformazione della creatura, il Tordenkakerlakk (salute!) per avere la prova che Wrightson non faceva nulla per caso.
La storia è così modellata e a buona ragione sul disegnatore che l'Uomo Ragno abbandona subito i consueti scenari urbani, in cui Wrightson non si trova troppo a suo agio (sì, mi rendo conto che il fatto che io dica che Wrightson avesse qualche incertezza è come chi commenta le ricerche scientifiche dicendo di aver frequentato l'università della vita), per trasferire l'eroe in un mondo fantastico e surreale, dove le leggi della fisica non hanno più importanza.
Tuttavia, non bisogna neanche sottovalutare la sceneggiatura di Susan Putney. Seppure scritta molto di maniera, pone come protagonisti due personaggi in apparenza antitetici - l'Uomo Ragno e la giovane Mandi - ma che in realtà hanno molti punti in comune.
Peter Parker è il ragazzo cresciuto troppo in fretta e che, con le sue battute e i suoi atteggiamenti canzonatori, cerca di nascondere, ai criminali che affronta, il dramma della sua vita che lo ha spinto a maturare da un giorno all'altro a seguito della morte di zio Ben. Insomma, è un adulto che vorrebbe tornare bambino, ma sa di non poterlo fare.
Mandi invece è una ragazza intrappolata nel corpo di una dodicenne, che vorrebbe crescere, ma un blocco mentale sotto forma di un incantesimo lanciato dal suo defunto padre glielo impedisce. Una bambina che vuole diventare un'adulta. Il regno in cui entrambi si ritrovano è un punto di incontro delle loro due anime.
La creatura che lei e l'Uomo Ragno affrontano rappresenta la summa delle paure della ragazza e la sua definitiva sconfitta permette a Mandi di spezzare l'incantesimo - metafora del superare i propri blocchi psicologici - e ricominciare a crescere.
"È difficile smettere di essere bambini, assumersi le responsabilità" è ciò che infine le dice l'Uomo Ragno e lui lo sa bene. Lui che anni prima ha perso ogni speranza di tornare a essere bambino in pochi secondi.
Maturare comporta nuove sfide. E anche dolori, oltre che gioie. Ma continuando a restare bambini, quei dolori ci faranno più male quando inevitabilmente arriveranno e non saremo in grado di apprezzare a pieno le gioie.
Perché i fumetti sono robe per bambini, dicono ancora oggi alcune menti poco illuminate.

venerdì 21 dicembre 2012

La Legione dei Sostituti: Marvel

Nella scorsa puntata abbiamo parlato di alcuni eroi sostituti che la DC Comics piazzò negli anni '90 per soppiantare alcune delle sue più celebri icone. Sostituti che, salvo rari casi, sono scomparsi nel nulla: una maledizione che ha colpito anche coloro che provarono a rimpiazzare le icone della Marvel negli anni '90. Ecco a voi la nuova Legione dei Sostituti.

UOMO RAGNO

Come dimenticare la Saga del Clone, come? Non lo so, c'è chi ci prova da anni senza successo. Fatto sta che tutto risale a una storyline degli anni '70 in cui il professor Warren, lo Sciacallo, clonava nella cantina di casa sua sia Peter Parker che Gwen Stacy (sì, lo so che poi è stato spiegato chi era il finanziatore... forse era meglio se rimaneva la soluzione della cantina). Cercando di instillare nell'Uomo Ragno la 957565686ima crisi di identità (ne aveva già avute alcune in quel periodo, come potete intuire), falliva rimanendo infine coinvolto in una esplosione. Sembrava morire anche il clone e così l'altruista Peter Parker gli rese omaggio gettandolo in una ciminiera... bravo, ragazzo!
Passano una ventina d'anni e un giorno, durante una riunione editoriale, qualcuno - sembrerebbe Terry Cavanagh - dice:"Ah regà, ma ve ricordate der clone?". Magari le parole non saranno state proprio quelle, ma il senso sì. Ha inizio allora una delle saghe più intricate, raffazzonate e sconclusionate della storia, con cambi di direzione da una storia all'altra e con sceneggiatori che era lampante come il sole non avessero idea di dove stessero andando a parare. Il clone torna, si chiama Ben Reilly: è il vero Uomo Ragno, Peter è il clone; anzi no, Ben è il clone e Peter è il vero Uomo Ragno; anzi no, entrambi sono cloni e Zia May è il vero Uomo Ragno; anzi... Come epilogo, scartata l'idea del primo mandante di questa sciagura (Howard Mackie... volevo dire Harry Osborn), si opta per il più classico Norman, noto manipolatore facciale di vecchie attrici in punto di morte. Ben Reilly alla fine si scopre avere un difetto di fabbricazione e si sbriciola in mille pezzi.
Ora questa è stata la sua dipartita e in seguito è comparso solo tramite pochissimi flashback, una miniserie truffa che voleva spiegarci come dovevano andare veramente le cose o, al limite, come il soggetto indiretto di alcune battute (del tipo, tizio:"hai presente la clonazione?", Uomo Ragno:"Ti prego, non parlarmene!"). Eppure questo personaggio ha un insolito seguito di fan ancora oggi, lettori che quasi sicuramente hanno cominciato a leggere le storie dell'Uomo Ragno negli anni '90 e dunque per loro (non si può dar loro torto, la colpa casomai è di altri) Ben è ancora il vero Uomo Ragno. Ma siccome Saga del Clone è ancora oggi sinonimo di una cascata di risate negli ambienti del comicdom, tranne che negli uffici dirigenziali della Marvel, non tornerà mai.



THOR

Anche qui parliamo di un personaggio che è rimasto nel cuore di molti lettori. In seguito ad uno strano incidente, l'architetto Eric Masterson acquisisce parte dei poteri di Thor e, quando il dio del tuono viene esiliato da Odino per aver ucciso quel bravo ragazzo di Loki (chiaramente non era così, era solo il 957565686° piano di vendetta del dio degli inganni - ehi, è lo stesso numero di crisi di identità di Peter Parker!), Masterson in persona diviene Thor. Il suo autore, e sostanzialmente unico sceneggiatore, Tom DeFalco applica la stessa cura adottata da Ron Marz per Kyle Rainer: lo rende un Peter Parker. Masterson infatti si fa mille pippe sui suoi poteri, ha problemi con la moglie e il figlio (Mefisto, dove sei quando c'è bisogno di te?), problemi sul lavoro, problemi col padrone di casa, problemi col condizionatore, problemi col... Oltre a questo, si cerca di costruirgli attorno anche un parco nemici nuovo, tra cui il più celebre rimane Bloodaxe (citazione a sua volta, a causa della sua identità misteriosa, della prima saga di Goblin), identità misteriosa che per i lettori italiani sarebbe rimasta tale se oggi non ci fosse Wikipedia.
Col ritorno di Thor, Masterson acquisisce un nuovo martello e una nuova identità: Thunderstrike. Ed anche una nuova serie con questo nome che riprende le ambientazioni e i personaggi durante la sua permanenza su Thor e... risulta tra le meno vendute della storia della Marvel. Così dopo 24 agonizzanti numeri alla fine Thunderstrike - la copia - viene ucciso da Thor - l'originale, mentre è preda di sete di sangue e brama di violenza: molto simbolico, no? A seguito della sua scomparsa, solo Kurt Busiek negli anni successivi ricorda Thunderstrike fino a quando... ricompare. Ma non si tratta di Eric Masterson, bensì di suo figlio Kevin che prosegue l'eredità di famiglia. Per il momento lui è ancora vivo, mentre di suo padre più nessuna notizia.


GHOST RIDER

Negli anni '70 il personaggio di Ghost Rider - Johnny Blaze, la versione marvelliana del Faust, spopolò, soprattutto tra i bikers americani che lo elessero a loro simbolo. La sua battaglia contro il demonio era probabilmente vista a quell'epoca come una metafora della lotta dei giovani dannati contro il malvagio estabilishment, antiquato e sordo alle loro invocazioni. Col tempo però Johnny Blaze perse il suo appeal e nel 1983 la sua testata chiuse, con lui libero infine dalla maledizione di Mefisto.
Sette anni dopo un altro ragazzo dannato (dalla vita) di nome Dan Ketch trovò uno strano medaglione e la maledizione di Ghost Rider passò a lui. Quasi venti numeri dovettero uscire prima di rivedere Johnny Blaze e molti di più si dovettero attendere per capire quale fosse la loro relazione e cosa fosse il Ghost Rider, particolare quest'ultimo mai del tutto chiaro. L'eccessivo annacquamento delle trame poteva non essere un problema all'inizio, visto che la serie poteva contare sui disegni allora innovativi di Javier Saltares e Mark Texeira, ma poi piano piano tutti i buchi di trama e incoerenza vennero alla luce (anche qui come nella Saga del Clone era chiaro che non si aveva idea di dove si volesse andare a parare) e così alla fine la serie si chiuse senza un vero e proprio epilogo, che rimase nel cassetto per circa una decina di anni prima di essere pubblicato.
Successivamente, Dan Ketch comparve sì e no un paio di volte, poichè la Marvel nelle mini e serie successive tornò a concentrarsi su Johnny Blaze, visto che lui era anche il Ghost Rider cinematografico, poi però il secondo Ghost ebbe una breve "fiammata di ritorno" con Jason Aaron, prima di tornare nell'oblio ed essere sostituito come sostituto da una donna. La maledizione del Ghost Rider ha colpito ancora.


DEATHLOK

Un caso davvero particolare. Negli anni '70 impazzarono le distopie alla Marvel: una fu quella di Killraven, che viveva in un 2015 alternativo dominato dai marziani di H.G. Wells; l'altra quella di Deathlok, un cyborg che combatteva contro una dittatura paramilitare nel... 1990! Col passare del tempo, e l'avvicinarsi dell'annus horribilis, il futuro di Deathlok divenne uno dei tanti mondi alternativi della Marvel. Tuttavia proprio nel 1990 nacque un nuovo Deathlok: suo ideatore, e principale responsabile della sua evoluzione, fu lo sceneggiatore Dwayne McDuffie. Costui cercò di ribaltare le carte in tavola, scegliendo come protagonista del nuovo Deathlok il pacifista Michael Collins, in netto contrasto col militare Luther Manning, e costruendogli attorno anche un background familiare. Per alcuni anni McDuffie fu sostanzialmente l'unico scrittore delle sue storie, l'unico capace di entrare in sintonia con lo spirito del personaggio e, quando lui abbandonò e la serie chiuse, anche il nuovo Deathlok scomparve sostanzialmente dalle scene. Per numerosi anni.
Quando McDuffie tornò a lavorare alla Marvel nel decennio successivo, recuperò subito il suo personaggio feticcio, prima nella miniserie Beyond, poi durante il suo ciclo su Fantastic Four. Stavolta per un motivo più tragico, la morte di McDuffie, Michael Collins stette per poco tempo sotto le luci della ribalta e oggi è nuovamente scomparso. Premesso che un ritorno di questo personaggio è sempre probabile, resta da vedere come possa plasmarlo qualcuno che non sia colui che ne ha scritto il 98% delle storie.
Arrivare dal nulla, vivere anni di gloria per poi tornare al nulla da cui si è stati generati: ecco il destino dei sostituti.

Si ringrazia Carmelo Mobilia per la preziosa collaborazione

martedì 21 febbraio 2012

Massimo un anno poi chiude ovvero lunga Ultimate vita!


"Gli dò un anno e poi chiude". "Ma sì, sarà come il 2099: tanto entusiasmo all'inizio, poi faranno andare tutto a... e chiuderanno in fretta e furia". "Una volgare operazione commerciale". E frasi derivate. Queste sono state un leit-motiv che ha connotato i primi anni di vita editoriale italiana dell'Universo Ultimate. Facili profeti, anzi, pessimi indovini.
L'Universo Ultimate nasce nel 2001. Da quanto ne so era un'idea che volteggiava negli uffici Marvel già nelle ultime settimane del "regno" di Bob Harras, poi Joe Quesada gli è succeduto come editor-in-chief e ha lasciato la sua impronta indelebile sul progetto. L'idea vincente (certo, vincente col senno di poi) fu quella di chiamare autori a quell'epoca poco noti, tali Brian Michael Bendis e Mark Millar, ma che o si erano fatti le ossa nel circuito indipendente con opere apprezzate e fuori dagli schemi (il primo) o che potevano contare su buone raccomandazioni (il secondo, spinto caldamente da Grant Morrison, i due infatti avevano collaborato su alcuni titoli DC/Vertigo).
Da questa triade, ma diciamo pure quadrilatero ed includiamoci il desaparecido Bill Jemas, nacquero Ultimate Spider-Man e Ultimate X-Men, che scossero le fondamenta dell'allora un po' assonnato comicdom. L'idea di fondo (banale? Scontata? Non se fatta bene) era quella di rivisitare i concetti che avevano reso grande il Marvel Universe alla sua creazione e riadattarli per le nuove generazioni, per quelli il cui padre manco era nato nel 1961. E, perchè no, strizzare l'occhio anche a quei lettori che quelle storie le conoscevano a menadito. Sarà strano, ma nessuno ci aveva pensato prima: tutti i precedenti tentativi di mondi alternativi come il New Universe o lo stesso 2099 si basavano su concetti narrativi differenti. E questo aldilà di sterili discussioni di una presunta continuity invasiva di quarant'anni, che inevitalmente lasciano il tempo che trovano dopo pochi mesi. Come ho accennato, ciò che fece breccia più di ogni altra cosa fu il modo in cui il tutto venne portato sulla carta, con sceneggiature fresche e moderne e disegni che andavano dritti allo scopo. Un modo che ha influenzato anche il Marvel Universe classico, e non solo perchè poi Bendis e Millar sono passati anche da quelle parti a "dettare legge". I brontoloni, gli uccelli del malaugurio, come ho detto ci furono, ma ho sentito anche pareri di persone che consideravano e considerano la continuity un mostro sacro, i quali ancora oggi continuano a dire che le prime storie Ultimate sono state ben realizzate.
Già, le prime storie... perchè a ben vedere le ultime... Il fatto che i concetti narrativi dell'Ultimate Universe siano andati ad influenzare le tematiche del Marvel Universe ha creato un circolo vizioso ed un gatto che si morde la coda: poichè quell'iniziale elemento di diversità non era ormai più presente. E cosa si è scelto allora per differenziare il franchise? Si è optato per la soluzione "overkill", stragi a getto continuo. Ovvero Ultimatum. Pessima scelta. Non è solo il fatto che nell'Ultimate Universe si possano narrare storie "che sarebbe impossibile vedere in un Marvel Universe oppresso da una continuity ultradecennale" (anche questo leit-motiv ha decisamente stancato e secondo me non corrisponde al vero), ma è il fatto che queste tematiche vadano affrontate da sceneggiatori che stiano al passo coi tempi. Jeph Loeb non rientra in questa categoria. E metterci tutti quei riferimenti al sesso, sinceramente... non è che si diventa moderni dicendo "tetta". Anche i primi due architetti ormai a mio avviso hanno fatto il loro tempo (parlo delle storie che sono arrivato a leggere finora, ovvero quelle precedenti a Fallout). Millar fa saghe che più che altro sono sue seghe mentali, mentre Bendis col "reboot" mi sembra aver gettato via in un sol colpo tutto ciò che aveva reso grande il suo Ultimate Spider-Man (oh, forse è anche per questo che lo ha fatto morire). Per quanto possa essere brutto dirlo, loro erano la novità dieci anni fa, ora sono la classicità dell'Ultimate Universe. E l'Ultimate Universe per sua natura deve prescindere dal classicismo.
Non conosco i dettagli del prossimo rilancio, ma a mio avviso bisogna ora, ad undici anni dall'esordio, ripartire con idee e sceneggiatori nuovi. Il concept iniziale ormai non è più perseguibile nè lo sarà mai più. Rimane la carta del narrare buone storie, fuori dagli schemi narrativi convenzionali. Quello ha sempre funzionato. In ogni caso quei pessimi indovini non li sento più parlare da anni.