A seguito degli attentati avvenuti l'undici settembre 2001, gli Stati Uniti - per ammissione stessa anche di alcuni esponenti degli organi governativi - sono entrati in guerra.
Ma diversamente dal passato, il nemico stavolta non era da affrontare apertamente, quel nemico del passato che preferiva risolvere le proprie divergenze sul campo di battaglia. No, il nemico affrontato dopo quegli attentati era talvolta "invisibile", sfruttava le nuove tecnologie e utilizzava la religione come pretesto. Cosicché, aldilà dell'eccessiva reazione che è stata esercitata, per i servizi segreti degli Stati Uniti uno dei compiti più difficili era intuire dove avrebbe agito questo nemico.
Un romanzo che offre un buon "quadro d'insieme" di quelle che erano le reazioni dell'epoca (venti anni fa che paiono quasi un secolo) è Nessuna Verità (Body of Lies), scritto da David Ignatius e pubblicato nel 2007. Da quest'opera è anche stato tratto un omonimo film diretto da Ridley Scott.
Alcuni anni dopo gli attentati dell'undici settembre, Al Qaeda decide di alzare ulteriormente il livello di tensione e si rende responsabile di alcuni attentati operati con delle autobombe in varie città d'Europa, pianificando di fare la stessa cosa prima o poi negli Stati Uniti.
Dietro questa nuova strategia vi è un uomo soprannominato Suleiman. Invisibile e che lascia dietro di sé pochissime tracce che rendono impossibile capire cosa voglia fare e dove si trovi.
L'agente Roger Ferris della CIA viene incaricato dal suo superiore, Ed Hoffman, di indagare in merito. Ferris, rimasto ferito a una gamba in un agguato operato da agenti di Suleiman, si reca così in Giordania, dove inizia a trattare con Hani Salaam, enigmatico responsabile dei servizi segreti locali.
Non riuscendo a trovare nessun appiglio verso l'organizzazione di Suleiman, Roger Ferris suggerisce una strategia adottata dall'esercito inglese durante la Seconda Guerra Mondiale: utilizzando un cadavere, far credere che la CIA si sia già infiltrata nell'organizzazione, costringendo così Suleiman a uscire allo scoperto.
Il piano non sarà privo di pericoli.
Questo è sì un romanzo, i cui presupposti affondano in eventi davvero accaduti, ma al tempo stesso è anche una sorta di trattato giornalistico. La cosa non è casuale, in quanto l'autore è un reporter del Washington Post che per anni ha indagato sul Medio Oriente, sulle organizzazioni terroristiche e sulle strategie della CIA, che qui sono ritratte in maniera molto dettagliata.
Tuttavia, pur cercando di evitare certi tecnicismi, anche se alla fine qualcosa è inevitabile, non ci si è scordati della trama lungo la via, che si evolve in maniera naturale, dai primi attentati fino al climax finale in un continuo crescendo.
Il mondo e i personaggi qui ritratti sono quelli di persone che sono in guerra, ma con un insolito campo di battaglia: i grandi deserti e le distese della Giordania e del Libano, territori così vasti dove ci si può perdere e l'atmosfera è molto diversa da quella del mondo occidentale. Dove dunque non ci si affronta faccia a faccia, ma nascondendosi dietro le ombre oppure utilizzando la tecnologia per andare a stanare il proprio avversario.
Alcune persone sembrano annullare del tutto la propria umanità per affrontare questo conflitto, mentre altre vi si aggrappano ancora fin quando è possibile. In questo mondo c'è poco o nessuno spazio per l'amore, eppure esso viene sempre perseguito. Forse perché non vi si può rinunciare.
Non è necessariamente un romanzo patriottico, poiché se è pure chiaro chi siano i "cattivi" della situazione, chi li affronta è decisamente pronto a sporcarsi le mani, a perdere del tutto la propria empatia, pur di conseguire un'apparente vittoria. Perché è questo che la guerra provoca: il nero e il bianco vengono annullati.
E giungono tante zone di grigio che riesce difficile giudicare. Poiché alla fine non esistono tante verità o una sola verità. Quando tutto questo viene annullato, non c'è nessuna verità.

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