Nel 2000 muore Bettino Craxi, divenuto a quell'epoca per la quasi totalità delle persone il simbolo di un vecchio modo di fare politica. Quello che includeva anche tangenti e raccomandazioni. Sì, ammetto che si potrebbe discutere sul definirlo "vecchio modo". Un sistema che non aveva escluso nemmeno chi aveva ricoperto la carica di Presidente del Consiglio per due volte.
Gli ultimi anni della vita di questo uomo politico vennero passati in esilio, nella città di Hammamet, in Tunisia, per impedire che venisse arrestato. Un esilio che agli occhi dell'opinione pubblica rovinò in maniera ulteriore la sua figura.
Sotto forma di allegoria, tale periodo viene ricreato in Hammamet, diretto da Gianni Amelio, scritto da Gianni Amelio e Alberto Taraglio e distribuito nei cinema nel gennaio 2020.
Da ormai alcuni anni il Presidente (Pierfrancesco Favino) risiede ad Hammamet. Tra i pochi a stargli vicino vi è la figlia Anita (Livia Rossi), che non ha mai smesso di credere in lui. Ormai, però, è lontano il periodo in cui era il leader di un importante partito politico e tutto il potere che era nelle sue mani è andato perduto a causa di alcune accuse di corruzione che gli sono piovute addosso.
Nonostante questo il Presidente, pur malato, cerca in tutti i modi di trovare una scappatoia per riacquisire il potere del passato, orripilato dallo scenario politico vigente.
I peccati del passato, tuttavia, si ripresentano sotto forma di Fausto Sartori (Luca Filippi), figlio di una persona che si è suicidata e che ha lasciato una lettera in cui incolpa il Presidente di ciò che ha fatto. Sartori vorrebbe uccidere il Presidente, ma costui lo prende sotto la sua tutela e inizia a raccontargli la sua vita ripreso da una telecamera.
La malattia del Presidente, nel frattempo, peggiora e l'unico modo per curarla con efficacia è ritornare in Italia.
Questa è una storia sugli ultimi mesi di vita di Bettino Craxi, ma non solo. Non sfugge che durante tutto il film il suo nome non venga mai pronunciato in maniera esplicita e venga sempre denominato, anche da chi gli parla, il Presidente. Anche le persone che ruotano attorno a lui o sono frutto di invenzione oppure si basano su persone realmente esistenti, ma a cui viene sempre cambiato il nome.
Questa figura diviene così una sorta di incarnazione di quel vecchio modo di fare politica in Italia, il vecchio establishment, che ormai sta appassendo e sta per scomparire del tutto.
Abbiamo quindi questa figura che tenta disperatamente di aggrapparsi a ogni possibilità di tornare sotto i riflettori, pur essendo ciò impossibile, che non perde occasione per lamentarsi della situazione politica in Italia e che resta convinto non tanto di aver agito nel modo giusto ma che non poteva comportarsi diversamente e quindi nulla gli può essere imputato.
Un personaggio, che ribadisco diventa una sorta di allegoria e si distacca in alcuni passaggi dall'uomo di riferimento, il quale in certi punti sfiora il grottesco e il surreale.
Pierfrancesco Favino, che già si era calato in maniera decisa nel suo personaggio in Il Traditore, effettua qui una trasfigurazione totale, arrivando - grazie al trucco e a un abile utilizzo della voce - ad assomigliare pienamente a Bettino Craxi. Tanto da creare una sorta di straniamento per questo deciso distacco tra attore e ruolo interpretato e per il fatto che il personaggio qui rappresentato sia più del semplice ex leader politico.
Forse un film che illustri quegli strani e particolari anni in cui Craxi era al potere e altre insolite figure politiche lo circondavano è ancora impossibile da realizzare, o meglio ancora non se ne sente la necessità. Quindi si è sfruttata questa allegoria per creare uno scenario differente, che non si limitasse solo a lui, ma includesse anche quel mondo in cui molti di noi hanno vissuto.
Un mondo che a distanza di tanti anni ci sembra essere stato una sorta di illusione. E invece è esistito davvero.

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