Decenni fa, il genere giallo/thriller era uno di quelli su cui il cinema italiano prosperava, con decine di produzioni all'attivo. Pur essendovi stati film pregressi, sono stati due grandi maestri come Mario Bava e Dario Argento a rinnovare questo genere e renderlo popolare in Italia.
Dopodiché, soprattutto negli anni '70 del ventesimo secolo, esso è stato davvero onnipresente, con epigoni vari dei due registi, oppure produzioni davvero ben fatte quali quelle di Lucio Fulci o Umberto Lenzi (solo per citarne un paio, l'elenco dovrebbe essere più lungo).
Nei due decenni successivi, però, questo genere è divenuto in maniera progressiva sempre meno trattato, fino a scomparire quasi del tutto, con solo un film ogni tanto che usciva nelle sale. Uno dei tanti generi surclassato dalle commedie. Mentre, al contempo, la letteratura gialla nel nostro paese vedeva un emergere di grandi scrittori e opere, quali Andrea Camilleri, Renato Olivieri e decine di altri autori.
Uno di questi è Donato Carrisi, il quale ha poi iniziato a curare degli adattamenti cinematografici delle proprie opere. Il primo è La Ragazza nella Nebbia, scritto e diretto da Donato Carrisi e distribuito nei cinema nell'ottobre 2017.
In un piccolo paese dell'Alto Adige, durante il periodo natalizio una ragazza di nome Anna Lou Kastner - appartenente a una famiglia che frequenta un'organizzazione religiosa radicale - scompare letteralmente nel nulla. Delle indagini viene incaricato l'ispettore Vogel (Toni Servillo), che deve riscattare la sua credibilità dopo che ha fatto condannare un uomo innocente ritenendolo un attentatore dinamitardo.
Da alcuni elementi e intuizioni, Vogel capisce ben presto che la ragazza è stata con ogni probabilità uccisa, ma non trova alcuna prova significativa al riguardo. Fino a quando una giornalista lo indirizza da uno studente che aveva una cotta per Anna Lou e la riprendeva frequentemente. E in queste riprese c'è un elemento ricorrente.
Vogel arriva così a identificare il sospettato principale. Ed è proprio in quel momento che il vero incubo ha inizio.
Bisogna innanzitutto evidenziare l'ambientazione che si è scelta per questa storia. Non una grande metropoli con il proprio caos e i propri problemi, ma nemmeno la classica cittadina di provincia (così amata dai nostri media quando altre notizie scarseggiano), bensì qualcosa di poco sfruttato: una comunità montana con poche centinaia di abitanti. Dove l'angoscia e la solitudine la fanno da padroni, mentre una nebbia fitta cala durante la notte e impedisce di vedere il male che entra in azione.
Vi è poi il protagonista, l'ispettore Vogel: non il classico detective integerrimo descritto nei libri. Una persona determinata, sì, ma anche fallibile, e che non si fa scrupolo a gettare una persona in pasto ai media nella speranza che commetta un errore. Una personalità sfaccettata e complicata, ben resa da Toni Servillo in tutte le sue ambiguità.
La storia segue due linee temporali: la prima coinvolge Vogel e le sue indagini, la seconda riguarda le azioni del sospettato principale. Due linee che vanno poi a convergere e a formare un confronto tra Vogel e il sospettato, un confronto simile a Insomnia di Christopher Nolan (che qualche punto di contatto con questa pellicola ce l'ha). Un confronto tra due persone guidate dall'egoismo e dall'ambizione.
Con una risoluzione che non sarebbe dispiaciuta ad Agatha Christie e un'apparente discesa nel grottesco e nel macabro nell'ultima parte, il film ritrae un mondo decaduto e corrotto, dove le persone hanno perso del tutto l'empatia. I poliziotti, gli abitanti del posto, i giornalisti: ognuno procede dritto per la propria strada, senza curarsi delle possibili conseguenze. E alla fine le vere vittime, la ragazza e i suoi genitori, sembrano per loro qualcosa di accessorio.
Curiosi e apprezzati, infine, due cameo di attori non italiani, Greta Scacchi e Jean Reno, molto bravi pur nei pochi minuti in cui compaiono.
Forse il genere giallo/thriller non è più preminente come un tempo nel cinema italiano, ma fa piacere vedere ogni tanto produzioni del genere, che ci ricordano la capacità del nostro cinema di saper spaziare in altri campi. E farlo con maestria.

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