Metaforici tuoni e fulmini sono capitati ai protagonisti del primo capitolo di The Kissing Booth, con lei in shorts per tutto il tempo e con Oh My God pronunciato quelle cento, duecento volte.
Tra drammi di amicizia e amori im... no, possibili, i tre personaggi principali venivano lasciati alla fine in una sorta di limbo narrativo, in attesa di loro nuove scelte e svolte (im)previste.
Scelte che giungono col secondo capitolo, sempre con shorts e Oh My God al seguito, The Kissing Booth 2, scritto e diretto da Vince Marcello e distribuito su Netflix a partire dal 24 luglio 2020.
Inizia l'ultimo anno di scuola superiore per Elle Evans (Joey King) e Lee Flynn (Joel Courtney), amici letteralmente sin dall'infanzia. Dopo un iniziale screzio, Lee ha accettato la relazione tra lei e suo fratello Noah Flynn (Jacob Elordi), che però alla fine si è dovuto trasferire a Boston per proseguire i propri studi.
Mentre Elle e Lee progettano di rimettere in piedi uno stand dei baci per festeggiare la fine della scuola e raccogliere fondi per beneficenza, la ragazza deve anche decidere a quale università iscriversi. L'amicizia suggerisce Berkeley, ma Noah le propone Harvard, per stare più vicini.
Una scelta non facile da prendere e in cui si inserisce anche Marco Valentin Peña (Taylor Zakhar Perez), un affascinante studente che inizia a frequentare Elle.
Drammi su drammi in questo secondo capitolo. Nel primo discutevano solo i tre protagonisti, mentre in questo caso - giusto per alzare un po' il tiro e catturare l'interesse - chiunque vive una situazione di crisi, in un momento o in un altro. A tal proposito, non dimenticate mai gli orecchini in giro e assicuratevi che nessuno faccia le pulizie per settimane.
La drammatizzazione prende spunto da una scelta molto importante per i ragazzi statunitensi, anche se ovviamente spesso esasperata qui e altrove per motivi narrativi: la scelta dell'università da frequentare. Dove i ragazzi vivranno stabilmente, lontano dalla famiglia, e matureranno come persone. A mio avviso solo Edgar Wright negli ultimi tempi ci ha giocato in maniera mirabile con questa tematica.
Per mescolare in maniera ulteriore le carte, si inserisce qualche personaggio nuovo e si mette un po' di inclusività. Con qualche controindicazione: il nuovo interesse amoroso di Elle, non per colpa dell'attore, temo, si rivela un morto di fi... a livello olimpionico.
Recitazione molto di maniera (perché voglio essere buono). Solo Joey King - che dopo molta gavetta e produzioni horror - svetta, anche se esaspera la goffaggine e la solarità del suo personaggio. E con questa saga ha preso il trampolino per partecipare a produzioni più di rilievo come Zeroville e Bullet Train.
Ma in realtà è un po' tutto esasperato, persino i bloopers finali, e il ritorno a una situazione più serena risulta molto improvviso. E qualche punto in sospeso rimane inevitabilmente alla fine, pronto a essere sviluppato in un capitolo conclusivo.

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