Il cinema di arti marziali. Un genere rimasto una prerogativa perlopiù dei paesi orientali e che tra gli anni '70 e '80 del ventesimo secolo ha vissuto un grande momento di gloria grazie a celebri nomi quali Bruce Lee e Jackie Chan. Anche gli Stati Uniti, chiaramente, non si sono lasciati sfuggire l'occasione di capitalizzare su questo tipo di produzione, adattandola alla propria sensibilità.
Il cinema di arti marziali è uno dei pochi generi, tuttavia, che il cinema italiano non abbia a un certo punto fatto proprio e reinventato, come accaduto per il western o il thriller, ad esempio. Con poco timore di smentita, di certo per via delle troppe differenze culturali che sussistevano e sussistono tra i due mondi (si fa fatica a comprendere la società orientale ancora oggi, figuriamoci decenni fa).
Ma esiste almeno un'eccezione ed è La Città Proibita, diretto da Gabriele Mainetti, scritto da Gabriele Mainetti, Stefano Bises e Davide Serino e distribuito nei cinema nel marzo 2025.
La giovane Mei (Yaxi Liu), educata fin da bambina alle arti marziali, giunge a Roma per ritrovare la sorella scomparsa Yun. Le tracce portano a un ristorante cinese, copertura per varie attività criminali, gestito dal sinistro Wang (Chunyu Shanshan).
Costui è in lotta per il possesso del territorio e lo spaccio di droga con un esponente della criminalità romana, Annibale (Marco Giallini), il quale frequenta un ristorante romano gestito dal giovane Marcello (Enrico Borello), costretto a farlo per aiutare la madre in un momento di difficoltà, dal momento che il marito Alfredo (Luca Zingaretti) è scomparso nel nulla.
Mei e Marcello scopriranno che Yun e Alfredo avevano una relazione e il mistero legato alla loro scomparsa darà vita a una tremenda guerra tra bande nel cuore di Roma, segnando per sempre le vite dei due giovani.
Abbiamo accennato che decenni fa vi erano distanze culturali, oltre che di chilometri, tra la società italiana e quella orientale. Anche se vi erano già dei punti di contatto, e non parliamo solo dei ristoranti, seppur visti in maniera stereotipata (si pensi a una celebre scena del primo Fantozzi).
Ma questo era appunto decenni fa. Oggi siamo profondamente immersi nella cultura orientale da ogni punto di vista artistico (cinema, fumetti, libri) e quelle distanze si sono accorciate, per non dire del tutto annullate. Uno dei pregi o dei difetti a seconda dei punti di vista della globalizzazione e del progredire della tecnologia.
Tanto che vedere un vero e proprio film incentrato sulle arti marziali nel cuore di Roma non ci appare per nulla strano, anzi, è del tutto plausibile nel contesto attuale dove la cultura orientale è presente anche nelle piccole città, perché non è tutto limitato solo ai ristoranti etnici o ai mercatoni.
Il film opera una magnifica commistione dei due tipi di cinema, quello giapponese che si concentra su valori come il rispetto, l'onore e la vendetta per i torti subiti e quello italiano basato - tra le altre cose - sulle dinamiche familiari e le tragedie associate. Sono due mondi che si incontrano e si fondono, dando vita a un mix che, ripetiamo, di certo unico non è, ma è altrettanto di certo particolare e ben delineato.
E prima che si parli di inclusione eccessiva e politicamente corretto, le donne le davano di santa ragione agli uomini anche nei film che vedevano protagonisti Bruce Lee e Jackie Chan: come direbbero loro, non si tratta solo di una questione di forza, ma di uso di tecnica e abilità. Tanto che la parte "giapponese" a mio avviso risulta più interessante di quella italiana, basata su dinamiche che ben conosciamo ma non per questo da ritenere noiosa.
Un esperimento dunque, per quanto mi riguarda, ben riuscito. E sarebbe interessante vedere qualcosa di analogo nel prossimo futuro.

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