Se vi siete mai chiesti da quanto tempo è che ci si interroga su quali limiti non debba superare la scienza, be', questo a quanto sembra è un dibattito che va molto indietro nei decenni e anche nei secoli, poiché il mondo è in continua evoluzione e con esso la scienza stessa che aiuta a comprenderne i meccanismi.
Prima della scoperta del DNA e della genetica nella sua complessità, prima dei computer e delle intelligenze artificiali, gli esperimenti venivano fatti con mezzi oggi considerati primitivi, ma non cambiava il fatto che parte di questi esperimenti venivano compiuti sugli animali, anche a fronte di grandi torture.
Pur non essendo il tema principale, questo viene trattato in L'Isola del Dottor Moreau (The Island of Dr. Moreau), scritto da H.G. Wells e pubblicato nel 1896.
Un uomo di nome Edward Prendick, dopo essere naufragato, viene raccolto da un vascello pieno di animali dove incontra un certo Montgomery. I due, insieme al carico, vengono poi scacciati via dal capitano del vascello non appena si arriva in vista di un'isola.
Qui li accoglie un uomo enigmatico, di nome Moreau, circondato da strani esseri che appaiono come ibridi tra uomo e bestia. Moreau lo scienziato, accecato dall'ambizione, sta cercando di superare i limiti imposti all'uomo senza preoccuparsi delle conseguenze, che presto però ricadranno su di lui e non solo.
Con La Macchina del Tempo, H.G. Wells utilizzava - anticipando una caratteristica che avrebbe predominato nei decenni a venire - un sottotesto fantastico per parlare in realtà del mondo che lo circondava e di alcune storture che lui aveva notato.
Questa nuova opera si inserisce in questo solco. Seppur non paragonabile ai tempi odierni, la scienza e la tecnologia ai tempi dello scrittore inglese stavano vedendo degli incredibili balzi in avanti: già le automobili solcavano le strade e le leggi di Mendel stavano scuotendo la comunità scientifica.
Pur non essendo mai stato un tipo religioso, H.G. Wells vedeva in queste continue scoperte anche un tentativo dell'uomo di spingersi oltre certi limiti che a lui risultavano inaccettabili.
Più che una dissertazione contro la vivisezione, in Moreau lo scrittore vede non tanto lo scienziato quanto la persona che vuole sostituirsi all'ordine naturale precostituito, perché ritiene di avere gli strumenti a sua disposizione per sostituirsi a un'entità divina. E nei suoi seguaci chi non si interroga sulla moralità di queste scelte.
Ma, implacabile, la natura prende infine il sopravvento e si prende la rivincita su chi ha provato a sovvertirne le regole.
Per lo scrittore le storture umane si ravvisano anche in chi è convinto di agire nel giusto, negli interessi stessi dell'umanità. Poiché alla fine l'ambizione personale prende il sopravvento, cancellando ogni interesse altruistico.
Non un'apologia contro la scienza in sé, dunque, ma sempre e comunque contro l'arroganza e l'egoismo insito degli esseri umani.

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