giovedì 11 agosto 2022

Netflix Original 70: A Futile and Stupid Gesture


Su Netflix abbiamo già visto apparire alcuni biopic, a volte incentrati su figure pubbliche note (quale il giovane Barack Obama di Barry), oppure personalità meno conosciute come Madalyn Murray O'Hair di La Donna Più Odiata d'America (The Most Hated Woman in America).
Ci sono poi personaggi ben noti negli Stati Uniti - il paese che produce più pellicole di questo genere - ma sostanzialmente sconosciuti all'estero, magari perché troppo radicati nella cultura di provenienza. Ma non per questo meno importanti.
Come nel caso di Douglas Kenney. Costui, insieme al suo amico Henry Beard, è il fondatore della rivista National Lampoon, uno dei più importanti magazine satirici e umoristici mai pubblicati. Da questa rivista è nato un impero mediatico che ha portato alla realizzazione anche di film importanti quali Animal House.
Ma, come talvolta accade, coloro che divertono il pubblico risultano essere in realtà animi tormentati e Douglas Kenney non rappresenta un'eccezione. Nell'agosto 1980, all'apice del successo ma dipendente dalle droghe, Douglas Kenney viene ritrovato morto a seguito della caduta da uno strapiombo.
La sua vita diviene oggetto di un libro biografico, pubblicato nel 2006 e scritto da Josh Karp, A Futile and Stupid Gesture: How Doug Kenney and National Lampoon Changed Comedy Forever. L'opera viene adattata da John Aboud e Michael Colton, per un film diretto da David Wain distribuito su Netflix a partire dal 26 gennaio 2018. A interpretare Douglas Kenney troviamo Will Forte, mentre nella parte di Henry Beard vi è Domhnall Gleeson.
Il film copre un periodo di tempo che va dal 1964, l'anno in cui Douglas Kenney entra ad Harvard e conosce Henry Beard, passando per gli anni magici di National Lampoon, rivista capace in certi casi di vendere oltre un milione di copie, fino ad arrivare alla breve esperienza cinematografica di Kenney e la sua tragica scomparsa nel 1980.
L'atmosfera di rivoluzione culturale che caratterizza i seventies - il decennio maggiormente prominente nella pellicola - viene catturata in maniera efficace e, senza cercare giustificazioni o nascondere la cosa, ma nemmeno pronunciando un mea culpa, viene anche ben spiegato come tale rivoluzione umoristica fosse all'epoca più appannaggio dei bianchi che dei neri.
Rispetto ad altri biopic, il film è consapevole dei trucchi che il cinema adotta per questo particolare genere e - sulla scia dell'umorismo di Kenney - qua e là se ne fa beffe (scherzando sulle necessarie libertà artistiche, su certi stratagemmi narrativi e sulle presunte somiglianze tra attori e personaggi reali), non rinunciando però mai a una pretesa di veridicità.
Non è un'opera drammatica, pur avendo in sé elementi di drammaticità: è uno sguardo a un'epoca passata fatto in maniera non nostalgica, senza mitizzare a tutti i costi i tempi che furono. Per ricordare, come è giusto che sia, una certa comicità che oggi - per mutate condizioni sociali - è difficile riproporre e le persone, non solo Douglas Kenney, che hanno caratterizzato quell'epoca.

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