Ci ha provato una prima volta Arthur Conan Doyle. Nonostante a volte si sia detto il contrario, lui non detestava il personaggio di Sherlock Holmes, piuttosto vedeva di malumore il fatto che buona parte delle sue energie creative fossero concentrate sulle storie incentrate sul detective, lasciandogli dunque poco tempo per altre opere a lui più gradite.
Ma, pur eliminandolo dalla scena, alla fine l'editore, il pubblico e immagino anche un buon assegno lo hanno convinto a ritornare sui propri passi.
Questa lezione pare non essere stata recepita da Georges Simenon che, coltivando grossomodo gli stessi sentimenti verso il suo personaggio principale, il Commissario Maigret, tenta di farlo fuori in maniera meno burrascosa rispetto a Conan Doyle in Maigret, pubblicato nel 1934.
Ormai in pensione e ritiratosi in campagna, Maigret viene contattato da un suo nipote, Philippe Lauer, che si è cacciato in guai seri.
Costui, infatti, mentre effettuava un pedinamento, attirato da degli spari in un locale vi ha ritrovato il cadavere della persona da lui sorvegliata e - fuggendo per la paura - è stato notato da un testimone.
Philippe Lauer, dunque, sta per finire nelle maglie della giustizia e le autorità parigine sembra non vogliano impedirlo, poiché dietro quell'omicidio vi è un potente mandante, ammanicato con la polizia e gli organi giudiziari.
Maigret si ritrova, dunque, di fronte a un'impresa difficile da superare e dovrà affidarsi a tutte le sue capacità per venire a capo di quello che potrebbe essere il suo ultimo caso.
Di certo, nelle intenzioni dello scrittore, questo doveva rappresentare un doloroso ma inevitabile canto del cigno. Maigret, all'inizio, si è infatti allontanato da quel mondo a cui ormai pensava di non appartenere più, quel mondo la cui umanità gli aveva causato così tante delusioni.
Ma circostanze avverse e la necessità di aiutare un parente lo costringono a ritornare a quel mondo che nel frattempo è pure peggiorato. Praticamente da solo contro un nemico potente, il "Moriarty" della situazione seppur più calato in un'atmosfera urbana, l'ex Commissario si affida comunque a quelle "armi" che lo hanno aiutato nei precedenti diciotto casi da lui risolti.
Quindi, il comprendere subito la psicologia contorta di chi lo circonda, utilizzare come insoliti alleati le persone delle classi umili e una capacità di snervare le persone che ha dell'incredibile. Memorabile la scena in cui si piazza tutto il giorno in un bar e inizia un gioco del gatto e del topo con il titolare, il quale è in possesso di alcune informazioni. Ecco, la capacità di non arrendersi: è questo ciò che ha reso memorabile questo personaggio.
L'epilogo stavolta è dovuto più alla casualità che a una capacità investigativa vera e propria, ma è comunque un degno "epilogo" di questa prima parte della saga narrativa dedicata a Maigret.
Che, chiaramente, non sparisce dai radar e già pochi anni dopo Simenon torna a scriverne altre avventure. Perché è davvero molto difficile liberarsi di certi personaggi, la cui forza narrativa e la cui iconicità sono in grado di sopravvivere al proprio creatore.

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