lunedì 12 ottobre 2026

Libri a caso: L'Isola del Dr. Moreau


Se vi siete mai chiesti da quanto tempo è che ci si interroga su quali limiti non debba superare la scienza, be', questo a quanto sembra è un dibattito che va molto indietro nei decenni e anche nei secoli, poiché il mondo è in continua evoluzione e con esso la scienza stessa che aiuta a comprenderne i meccanismi.
Prima della scoperta del DNA e della genetica nella sua complessità, prima dei computer e delle intelligenze artificiali, gli esperimenti venivano fatti con mezzi oggi considerati primitivi, ma non cambiava il fatto che parte di questi esperimenti venivano compiuti sugli animali, anche a fronte di grandi torture.
Pur non essendo il tema principale, questo viene trattato in L'Isola del Dottor Moreau (The Island of Dr. Moreau), scritto da H.G. Wells e pubblicato nel 1896.
Un uomo di nome Edward Prendick, dopo essere naufragato, viene raccolto da un vascello pieno di animali dove incontra un certo Montgomery. I due, insieme al carico, vengono poi scacciati via dal capitano del vascello non appena si arriva in vista di un'isola.
Qui li accoglie un uomo enigmatico, di nome Moreau, circondato da strani esseri che appaiono come ibridi tra uomo e bestia. Moreau lo scienziato, accecato dall'ambizione, sta cercando di superare i limiti imposti all'uomo senza preoccuparsi delle conseguenze, che presto però ricadranno su di lui e non solo.
Con La Macchina del Tempo, H.G. Wells utilizzava - anticipando una caratteristica che avrebbe predominato nei decenni a venire - un sottotesto fantastico per parlare in realtà del mondo che lo circondava e di alcune storture che lui aveva notato.
Questa nuova opera si inserisce in questo solco. Seppur non paragonabile ai tempi odierni, la scienza e la tecnologia ai tempi dello scrittore inglese stavano vedendo degli incredibili balzi in avanti: già le automobili solcavano le strade e le leggi di Mendel stavano scuotendo la comunità scientifica.
Pur non essendo mai stato un tipo religioso, H.G. Wells vedeva in queste continue scoperte anche un tentativo dell'uomo di spingersi oltre certi limiti che a lui risultavano inaccettabili.
Più che una dissertazione contro la vivisezione, in Moreau lo scrittore vede non tanto lo scienziato quanto la persona che vuole sostituirsi all'ordine naturale precostituito, perché ritiene di avere gli strumenti a sua disposizione per sostituirsi a un'entità divina. E nei suoi seguaci chi non si interroga sulla moralità di queste scelte.
Ma, implacabile, la natura prende infine il sopravvento e si prende la rivincita su chi ha provato a sovvertirne le regole.
Per lo scrittore le storture umane si ravvisano anche in chi è convinto di agire nel giusto, negli interessi stessi dell'umanità. Poiché alla fine l'ambizione personale prende il sopravvento, cancellando ogni interesse altruistico.
Non un'apologia contro la scienza in sé, dunque, ma sempre e comunque contro l'arroganza e l'egoismo insito degli esseri umani.

domenica 11 ottobre 2026

Italians do it better? 82: Duse (2025)


Eleonora Duse è stata una delle attrici più versatili e straordinarie che l'Italia abbia mai avuto. La sua arte si esprimeva in maniera unica sul palcoscenico teatrale, seppur possa vantare anche una pellicola cinematografica nel suo palmares.
Ma, come tutte le figure storiche importanti, Eleonora Duse aveva una personalità molto impattante, come dimostra Duse, diretto da Pietro Marcello, scritto da Pietro Marcello, Letizia Russo e Guido Silei e distribuito nei cinema nel settembre 2025.
Mentre l'ombra di Benito Mussolini e dell'ascesa del partito fascista incombe sulla società italiana, Eleonora Duse (Valeria Bruni Tedeschi) - ormai ritiratasi a vita privata - è vittima di un grave tracollo delle proprie finanze, che la riportano a calcare ancora una volta i palcoscenici teatrali.
La sua bravura rimane indiscussa, ma il teatro ormai è cambiato e richiede aspettative di natura sociale e critica a cui l'attrice non sa se piegarsi, spinta perlopiù dal lato artistico della cosa.
Ma l'inizio del ventennio fascista la porterà infine a compiere una scelta.
Possono le importanti personalità dello spettacolo svincolarsi del tutto dalle questioni sociali e umane per concentrarsi unicamente sulle loro attività artistiche? Una domanda sempre attuale a ogni decennio che passa, ma che nello stesso tempo sembra non poter avere una risposta semplice e univoca, tante possono essere le sue sfaccettature.
La pellicola prende spunto da due eventi accaduti e che anche nella realtà sono stati fortemente intrecciati, ovvero il ritorno sulle scene di Eleonora Duse dopo la Prima Guerra Mondiale e la presa di potere del partito fascista.
Ben presto la protagonista, che viene traslata dalla sua figura storica, in questa sua nuova incarnazione si ritrova a non poter più fingere che l'arte sia solo uno specchio di finzione, ma deve presto o tardi fare i conti con la realtà.
Forse perché tale visione è un'allegoria di quelli che sono stati gli eventi storici, tutti gli attori - a partire dalla protagonista - recitano sopra le righe, quasi che le loro vite stesse fossero un palcoscenico da calcare.
Eleonora Duse, infine, sia nella realtà che qui, prende una scelta ben precisa. Una scelta per cui decide volontariamente di allontanarsi dalla società. Oggi, per le personalità dello spettacolo, in considerazione della loro visibilità mediatica, esprimere un'opinione su un fatto sociale o bellico implica dei rischi che in alcuni casi possono ricadere sulla loro carriera.
C'è chi - e chi vuole è libero di incolparli - decide di rimanere neutrale e chi invece alla fine prende una posizione, come Eleonora Duse.

sabato 10 ottobre 2026

Italians do it better? 81: Immaturi - Il Viaggio (2012)


Immaturi aveva visto sei quarantenni tornare all'improvviso ventenni per via di un insolito scherzo del destino. Che però alla fine li aveva riuniti e spronati a portare avanti quei sogni che non avevano realizzato prima.
E tra questi sogni, tra quelle tante idee che a volte vengono in mente ai giovani che poi non concretizzano, vi è quella di fare un viaggio insieme. Qualcosa che trova infine compimento in Immaturi: Il Viaggio, scritto e diretto da Paolo Genovese e distribuito nei cinema nel gennaio 2012.
Giorgio (Raoul Bova), Piero (Luca Bizzarri), Francesca (Ambra Angiolini), Luisa (Barbara Bobulova), Lorenzo (Ricky Memphis) e Virgilio (Paolo Kessisoglu) sono riusciti a diplomarsi per la seconda volta e possono così partire per quel viaggio in Grecia che avevano sognato di fare venti anni prima. A loro si aggrega Eleonora (Anita Caprioli), unitasi al gruppo pochi giorni prima dell'esame.
Quello che dovrebbe essere un viaggio distensivo diventa ben presto causa di molte tensioni all'interno del gruppo, tra mariti che rischiano di tradire le mogli, persone che nascondono un segreto e vecchie, dannose abitudini che ritornano.
Tutto questo porterà a distruggere quelle amicizie così faticosamente riconquistate?
Questo è un sequel - forse inevitabile per via degli incassi del primo film - molto differente dalla pellicola originaria. Se il presupposto che ha riunito i protagonisti è ormai venuto meno con il conseguimento del diploma, le loro storie a quanto sembra non si sono ancora concluse.
Ma ormai pare che ci sia poco su cui lavorare e che non sia già stato detto in precedenza. Certo, le storie di alcuni vanno avanti, ma procedono su quei binari che erano già stati tracciati. Viene giusto espansa la personalità e il personaggio di Eleonora, comparsa solo nell'epilogo del primo film e di cui ancora si sapeva poco.
Per il resto, il pretesto della vacanza in Grecia costituisce il presupposto per una serie di scenette varie che vogliono sottolineare - ma non in maniera critica, chiaramente - certe caratteristiche degli italiani. Maneggioni, furbi, ma alla fin fine sempre di buon cuore e legati all'amicizia.
Così si conclude il percorso degli Immaturi, aldilà di una serie televisiva che avrebbe rimaneggiato e reinventato qualche anno dopo il presupposto di partenza.
Ancora oggi gli esami di maturità esistono, oltre un secolo dopo essere stati inventati, e pur essendo oggi molto diversi da come sono stati concepiti continueranno a segnare - in bene o in male - le vite di molte persone.

venerdì 9 ottobre 2026

Netflix Original 211: The Kissing Booth 3


Ogni trilogia (o quasi) col terzo capitolo tira le fila del discorso iniziato col primo film. Vengono gettati vari semi narrativi, che si spera, giungano a piena maturazione, di modo tale che si possa giungere a un'adeguata conclusione.
Nei precedenti due capitoli, The Kissing Booth e The Kissing Booth 2, l'amicizia tra Elle e Lee era stata messa a dura prova dal fatto che lei si fosse innamorata del fratello di lui. Insomma, lui ama lei, ma lei ama l'altro e questo è il fratello di lui. Un classico da mal di testa?
Ora però tutto finisce in The Kissing Booth 3, diretto da Vince Marcello, scritto da Vince Marcello, ,Jay Arnold e Beth Reekles e distribuito su Netflix a partire dall'undici agosto 2021.
Sta per giungere il tempo di separarsi per Elle Evans (Joey King), Lee Flynn (Joel Courtney) e Noah Flynn (Jacob Elordi) e la ragazza deve decidere che strada percorrere. Se recarsi a Berkeley per stare vicina al suo caro amico o coronare il suo sogno d'amore andando ad Harvard per poter convivere con Noah.
Una decisione difficile da prendere e, per pensare ad altro, i tre decidono di passare insieme un'ultima vacanza presso la casa estiva dei genitori di Lee e Noah, che presto sarà messa in vendita.
Lì tutte le tensioni, i mal sopiti rancori e i segreti nascosti verranno alla luce, permettendo ai tre infine di maturare.
Certo, il finale è scontato e prevedibile e gli indizi erano già tutti nel primo capitolo. La vera protagonista di questa trilogia è stata Elle Evans, con i suoi dubbi e le sue incertezze tipiche dell'età adolescenziale e moltiplicate al cubo per esigenze narrative. Con qualche scena comico/surrealista per complicare le cose in maniera ulteriore. 
Per due film la ragazza ha vissuto nell'ombra di come avrebbero reagito le persone più importanti della sua vita di fronte alle sue scelte, senza pensare più di tanto a cosa sarebbe stato meglio per lei.
La maturazione che lei compie, la sua decisione finale, è quella di studiare ciò che davvero le interessa, non ciò che altri vorrebbero. Andare non dove la porta il cuore, ma la sua testa.
E la stessa maturazione avverrà negli altri personaggi. Ci sono coppie che rimarranno insieme, altri che dovranno dirsi addio, chi si fa prendere dall'Euphoria e altri che infine capiranno le scelte altrui e le accetteranno in nome dell'amicizia.
Ma le relazioni sviluppate in questi anni rimarranno. Alla fine, la trilogia è anche una metafora di quelle amicizie che facciamo quando siamo adolescenti e che formano il nostro carattere che ancora non è pienamente maturato. Amicizie con cui poi ci si può anche perdere di vista, per anni se non addirittura per sempre.
Ma la loro importanza per questo non viene meno.

giovedì 8 ottobre 2026

Fabolous Stack of Comics: Berserk - Rincontrarsi nelle Tenebre


In L'Inizio della Notte Eterna Gatsu è tornato presso l'esercito dei Falchi, ma non per restarvi in quanto intende perseguire al più presto una propria strada. Bensì per liberare Grifis dalle segrete delle Midlands, in cui costui è finito perché troppo accecato dalla propria ambizione.
Una missione tortuosa e insidiosa, che nasconde al suo interno altre insidie e pericoli, come mostrato in Rincontrarsi Nelle Tenebre, pubblicato sulla rivista Young Animal tra il 1995 e il 1996.
Gatsu, Caska, Judo e Pipin riescono a intrufolarsi nelle segrete del castello grazie all'aiuto della principessa Charlotte, che è ancora innamorata perdutamente di Grifis. Il ritrovamento del loro compagno è straziante, poiché Grifis è stato oggetto di un anno di torture che lo hanno privato della lingua e gli rendono impossibile camminare.
La fuga dal castello si rivela dunque ancora più ardua del previsto e, a complicare le cose, il re delle Midlands invia degli spietati e abili assassini alla caccia di questo piccolo gruppo di Falchi.
Potranno le traversie affrontate riunire in maniera imprevista Gatsu e Grifis?
Le tenebre e l'oscurità hanno sempre caratterizzato la saga di Berserk, sin dall'inizio, anche quando la storia si svolgeva in paesaggi ampi e luminosi. Perché era soprattutto l'oscurità dei protagonisti a predominare su tutto il resto, un'oscurità che invano si cercava di nascondere dietro una maschera (Gatsu il guerriero implacabile, Grifis il buon leader e Caska la soldatessa senza paura).
Ora, però, nell'oscurità reale si inizia a scendere davvero e l'animo si apre ad essa ancor di più. Dai campi di battaglia e le sfarzose sale dei castelli che hanno caratterizzato le precedenti saghe, alle prigioni umide e sporche, piene di indicibili torture di questa.
Eppure è una transizione naturale, inevitabile, poiché i vari protagonisti sembrano ormai aver perso tutto quello che avevano faticosamente conquistato in precedenza e lasciato alle loro spalle qualsiasi residuo di innocenza... se questo mai c'è stato.
Nessuno è davvero motivato da intenti altruistici, nemmeno la principessa Charlotte che è rimasta ammaliata dalla tossicità di Grifis - che ha conquistato a sua volta Caska e i Falchi e da cui nemmeno Gatsu è in grado di liberarsi totalmente.
Quindi quando questi esseri oscuri affrontano altri esseri oscuri, sicari inviati dal re, in realtà non stiamo assistendo al classico scontro tra buoni e cattivi, bensì a delle anime sperdute nell'oscurità, che si rivela essere il loro ambiente naturale.
E si sa che in questo tipo di scontri a prevalere è chi ha fatto dell'oscurità una propria ragione di vita.
La trama dunque prosegue prendendo un nuovo percorso. Se nei capitoli precedenti abbiamo assistito all'ascesa di Grifis e dei Falchi, adesso siamo testimoni della loro drammatica caduta, che potrebbe avere presto ancora più gravi ripercussioni.

mercoledì 7 ottobre 2026

Netflix Original 210: Il Divin Codino


La cinematografia americana è piena di biopic incentrati su campioni dello sport. Nell'ottica del sogno americano, il pubblico adora le storie di persone venute dal nulla che ottengono il successo e la gloria con la loro volontà e determinazione.
Anche l'Italia ha avuto e ha i propri campioni sportivi, ma forse per una diversa visione della società e il fatto che si tenda poi a invidiare chi ottenga successo al posto nostro, di prodotti come questi ce ne sono davvero pochi, magari relegati a miniserie televisive rassicuranti.
Ci sono delle eccezioni, però, come Il Divin Codino, diretto da Letizia Lamartire, scritto da Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e distribuito su Netflix a partire dal 26 maggio 2021.
Roberto Baggio (Andrea Arcangeli) è un giovane e promettente calciatore del Vicenza che ottiene la sua grande occasione quando viene ingaggiato dalla Fiorentina per giocare in Serie A, anche se i genitori non vedono la cosa di buon occhio per via dell'astronomica cifra spesa.
Ma un serio infortunio rischia di pregiudicare per sempre la carriera del calciatore. Solo in una grande città, Roberto Baggio trova conforto grazie alla compagna Andreina (Valentina Bellè) e alla scoperta della religione buddista.
Inizia così un percorso di rinascita che lo porterà verso la possibile realizzazione del suo più grande sogno: vincere i Campionati Mondiali di calcio.
Come le miniserie sopra citate, anche questo è un prodotto molto rassicurante, rivolto a un'ampia fascia di pubblico che magari non è interessata a dettagli su certi aspetti. Ad esempio, il rapporto di Roberto Raggio con la relazione buddista viene trattato a un livello superficiale, perché non è la tematica principale.
Come nei biopic americani, questa è la storia di una persona venuta dal nulla che riesce con impegno e dedizione a diventare qualcuno, un campione amato capace di superare ogni difficoltà che la vita gli manda contro. E chi ha vissuto quegli anni, anche chi il calcio lo seguiva poco o quasi per nulla, ha ben presente la storia di Roberto Baggio che si vuole ora presentare a chi già la conosce, ma anche alle nuove generazioni.
E, come nei biopic americani, la tematica del rapporto conflittuale tra padre e figlio (un umile lavoratore e un campione) che alla fine riescono a conciliarsi ne è uno dei fulcri.
Il ritmo narrativo procede molto veloce e concentra molti anni in poco tempo, saltando anche alcune parti dell'attività agonistica di Roberto Baggio, forse per questioni di autorizzazione.
La lezione finale - italiana e americana allo stesso tempo - è che le vittorie e le sconfitte impallidiscono di fronte all'affetto della famiglia e del pubblico - incarnate nel cameo della figlia di Baggio che metaforicamente alla fine ringrazia il suo padre fittizio di tutto. Un prodotto che deve molto alla saga di Rocky.

martedì 6 ottobre 2026

Netflix Original 209: Fear Street Parte 1 - 1994


Fear Street è una serie di libri scritta da Robert Lawrence Stine e rivolta principalmente a un pubblico di adolescenti, ma che - per le ambientazioni - strizzano l'occhio anche al pubblico adulto.
Decine di titoli sono stati pubblicati nel corso degli anni e adattarli tutti per un pubblico diverso da quello librario può rivelarsi un'impresa. Il primo mattone di questa impresa è Fear Street Parte 1: 1994 (Fear Street Part One: 1994), diretto da Leigh Janiak, scritto da Leigh Janiak e Phil Graziadei e distribuito su Netflix a partire dal 2 luglio 2021.
La città di Shadyside è salita agli onori della cronaca più di una volta negli ultimi decenni, poiché ogni tanto un suo cittadino impazziva per ragioni ignote e compieva una strage prima di essere fermato.
Nel 1994, dopo l'ennesimo massacro, si tiene una messa a ricordo a cui partecipano anche Deena Johnson (Kiana Madeira) e Samantha Fraser (Olivia Welch), un tempo fidanzate e che ora sono in contrasto.
Quando quest'ultima sanguina, dopo un incidente d'auto, sulla tomba di Sarah Fier, una strega uccisa secoli prima e che ha maledetto la città di Shadyside, ne causa il ritorno in vita.
La strega riporta dunque sulla scena tutti i killer che hanno perseguitato la città negli ultimi decenni e che prendono di mira Deena, Samantha e i loro amici.
La saga di Scream ha dimostrato (per sette volte) che si può giocare coi classici topoi del cinema horror, per certi versi scherzarci anche un po' su, ma in ultima analisi rispettandoli.
Questo primo capitolo di Fear Street è principalmente un omaggio a quella sottocategoria del genere horror nota come slasher, secondo molti (tra cui chi scrive) inventata da Mario Bava e che ha imperato nel cinema americano soprattutto negli anni '70 e '80 del ventesimo secolo.
E stavolta non ci sono battute ironiche alla Scream, ma si persegue un tentativo di attualizzare quelle ambientazioni (cosa già fatta più volte in passato, bisogna dire) per un pubblico che quei film forse non li ha mai conosciuti.
Quindi, seppur la storia sia ambientata nel passato, i riferimenti sono in realtà quelli della società moderna. Dalle differenze tra classi agiate e classi meno abbienti alle due protagoniste che vivono la loro relazione senza troppi patemi d'animo (cosa non così scontata, invece, più di trent'anni fa).
Ma c'è ovviamente anche una trama horror dietro tutto questo, una trama in più parti che pare voler esplorare i differenti aspetti della letteratura e cinematografia horror. Cercando di dare loro un collante e dando una motivazione a come mai ci siano in giro così tanti killer mascherati con poteri sovrannaturali.
La storia principale rimane alla fine in sospeso, in attesa di essere ulteriormente espansa nei futuri capitoli. Una sorta di miniserie in tre parti che, pur essendo calata nel passato, vuole rappresentare anche un ponte verso il presente.

lunedì 5 ottobre 2026

Libri a caso: Sono un'Assassina?


Ci si interroga a volte sull'età fittizia di personaggi fittizi. Forse perché, anche se sono destinati a vivere per sempre sulla carta (o sullo schermo, in questi tempi moderni), li si sente anche vicini a noi e ne seguiamo un percorso di crescita nel corso degli anni e dei decenni.
Ma a volte i primi a non preoccuparsene sono gli scrittori stessi. Hercule Poirot compie la sua prima indagine in Inghilterra nel 1917, in Poirot a Styles Court, e già allora si afferma che è un detective della polizia belga in pensione.
Può dunque ancora agire negli anni '60, ai tempi dei Beatles e della Beat Generation? Secondo Agatha Christie sì, come accade in Sono un'Assassina? (Third Girl), pubblicato nel 1966.
Una giovane ragazza di nome Norma Restarick si presenta al cospetto di Hercule Poirot, dicendogli che potrebbe aver commesso un omicidio, prima di dileguarsi.
Sembra un'affermazione difficile da confutare, ma sufficiente a catturare l'attenzione del detective. Ancora all'oscuro del nome della ragazza, inizia a raccogliere indizi, assistito dalla scrittrice Ariadne Oliver, scoprendo un mondo a lui ignoto composto da giovani senza troppe prospettive e persone arriviste.
Un mondo in cui Norma Restarick potrebbe diventare una vittima, più che un'assassina.
Sono passati quasi cinquant'anni da quando Hercule Poirot è approdato in Inghilterra e anche la società inglese è cambiata molto in questi decenni. Passando dai fasti della belle époque, conclusasi da pochi anni, a un'era di ribellione che sarebbe sfociata di lì a poco in numerose contestazioni giovanili.
Ma Agatha Christie è figlia di quell'altro tipo di società, dove le "signorine" si comportavano in maniera differente e vestivano utilizzando gonne lunghe.
Messa giù così, questo romanzo sembra la visione di una "boomer" nei confronti dei "giovani scapestrati" di quell'epoca per lei troppo moderna. Di certo Agatha Chrstie guarda con occhio critico questa nuova società dove vi sono cose che - per la sua mentalità - sono inconcepibili, come la libertà sessuale e l'uso di stupefacenti.
Un occhio critico, ma anche curioso, incarnato nel personaggio di Ariadne Oliver, un vero e proprio alter ego di Agatha Christie.
Anche la letteratura è cambiata nel tempo e chissà come lei vedeva le opere di Jack Kerouac (non bene, a occhio). La trama rimane comunque ancorata su binari narrativi consolidati, e non viene sovrastata da questa visione critica, nel solco di quella tradizione che la letteratura gialla rappresentata da Agatha Christie ancora riesce a portare avanti dopo tanto tempo.
Il tempo. Poirot era in pensione nel 1917 ed è ancora pimpante 50 anni dopo. A volte non occorre soffermarsi troppo sulla fittizia età di personaggi fittizi: vivono in un tempo tutto loro. E vi vivranno per sempre.

sabato 3 ottobre 2026

Italians do it better? 80: Immaturi (2011)


Ideati da Giovanni Gentile nel 1923, gli esami di maturità hanno interessato da quel momento numerose generazioni di giovani. Anche le generazioni cinematografiche, come quelle descritte nel dittico di Notte Prima degli Esami.
Ovviamente, in più di un secolo, questo tipo di esami è molto cambiato, ma ha continuato a toccare le generazioni. Anche quelle più impreviste, come accade in Immaturi, scritto e diretto da Paolo Genovese e distribuito nei cinema nel gennaio 2011.
La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno. Per via di un grave vizio di forma, chi ha sostenuto gli esami di maturità e ottenuto il diploma venti anni prima si ritrova costretto a rifare questi esami, pena la perdita di successivi titoli di studio e privilegi da ciò derivanti.
Questa notizia porta lo scompiglio in modo particolare a sei persone: Giorgio Romanini (Raoul Bova), un chirurgo che non dà le giuste attenzioni alla compagna, Piero Galeazzi (Luca Bizzarri), un DJ radiofonico che non vuole prendersi alcuna responsabilità, Francesca Di Modugno (Ambra Angiolini), una chef dipendente dal sesso, Luisa Maimone (Barbara Bobulova), divorziata e con figlia a carico, Lorenzo Coppetti (Ricky Memphis), un agente immobiliare che vive ancora insieme ai suoi genitori, e infine Virgilio (Paolo Kessisoglu), che si è lasciato in rapporti burrascosi con uno di loro.
Questo strano scherzo del destino riunisce questi amici che col passare degli anni si erano persi di vista dopo il diploma, mettendoli a confronto con i loro dubbi e le loro incertezze. In un percorso lungo un anno che li farà infine maturare, non solo a livello scolastico.
Notte Prima degli Esami faceva affidamento sul concetto di nostalgia, su una società che già venti anni dopo era profondamente cambiata e su come quei tempi non potessero più tornare. E se cambia la società in venti anni, figuriamoci le persone.
Partendo da un presupposto impossibile - e che infatti viene introdotto e non analizzato - la pellicola mette a confronto due generazioni: quella degli anni '90 del ventesimo secolo, reduce da quel decennio magico descritto da Enrico Brizzi, e quella post-duemila, già proiettata verso una modernità di tipo differente e che vive a contatto con una tecnologia che è parte della loro esistenza.
Quelle generazioni che il regista stesso ha vissuto e in cui chiunque di noi a un certo punto deve guardarsi alle spalle e capire cosa ne è stato di quella persona che un tempo era così diversa.
L'insolito e indesiderato tuffo nel passato diventa dunque per i protagonisti quarantenni un'occasione di mettere in gioco loro stessi, di confrontarsi con i sogni che non hanno realizzato, con i rimorsi (i "polpi alla gola" per citare qualcun altro) di cui ancora non si sono liberati. Come accadrà - in maniera molto più drammatica - anche in Perfetti Sconosciuti.
Persone immature non solo per mancanza di un titolo di studio, ma anche caratterialmente, che un anno di vita insieme modificherà in maniera profonda. E con un buono, inaspettato livello di recitazione globale.
Un viaggio che non è ancora concluso.

venerdì 2 ottobre 2026

Netflix Original 208: Enola Holmes 3


Il terzo uomo, o meglio la terza donna, la terza Holmes. Stiamo parlando di Enola Holmes, personaggio creato dalla scrittrice Nancy Springer che ha trovato la propria strada anche nel mondo cinematografico.
In Enola Holmes 2, la sorella di Sherlock Holmes ha continuato il proprio percorso di maturazione, che prende una svolta improvvisa nel terzo capitolo, Enola Holmes 3, diretto da Philip Barantini, scritto da Jack Thorne e distribuito su Netflix a partire dal primo luglio 2026.
Enola Holmes (Millie Bobby Brown) si trova a Malta per un evento molto importante, il suo matrimonio con Lord Tewkesbury (Louis Partridge) che rischia di essere rovinato dall'ingombrante famiglia di lui.
Un evento che viene sconvolto da un avvenimento improvviso, la misteriosa scomparsa di Sherlock Holmes (Henry Cavill). Mettendo a rischio il proprio matrimonio, Enola indaga sul caso scoprendo un complotto dietro cui si annida un potente nemico.
E nel frattempo deve decidere che fare della propria vita e del proprio futuro: potrà ancora essere una detective?
Questo è il terzo capitolo della saga cinematografica e, a mio avviso, è stato anche concepito come un possibile epilogo (seppur nel mondo cinematografico attuale non si possa mai essere certi di questo). Infatti, quello che è il percorso di maturazione del personaggio iniziato nel primo capitolo arriva qui a compimento.
Da ragazza ingenua e alle prime armi a persona sicura di sé e delle proprie capacità, pur con tutti i dubbi che si possano avere al riguardo. E anche Sherlock Holmes, in principio così dubbioso di lei e delle sue capacità, deve infine riconoscere che la sorella è ora una persona molto diversa e più sicura di sé.
Il tutto viene inserito in una cornice adatta alle atmosfere di storie ambientate nel passato, l'isola di Malta nei suoi scorci non toccati dalla civiltà, ma di certo da un po' di computer grafica.
Un passato che, come fatto notare in altre occasioni, viene filtrato dalla lente della modernità. La protagonista che si afferma con le proprie forze e dichiara che il matrimonio non intacca la sua identità personale e il fatto che le donne siano trattate alla pari degli uomini vanno verso questa direzione.
Alla fine i tre film convergono tutti verso questa tematica, e la cosa vale anche per Lord Tewkesbury: trovare un proprio percorso, che vada al di là del nome di famiglia, dei titoli nobiliari e delle convenzioni sociali.
Quindi... sarà davvero l'ultimo capitolo? Chi lo sa, un eventuale quarto film dovrebbe partire da basi differenti, anche perché ormai lo stratagemma alla Ferris Bueller/Deadpool di Enola Holmes che continua a guardare in camera è diventato un po' stucchevole.

giovedì 1 ottobre 2026

Libri a caso: Maigret


Ci ha provato una prima volta Arthur Conan Doyle. Nonostante a volte si sia detto il contrario, lui non detestava il personaggio di Sherlock Holmes, piuttosto vedeva di malumore il fatto che buona parte delle sue energie creative fossero concentrate sulle storie incentrate sul detective, lasciandogli dunque poco tempo per altre opere a lui più gradite.
Ma, pur eliminandolo dalla scena, alla fine l'editore, il pubblico e immagino anche un buon assegno lo hanno convinto a ritornare sui propri passi.
Questa lezione pare non essere stata recepita da Georges Simenon che, coltivando grossomodo gli stessi sentimenti verso il suo personaggio principale, il Commissario Maigret, tenta di farlo fuori in maniera meno burrascosa rispetto a Conan Doyle in Maigret, pubblicato nel 1934.
Ormai in pensione e ritiratosi in campagna, Maigret viene contattato da un suo nipote, Philippe Lauer, che si è cacciato in guai seri.
Costui, infatti, mentre effettuava un pedinamento, attirato da degli spari in un locale vi ha ritrovato il cadavere della persona da lui sorvegliata e - fuggendo per la paura - è stato notato da un testimone.
Philippe Lauer, dunque, sta per finire nelle maglie della giustizia e le autorità parigine sembra non vogliano impedirlo, poiché dietro quell'omicidio vi è un potente mandante, ammanicato con la polizia e gli organi giudiziari.
Maigret si ritrova, dunque, di fronte a un'impresa difficile da superare e dovrà affidarsi a tutte le sue capacità per venire a capo di quello che potrebbe essere il suo ultimo caso.
Di certo, nelle intenzioni dello scrittore, questo doveva rappresentare un doloroso ma inevitabile canto del cigno. Maigret, all'inizio, si è infatti allontanato da quel mondo a cui ormai pensava di non appartenere più, quel mondo la cui umanità gli aveva causato così tante delusioni.
Ma circostanze avverse e la necessità di aiutare un parente lo costringono a ritornare a quel mondo che nel frattempo è pure peggiorato. Praticamente da solo contro un nemico potente, il "Moriarty" della situazione seppur più calato in un'atmosfera urbana, l'ex Commissario si affida comunque a quelle "armi" che lo hanno aiutato nei precedenti diciotto casi da lui risolti.
Quindi, il comprendere subito la psicologia contorta di chi lo circonda, utilizzare come insoliti alleati le persone delle classi umili e una capacità di snervare le persone che ha dell'incredibile. Memorabile la scena in cui si piazza tutto il giorno in un bar e inizia un gioco del gatto e del topo con il titolare, il quale è in possesso di alcune informazioni. Ecco, la capacità di non arrendersi: è questo ciò che ha reso memorabile questo personaggio.
L'epilogo stavolta è dovuto più alla casualità che a una capacità investigativa vera e propria, ma è comunque un degno "epilogo" di questa prima parte della saga narrativa dedicata a Maigret.
Che, chiaramente, non sparisce dai radar e già pochi anni dopo Simenon torna a scriverne altre avventure. Perché è davvero molto difficile liberarsi di certi personaggi, la cui forza narrativa e la cui iconicità sono in grado di sopravvivere al proprio creatore.

martedì 11 agosto 2026

Netflix Original 207: La Donna alla Finestra


La suspense, il terrore, possono essere presenti anche in luoghi piccoli. Quei posti che crediamo di conoscere a menadito, che sentiamo come parte di noi e che non riteniamo possano presentare dei pericoli, e invece...
Sembra quasi superfluo dirlo, ma Alfred Hitchcock è stato un maestro di questo tipo di suspense, che trova la sua esemplificazione in film come Nodo alla Gola o La Finestra sul Cortile.
Ed echi hitchcockiani possono ritrovarsi in La Donna alla Finestra (The Woman in the Window), diretto da Joe Wright, scritto da Tracy Letts e distribuito su Netflix a partire dal 14 maggio 2021.
Anna Fox (Amy Adams) da tempo è barricata in casa per sua scelta e rifiuta di uscire anche solo per pochi secondi. La sua unica compagnia è il vicino di casa David (Wyatt Russell) e passa il suo tempo guardando vecchi film.
Questa routine viene interrotta dall'arrivo di nuovi vicini di casa, i Russell, il figlio Ethan (Fred Hechinger), la madre (Julianne Moore) e il padre Alistair (Gary Oldman).
Quando la madre viene dunque assassinata, con Anna Fox a osservare il tutto da casa sua, quest'ultima denuncia il fatto alla polizia, ma l'attende una sorpresa. La donna infatti è ancora viva, ma non è quella che Anna ha incontrato. Possibile che la donna - a causa di un trauma subito in passato - stia impazzendo?
I tempi cambiano e cambiano anche i background dei personaggi. Se nel film di Hitchcock - degnamente omaggiato senza nascondere la cosa - il personaggio interpretato da James Stewart era costretto a restare a casa per via di un infortunio, ora la protagonista di questa pellicola rimane a casa per via di traumi moderni che il regista inglese non poteva/voleva analizzare.
L'agorafobia, il rifiuto di un trauma passato, il non accettare una perdita. Anche se le motivazioni appaiono chiare pur a uno spettatore poco attento, pian piano viene svelato il mosaico che va a rimettere insieme l'identità della protagonista e la sua psiche spezzata.
Psiche che - nella migliore delle tradizioni - si ricompone grazie a un altro trauma che invece che ucciderla la rende alla fine più forte e determinata.
Oltre a La Finestra sul Cortile, ho qui trovato echi anche di un'altra pellicola di Alfred Hitchcock, La Signora Scompare.
Quella che è la prospettiva di Anna Fox diviene la prospettiva del regista e nostra, mentre attraversiamo quella che appare quasi in principio come una visione onirica, salvo poi progredire e divenire più concreta e reale mano a mano che la trama procede. Fino a quando Anna Fox esce di nuovo all'aperto e, letteralmente, rinasce a nuova vita dopo aver rischiato di perderla, quella vita.
Si tratta di un film che vuole mescolare un po' le carte in tavola, non troppo, giusto un poco, rispetto a temi consolidati. Su binari narrativi in ogni caso a molti più che noti. Un mix che cerca di mettere insieme passato e presenti, tempi più diversi (non necessariamente migliori) con tempi più frenetici e complicati.

lunedì 10 agosto 2026

Netflix Original 206: Rebel Moon Capitolo 1 - Calice di Sangue


Gli scenari galattici, dove sono presenti molte razze insieme agli esseri umani, dominano gli schermi cinematografici da molto tempo. E seppure non sia stato il primo esempio in tal senso, non esiste comunque scenario più ampio, intricato e longevo di quello di Star Wars...
Ma non è di questo che parleremo ora, anche se la pellicola in questione parte da un progetto per Star Wars mai approvato. Si tratta di Rebel Moon Capitolo 1 - Calice di Sangue, diretto da Zack Snyder, scritto da Zack Snyder, Shay Hatten e Kurt Johnstad e distribuito su Netflix a partire dal 22 dicembre 2023.
Da innumerevoli secoli la galassia è dominata dal Mondo Madre che tramite i suoi generali sparge terrore e distruzione nei pianeti che la compongono.
Su uno di questi, popolato da contadini e agricoltori, giunge una nave al cui comando vi è Atticus Noble (Ed Skrein), che uccide senza rimorso il leader del villaggio e schiavizza la popolazione.
A ribellarsi a questa situazione vi è Kora (Sofia Boutella), un tempo soldatessa al servizio del Mondo Madre, che inizia a cercare altri guerrieri vessati dalla dittatura militare per cercare di rovesciarla una volta per tutte.
Per Kora è anche un modo per liberarsi di un ingombrante passato che la perseguita da tempo.
Star Wars, ma con più sangue, sesso e scene al rallenty. Se volessimo ridurre ai minimi termini la cosa. Gli scenari galattici non sono ovviamente prerogativa della LucasFilm e ogni tanto si cerca di trovare una strada alternativa al modello imperante.
Ma, almeno in questo caso, il modello imperante si vede molto bene, seppur nascosto da una patina che viene via alla prima sfregatura. Ci sono pure le spade laser.
In realtà il regista ha voluto costruire un universo alla Star Wars che abbandoni dietro di sé ogni elemento fiabesco o di onore per creare un'atmosfera opprimente e oscura, ricalcante (a mio avviso) quella vista nei prodotti collegati al DC Extended Universe.
Dove dunque le dittature galattiche sono guidate unicamente da esseri spietati privi di qualsiasi empatia e chi incrocia la loro strada è destinato a soffrire.
E la ribellione in questi casi può arrivare solo dal basso: contadini, schiavi, madri a cui sono stati uccisi i figli e infine... chi da quel mondo oscuro proviene e ha cercato invano di lasciarselo alle spalle.
Peccato che, a parte il legittimo desiderio di affrancarsi dalla tirannia, i protagonisti risultino poi dei gusci quasi vuoti e sembrano agire solo perché non hanno altro da fare. In contrasto, il villain risulta davvero un villain carismatico, seppur ridotto alla classica figura del malvagio che fa del male agli altri perché gli piace, un Darth Vader che non ha mai incontrato un Obi-Wan lungo la via ed è stato preso subito sotto la tutela dell'Imperatore.
Si sa bene che questo è un progetto al momento incompiuto e che rischia di rimanere tale per sempre, ma può sempre esserci... una nuova speranza.

domenica 9 agosto 2026

Italians do it better? 79: Se Mi Vuoi Bene (2019)


La depressione non è un male così semplice da analizzare, tante possono essere le sue cause e le sue sfaccettature. Ed è qualcosa che può capitare a tutti, gente povera come benestante.
Quindi questa tematica così ampia non può non essere trattata anche in ambito cinematografico, e inevitabilmente in chiave drammatica, come in Melancholia.
Inevitabilmente? Forse non del tutto. C'è anche Se Mi Vuoi Bene, diretto da Fausto Brizzi, scritto da Fausto Brizzi, Martino Coli, Herbert Simone Paragnani e Mauro Uzzeo e distribuito nei cinema nell'ottobre 2019.
Diego Anastasi (Claudio Bisio) decide di suicidarsi in quanto ritiene che nessuno dei suoi amici o dei suoi parenti gli voglia davvero bene e tenga a lui. Tuttavia, per uno strano scherzo del destino, il suo tentativo di suicidio non riesce.
Poco tempo dopo, Diego scopre quasi per caso un locale chiamato Chiacchiere, gestito da Massimiliano (Sergio Rubini). L'amicizia che ne nasce porta Diego a voler migliorare la vita delle persone che ruotano intorno a lui (i genitori, l'ex moglie, il fratello e altri).
Ma le sue buone intenzioni incontrano presto molte difficoltà.
Siamo dalle parti del consueto prodotto rassicurante rivolto a un ampio pubblico. La depressione - le cui cause per il personaggio vengono appena accennate all'inizio e poi non più approfondite - diviene dunque solo il pretesto per descrivere la vita di un uomo che giunge al più basso della propria esistenza, tanto che intende porvi fine, salvo poi risalire la china.
Una china, un percorso, lungo il quale ci si imbatte in quelli che sono i valori più consolidati. Dunque l'amore verso i propri genitori, l'affetto verso la figlia e soprattutto i rapporti di amicizia. E sullo sfondo una storia d'amore che inizia a prendere forma (narrato bene questo ultimo aspetto, a mio avviso).
Valori che chiaramente incontrano e si scontrano con alcuni ostacoli, quali le dinamiche familiari e le differenti personalità che entrano in contrasto tra loro, i quali vengono comunque superati perché, alla fin fine, ci si vuole tutti bene e siamo tutti una grande famiglia (scusate se ho banalizzato il concetto, però...).
Viene anche inserito qualche elemento drammatico, il quale tuttavia viene soverchiato da quella che è l'atmosfera da commedia che pervade tutta la pellicola, con scenette tra il comico e - in alcune occasioni - il surreale. E un discreto cast di contorno attorno al protagonista a portare avanti le varie dinamiche narrative.
Non aspettatevi dunque un prodotto epocale, ma nemmeno qualcosa da scartare interamente a priori. Bene o male, chiunque ha affrontato dei momenti difficili nel corso della sua vita. Ed è stato in quei momenti che ha capito su chi poteva contare davvero.

sabato 8 agosto 2026

Italians do it better? 78: Hey Joe (2024)


Si sono visti in passato attori americani o inglesi, ma anche di altre nazionalità, che hanno lavorato per prodotti italiani. Nel lontano passato, molti film non utilizzavano la presa diretta ed erano pensati sin dal principio per essere doppiati, permettendo così ad attori non italiani di lasciare la propria personale impronta.
Esempi famosi  in tal senso sono i film western diretti da Sergio Leone o i thriller di Mario Bava, Dario Argento e Lucio Fulci. Una tradizione che poi è stata in gran parte abbandonata.
Una piccola reminiscenza di quei tempi si ha con Hey Joe, diretto da Claudio Giovannesi, scritto da Claudio Giovannesi e Maurizio Braucci e distribuito nei cinema nel novembre 2024.
Dean Barry (James Franco), reduce della Seconda Guerra Mondiale, di stanza durante la Campagna d'Italia, scopre poco più di vent'anni dopo il termine del conflitto di essere il padre di un ragazzo, Enzo (Francesco di Napoli), avuto da una relazione con una ragazza di Napoli ormai deceduta.
L'ex soldato si reca dunque presso la città partenopea e tenta di allacciare i rapporti col figlio, il quale però è al servizio di un boss criminale ed è dedito a spaccio di sigarette di contrabbando e sostanze stupefacenti leggere.
In principio, Enzo non intende saperne di questa parentela, ma ben presto le circostanze avvicineranno i due.
Questo film risulta in primo luogo interessante perché è uno dei primi tentativi, forse addirittura il primo, di James Franco di rifarsi una reputazione dopo una pausa forzata di cinque anni. Poiché la sua carriera attoriale americana è stata stroncata - in tutto o in parte, questo sarà da vedere - a seguito di comprovate accuse di molestie sessuali.
E se gli Stati Uniti sono per lui tabù, le produzioni estere non hanno invece problemi a inserirlo nel cast.
Inoltre dimostra una certa versatilità dell'attore che - seppur di certo guidato e istruito - parla più volte italiano in questo contesto.
La dinamica narrativa principale è tanto cara sia al cinema nostrano che a quello statunitense, ovvero il rapporto conflittuale tra padri e figli, a maggior ragione quando uno di questi è coinvolto in attività illegali.
E in questa dinamica, dunque, chi è colui che deve essere salvato e chi è il salvatore? In questo caso i due protagonisti occupano entrambi i ruoli. Perché c'è chi, come Dean Barry, deve fare i conti col proprio passato, mentre Enzo deve invece venire a patti con un turbolento presente e riuscire a dare un futuro alla propria famiglia.
C'è molta napoletanità nella pellicola, quella verace e che in certi punti potrebbe risultare stereotipata a un moderno spettatore. La città stessa diviene una sorta di protagonista aggiunta, coi suoi vicoli stretti, le strade in salita e la variegata umanità che le dà vita a ogni angolo.
Ed è infine anche una storia di fuga. Dalla realtà o dal male, per trovare un rifugio sicuro. Come lo aveva trovato Dean Barry durante la Seconda Guerra Mondiale. Un rifugio che potrebbe trovarsi più vicino di quanto si pensi.

domenica 5 luglio 2026

Italians do it better? 77: Agata Christian - Delitto sulle Nevi (2026)


Vi ricordate quando, poco più di cinquant'anni fa, il cinema italiano reinterpretava e reimmaginava il genere thriller/mystery, aggiungendovi atmosfere surreali e ambientazioni italiane che ben si conformavano alle esigenze di trama?
Ecco, diciamo che è passato ormai un po' di tempo e questa reinterpretazione è leggermente cambiata, adattandosi anche a un genere che cinquant'anni fa ancora non esisteva, come accade in Agata Christian: Delitto sulle Nevi, diretto da Eros Puglielli, scritto da Eros Puglielli, Mariano Di Nardo, Federico Fava e Antonio Manca e distribuito nei cinema nel febbraio 2026.
Agata Christian o meglio Christian Agata (Christian De Sica) è un celebre detective, seppur misantropo, rinomato per le sue apparizioni mediatiche e la capacità di risolvere i casi più complicati.
L'imprenditore Walter Gulmar (Maccio Capatonda) gli propone di divenire il testimonial della nuova edizione di un celebre gioco da tavolo, Crime Castle, con spot da registrare in una elegante villa in Val D'Aosta.
Ma la tragedia colpisce quando il capofamiglia Carlo Gulmar (Giorgio Colangeli) viene ucciso. Rimasti isolati a causa di una valanga, i presenti si interrogano su chi possa essere l'assassino.
Ci penserà Christian Agata a risolvere il mistero, assistito per sua sfortuna dal brigadiere Vanni Cuozzo (Pasquale "Lillo" Petrolo).
Non sfugge a nessuno, nemmeno allo spettatore più disattento, che Agata Christian sia una versione molto italiana di Benoit Blanc della serie Knives Out, che a sua volta è una reinterpretazione moderna degli investigatori della narrativa gialla classica. Ma al tempo stesso le somiglianze con questa saga si fermano qui.
Perché quelle che sono le atmosfere comiche e l'ambientazione della pellicola si rifanno in particolar modo a Signori, il Delitto è Servito e - in misura minore - Invito a Cena con Delitto. Solo che, invece che ricatturare il british humour, ci si è rivolti a una tipologia di battute e di comicità più in sintonia con il pubblico italiano, in special modo quello nostalgico dei cinepanettoni, ma con richiami anche a Gigi Proietti e Franco e Ciccio.
A questo si aggiunge Lillo che cerca di rifare l'Ispettore Clouseau, obiettivo di sicuro ambizioso. Sì, c'è la lunga ombra di Peter Sellers un po' dappertutto.
Di sicuro esigenze di produzione, ma al tempo stesso un piccolo rammarico, poiché si è cercato di sviluppare una trama coerente e la regia non è piatta, come in altre commedie italiane dove quello che conta è la scenetta o la battuta del momento.
Tuttavia questo viene in parte vanificato da battute ormai scontate e risapute e da personaggi che non cercano minimamente di non risultare dei caratteri (elemento presente anche in Knives Out, ma meglio gestito). Anche quei pochi elementi drammatici di Christian Agata vengono in parte vanificati da questo dettaglio, il nome stesso la dice già lunga.
Insomma, le Vacanze di Natale continuano a far sentire la loro influenza, anche a distanza di più di quarant'anni, ed è un passato da cui a quanto sembra è difficile separarsi.

martedì 30 giugno 2026

Netflix Original 205: The Kissing Booth 2


Metaforici tuoni e fulmini sono capitati ai protagonisti del primo capitolo di The Kissing Booth, con lei in shorts per tutto il tempo e con Oh My God pronunciato quelle cento, duecento volte.
Tra drammi di amicizia e amori im... no, possibili, i tre personaggi principali venivano lasciati alla fine in una sorta di limbo narrativo, in attesa di loro nuove scelte e svolte (im)previste.
Scelte che giungono col secondo capitolo, sempre con shorts e Oh My God al seguito, The Kissing Booth 2, scritto e diretto da Vince Marcello e distribuito su Netflix a partire dal 24 luglio 2020.
Inizia l'ultimo anno di scuola superiore per Elle Evans (Joey King) e Lee Flynn (Joel Courtney), amici letteralmente sin dall'infanzia. Dopo un iniziale screzio, Lee ha accettato la relazione tra lei e suo fratello Noah Flynn (Jacob Elordi), che però alla fine si è dovuto trasferire a Boston per proseguire i propri studi.
Mentre Elle e Lee progettano di rimettere in piedi uno stand dei baci per festeggiare la fine della scuola e raccogliere fondi per beneficenza, la ragazza deve anche decidere a quale università iscriversi. L'amicizia suggerisce Berkeley, ma Noah le propone Harvard, per stare più vicini.
Una scelta non facile da prendere e in cui si inserisce anche Marco Valentin Peña (Taylor Zakhar Perez), un affascinante studente che inizia a frequentare Elle.
Drammi su drammi in questo secondo capitolo. Nel primo discutevano solo i tre protagonisti, mentre in questo caso - giusto per alzare un po' il tiro e catturare l'interesse - chiunque vive una situazione di crisi, in un momento o in un altro. A tal proposito, non dimenticate mai gli orecchini in giro e assicuratevi che nessuno faccia le pulizie per settimane.
La drammatizzazione prende spunto da una scelta molto importante per i ragazzi statunitensi, anche se ovviamente spesso esasperata qui e altrove per motivi narrativi: la scelta dell'università da frequentare. Dove i ragazzi vivranno stabilmente, lontano dalla famiglia, e matureranno come persone. A mio avviso solo Edgar Wright negli ultimi tempi ci ha giocato in maniera mirabile con questa tematica.
Per mescolare in maniera ulteriore le carte, si inserisce qualche personaggio nuovo e si mette un po' di inclusività. Con qualche controindicazione: il nuovo interesse amoroso di Elle, non per colpa dell'attore, temo, si rivela un morto di fi... a livello olimpionico.
Recitazione molto di maniera (perché voglio essere buono). Solo Joey King - che dopo molta gavetta e produzioni horror - svetta, anche se esaspera la goffaggine e la solarità del suo personaggio. E con questa saga ha preso il trampolino per partecipare a produzioni più di rilievo come Zeroville e Bullet Train. 
Ma in realtà è un po' tutto esasperato, persino i bloopers finali, e il ritorno a una situazione più serena risulta molto improvviso. E qualche punto in sospeso rimane inevitabilmente alla fine, pronto a essere sviluppato in un capitolo conclusivo.

lunedì 29 giugno 2026

Fabolous Stack of Comics: Daytripper


Quanto vale davvero la vita di una persona? Ma è davvero possibile che le esistenze degli esseri umani siano tutte ugualmente importanti? Domande che ci si pone probabilmente sin dall'alba dei tempi.
Il protagonista di Delitto e Castigo, ad esempio, affermava che i grandi uomini della storia erano legittimati a compiere degli atti illeciti per pavimentare la loro strada verso il potere.
Forse non esistono risposte univoche a questi dilemmi, ma possiamo valutarne delle conseguenze in Daytripper, miniserie di dieci numeri pubblicata da DC Comics nel 2010, scritta e disegnata da Fábio Moon e Gabriel Bá.
Brás de Oliva Domingos è un aspirante scrittore, figlio di un importante autore brasiliano, che nonostante tutti gli sforzi e la sua abilità è ridotto a scrivere in anticipo dei necrologi di gente famosa per un quotidiano.
Una carriera stroncata sul nascere a trentadue anni, quando Bras viene ucciso durante una rapina finita male. Oppure no e Bras muore da anziano, essendo riuscito a realizzare i suoi sogni e pubblicare dei romanzi. Oppure no e Bras muore quando è ancora giovane, prima di maturare come essere umano.
Una miriade di possibilità che convergono infine nell'unico scenario possibile.
Può risultare straniante in principio, eppure questa miniserie esplora diversi aspetti della vita di Brás de Oliva Domingos, da quando è un bambino sino all'età anziana. Ogni scelta di vita che lui compie (un amore, una separazione, l'allontanamento di un amico, un'opportunità lavorativa) ha effetti sulla sua esistenza. E può finire in bene o in male.
E siccome questa esistenza può terminare anche in maniera improvvisa (per un incidente domestico, un atto criminoso o una sventura del destino), Bras attinge a ogni possibilità che la vita gli offre, per poterla vivere al meglio.
Ma quindi esiste un'unica linea temporale per Brás de Oliva Domingos? Certo e questo viene rivelato alla fine. Gli altri capitoli rappresentano dei "what if...", se così li possiamo definire. Svolte drammatiche che capitano quando qualcuno rinuncia alle opportunità che l'esistenza gli offre. Tanto che, anche se la storia passa attraverso diverse età andando avanti e indietro nel tempo, il personaggio diventa consapevole di questo sempre di più con ogni capitolo.
Perché questa non è una storia sulla morte, ma una storia sulla vita e le sue possibilità, che possono essere molteplici per qualunque essere umano. Il tutto nell'affascinante - e quasi inedita, per quella che è la storia del fumetto - cornice brasiliana, che dà ulteriore colore alle vicende.
Quello che il destino dà, il destino può togliere. Ma non è detto che non si possa fare qualcosa al riguardo.

domenica 28 giugno 2026

Italians do it better? 76: La Vita Va Così (2025)


"Un tempo qui era tutta campagna", afferma un celebre detto popolare. Di fronte all'incredibile processo di urbanizzazione a cui si è assistito negli ultimi decenni (iniziato quasi certamente dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e divenuto col passare del tempo sempre più imponente) molti paesaggi "immacolati" sono scomparsi, sostituiti da giungle di cemento.
Ma saltuariamente qualcuno si oppone a questa espansione e da una di queste storie giunge La Vita Va Così, diretto da Riccardo Milani, scritto da Riccardo Milani e Michele Astori e distribuito nei cinema nell'ottobre 2025.
Nel 1999 una grande azienda immobiliare gestita da Giacomo Greatti (Diego Abatantuono) decide di avviare dei lavori per costruire un resort turistico presso la spiaggia di Bellesa Manna, in Sardegna. A gestire il cantiere c'è il fido Mariano (Aldo Baglio).
Tutto fila liscio fin quando un pastore di nome Efisio Mulas (Giuseppe Ignazio Loi) rifiuta di cedere la sua terra, anche di fronte a offerte con cifre spropositate. È l'inizio di una storia che durerà più di dieci anni, durante i quali Efisio sarà abbandonato da tutti i suoi concittadini, tranne la figlia Francesca (Virginia Raffaele).
Come potrà un semplice e povero pastore sconfiggere una potente multinazionale?
Dopo i paesaggi innevati di Un Mondo a Parte si giunge alle campagne della Sardegna. E il tema è sempre quello, alla Miyazaki: la natura e la sua preservazione di fronte alle mire espansionistiche dell'essere umano.
E anche in questa occasione si parte da un fatto di cronaca realmente accaduto per ampliare poi in maniera ulteriore il discorso.
La lotta di Efisio Mulas non è di tipo economico, visto che rifiuta negli anni offerte di importo sempre più ampio, bensì concettuale. Di preservazione della terra in cui e nato (e morirà) di fronte a persone che - guidate solo dal dio denaro - non capiscono il valore e l'importanza di questo fatto.
Una lotta che lo isola dai suoi amici di una vita, anche loro obnubilati (e non a tutti i torti) dalla possibilità di avere una vita migliore. L'aspetto più controverso, pur in una commedia di questo tipo, che viene analizzato. Mentre altri, prima dalla parte della ditta immobiliare, cambiano infine idea.
Come nel caso di Un Mondo a Parte, si cerca - invano, è ben chiaro da quale parte stia il regista - di presentare allo spettatore il tutto con una posizione buonista, lasciando poi il giudizio finale alla singola persona.
Con un Diego Abatantuono eccessivamente dimesso, un Aldo Baglio che non riesce a liberarsi dal suo personaggio e Virginia Raffaele che switcha accento da un film all'altro, l'attore non professionista che interpreta Efisio Mulas - alla maniera di Visconti e Rossellini - risulta essere il migliore. Poiché in ultima analisi interpreta sé stesso.
Un finale alla La La Land sembra voler riportare il tutto a una dimensione onirica: ovvero, questa non è la realtà, che è ben più complessa, bensì una sua reinterpretazione. Nella realtà, non è così scontato che i poveri prevalgano sui ricchi.

sabato 27 giugno 2026

Italians do it better? 75: La Grazia (2025)


La figura del Presidente della Repubblica è la più alta a livello istituzionale presente nell'ordinamento italiano, seppur non la più influente a livello esecutivo e legislativo. Una figura così importante, il più delle volte occupata da persone di alto prestigio, che rende difficile una trasposizione in chiave cinematografica. In tal senso gli americani sono "facilitati".
La commedia interviene sempre in soccorso, in queste occasioni, come nel caso di Bentornato Presidente, ma infine una visione più seria e drammatica del Presidente della Repubblica si ha in La Grazia, scritto e diretto da Paolo Sorrentino e distribuito nei cinema a partire dal dicembre 2025.
Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) sta affrontando gli ultimi sei mesi del suo mandato, assistito dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti) che compie gran parte del lavoro al posto suo.
In questo periodo due scottanti tematiche si presentano alla sua attenzione: la prima, che va avanti da lungo tempo, è l'approvazione di una legge sull'eutanasia, fortemente osteggiata dal Vaticano. La seconda sono due domande di grazia per un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e per una donna che ha ammazzato il proprio compagno che la picchiava di continuo.
Mariano De Santis vorrebbe passare queste problematiche al suo successore, ma lentamente la sua coscienza prende atto di quanto sia importante che prenda una decisione. Una decisione, su questa e altre cose, che ha evitato sin da quando sua moglie è morta quarant'anni fa, lasciandogli il dubbio di un tradimento da lei perpetrato.
Giusto per chiarimento, questo non appare come un film incentrato su un particolare Presidente del passato. I temi affrontati sono spesso stati oggetto di discussione presso Sergio Mattarella, il look di De Santis ricorda Francesco Cossiga e la presenza della figlia al fianco richiama Oscar Luigi Scalfaro. Al tempo stesso, però, il suo vissuto è diverso da qualunque altro.
Quello che è sotto i riflettori, dunque, è un uomo con tutte le sue fragilità. Un uomo che - potremmo dire incidentalmente - si ritrova a ricoprire una importantissima figura istituzionale. Non c'è satira o analisi politica, anche se i temi trattati (l'eutanasia, il femminicidio, la malattia, gli amori tossici) sono anche argomenti politici.
De Santis appare come Bartleby lo Scrivano: non vuole prendere decisioni, che demanda a suoi collaboratori, partecipa a eventi istituzionali perché è ciò che è obbligato a fare ed è nostalgico di un passato che non esiste più.
Il confronto con la figlia, che si oppone al suo immobilismo morale, con le due persone che gli chiedono la grazia e col suo doloroso passato con cui viene infine a patti lo portano infine a cambiare. A divenire, se non una persona migliore, di sicuro differente da prima. Il tutto in un'atmosfera abbastanza surreale - sottolineata da una ben scelta colonna sonora - che richiama precedenti pellicole del regista.
Dopo Il Divo, Sorrentino e Servillo tornano a percorrere i corridoi del potere, anche se in maniera diversa. Lì la figura storica era reale, qui è immaginaria. Eppure i dubbi, quei dubbi che a volte tutti noi affrontiamo, lo rendono più umano. Meno Presidente e più Mariano De Santis.

venerdì 26 giugno 2026

Netflix Original 204: Frankenstein


Pubblicato nel 1818, il romanzo Frankenstein, scritto da Mary Shelley, è stato uno dei più celebrati a livello cinematografico, sin dai tempi del cinema muto.
Pur contando decine tra pellicole e parodie, la figura della creatura ritratta da Boris Karloff - avendo però ormai un secolo di vita e quindi ignota perlopiù al pubblico giovane - rimane una delle più celebrate.
Ma Frankenstein è anche il moderno Prometeo, colui che donò il fuoco agli uomini ma venne punito dagli dei. Al tempo stesso, il Barone Frankenstein vuole sfidare le leggi della natura e viene castigato per questo.
Film più recenti si sono distanziati dalle prime produzioni, che ritraevano il Barone Frankenstein come un genio incompreso e la Creatura perlopiù come un mostro senza cervello. E si inserisce in questo solco Frankenstein, scritto e diretto da Guillermo del Toro e distribuito su Netflix a partire dal 7 novembre 2025.
Mentre percorre le vie ghiacciate dell'Artico, l'equipaggio di una nave si imbatte nel Barone Victor Frankenstein (Oscar Isaac), rimasto gravemente ferito a seguito di uno scontro con un misterioso nemico.
Soccorso e portato a bordo dell'imbarcazione, l'uomo rivela come sia stato lui stesso ad aver dato vita alla Creatura (Jacob Elordi) che l'ha ridotto in pessimo stato.
La ragione è da ricercarsi nel passato del Barone e della Creatura stessa, che racconteranno la loro storia e i loro punti di vista all'incredulo equipaggio.
Tra il romanzo e questo adattamento sono passati più di due secoli, eppure certe tematiche rimangono ancora oggi affascinanti da esplorare e trattare.
Victor Frankenstein viene ritratto come una figura tragica, spinto ad agire per amore, dolore e ambizione, elementi che se combinati insieme rischiano di dare vita a un drammatico risultato. Come nel suo caso.
L'affetto per la madre Elizabeth, morta di malattia, si trasfigura nell'amore per la fidanzata del fratello, Claire - anche perché l'attrice che interpreta queste due parti, Mia Goth, è la medesima.
Cambia dunque la motivazione di partenza, ma non il castigo che il destino infligge poi al Barone. Castigo che si manifesta sotto forma di un'altra figura tragica, la Creatura.
Non più un mostro senza cervello ma, come ritratto anche in passato da Robert De Niro, una figura empatica, le cui motivazioni principali sono l'amore e la vendetta.
Amore verso la natura e coloro che non lo vedono come un mostro, ovvero Claire e un anziano cieco, che però viene rapidamente distrutto dalla ferocia dell'uomo, contro cui infine la Creatura si rivolta. Un amore distrutto in primo luogo dal Barone stesso, che ha deciso di abbandonare la Creatura.
Il confronto finale, in terre vergini ancora non toccate dalla mano distruttrice dell'uomo, sancisce l'impossibilità per entrambi di appartenere a questo mondo.
Ognuno ha dato la propria visione della storia, ognuno ha offerto il proprio punto di vista. Lo spettatore può valutare entrambi e decidere di comportarsi come il capitano della nave oppure come queste due tragiche figure che il destino ha messo infine l'uno contro l'altro. In uno scontro destinato a un drammatico epilogo sin dal principio.

giovedì 25 giugno 2026

Netflix Original 203: KPop Demon Hunters


Quand'è che un prodotto diventa un fenomeno di costume? Non esiste una risposta univoca a questa domanda, altrimenti le major cinematografiche avrebbero la strada spianata.
Ci sono progetti importanti e su cui vengono spesi molti soldi che alla fine, inesorabilmente, floppano e ci sono progetti che non si considera più di tanto - sono solo uno dei tanti, in principio - ma che per qualche motivo fanno breccia nel pubblico e vincono alla fine anche un Oscar.
Tra questi vi è KPop Demon Hunters, diretto da Chris Appelhans e Maggie Kang, scritto da Chris Appelhans, Maggie Kang, Hannah McMechan e Danya Jimenez e distribuito su Netflix a partire dal 20 giugno 2025.
Rumi, Mira e Zoey sono tre artiste KPop la cui band si chiama Huntrix e che in segreto combattono demoni, tradizione che si perpetua da generazioni. Il loro nemico principale è il capo dei demoni Gwi-Ma che vuole invadere la dimensione terrestre.
Un suo sottoposto, Jinu, propone allora di affrontare le Demon Hunters sul loro stesso terreno, formando una band KPop composta da demoni per combattere le loro performance vocali. Il piano ha incredibilmente successo e i Saja Boys conquistano lentamente il pubblico delle Huntrix, un cui segreto rischia di distruggerle per sempre.
Risulta sempre un po' particolare vedere un prodotto di animazione rivolto a un pubblico di riferimento diverso a quello a cui la nostra persona appartiene e quindi certe cose possiamo anche non comprenderle del tutto o ritenerle banali.
Tuttavia, vi sono comunque delle tematiche che risultano universali. Pur non essendo detto esplicitamente, è Rumi la vera protagonista della storia, grazie alla sua natura duale e il suo desiderio di trovare il proprio posto in questo mondo dove caos e ordine si affrontano (e lei rappresenta entrambe queste parti).
Un'affermazione di identità che passa anche attraverso l'amicizia e l'amore con chi è "diverso" da lei. Togliendo dallo scenario i demoni, nessun personaggio umano o con natura umana è in realtà davvero malvagio e lei prova mostra empatia per tutti. Chi sembra convertito al male lo fa in realtà per sopravvivere o per espiare un grave peccato del proprio passato.
L'accettazione di chi si ritiene diverso da noi, passando attraverso i sentimenti di amicizia verso chi conosciamo da poco o molto tempo, è una tematica molto presente nella pellicola e - immagino - molto sentita da una certa fetta di pubblico giovane, che dunque si ritrova in essa.
Il tutto ovviamente viene contornato da balletti e canzoni di un genere musicale molto in voga, ulteriore motivo di interesse.
Non credo proprio che questo sia un prodotto di animazione epocale, né credo sia stato concepito per esserlo o diventarlo. Anche l'animazione in sé, in confronto a titoli e case di produzione più blasonate, non regge il paragone.
Ma è indubbio che KPop Demon Hunters sia riuscito a fare breccia, a creare un fenomeno di massa. Quanto possa durare, non è dato saperlo. Sappiamo solo che presto o tardi vi sarà un sequel, di certo non previsto nei piani iniziali. Anche questo deve essere un effetto collaterale della magia delle Huntrix.

mercoledì 24 giugno 2026

Fabolous Stack of Comics: Plastic Man - In Fuga


Creato dall'artista Jack Cole nel lontano 1941, Plastic Man è uno di quei tanti personaggi "allungabili" presenti nel mondo del fumetto.
Un personaggio che ha attraversato i decenni e ha vissuto anche periodi di buio, pur per lunghi periodi, ma che col tempo si è guadagnato un proprio degno spazio.
Il suo carattere eccentrico, la sua sottile follia e il suo essere il più delle volte sopra le righe lo hanno portato infine a divenire un componente fondamentale della Justice League... e a ottenere una testata a lui dedicata.
La prima saga, In Fuga, scritta da Kyle Baker, viene pubblicata nel 2004.
Prima che divenisse Plastic Man, l'eroe era un criminale di mezza tacca di nome Patrick O'Brian. Pochi sono a conoscenza di questo segreto e tra questi vi è la fedele spalla dell'eroe, Woozy Winks.
Quando, dunque, viene ritrovato il cadavere di colui che appare proprio come Patrick O'Brian, grande è la sorpresa di Plastic Man. E lo è ancora di più quando diventa lui il sospettato principale di questo omicidio.
In fuga dalla polizia, dal FBI e da Woozy Winks, Plastic Man deve trovare un modo per discolparsi e capire come qualcuno abbia ucciso lui stesso e l'abbia incastrato.
Come detto, c'è sempre un po' di follia quando si tratta di storie che vedono protagonista Plastic Man e questa saga non fa eccezione. Dopotutto l'autore è uno che è abituato a concepire trame surreali e il suo tratto cartoonesco va a sottolineare in maniera ulteriore questo aspetto.
Nulla viene preso davvero sul serio in questa storia, sembra quasi di trovarsi in uno di quel film con Gianni e Pinotto di tanti anni fa, ma al tempo stesso vi è un'atmosfera fortemente drammatica - tra morti inattese, svolte impreviste e vendette provenienti dal passato - che la pervade.
Plastic Man, inoltre, in stile Deadpool, pare essere consapevole di essere il personaggio di un fumetto e qua e là non mancano battute che fanno riferimento alla continuity, a svolte di trama lasciate in sospeso o dimenticate e a quei colpi di scena così improbabili e ritorni immediati allo status quo originario che - in questo caso specifico - hanno l'effetto di poco più di una pacca sulla spalla.
Plastic Man (e Kyle Baker) si allontana da quelle atmosfere cupe e ipertrofiche che avevano caratterizzato i quindici anni precedenti, per ritornare a un'atmosfera più giocosa, che ricorda la Golden Age da cui il personaggio proviene e la attualizza in un mondo che inevitabilmente è cambiato... ma rimane sempre spazio per qualche sana risata.

martedì 23 giugno 2026

Libri a caso: L'Incognita Tempo


Nel 1895, il Viaggiatore intraprende il suo primo viaggio nel tempo, proiettandosi nell'anno 802.701 e incontrando l'evoluzione degli esseri umani, gli Eloi e i Morlock.
Un viaggio pieno di sventure e tragedie che culmina con la perdita dell'amata Weena. Il tutto descritto ne La Macchina del Tempo di H.G. Wells.
Passano cento anni, ma il Viaggiatore ha ancora dei conti in sospeso col passato, il presente e il futuro. Giunge dunque il tempo di un secondo viaggio, descritto in L'Incognita Tempo (The Time Ships), scritto da Stephen Baxter e pubblicato nel 1995.
Il Viaggiatore è appena ritornato dal suo viaggio nel lontano futuro e non intende accettare la perdita di Weena, perita in un incendio o - peggio - dilaniata dai Morlock.
Decide dunque di partire per un nuovo viaggio e tentare di impedire la morte della ragazza. Ma una sorpresa lo attende: il suo primo viaggio nel tempo ha infatti alterato la storia e così il Viaggiatore si ritrova in un mondo futuro popolato da Morlock intelligenti e non selvaggi che sono riusciti a imbrigliare le energie solari.
Ha inizio per lui, dunque, una nuova odissea temporale che lo porterà a visitare altri mondi alternativi sia nel passato che nel futuro, durante la quale vecchi nemici diventeranno suoi preziosi alleati e il destino dell'umanità sarà messo a dura prova.
E che ne sarà di Weena?
È passato un secolo dalla pubblicazione del primo libro e, come sperimenta il Viaggiatore, viviamo in un mondo profondamente diverso da quello presente alla fine del diciannovesimo secolo.
La Macchina del Tempo, attraverso la lente del lontano futuro, esplorava il mondo presente di H.G. Wells, con le sue riflessioni sul progresso industriale e le sue controindicazioni. A tratti appariva più come un trattato sociologico.
Un secolo dopo, le industrie cedono il passo alla tecnologia e la scienza è molto progredita. Internet è appena stato reso disponibile al pubblico e i telefoni cellulari prendono sempre più piede. Un mondo costruito, anche con la fatica e col sangue, da quei "Morlock" che hanno ceduto al cannibalismo nel lontano futuro.
Un'immagine non più attuale o proponibile, tanto che in questo sequel i Morlock sono invece civilizzati e progrediti a livello tecnologico e scientifico, rappresentando così il vero passo successivo dell'evoluzione umana.
E costringendo il Viaggiatore a cambiare paradigma, soprattutto quando il Morlock Nebogipfel - nome tratto da un'altra opera di Wells - diventa un suo compagno di viaggio e lo mette di fronte ai suoi limiti come essere umano e alla sua visione limitata e antropocentrica.
Al tempo stesso si cerca anche una semi-spiegazione scientifica al viaggio nel tempo, del tutto ignorato da Wells all'epoca (non era l'argomento di cui gli interessava parlare), introducendo un misterioso materiale anch'esso presente in un'altra storia dello scrittore inglese.
Questo seguito rappresenta dunque sia un omaggio al pantheon immaginato da Wells che una reinterpretazione dell'opera primaria, con i due protagonisti che visitano varie epoche temporali e assistono sia alla nascita che al declino dell'umanità, venendo infine proiettati all'origine stessa del tempo.
Più che trattato sociologico, quindi, appare più in certi punti come un saggio filosofico incentrato sull'esistenza umana. Sul suo vero ruolo nell'Universo e come le proprie azioni possano avere effetti devastanti sulla Terra e sulla storia.
Ma è anche un'opera di fantasia dove il protagonista del primo libro diviene infine una persona totalmente diversa, allineandosi al ventesimo secolo. Capace di creare, invece che distruggere. Il suo viaggio forse termina qui, oppure è solo il prologo a qualcosa di più grande e inimmaginabile.