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venerdì 9 ottobre 2026

Netflix Original 211: The Kissing Booth 3


Ogni trilogia (o quasi) col terzo capitolo tira le fila del discorso iniziato col primo film. Vengono gettati vari semi narrativi, che si spera, giungano a piena maturazione, di modo tale che si possa giungere a un'adeguata conclusione.
Nei precedenti due capitoli, The Kissing Booth e The Kissing Booth 2, l'amicizia tra Elle e Lee era stata messa a dura prova dal fatto che lei si fosse innamorata del fratello di lui. Insomma, lui ama lei, ma lei ama l'altro e questo è il fratello di lui. Un classico da mal di testa?
Ora però tutto finisce in The Kissing Booth 3, diretto da Vince Marcello, scritto da Vince Marcello, ,Jay Arnold e Beth Reekles e distribuito su Netflix a partire dall'undici agosto 2021.
Sta per giungere il tempo di separarsi per Elle Evans (Joey King), Lee Flynn (Joel Courtney) e Noah Flynn (Jacob Elordi) e la ragazza deve decidere che strada percorrere. Se recarsi a Berkeley per stare vicina al suo caro amico o coronare il suo sogno d'amore andando ad Harvard per poter convivere con Noah.
Una decisione difficile da prendere e, per pensare ad altro, i tre decidono di passare insieme un'ultima vacanza presso la casa estiva dei genitori di Lee e Noah, che presto sarà messa in vendita.
Lì tutte le tensioni, i mal sopiti rancori e i segreti nascosti verranno alla luce, permettendo ai tre infine di maturare.
Certo, il finale è scontato e prevedibile e gli indizi erano già tutti nel primo capitolo. La vera protagonista di questa trilogia è stata Elle Evans, con i suoi dubbi e le sue incertezze tipiche dell'età adolescenziale e moltiplicate al cubo per esigenze narrative. Con qualche scena comico/surrealista per complicare le cose in maniera ulteriore. 
Per due film la ragazza ha vissuto nell'ombra di come avrebbero reagito le persone più importanti della sua vita di fronte alle sue scelte, senza pensare più di tanto a cosa sarebbe stato meglio per lei.
La maturazione che lei compie, la sua decisione finale, è quella di studiare ciò che davvero le interessa, non ciò che altri vorrebbero. Andare non dove la porta il cuore, ma la sua testa.
E la stessa maturazione avverrà negli altri personaggi. Ci sono coppie che rimarranno insieme, altri che dovranno dirsi addio, chi si fa prendere dall'Euphoria e altri che infine capiranno le scelte altrui e le accetteranno in nome dell'amicizia.
Ma le relazioni sviluppate in questi anni rimarranno. Alla fine, la trilogia è anche una metafora di quelle amicizie che facciamo quando siamo adolescenti e che formano il nostro carattere che ancora non è pienamente maturato. Amicizie con cui poi ci si può anche perdere di vista, per anni se non addirittura per sempre.
Ma la loro importanza per questo non viene meno.

mercoledì 7 ottobre 2026

Netflix Original 210: Il Divin Codino


La cinematografia americana è piena di biopic incentrati su campioni dello sport. Nell'ottica del sogno americano, il pubblico adora le storie di persone venute dal nulla che ottengono il successo e la gloria con la loro volontà e determinazione.
Anche l'Italia ha avuto e ha i propri campioni sportivi, ma forse per una diversa visione della società e il fatto che si tenda poi a invidiare chi ottenga successo al posto nostro, di prodotti come questi ce ne sono davvero pochi, magari relegati a miniserie televisive rassicuranti.
Ci sono delle eccezioni, però, come Il Divin Codino, diretto da Letizia Lamartire, scritto da Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e distribuito su Netflix a partire dal 26 maggio 2021.
Roberto Baggio (Andrea Arcangeli) è un giovane e promettente calciatore del Vicenza che ottiene la sua grande occasione quando viene ingaggiato dalla Fiorentina per giocare in Serie A, anche se i genitori non vedono la cosa di buon occhio per via dell'astronomica cifra spesa.
Ma un serio infortunio rischia di pregiudicare per sempre la carriera del calciatore. Solo in una grande città, Roberto Baggio trova conforto grazie alla compagna Andreina (Valentina Bellè) e alla scoperta della religione buddista.
Inizia così un percorso di rinascita che lo porterà verso la possibile realizzazione del suo più grande sogno: vincere i Campionati Mondiali di calcio.
Come le miniserie sopra citate, anche questo è un prodotto molto rassicurante, rivolto a un'ampia fascia di pubblico che magari non è interessata a dettagli su certi aspetti. Ad esempio, il rapporto di Roberto Raggio con la relazione buddista viene trattato a un livello superficiale, perché non è la tematica principale.
Come nei biopic americani, questa è la storia di una persona venuta dal nulla che riesce con impegno e dedizione a diventare qualcuno, un campione amato capace di superare ogni difficoltà che la vita gli manda contro. E chi ha vissuto quegli anni, anche chi il calcio lo seguiva poco o quasi per nulla, ha ben presente la storia di Roberto Baggio che si vuole ora presentare a chi già la conosce, ma anche alle nuove generazioni.
E, come nei biopic americani, la tematica del rapporto conflittuale tra padre e figlio (un umile lavoratore e un campione) che alla fine riescono a conciliarsi ne è uno dei fulcri.
Il ritmo narrativo procede molto veloce e concentra molti anni in poco tempo, saltando anche alcune parti dell'attività agonistica di Roberto Baggio, forse per questioni di autorizzazione.
La lezione finale - italiana e americana allo stesso tempo - è che le vittorie e le sconfitte impallidiscono di fronte all'affetto della famiglia e del pubblico - incarnate nel cameo della figlia di Baggio che metaforicamente alla fine ringrazia il suo padre fittizio di tutto. Un prodotto che deve molto alla saga di Rocky.

martedì 6 ottobre 2026

Netflix Original 209: Fear Street Parte 1 - 1994


Fear Street è una serie di libri scritta da Robert Lawrence Stine e rivolta principalmente a un pubblico di adolescenti, ma che - per le ambientazioni - strizzano l'occhio anche al pubblico adulto.
Decine di titoli sono stati pubblicati nel corso degli anni e adattarli tutti per un pubblico diverso da quello librario può rivelarsi un'impresa. Il primo mattone di questa impresa è Fear Street Parte 1: 1994 (Fear Street Part One: 1994), diretto da Leigh Janiak, scritto da Leigh Janiak e Phil Graziadei e distribuito su Netflix a partire dal 2 luglio 2021.
La città di Shadyside è salita agli onori della cronaca più di una volta negli ultimi decenni, poiché ogni tanto un suo cittadino impazziva per ragioni ignote e compieva una strage prima di essere fermato.
Nel 1994, dopo l'ennesimo massacro, si tiene una messa a ricordo a cui partecipano anche Deena Johnson (Kiana Madeira) e Samantha Fraser (Olivia Welch), un tempo fidanzate e che ora sono in contrasto.
Quando quest'ultima sanguina, dopo un incidente d'auto, sulla tomba di Sarah Fier, una strega uccisa secoli prima e che ha maledetto la città di Shadyside, ne causa il ritorno in vita.
La strega riporta dunque sulla scena tutti i killer che hanno perseguitato la città negli ultimi decenni e che prendono di mira Deena, Samantha e i loro amici.
La saga di Scream ha dimostrato (per sette volte) che si può giocare coi classici topoi del cinema horror, per certi versi scherzarci anche un po' su, ma in ultima analisi rispettandoli.
Questo primo capitolo di Fear Street è principalmente un omaggio a quella sottocategoria del genere horror nota come slasher, secondo molti (tra cui chi scrive) inventata da Mario Bava e che ha imperato nel cinema americano soprattutto negli anni '70 e '80 del ventesimo secolo.
E stavolta non ci sono battute ironiche alla Scream, ma si persegue un tentativo di attualizzare quelle ambientazioni (cosa già fatta più volte in passato, bisogna dire) per un pubblico che quei film forse non li ha mai conosciuti.
Quindi, seppur la storia sia ambientata nel passato, i riferimenti sono in realtà quelli della società moderna. Dalle differenze tra classi agiate e classi meno abbienti alle due protagoniste che vivono la loro relazione senza troppi patemi d'animo (cosa non così scontata, invece, più di trent'anni fa).
Ma c'è ovviamente anche una trama horror dietro tutto questo, una trama in più parti che pare voler esplorare i differenti aspetti della letteratura e cinematografia horror. Cercando di dare loro un collante e dando una motivazione a come mai ci siano in giro così tanti killer mascherati con poteri sovrannaturali.
La storia principale rimane alla fine in sospeso, in attesa di essere ulteriormente espansa nei futuri capitoli. Una sorta di miniserie in tre parti che, pur essendo calata nel passato, vuole rappresentare anche un ponte verso il presente.

venerdì 2 ottobre 2026

Netflix Original 208: Enola Holmes 3


Il terzo uomo, o meglio la terza donna, la terza Holmes. Stiamo parlando di Enola Holmes, personaggio creato dalla scrittrice Nancy Springer che ha trovato la propria strada anche nel mondo cinematografico.
In Enola Holmes 2, la sorella di Sherlock Holmes ha continuato il proprio percorso di maturazione, che prende una svolta improvvisa nel terzo capitolo, Enola Holmes 3, diretto da Philip Barantini, scritto da Jack Thorne e distribuito su Netflix a partire dal primo luglio 2026.
Enola Holmes (Millie Bobby Brown) si trova a Malta per un evento molto importante, il suo matrimonio con Lord Tewkesbury (Louis Partridge) che rischia di essere rovinato dall'ingombrante famiglia di lui.
Un evento che viene sconvolto da un avvenimento improvviso, la misteriosa scomparsa di Sherlock Holmes (Henry Cavill). Mettendo a rischio il proprio matrimonio, Enola indaga sul caso scoprendo un complotto dietro cui si annida un potente nemico.
E nel frattempo deve decidere che fare della propria vita e del proprio futuro: potrà ancora essere una detective?
Questo è il terzo capitolo della saga cinematografica e, a mio avviso, è stato anche concepito come un possibile epilogo (seppur nel mondo cinematografico attuale non si possa mai essere certi di questo). Infatti, quello che è il percorso di maturazione del personaggio iniziato nel primo capitolo arriva qui a compimento.
Da ragazza ingenua e alle prime armi a persona sicura di sé e delle proprie capacità, pur con tutti i dubbi che si possano avere al riguardo. E anche Sherlock Holmes, in principio così dubbioso di lei e delle sue capacità, deve infine riconoscere che la sorella è ora una persona molto diversa e più sicura di sé.
Il tutto viene inserito in una cornice adatta alle atmosfere di storie ambientate nel passato, l'isola di Malta nei suoi scorci non toccati dalla civiltà, ma di certo da un po' di computer grafica.
Un passato che, come fatto notare in altre occasioni, viene filtrato dalla lente della modernità. La protagonista che si afferma con le proprie forze e dichiara che il matrimonio non intacca la sua identità personale e il fatto che le donne siano trattate alla pari degli uomini vanno verso questa direzione.
Alla fine i tre film convergono tutti verso questa tematica, e la cosa vale anche per Lord Tewkesbury: trovare un proprio percorso, che vada al di là del nome di famiglia, dei titoli nobiliari e delle convenzioni sociali.
Quindi... sarà davvero l'ultimo capitolo? Chi lo sa, un eventuale quarto film dovrebbe partire da basi differenti, anche perché ormai lo stratagemma alla Ferris Bueller/Deadpool di Enola Holmes che continua a guardare in camera è diventato un po' stucchevole.

martedì 11 agosto 2026

Netflix Original 207: La Donna alla Finestra


La suspense, il terrore, possono essere presenti anche in luoghi piccoli. Quei posti che crediamo di conoscere a menadito, che sentiamo come parte di noi e che non riteniamo possano presentare dei pericoli, e invece...
Sembra quasi superfluo dirlo, ma Alfred Hitchcock è stato un maestro di questo tipo di suspense, che trova la sua esemplificazione in film come Nodo alla Gola o La Finestra sul Cortile.
Ed echi hitchcockiani possono ritrovarsi in La Donna alla Finestra (The Woman in the Window), diretto da Joe Wright, scritto da Tracy Letts e distribuito su Netflix a partire dal 14 maggio 2021.
Anna Fox (Amy Adams) da tempo è barricata in casa per sua scelta e rifiuta di uscire anche solo per pochi secondi. La sua unica compagnia è il vicino di casa David (Wyatt Russell) e passa il suo tempo guardando vecchi film.
Questa routine viene interrotta dall'arrivo di nuovi vicini di casa, i Russell, il figlio Ethan (Fred Hechinger), la madre (Julianne Moore) e il padre Alistair (Gary Oldman).
Quando la madre viene dunque assassinata, con Anna Fox a osservare il tutto da casa sua, quest'ultima denuncia il fatto alla polizia, ma l'attende una sorpresa. La donna infatti è ancora viva, ma non è quella che Anna ha incontrato. Possibile che la donna - a causa di un trauma subito in passato - stia impazzendo?
I tempi cambiano e cambiano anche i background dei personaggi. Se nel film di Hitchcock - degnamente omaggiato senza nascondere la cosa - il personaggio interpretato da James Stewart era costretto a restare a casa per via di un infortunio, ora la protagonista di questa pellicola rimane a casa per via di traumi moderni che il regista inglese non poteva/voleva analizzare.
L'agorafobia, il rifiuto di un trauma passato, il non accettare una perdita. Anche se le motivazioni appaiono chiare pur a uno spettatore poco attento, pian piano viene svelato il mosaico che va a rimettere insieme l'identità della protagonista e la sua psiche spezzata.
Psiche che - nella migliore delle tradizioni - si ricompone grazie a un altro trauma che invece che ucciderla la rende alla fine più forte e determinata.
Oltre a La Finestra sul Cortile, ho qui trovato echi anche di un'altra pellicola di Alfred Hitchcock, La Signora Scompare.
Quella che è la prospettiva di Anna Fox diviene la prospettiva del regista e nostra, mentre attraversiamo quella che appare quasi in principio come una visione onirica, salvo poi progredire e divenire più concreta e reale mano a mano che la trama procede. Fino a quando Anna Fox esce di nuovo all'aperto e, letteralmente, rinasce a nuova vita dopo aver rischiato di perderla, quella vita.
Si tratta di un film che vuole mescolare un po' le carte in tavola, non troppo, giusto un poco, rispetto a temi consolidati. Su binari narrativi in ogni caso a molti più che noti. Un mix che cerca di mettere insieme passato e presenti, tempi più diversi (non necessariamente migliori) con tempi più frenetici e complicati.

lunedì 10 agosto 2026

Netflix Original 206: Rebel Moon Capitolo 1 - Calice di Sangue


Gli scenari galattici, dove sono presenti molte razze insieme agli esseri umani, dominano gli schermi cinematografici da molto tempo. E seppure non sia stato il primo esempio in tal senso, non esiste comunque scenario più ampio, intricato e longevo di quello di Star Wars...
Ma non è di questo che parleremo ora, anche se la pellicola in questione parte da un progetto per Star Wars mai approvato. Si tratta di Rebel Moon Capitolo 1 - Calice di Sangue, diretto da Zack Snyder, scritto da Zack Snyder, Shay Hatten e Kurt Johnstad e distribuito su Netflix a partire dal 22 dicembre 2023.
Da innumerevoli secoli la galassia è dominata dal Mondo Madre che tramite i suoi generali sparge terrore e distruzione nei pianeti che la compongono.
Su uno di questi, popolato da contadini e agricoltori, giunge una nave al cui comando vi è Atticus Noble (Ed Skrein), che uccide senza rimorso il leader del villaggio e schiavizza la popolazione.
A ribellarsi a questa situazione vi è Kora (Sofia Boutella), un tempo soldatessa al servizio del Mondo Madre, che inizia a cercare altri guerrieri vessati dalla dittatura militare per cercare di rovesciarla una volta per tutte.
Per Kora è anche un modo per liberarsi di un ingombrante passato che la perseguita da tempo.
Star Wars, ma con più sangue, sesso e scene al rallenty. Se volessimo ridurre ai minimi termini la cosa. Gli scenari galattici non sono ovviamente prerogativa della LucasFilm e ogni tanto si cerca di trovare una strada alternativa al modello imperante.
Ma, almeno in questo caso, il modello imperante si vede molto bene, seppur nascosto da una patina che viene via alla prima sfregatura. Ci sono pure le spade laser.
In realtà il regista ha voluto costruire un universo alla Star Wars che abbandoni dietro di sé ogni elemento fiabesco o di onore per creare un'atmosfera opprimente e oscura, ricalcante (a mio avviso) quella vista nei prodotti collegati al DC Extended Universe.
Dove dunque le dittature galattiche sono guidate unicamente da esseri spietati privi di qualsiasi empatia e chi incrocia la loro strada è destinato a soffrire.
E la ribellione in questi casi può arrivare solo dal basso: contadini, schiavi, madri a cui sono stati uccisi i figli e infine... chi da quel mondo oscuro proviene e ha cercato invano di lasciarselo alle spalle.
Peccato che, a parte il legittimo desiderio di affrancarsi dalla tirannia, i protagonisti risultino poi dei gusci quasi vuoti e sembrano agire solo perché non hanno altro da fare. In contrasto, il villain risulta davvero un villain carismatico, seppur ridotto alla classica figura del malvagio che fa del male agli altri perché gli piace, un Darth Vader che non ha mai incontrato un Obi-Wan lungo la via ed è stato preso subito sotto la tutela dell'Imperatore.
Si sa bene che questo è un progetto al momento incompiuto e che rischia di rimanere tale per sempre, ma può sempre esserci... una nuova speranza.

martedì 30 giugno 2026

Netflix Original 205: The Kissing Booth 2


Metaforici tuoni e fulmini sono capitati ai protagonisti del primo capitolo di The Kissing Booth, con lei in shorts per tutto il tempo e con Oh My God pronunciato quelle cento, duecento volte.
Tra drammi di amicizia e amori im... no, possibili, i tre personaggi principali venivano lasciati alla fine in una sorta di limbo narrativo, in attesa di loro nuove scelte e svolte (im)previste.
Scelte che giungono col secondo capitolo, sempre con shorts e Oh My God al seguito, The Kissing Booth 2, scritto e diretto da Vince Marcello e distribuito su Netflix a partire dal 24 luglio 2020.
Inizia l'ultimo anno di scuola superiore per Elle Evans (Joey King) e Lee Flynn (Joel Courtney), amici letteralmente sin dall'infanzia. Dopo un iniziale screzio, Lee ha accettato la relazione tra lei e suo fratello Noah Flynn (Jacob Elordi), che però alla fine si è dovuto trasferire a Boston per proseguire i propri studi.
Mentre Elle e Lee progettano di rimettere in piedi uno stand dei baci per festeggiare la fine della scuola e raccogliere fondi per beneficenza, la ragazza deve anche decidere a quale università iscriversi. L'amicizia suggerisce Berkeley, ma Noah le propone Harvard, per stare più vicini.
Una scelta non facile da prendere e in cui si inserisce anche Marco Valentin Peña (Taylor Zakhar Perez), un affascinante studente che inizia a frequentare Elle.
Drammi su drammi in questo secondo capitolo. Nel primo discutevano solo i tre protagonisti, mentre in questo caso - giusto per alzare un po' il tiro e catturare l'interesse - chiunque vive una situazione di crisi, in un momento o in un altro. A tal proposito, non dimenticate mai gli orecchini in giro e assicuratevi che nessuno faccia le pulizie per settimane.
La drammatizzazione prende spunto da una scelta molto importante per i ragazzi statunitensi, anche se ovviamente spesso esasperata qui e altrove per motivi narrativi: la scelta dell'università da frequentare. Dove i ragazzi vivranno stabilmente, lontano dalla famiglia, e matureranno come persone. A mio avviso solo Edgar Wright negli ultimi tempi ci ha giocato in maniera mirabile con questa tematica.
Per mescolare in maniera ulteriore le carte, si inserisce qualche personaggio nuovo e si mette un po' di inclusività. Con qualche controindicazione: il nuovo interesse amoroso di Elle, non per colpa dell'attore, temo, si rivela un morto di fi... a livello olimpionico.
Recitazione molto di maniera (perché voglio essere buono). Solo Joey King - che dopo molta gavetta e produzioni horror - svetta, anche se esaspera la goffaggine e la solarità del suo personaggio. E con questa saga ha preso il trampolino per partecipare a produzioni più di rilievo come Zeroville e Bullet Train. 
Ma in realtà è un po' tutto esasperato, persino i bloopers finali, e il ritorno a una situazione più serena risulta molto improvviso. E qualche punto in sospeso rimane inevitabilmente alla fine, pronto a essere sviluppato in un capitolo conclusivo.

venerdì 26 giugno 2026

Netflix Original 204: Frankenstein


Pubblicato nel 1818, il romanzo Frankenstein, scritto da Mary Shelley, è stato uno dei più celebrati a livello cinematografico, sin dai tempi del cinema muto.
Pur contando decine tra pellicole e parodie, la figura della creatura ritratta da Boris Karloff - avendo però ormai un secolo di vita e quindi ignota perlopiù al pubblico giovane - rimane una delle più celebrate.
Ma Frankenstein è anche il moderno Prometeo, colui che donò il fuoco agli uomini ma venne punito dagli dei. Al tempo stesso, il Barone Frankenstein vuole sfidare le leggi della natura e viene castigato per questo.
Film più recenti si sono distanziati dalle prime produzioni, che ritraevano il Barone Frankenstein come un genio incompreso e la Creatura perlopiù come un mostro senza cervello. E si inserisce in questo solco Frankenstein, scritto e diretto da Guillermo del Toro e distribuito su Netflix a partire dal 7 novembre 2025.
Mentre percorre le vie ghiacciate dell'Artico, l'equipaggio di una nave si imbatte nel Barone Victor Frankenstein (Oscar Isaac), rimasto gravemente ferito a seguito di uno scontro con un misterioso nemico.
Soccorso e portato a bordo dell'imbarcazione, l'uomo rivela come sia stato lui stesso ad aver dato vita alla Creatura (Jacob Elordi) che l'ha ridotto in pessimo stato.
La ragione è da ricercarsi nel passato del Barone e della Creatura stessa, che racconteranno la loro storia e i loro punti di vista all'incredulo equipaggio.
Tra il romanzo e questo adattamento sono passati più di due secoli, eppure certe tematiche rimangono ancora oggi affascinanti da esplorare e trattare.
Victor Frankenstein viene ritratto come una figura tragica, spinto ad agire per amore, dolore e ambizione, elementi che se combinati insieme rischiano di dare vita a un drammatico risultato. Come nel suo caso.
L'affetto per la madre Elizabeth, morta di malattia, si trasfigura nell'amore per la fidanzata del fratello, Claire - anche perché l'attrice che interpreta queste due parti, Mia Goth, è la medesima.
Cambia dunque la motivazione di partenza, ma non il castigo che il destino infligge poi al Barone. Castigo che si manifesta sotto forma di un'altra figura tragica, la Creatura.
Non più un mostro senza cervello ma, come ritratto anche in passato da Robert De Niro, una figura empatica, le cui motivazioni principali sono l'amore e la vendetta.
Amore verso la natura e coloro che non lo vedono come un mostro, ovvero Claire e un anziano cieco, che però viene rapidamente distrutto dalla ferocia dell'uomo, contro cui infine la Creatura si rivolta. Un amore distrutto in primo luogo dal Barone stesso, che ha deciso di abbandonare la Creatura.
Il confronto finale, in terre vergini ancora non toccate dalla mano distruttrice dell'uomo, sancisce l'impossibilità per entrambi di appartenere a questo mondo.
Ognuno ha dato la propria visione della storia, ognuno ha offerto il proprio punto di vista. Lo spettatore può valutare entrambi e decidere di comportarsi come il capitano della nave oppure come queste due tragiche figure che il destino ha messo infine l'uno contro l'altro. In uno scontro destinato a un drammatico epilogo sin dal principio.

giovedì 25 giugno 2026

Netflix Original 203: KPop Demon Hunters


Quand'è che un prodotto diventa un fenomeno di costume? Non esiste una risposta univoca a questa domanda, altrimenti le major cinematografiche avrebbero la strada spianata.
Ci sono progetti importanti e su cui vengono spesi molti soldi che alla fine, inesorabilmente, floppano e ci sono progetti che non si considera più di tanto - sono solo uno dei tanti, in principio - ma che per qualche motivo fanno breccia nel pubblico e vincono alla fine anche un Oscar.
Tra questi vi è KPop Demon Hunters, diretto da Chris Appelhans e Maggie Kang, scritto da Chris Appelhans, Maggie Kang, Hannah McMechan e Danya Jimenez e distribuito su Netflix a partire dal 20 giugno 2025.
Rumi, Mira e Zoey sono tre artiste KPop la cui band si chiama Huntrix e che in segreto combattono demoni, tradizione che si perpetua da generazioni. Il loro nemico principale è il capo dei demoni Gwi-Ma che vuole invadere la dimensione terrestre.
Un suo sottoposto, Jinu, propone allora di affrontare le Demon Hunters sul loro stesso terreno, formando una band KPop composta da demoni per combattere le loro performance vocali. Il piano ha incredibilmente successo e i Saja Boys conquistano lentamente il pubblico delle Huntrix, un cui segreto rischia di distruggerle per sempre.
Risulta sempre un po' particolare vedere un prodotto di animazione rivolto a un pubblico di riferimento diverso a quello a cui la nostra persona appartiene e quindi certe cose possiamo anche non comprenderle del tutto o ritenerle banali.
Tuttavia, vi sono comunque delle tematiche che risultano universali. Pur non essendo detto esplicitamente, è Rumi la vera protagonista della storia, grazie alla sua natura duale e il suo desiderio di trovare il proprio posto in questo mondo dove caos e ordine si affrontano (e lei rappresenta entrambe queste parti).
Un'affermazione di identità che passa anche attraverso l'amicizia e l'amore con chi è "diverso" da lei. Togliendo dallo scenario i demoni, nessun personaggio umano o con natura umana è in realtà davvero malvagio e lei prova mostra empatia per tutti. Chi sembra convertito al male lo fa in realtà per sopravvivere o per espiare un grave peccato del proprio passato.
L'accettazione di chi si ritiene diverso da noi, passando attraverso i sentimenti di amicizia verso chi conosciamo da poco o molto tempo, è una tematica molto presente nella pellicola e - immagino - molto sentita da una certa fetta di pubblico giovane, che dunque si ritrova in essa.
Il tutto ovviamente viene contornato da balletti e canzoni di un genere musicale molto in voga, ulteriore motivo di interesse.
Non credo proprio che questo sia un prodotto di animazione epocale, né credo sia stato concepito per esserlo o diventarlo. Anche l'animazione in sé, in confronto a titoli e case di produzione più blasonate, non regge il paragone.
Ma è indubbio che KPop Demon Hunters sia riuscito a fare breccia, a creare un fenomeno di massa. Quanto possa durare, non è dato saperlo. Sappiamo solo che presto o tardi vi sarà un sequel, di certo non previsto nei piani iniziali. Anche questo deve essere un effetto collaterale della magia delle Huntrix.

venerdì 8 maggio 2026

Netflix Original 202: Mank


Ci sono film che fanno la storia del cinema, e sono pochi o tanti a seconda dei punti di vista. E poi ci sono film che segnano un punto di svolta nella storia del cinema, e questi sono pochi.
Se il primo di essi è, nel bene e nel male (soprattutto nel male), Nascita di una Nazione, un'altra pietra miliare è senza ombra di dubbio Quarto Potere, di Orson Welles. E come tutti i film storici, c'è una storia dietro la sua nascita.
Che viene narrata in Mank, diretto da David Fincher, scritto da Jack Fincher e distribuito su Netflix a partire dal 4 dicembre 2020.
Dopo un incidente che lo costringe a rimanere a letto, lo sceneggiatore Herman Mankiewicz (Gary Oldman), scelto personalmente da Orson Welles per scrivere Quarto Potere, ripensa ai suoi giorni di gloria a Hollywood, dove era uno degli sceneggiatori più pagati e riconosciuti.
Ma mentre ritorna con la mente a quei giorni, Mankiewicz giunge alla conclusione che non erano poi così dorati, e soprattutto richiama alla mente le sue dispute morali e politiche col produttore Louis Mayer (Arliss Howard) e il magnate dell'editoria William Randolph Hearst (Charles Dance).
Tutto questo gli darà la spinta e la motivazione per concepire uno dei film più importanti della storia del cinema.
La pellicola parla della Hollywood dell'epoca d'oro, che aveva appena scoperto il sonoro e cercava di sfruttarne le potenzialità, ma al tempo stesso è un film che parla di modernità.
La creazione di Quarto Potere diventa così un buon pretesto narrativo per introdurre temi più generali. Poiché, e credo lo abbiamo già detto, la storia ha la brutta tendenza a ripetersi.
Come ci sono quindi le lotte sindacali e politiche oggi su temi quali il salario minimo e il rispetto del lavoratore, tali tematiche erano presenti già novant'anni fa, pur in un mondo che ora ci appare distante, non avendolo mai vissuto.
E, oggi come novanta anni fa, vi erano persone che sfruttavano le persone per arricchirsi, come Arliss Mayer e William Randolph Hearst. Pur essendo figure storiche reali, costoro diventano anche l'incarnazione di quei miliardari/imprenditori che -- in nome del profitto e di convenienze politiche - non hanno scrupolo alcuno nei confronti dei dipendenti che contribuiscono a creare la loro ricchezza.
Mettendoli da parte come se nulla fosse o sfruttando i loro contatti e il loro potere mediatico per alterare la verità.
Herman "Mank" Mankiewicz combatte contro di loro una battaglia ideologica in apparenza destinata a fallire, una battaglia che lo porta infine ai margini di Hollywood. Ma lo sceneggiatore scopre che può comunque trionfare sfruttando il mezzo che quelle due stesse persone hanno contribuito a rendere popolare: il cinema. Perché anche se la verità può essere filtrata, essa può arrivare a migliaia di persone e far capire loro che il re è nudo.
Tra i film che hanno celebrato il cinema in questi ultimi anni, come Empire of Light, The Fabelmans o Babylon, questo si pone come il più cupo, quello che - così come il citato Babylon - non ha remore a mostrare quei lati oscuri di quella Hollywood tanto celebrata. Costruita anche col sangue e la prevaricazione.

martedì 5 maggio 2026

Netflix Original 201: Pain Hustlers - Il Business del Dolore


Non è certo argomento per cui possiamo spacciarci come esperti, ma è noto a molti che la sanità americana differisce in maniera notevole da quella italiana. La prima, infatti, è molto basata sulla sanità privata, finanziata da varie assicurazioni, a cui bisogna accedere per avere cure adeguate, mentre qui da noi - anche se talvolta si prova a smantellarla - la sanità pubblica è preminente.
Ed entrambe le nazioni presentano la loro dose di scandali. E la motivazione di fondo è sempre quella: i soldi. Restando sulla sponda statunitense, questo è il tema di Pain Hustlers: Il Business del Dolore (Pain Hustlers), diretto da David Yates, scritto da Wells Tower e distribuito su Netflix a partire dal 27 ottobre 2023.
Liza Drake (Emily Blunt) è una ballerina di lap dance che viene notata da Pete Brenner (Chris Evans), un dirigente della casa farmaceutica Zanna, la quale è sull'orlo della bancarotta.
Grazie al suo carisma e alla propria abilità dialettica, Liza Drake riesce a far sì che molti dottori inizino a prescrivere un antidolorifico di nome Lonafen, facendo così salire le azioni della società.
Liza fa così carriera all'interno della multinazionale e diviene ricca, ma ci sono degli effetti collaterali che lei non ha immaginato. E la porteranno alla fine a dover prendere una drastica scelta.
Il film si basa su una storia realmente accaduta, seppur con nomi modificati per ragioni legali, avvenuta circa quindici anni prima della produzione della pellicola. Ma come spesso accade con prodotti del genere, la storia di base viene così ampiamente modificata di modo da diventare qualcosa di diverso rispetto alla fonte originaria.
Diverso in quanto si intende fare un discorso più generale. In questo caso sulla sanità americana e lo strapotere di alcune multinazionali del farmaco, che lucrano sulla salute delle persone malate e talvolta in difficoltà economiche per sole ragioni di profitto, senza pensare alle conseguenze etiche.
Il personaggio di Chris Evans è incarnazione di questo strapotere e della mancanza di moralità, mentre il personaggio di Emily Blunt è colei che, provenendo dalle classi sociali meno abbienti, è ancora aggrappata a certi valori e quindi compie un percorso in cui, dopo aver toccato le stelle, non dimentica del tutto le proprie origini e decide di ritornarvi per il bene comune.
Ne emerge, dunque, un confronto sotterraneo in cui forse nessuno di loro è dalla parte del torto in senso assoluto, poiché entrambi lottano per sopravvivere. Ma un vincitore alla fine deve esserci, qualcuno che possa dare un po' di speranza.
Che sia un'opera moralistica, e un po' buonista, credo sia indubbio. Offre uno sguardo a un mondo che già conosciamo, però non fa mai male vedere come si comporta chi scruta nell'abisso. E cerca di far catapultare altre persone in quell'abisso.

domenica 19 aprile 2026

Netflix Original 200: The Irishman


La collaborazione tra Robert De Niro e Martin Scorsese si è rinnovata più volte nel corso degli anni, a partire da Mean Streets.
Quando a loro si è unito anche Joe Pesci, abbiamo avuto dei classici come Toro Scatenato e poco dopo moderni racconti di gangster quali Quei Bravi Ragazzi e Casinò.
Dopo tanto tempo, questa attualizzazione di uno storico genere cinematografico ritorna con The Irishman, diretto da Martin Scorsese, scritto da Steven Zaillian e distribuito su Netflix a partire dal 27 novembre 2019.
Frank Sheeran (Robert De Niro), un camionista, ha un fugace incontro con Russell Bufalino (Joe Pesci) quando il suo mezzo rimane in panne.
Poco tempo dopo Sheeran viene accusato di passare una parte dei carichi di carne che trasporta a una banda criminale locale in cambio di una mazzetta. Russell Bufalino interviene e, tramite un avvocato di fiducia, lo fa assolvere da queste accuse.
Da quel momento Frank Sheeran comincia a divenire uomo di fiducia e sicario della famiglia Bufalino e, tramite i loro contatti, conosce Jimmy Hoffa (Al Pacino), di cui diviene in breve tempo guardia del corpo e migliore amico.
Ma in ambienti come questi l'amicizia e il rispetto sono valori fragili e Frank Sheeran pagherà un prezzo molto caro per questo.
Sembra che Martin Scorsese abbia voluto dare vita al racconto di gangster definitivo, con tutti gli attori a lui cari (manca solo Leonardo DiCaprio per la chiusura del cerchio). E lo fa tramite una storia che si dipana per un periodo temporale di oltre quarant'anni, in cui si assiste alla rapida ascesa e alla drammatica caduta di Frank Sheeran.
Personaggio realmente esistito, costui ha dichiarato di aver ucciso Jimmy Hoffa (nonché molte altre persone) per conto della famiglia Bufalino, anche se vi sono molte prove che contrastano queste sue affermazioni.
Questo però al regista non interessa e, tramite la figura di Sheeran, ritrae un tipo di personaggio a lui caro: quello affascinato dal mondo della criminalità, in quanto la sua anima è nera sin dal principio.
E alla fine, in quel mondo, quella persona vi entra e ne diventa una figura di spicco. Ma, esattamente come accaduto a Henry Hill, alla fine a Frank Sheeran non rimane nulla. Perde la famiglia, gli amici, rimane l'essere più solo sulla Terra.
Eppure rimane fedele a uno strano codice d'onore, che nemmeno da anziano e malato abbandona, mentre tutti coloro che hanno segnato la sua vita sono morti. E trova conforto, altro tema caro al regista, nella religione e nella fede per l'assolvimento dei suoi peccati.
E tutti coloro che ruotano attorno a Frank Sheeran non sono da meno. Jimmy Hoffa, Russell Bufalino, anche loro perdono tutto in nome di un finto ideale e muoiono in solitudine, oppure vengono uccisi da cari amici, a dimostrazione che in realtà il concetto di amicizia in questo tipo di ambiente non esiste.
Un mondo a parte, di cui si fatica a comprendere le regole, eppure parte integrante della società americana, e non solo, per decenni. Un mondo che si avvia al tramonto e su cui Martin Scorsese ha voluto mettere la parola FINE.

venerdì 17 aprile 2026

Netflix Original 199: Il Ragazzo che Catturò il Vento


I biopic amano spesso soffermarsi su persone venute dal nulla e che non hanno nulla, ma che - nonostante questo - riescono a conseguire un importante obiettivo, spesso aiutati dagli amici o dalla famiglia, persone che credono nel loro sogno.
La ragione è abbastanza semplice: vi può essere un facile processo di identificazione da parte dello spettatore, il quale può star vivendo o aver vissuto quella stessa condizione, e dunque ci si può affezionare subito a quei personaggi e - se lo si desidera - approfondire la vicenda reale.
Come accade in Il Ragazzo che Catturò il Vento (The Boy Who Harnessed the Wind), scritto e diretto da Chiwetel Ejiofor e distribuito su Netflix a partire dal primo marzo 2019.
In un piccolo villaggio africano di inizio ventunesimo secolo, il giovane William Kamkwamba (Maxwell Simba) spera di poter frequentare la scuola, avendo un'intelligenza fuori dal comune per la sua età che lo porta già a fare piccole riparazioni su alcuni strumenti elettronici.
Il suo sogno viene realizzato, ma ben presto la sua famiglia capeggiata da Trywell Kamkwamba (Chiwetel Ejiofor) non è più in grado di pagare le tasse scolastiche a causa di una grave siccità che porta molti abitanti del villaggio ad andarsene.
Con determinazione e astuzia, William frequenta di nascosto la biblioteca della scuola e progetta di costruire un mulino a vento utilizzando rifiuti trovati nella discarica del paese.
Questo è un biopic che rispetta in pieno alcuni degli stilemi di questo genere, ma offre un'ambientazione diversa dal solito: la nazione del Malawi, in Africa, invece dei consolidati Stati Uniti. Un progetto a cui Chiwetel Ejiofor ha creduto molto, visto che si è sobbarcato i principali ruoli produttivi e ha con ogni probabilità portato a compimento grazie al suo nome.
E gliene va dato merito, poiché - pur essendo un progetto a basso costo, come evidente - offre al pubblico una storia poco nota, basata su eventi reali e drammaticizzata dove occorra per scopi narrativi, proprio perché lontana sia dalla cultura statunitense che da quella occidentale.
Si procede poi su binari consueti, in primo luogo il protagonista. Un ragazzo che non ha nulla, ma che riesce nonostante tutto a realizzare i propri obiettivi e portare benessere e serenità a molte persone: un'incarnazione perfetta del sogno americano, lontano dagli Stati Uniti.
Non manca ovviamente un rapporto conflittuale con la famiglia, in special modo col padre, che alla fine, come nella migliore delle tradizioni, si ricompone permettendo ai due di collaborare per raggiungere l'obiettivo comune.
Non c'è nulla di nuovo od originale a parte questo e non ci doveva essere per non andare fuori dal seminato. Se vi piacciono questo tipo di storie, l'apprezzerete e vedrete un tipo di recitazione diversa dal solito. Con la possibilità, sempre presente, di approfondire poi la storia reale.
Per vedere che anche nella realtà, a volte, chi viene dal nulla può divenire qualcuno.

giovedì 16 aprile 2026

Netflix Original 198: Thunder Force


Esistono supereroi di tutti i tipi, sin dall'alba dei tempi. Col passare degli anni, si è accettata (fingo di non essere a conoscenza di una certa parte del fandom) la presenza di eroi fuori dal comune o reietti, senza fare alcuna distinzione in base al sesso, l'età, la religione.
Persino gli alieni e i sintezoidi ci apparivano ben integrati nella dinamiche di un supergruppo! Ma con ogni probabilità non abbiamo mai visto delle supereroine come quelle presenti in Thunder Force, scritto e diretto da Ben Falcone e distribuito su Netflix a partire dal 9 aprile 2021.
Lydia Berman (Melissa McCarthy) ed Emily Stanton (Octavia Spencer) sono due amiche per la pelle che però vivono in un mondo che deve affrontare la piaga dei Miscredenti, sociopatici a cui dei raggi cosmici hanno conferito superpoteri.
Quando i genitori di Emily vengono uccisi dai Miscredenti, costei si ritira dalle scene e inizia a cercare un modo perché anche le persone comuni come lei acquisiscano superpoteri. Al fine di vendicarsi.
Lydia reincontra Emily, perciò, solo molti anni dopo, recandosi a trovarla nel suo laboratorio. Lì la sua curiosità le fa attivare dei macchinari che le fanno acquisire la superforza.
Con Emily in possesso del potere dell'invisibilità, le due eroine possono cercare di sventare i crimini dei Miscredenti. Sempre che non combinino troppi guai nel mentre.
Abbiamo visto supereroi di tutti i tipi nel corso del tempo e quindi anche supereroi che sono persone comuni, come studenti o lavoratori del ceto medio. Ma questo non è Kick-Ass, dove predomina la violenza e l'ironia macabra.
Questo, più che un film di supereroi, è una commedia dove incidentalmente vi sono anche supereroi e supercriminali, livello poco sotto Deadpool in quanto a strategia e stessa parlantina.
Il fatto poi che le due protagoniste siano delle ultraquarantenni e, mi si passi il termine, non proprio in possesso del peso forma è un chiaro segnale di come si voglia approcciare il tema supereroistico su basi più concrete e "leggere" (senza nulla togliere alle Scarlett Johansson o Gal Gadot di questo mondo).
Di fronte alla "dimessa", per scelte narrative, Octavia Spencer, buona parte della storia si regge sulle spalle di Melissa McCarthy, che sfoggia il suo consueto repertorio di grida, citazioni pop e qualche battuta con doppio senso, degnamente assistita dal collega di Io Sono Tu, Jason Bateman, l'uomo dalla faccia imperturbabile che interpreta il più improbabile dei supercriminali.
Quindi, non è una satira o una parodia sui film di supereroi (è anche presente un'attrice proveniente dai film di James Gunn), più semplicemente è uno sguardo alternativo, poco serioso - pur non mancando i momenti drammatici - e popolato da personaggi che non si prendono troppo sul serio di un mondo dove l'uso dei superpoteri è vissuto in maniera più leggera.
E dove prevalgono alla fine i sentimenti di amicizia e la forza di volontà nel perseguire ciò che è giusto.

mercoledì 8 aprile 2026

Netflix Original 197: Un Padre


Si afferma molto spesso che gli attori comici sono notoriamente portati anche per i ruoli drammatici, in quanto far ridere è molto più difficile che far piangere. Come tutti gli assoluti, e non si è nemmeno dei Sith, questo può non essere del tutto vero.
Ci sono attori comici che rimangono confinati in quel genere perché non sono portati per altri ruoli e ci sono attori più versatili, come il più volte qui citato Adam Sandler, che possono ben interpretare ruoli drammatici.
E a lui si può aggiungere anche Kevin Hart, protagonista di Un Padre (Fatherhood), diretto da Paul Weitz, scritto da Paul Weitz e Dana Stevens e distribuito su Netflix a partire dal 18 giugno 2021.
Matthew Logelin (Kevin Hart) perde all'improvviso la moglie a seguito di complicazioni dovute al parto. Ora Matthew, che ha una carriera lanciata nel campo della tecnologia, si ritrova solo a dover crescere la figlia Maddy (Melody Hurd) ed è determinato a farlo, nonostante i dubbi e i timori dei nonni e dei suoi amici.
Tuttavia, le insidie e gli imprevisti dell'essere un genitore lo colgono impreparato e l'uomo deve risolvere il tutto tenendo conto della sua carriera lavorativa e della possibilità di rifarsi una vita.
La storia si basa su eventi reali: Matthew Logelin esiste davvero e ha vissuto tutte quelle sventure raccontandole in un blog che è stato molto seguito. Ma, come spesso capita quando si adatta tale tipo di storia per il cinema, la si rimodella per far sì che molti possano interfacciarsi con le paure e i dubbi del protagonista - in particolare chi ha vissuto il suo stesso dolore - e, per chi non è padre single, possa empatizzare comunque con lui.
Vedremo dunque un percorso di crescita, di maturità, da parte sia del padre che della figlia il quale durerà alcuni anni, infatti a un certo punto vi è un piccolo balzo temporale.
Un percorso che parte da un evento tragico e da quell'evento Matthew Logelin inizia a riconsiderare le priorità della propria vita. Un evento che inciderà anche su chi non l'ha vissuto, ovvero la figlia, che comunque ne deve affrontare le conseguenze.
Due mondi distanti in principio che lentamente si avvicinano l'un l'altro e capiscono infine cosa sia davvero importante per loro. Convincendo anche chi era scettico in principio.
Kevin Hart non ha al suo attivo molte interpretazioni drammatiche, forse solo il remake americano di Quasi Amici, Sempre Amici. Eppure non sfigura: data l'atmosfera cupa di molte scene, non fa più quelle facce buffe e abbassa il tono di voce (in originale) che nelle commedie tiene di solito alto. Tuttavia non si esime di tanto in tanto dal fare qualche battuta, questo è più forte di lui.
Potrebbe apparire strano, dunque, che non sia tornato più volte su queste strade attoriali, ma la risposta può essere molto semplice. Il pubblico identifica Kevin Hart principalmente come un attore comico e i copioni che gli vengono proposti sono quelli di commedie, con poche eccezioni. E di certo lui si diverte ad interpretarle.
Se ci saranno comunque altre eccezioni, le vedremo con piacere.

venerdì 27 marzo 2026

Netflix Original 196: Highwaymen - L'Ultima Imboscata


Le imprese criminali di Bonnie (Parker) e Clyde (Barrow) sono state parte integrante della società americana degli anni '30 del ventesimo secolo, in una nazione preda della depressione e di una grave crisi finanziaria.
Nei pochi anni in cui sono stati attivi, prima di essere uccisi dalla polizia in un'imboscata, i due si sono resi responsabili di numerosi crimini, rapine e omicidi e sono divenuti oggetto in seguito anche di pellicole cinematografiche quali Gangster Story.
Un film in cui compariva anche - in una versione quasi parodistica - colui che è il principale responsabile dell'imboscata. Una figura la cui storicità viene ristabilita - sempre a livello cinematografico, ovviamente - in Highwaymen - L'Ultima Imboscata (The Highwaymen), diretto da John Lee Hancock, scritto da John Fusco e distribuito su Netflix a partire dal 29 marzo 2019.
1934: Bonnie e Clyde sono attivi da ormai due anni e hanno già compiuto numerosi atti criminali, eppure la stampa e la gente li vede come degli eroi che si ribellano al sistema.
Per porre fine alle loro scorribande una volta per tutte, la governatrice del Texas Miriam Ferguson (Kathy Bates) decide di richiamare a malincuore in servizio un ex componente dei disciolti Texas Rangers, Frank Hamer (Kevin Costner). Costui decide di avvalersi della collaborazione di un altro ex Ranger, Maney Gault (Woody Harrelson).
Inizia così una lunga caccia che porterà i due in alcuni stati americani e - oltre a Bonnie e Clyde - dovranno affrontare soprattutto la diffidenza del FBI e i malumori delle persone che vivono in povertà per causa della Grande Depressione e vedono nei due banditi una possibilità di riscatto.
In questo film Bonnie e Clyde sono ben presenti, ma al tempo stesso anche assenti. Tranne che per la scena dell'imboscata, infatti, li vedremo inquadrati sempre di spalle o in ombra, pur essendo loro i soggetti su cui si incentra la ricerca delle autorità.
Questo perché in realtà la trama si concentra sui due veri protagonisti della storia, ovvero Frank Hamer e Maney Gault. Costoro si sono ritirati a vita privata, per cause di forza maggiore, da un mondo che prima dominavano, e ora vi devono fare ritorno in maniera improvvisa. Ma questo mondo è profondamente cambiato in loro assenza.
Ai tempi in cui i due erano tra i migliori Texas Rangers, la linea di demarcazione tra buoni e cattivi era ben chiara e non c'erano dubbi al riguardo. Adesso non lo è più (una sorta di Gli Spietati a parti invertite).
Hamer e Gault, infatti, trovano come principale ostacolo non i due criminali, bensì chi dovrebbe aiutarli nella loro ricerca, come l'FBI di Edgar Hoover o la governatrice del Texas, i quali invece sono mossi da ambizione e mire politiche a discapito della popolazione.
Quella stessa popolazione che vede Bonnie e Clyde come degli eroi al servizio delle persone comuni e povere, sottilmente indirizzati in tal senso dalla stampa, nonostante i due criminali - tranne che per la famiglia e alcuni cari amici - ai poveri diano poco o nulla. Cosa che complica ancora di più l'indagine dei due Ranger.
Il tema dei media che idolatrano falsi idoli per mettere le persone contro il potere costituito solo e unicamente per vendere più copie è trattato in maniera moderna, quindi si possono cogliere nei dialoghi molti riferimenti a quello che è ancora uno scenario attuale ai giorni nostri, dove i media principali ora sono altri (i social network, principalmente).
La bravura di entrambi gli attori protagonisti, abili a mettere in scena dapprima lo straniamento di Hamer e Gault di fronte a questo nuovo scenario e poi la loro determinazione a trovare ed eliminare i due criminali, contribuisce in maniera ulteriore a creare un'atmosfera che ben si adatta alla pellicola (anche questa mutuata da Gli Spietati, gli anziani "eroi" che, pur non capendo del tutto questo mondo, vanno infine avanti per la loro strada).
Questo è dunque un particolare road movie, che conserva intatte alcune delle sue caratteristiche. Come la crescita dei personaggi lungo la via, l'obiettivo prefisso che è ostacolato da rischi imprevisti. E il riscatto finale. La linea di demarcazione tra buoni e cattivi torna così a essere ben definita. Almeno fino a quando qualcun altro deciderà che non deve essere più così.

giovedì 26 marzo 2026

Netflix Original 195: Wake Up Dead Man - Knives Out


Dopo aver risolto un delitto impossibile avvenuto in una villa vittoriana in Cena con Delitto: Knives Out e aver poi smascherato un impostore assassino su un'isola sperduta in Glass Onion: Knives Out, mancava a Benoit Blanc solo un'altra tematica tipica dei romanzi gialli per completare la collezione. Per il momento, almeno.
La terza indagine di questo investigatore cinematografico si svolge su Wake Up Dead Man: Knives Out (Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery), scritto e diretto da Rian Johnson e distribuito su Netflix a partire dal 12 dicembre 2025.
Jud Duplenticy (Josh O'Connor), un ex pugile che si è convertito al Cattolicesimo dopo aver ucciso sul ring  senza volerlo un avversario, viene trasferito per aver aggredito un sacerdote in una piccola chiesa, Nostra Signora della Forza d'Animo Perpetua.
La parrocchia è gestita da Jefferson Wicks (Josh Brolin), il quale è circondato da alcuni fedeli che presenziano sempre alle sue omelie: Martha Delacroix (Glenn Close), la perpetua, Nat Sharp (Jeremy Renner), chirurgo, Lee Ross (Andrew Scott), scrittore che non pubblica più nulla di nuovo da tempo, Simone Vivane (Cailee Spaeny), un ex violoncellista da anni sulla sedia a rotelle e a cui Wicks ha promesso che guarirà se farà delle donazioni alla chiesa compiacendo così Dio, Vera Draven (Kerry Washington), avvocatessa, e suo fratello Cy (Daryl McCormack), sedicente influencer che vuole entrare in politica.
Jud entra presto in contrato con Wicks, in quanto i suoi cinici sermoni stanno allontanando molti parrocchiani e si sta approfittando del buon cuore delle persone a lui fedeli per spillare loro soldi, visto che la chiesa si trova in gravi difficoltà economiche.
Un giorno, al termine di un sermone che lo prosciuga di ogni energia, Jefferson Wicks si ritira in una piccola stanza e lì viene ucciso. Nello stesso momento in cui Jud stava celebrando la messa e tutti i fedeli erano seduti ai loro posti. Come è stato possibile? Chi può aver ucciso il sacerdote?
I sospetti della polizia si concentrano subito su Jud, ma costui può contare sull'aiuto di un insolito angelo custode: Benoit Blanc (Daniel Craig).
Alla fine non mancava che questo: il delitto della porta chiusa, quello in apparenza più impossibile che possa esistere e su cui la letteratura gialla ha campato per decenni. Lo stesso Benoit Blanc a un certo punto cita dei classici del genere e in particolar modo un autore e un libro che avranno molta importanza nello svolgersi della trama.
Giunta al terzo capitolo, questa saga ha ormai elementi consolidati. C'è ancora un assistente di Blanc, stavolta maschile, e come cast attori di grande livello e immediatamente riconoscibili, così come si faceva con gli adattamenti dei romanzi di Agatha Christie negli anni '70 e '80 del ventesimo secolo (consuetudine ripetuta anche negli adattamenti più recenti).
Ad alcuni forse piacerebbe dire che, durante lo svolgersi degli eventi, Benoit Blanc inizi a interrogarsi sui misteri della fede e i dettami della religione ma... no, ciò che accade alimenta e conferma più che mai il suo agnosticismo. Per lui conta solo ciò che riesce a vedere e dunque dimostrare coi fatti, caratteristica dei grandi investigatori del passato.
Poiché il male è fatto dagli esseri umani, ma ci sono diverse sfumature di malvagità. Nei primi due capitoli, i colpevoli erano persone riprovevoli, senza possibilità di redenzione. Qui scopriremo invece una faccia diversa di questa medaglia, uno scenario in cui forse la vittima ha commesso più peccati del colpevole.
Perché appunto il male è commesso dagli esseri umani e può avere molte sfaccettature e non è detto che il perdono e la redenzione in questo caso non siano raggiungibili. Anche la verità, in ultima analisi, può avere molte facce e risvolti.
Questo terzo capitolo non appare affatto come una conclusione definitiva della saga di Benoit Blanc, anzi. Possiamo dare praticamente per certo un suo ritorno, in cui si ritroverà di fronte a un altro tema classico della letteratura gialla. Che risolverà col suo consueto, surreale umorismo e savoir faire tipicamente british.

mercoledì 25 marzo 2026

Netflix Original 194: Diamanti Grezzi


Adam Sandler è principalmente noto per le commedie da lui interpretate e prodotte. Commedie perlopiù sopra le righe, basate su canovacci consolidati, le quali a volte virano nel grottesco e nel surreale.
Ma Adam Sandler è quello che si dice un attore versatile, tanto che nel suo curriculum non mancano interpretazioni drammatiche. Il primo a intravedere questa sua bravura è stato nientemeno che Paul Thomas Anderson con Ubriaco d'Amore.
Dopodiché, di tanto in tanto, l'attore ha interpretato altre pellicole drammatiche quali Reign Over Me o The Meyerowitz Stories. Quindi non stupisce che, di tanto in tanto, Adam Sandler abbandoni la strada consolidata delle commedie per gettarsi a capofitto in una nuova produzione di stampo drammatico.
Quale è Diamanti Grezzi (Uncut Gems), diretto da Josh Safdie e Benny Safdie, scritto da Josh Safdie, Benny Safdie e Ronald Bronstein e distribuito su Netflix a partire dal 31 gennaio 2020.
Howard Ratner (Adam Sandler) è un gioielliere oberato di debiti, contratti principalmente col cognato Arno (Eric Bogosian), il quale a sua volta ha contatti con gente poco raccomandabile.
Ma Ratner ha un asso nella manica: ha infatti comprato al mercato nero un opale rarissimo che gli può fruttare un milione di dollari. Un opale che cattura l'interesse anche del giocatore di basket Kevin Garnett, il quale lo ritiene un talismano portafortuna che può risollevare la sua carriera.
Dibattendosi tra la famiglia, i criminali, il basket e le case d'asta, Howard Ratner precipita sempre di più in un abisso di fallimenti dal quale appare impossibile risollevarsi.
Abbiamo parlato prima di versatilità e questa pellicola ne è una dimostrazione. Adam Sandler vi interpreta qui un fallito. Ma non quel fallito a cui alla fine va tutto bene e risolve le cose con battutacce e scherzi, tipico delle sue commedie.
No, stavolta il suo personaggio è proprio uno di quelli che non vorremmo incrociare nella nostra vita: arrogante, egoista, fervido scommettitore, oggetto delle ire di tutti i componenti della sua famiglia, detestato dalla compagna che lo abbandona e - come se questo già non bastasse - preda di forti debiti che lo portano a mentire e creare problemi ad altre persone.
Una figura tragica che oltretutto non è in grado di imparare dai propri errori: ogni volta che una situazione sembra sistemarsi, infatti, Howard Ratner ricade in uno dei suoi vizi e la situazione problematica continua a protrarsi. In un circolo che appare infinito, fino ad arrivare al punto di rottura.
Assistiamo dunque a quella che è una vera e propria caduta in un girone infernale, dove Howard Ratner commette i più vari peccati che sembrano destinati a non portarlo alla salvezza, anche se per qualche strano motivo empatizziamo con lui.
Forse perché molti di noi si sono ritrovati in difficoltà una volta o l'altra: chiunque può aver avuto dei debiti o non essere in buoni rapporti con la propria famiglia, e siccome siamo esseri umani ci sarà capitato di commettere errori su errori, in un maldestro tentativo di risolvere la situazione.
Pur essendo Ratner al centro della storia, è circondato da altri personaggi tra lo strano e l'eccentrico, compreso il giocatore NBA Kevin Garnett che interpreta sé stesso e - forse proprio per questo - non sfigura affatto.
Vedremo Adam Sandler in molte altre commedie, ma ogni tanto fa piacere abbandonare la strada che si conosce e imbarcarsi in territori poco esplorati.

martedì 24 marzo 2026

Netflix Original 193: Triple Frontier


American Sniper di Clint Eastwood ha sì descritto quello che - secondo la visione del regista - è un vero eroe americano (dopotutto, Eastwood è un repubblicano convinto e da quanto so aveva anche conosciuto personalmente Chris Kyle, prima che quest'ultimo venisse ucciso). Ma ha anche mostrato un "lato sporco" degli Stati Uniti: quello delle missioni in territorio nemico dove un soldato rischia di perdere la propria anima, uccidere degli innocenti e allontanarsi dalla propria famiglia.
Un tema divenuto sempre più preminente, visti gli sforzi bellici e diplomatici degli anni successivi all'uscita della pellicola, ancor più adesso che sempre di più queste attività di ingaggio vengono appaltate a società esterne, anche per eventi tecnicamente non di natura bellica.
Un tema trattato anche in Triple Frontier, diretto da J. C. Chandor, scritto da J. C. Chandor e Mark Boal e distribuito su Netflix a partire dal 13 marzo 2019.
Santiago Garcia (Oscar Isaac) sta cercando da alcuni anni il potente boss del narcotraffico Gabriel Martin Lorea, apprendendo infine da una informatrice a cui è legato sia dove si nasconde, sia che nella villa dove risiede sono presenti milioni di dollari in contanti.
Intravedendo una grande opportunità e non fidandosi degli agenti latini, Santiago Garcia contatta così altri quattro militari statunitensi mandati in congedo anticipato per varie motivazioni e soggetti a difficoltà economiche: Tom Davis (Ben Affleck), William Miller (Charlie Hunnam), il fratello di lui Ben Miller (Garrett Hedlund) e Francisco Morales (Pedro Pascal).
Vincendo le loro resistenze, Santiago Garcia li convince ad assaltare la fortezza di Lorea in Amazzonia per ucciderlo e prelevare la più alta somma di denaro possibile. Ma quella che poteva essere una missione di riscatto si tramuterà ben presto in un viaggio da incubo.
E grazie a uno dei tanti emuli cinematografici di Pablo Escobar, ci concentriamo invece non su un "eroe americano" come Chris Kyle, bensì su soldati ed ex soldati che sono sempre stati lontano dai riflettori, a seguire fedelmente gli ordini, ma che avverse sventure del destino hanno poi trascinato in disgrazia.
I cinque protagonisti, americani e latinoamericani, affrontano non il declino dello sforzo bellico statunitense, bensì le conseguenze della crisi economica, essendo come molti altri ricoperti di debiti. Quel sogno e quel riconoscimento che si aspettavano per le missioni compiute non sono in realtà mai arrivati.
E quindi questi uomini delusi, di fronte alla visione di più denaro di quanto potranno mai vedere in vita loro, ben presto diventano ciò che hanno combattuto per anni: avidità, egoismo e crudeltà li circondano e li dominano.
Diversamente da Lorea, tuttavia, i cinque soldati conservano ancora quell'empatia che fa capire loro che stanno sbagliando e, tramite un drammatico viaggio di ritorno negli Stati Uniti che sarà foriero di alcune tragedie, capiranno che altri valori sono davvero importanti.
Quello su cui si concentrerà l'attenzione dello spettatore, dunque, saranno le conseguenze di questo viaggio di ritorno e di come ciò cambierà i cinque protagonisti: non è detto che sia necessariamente per il meglio.
Dopotutto, non sono eroi americani, ma nemmeno antieroi. Semplicemente, sono persone comuni che si ritrovano in una situazione più grande di loro e - incapaci di gestirla, in principio - devono sopravvivere ad essa.

lunedì 23 marzo 2026

Netflix Original 192: Brick


Quando il mistero e l'ignoto irrompono nella vita di tutti i giorni, in un gruppo familiare, la cosa rischia di precipitare rapidamente in un terribile incubo. Il giorno prima era come tutti gli altri: l'andare al lavoro, il fare colazione, lo stare insieme alla propria compagna o il proprio compagno e i problemi classici di tutti i giorni. Ma poi tutto questo viene cancellato in un sol colpo e bisogna affrontare delle sfide per cui non si può essere pronti.
Scrittori come Richard Matheson e Thomas Disch sono stati dei maestri nel descrivere questo tipo di storie, di cui anche il cinema ovviamente e giustamente si è appropriato. Come ad esempio in Brick, scritto e diretto da Philip Kock e distribuito su Netflix a partire dal 10 luglio 2025.
Tim (Matthias Schweighöfer) e Olivia (Ruby O. Fee) sono una coppia in forte crisi poiché anni fa lei ha perso una figlia durante il parto e i due non sono mai riusciti a superare questo dolore o a parlarne.
La mancanza di comunicazione diventa infine insopportabile per Olivia, che decide di andarsene. Ma come apre la porta si ritrova davanti un muro di mattoni neri, impossibile da superare o perforare, lo stesso muro di mattoni che è presente in tutte le altre possibili vie d'uscita come le finestre.
Letteralmente prigionieri in casa loro, Tim e Olivia devono in qualche modo venire a capo di questo mistero e potranno contare solo sull'aiuto dei loro vicini di casa... sempre se ci si possa fidare di loro.
Credo che finora non abbiamo ancora trattato il cinema tedesco, che pure ha una tradizione onorata e secolare, sin dai tempi del cinema muto (spero di non dovervi citare i maestri di quell'epoca), e più in generale ha concepito anche buoni e apprezzati prodotti televisivi. Quindi è inevitabile che tale tipo di cinema si proietti anche nello streaming.
E lo fa con un prodotto che non avrebbe sfigurato nella produzione dei due scrittori sopra citati. L'idea di per sé è anche semplice, quello che conta in questo caso è lo sviluppo che si dipana da questa idea. Uno sviluppo che si incentra sulle dinamiche che intercorrono tra i due protagonisti (tra l'altro gli interpreti sono ben noti anche nelle produzioni americane).
La metafora appare ben evidente: negli anni che hanno seguito la tragedia che i due hanno vissuto, costoro hanno eretto un muro invisibile tra di loro, fatto di incomunicabilità e paura di affrontare il dolore della perdita. Quindi potranno uscire dalla situazione in cui sono stati catapultati, abbattendo il muro esterno, solo se prima distruggeranno questo "muro interno" che sussiste tra di loro.
Attorno ai due protagonisti ruoteranno poi altre figure, tramite le quali si parlerà - pur in maniera non troppo approfondita - di disagio giovanile, violazione della privacy e dei pericoli del complottismo.
Questa pellicola, dominata dai dialoghi e talvolta da silenzi che dicono molto più di mille parole, è una delle tante dimostrazioni di come non servano complicati effetti speciali, esplosioni, CGI in abbondanza e altro per costruire una buona storia di fantascienza (beninteso, nulla in contrario se queste cose ci sono, purché siano fatte bene).
A volte bastano semplicemente un muro di mattoni nero computerizzato e buone interazioni tra i personaggi. E il gioco è fatto.