lunedì 15 aprile 2024

Disney+ Original 24: Chang a Canestro


Lo sport - e i film sugli sport - si rivela spesso un argomento perfetto per narrare storie di integrazione e accettazione. Dopotutto, se uno è bravo da un punto di vista atletico, quale importanza possono avere il suo credo religioso o la sua provenienza?
Storie di integrazione di campioni sportivi si sono viste anche in Italia, neanche a dire nel calcio che è lo sport più popolare da sempre, ma anche nell'atletica o nella pallavolo. Negli Stati Uniti, invece, che rappresentano un crogiolo di culture, vi sono varie altre discipline che catturano l'attenzione del pubblico, come il football... o il basket.
E il basket e la sua capacità di far realizzare certi sogni sono oggetto del film Chang a Canestro (Chang Can Dunk), scritto e diretto da Jingyi Shao e distribuito su Disney+ a partire dal 10 marzo 2023.
Chang (Bloom Li) è un sedicenne, immigrato di seconda generazione, fan di Kobe Bryant e appassionato di musica. Durante le lezioni di ginnastica viene continuamente prevaricato dal coetaneo Matt (Chase Liefeld), più forte e abile atleticamente.
Le cose si complicano in maniera ulteriore con l'arrivo nella scuola di Kristy (Zoe Renee), una ragazza da cui Chang rimane subito affascinato. Per dimostrare di valere qualcosa agli occhi della gente, Chang scommette con Matt che in poche settimane sarà in grado di effettuare una schiacciata a canestro.
Ora però il ragazzo, che è alto neanche un metro e settanta, deve trovare un modo per vincere questa scommessa, da cui dipende anche il suo futuro.
Ormai anche in Italia è ben presente una fascia di popolazione nota come immigrati di seconda generazione (anche di terza, a dire il vero). Ovvero ragazzi figli di immigrati ma nati su territorio italiano. Che dunque parlano italiano in maniera fluente, studiano in scuole italiane e, una volta entrati nel mondo del lavoro, pagano le tasse in Italia.
Un fenomeno ben presente anche negli Stati Uniti, che in questi ultimi anni hanno visto arrivare flussi di immigrazione differenti dal passato e che coincidono coi nostri, ovvero di persone provenienti dai paesi orientali, i quali hanno una cultura differente e si devono ambientare in una società con le proprie regole e consuetudini.
Regole e consuetudini che non si applicano talvolta ai loro figli, poiché nascono circondati da esse. Nonostante questo, alcuni devono lottare - in una società spesso ottusa e conservatrice - per farsi accettare.
E la storia di Chang alla fine è proprio questo: il più classico dei racconti di integrazione, di un ragazzo che è escluso da una certa parte della scuola da lui frequentata e al tempo stesso accettato per quello che è da un'altra parte, composta perlopiù di reietti come lui.
La sfida che lui lancia diventa dunque una (evidente) metafora di come per fare parte di quella parte che non lo accetta occorra rispettare certi standard - e per una volta la provenienza o il colore della pelle contano davvero poco - e adeguarsi, come diceva il Principe.
Ma sarà davvero questo il modo migliore per integrarsi? O forse Chang ha già a disposizione tutti gli strumenti per conseguire la propria felicità? La risposta arriverà coi dolori della crescita e il confronto coi suoi coetanei e con la madre, nata in Giappone.
Poiché l'accettazione degli altri passa anche dall'accettazione di sé stessi.

domenica 14 aprile 2024

A scuola di cinema: Mosca a New York (1984)

1905: Da un treno in movimento salta una persona, seppur questo possa costargli la vita. Costui, originario di Kiev, è un soldato dell'esercito russo, il quale è insofferente rispetto all'autoritario regime zarista. Con molte difficoltà, il soldato si imbarca su una nave, diretta verso gli Stati Uniti. Su questa stessa nave incontra la futura moglie.
Giunta negli Stati Uniti, la coppia riesce a costruirsi una nuova vita e i due coniugi hanno dei figli, i quali a loro volta si creano una famiglia e hanno dei figli. Uno di questi è il futuro regista Paul Mazursky, che dalla storia di suo nonno e della sua famiglia molti anni dopo trae spunto per una pellicola.


Dopo aver lavorato con profitto, insieme allo sceneggiatore Leon Capetanos, per il film Tempesta (Tempest), Paul Mazursky decide di rinnovare la collaborazione con lui prendendo come riferimento - partendo dalle esperienze del nonno - le storie di immigrazione del popolo russo.
Il completamento della sceneggiatura si rivela lungo e laborioso e va avanti per quasi un anno, poiché i due autori decidono di portare avanti un importante lavoro di indagine e ricerca sul campo, intervistando molti immigrati russi che vivono a New York e Los Angeles.
Dopo il completamento della prima bozza, Paul Mazursky e Leon Capetanos visitano per tre settimane circa le città russe di Kiev, Mosca e San Pietroburgo, dove intervistano alcuni residenti del luogo, scoprendo che costoro, anche se potessero andarsene dal paese e questo migliorerebbe la loro vita, si lascerebbero comunque alle spalle qualcosa di importante per la loro esistenza, inoltre sarebbero costretti ad abbandonare la loro famiglia.
La sceneggiatura viene infine opzionata dalla Columbia Pictures, mentre nel frattempo Paul Mazursky cerca un attore adatto che possa interpretare il personaggio principale, Vladimir Ivanov. La sua scelta ricade infine su Robin Williams, per la sua capacità di essere sempre in bilico tra ironia e dramma e di passare dall'una all'altro con abilità e semplicità.
Nei mesi che rimangono prima dell'inizio delle riprese, per prepararsi al meglio alla parte, l'attore studia le consuetudini dell'allora Unione Sovietica, comincia a prendere lezioni di russo da un attore madrelingua e al contempo anche delle lezioni di musica per imparare a suonare il sassofono, caratteristica del suo personaggio.
La dedizione di Robin Williams nel padroneggiare come suonare questo strumento musicale si rivela aldilà delle aspettative, tanto che il suo insegnante afferma infine che in pochi mesi ha raggiunto un livello di abilità che di solito chiunque altro raggiunge in due anni.
Anche la padronanza della lingua russa, con lezioni giornaliere di cinque ore, arriva a un buon livello, tanto che alla fine l'attore è in grado, oltre che a non far sentire troppo il proprio accento americano, di intrattenere una conversazione con gli attori russi presenti sul set.
Le riprese iniziano in via ufficiale l'undici luglio 1983.
Come noto all'epoca era praticamente impossibile ottenere un autorizzazione dalle autorità russe per girare in loco, ancor più se si trattava di una produzione americana.
Dopo aver ispezionato alcune città, tra cui Stoccolma, Vienna ed Helsinki, Paul Mazursky decide che la migliore location per le riprese ambientate in Russia sia Monaco di Baviera, dove peraltro vivono molti russi e dove è presente uno studio cinematografico - Bavaria Studios- nel quale si possono ricreare le strade di Mosca durante il periodo invernale senza dover chiedere lunghe e burocratiche autorizzazioni per scene in esterno.
Dopo circa un mese di riprese, la troupe si trasferisce a New York, per continuare e concludere la lavorazione.
Nell'intento di dare maggiore autenticità alla pellicola, il regista Paul Mazursky decide di utilizzare, come comparse o per dei ruoli secondari, attori di nazionalità russa, che vengono trovati tramite apposite agenzie di casting o inserendo degli annunci su quotidiani in lingua russa presenti nelle città di Monaco e New York.
Tra questi attori vi è Saveliy Kramarov, che in una sorta di esempio di realtà che imita l'arte aveva defezionato dall'Unione Sovietica, rinunciando a una brillante carriera cinematografica in madrepatria in cambio di una nuova vita e libertà religiosa.
Anche negli Stati Uniti, tuttavia, Saveliy Kramarov ha la possibilità di continuare a recitare e questo film rappresenta la sua prima produzione americana (ironicamente, interpreta la parte di un agente del KBG, i servizi segreti dell'allora Unione Sovietica), e altre ne seguiranno negli anni successivi.
Mosca a New York (Moscow on the Hudson) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 6 aprile 1984. A fronte di un budget di 13 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare 25 milioni di dollari.
C'è qualcuno che non è molto felice di questo e non per motivazioni prettamente cinematografiche. Si tratta dell'artista Saul Steinberg. Costui, notando il poster che accompagna l'uscita del film, dove è presente una vista dall'alto della città di New York, cita in giudizio la produzione, affermando che tale poster ha copiato una sua illustrazione pubblicata sulla copertina della rivista New Yorker nel marzo 1976, View of the World from 9th Avenue.
Nel 1987 un tribunale di New York si pronuncia infine in favore del querelante, poiché anche a un primo sguardo di un non esperto si possono notare delle similarità, e per questo a Saul Steinberg viene concesso un risarcimento.
Alcuni anni dopo, Paul Mazursky concepisce l'idea per un sequel, intitolato Moscow on the Rocks, di cui arriva a scrivere anche la sceneggiatura. In questo seguito il protagonista è ancora Vladimir Ivanov, ora divenuto un importante ma al tempo stesso spietato uomo d'affari, che utilizza perlopiù manodopera a basso costo composta da immigrati.
La situazione cambia quando Vladimir ritorna in Russia, in uno scenario politico diverso da quello che aveva lasciato, per festeggiare il matrimonio di sua sorella e al tempo stesso innamorarsi di una dottoressa del posto.
Per anni il regista cerca di farsi dare il via libera per questo progetto ma, unito al fatto che nel frattempo Robin Williams è divenuto una star di primo piano ed è molto più richiesto rispetto al passato, esso non va mai in porto. Ogni residua possibilità svanisce infine con la scomparsa sia di Paul Mazursky che di Robin Williams, avvenute ironicamente nello stesso anno, il 2014.
E questa è la fine della storia.

sabato 13 aprile 2024

A scuola di cinema: American Gigolò (1980)

1976: Mentre sta tenendo lezioni di sceneggiatura presso l'aula di cinema della UCLA (University of California, Los Angeles), lo scrittore Paul Schrader tenta di dare alcuni input agli studenti in merito alle professioni dei protagonisti dei film.
Nel corso di queste lezioni, Paul Schrader rimane intrigato dall'idea di una figura maschile che si guadagni da vivere come Gigolò, definendolo un "American Gigolo". Così intrigato da scriverne infine una sceneggiatura, nello stesso anno in cui esce nelle sale cinematografiche un altro film da lui ideato e del tutto diverso, Taxi Driver. Questo rappresenta il primo passo verso la produzione di una celebre pellicola.


Poco meno di due anni dopo, la sceneggiatura di Paul Schrader viene opzionata dalla Paramount Pictures. Nel gennaio del 1978 viene trovato e messo sotto contratto l'attore protagonista, John Travolta, per il ruolo principale di Julian Kay, dietro un compenso di due milioni di dollari. All'epoca John Travolta è sulla cresta dell'onda grazie al successo de La Febbre del Sabato Sera (Saturday Night Fever), prodotto sempre dalla Paramount.
La partecipazione di John Travolta al progetto non si limita solo alla firma del contratto. L'attore, infatti, si reca a Milano, dove lo stilista Giorgio Armani prepara per lui circa 30 vestiti modellati sulla sua figura, da utilizzare durante le riprese. Sfruttando uno di questi vestiti, John Travolta compare in un annuncio pubblicitario sulla rivista Variety per annunciare la sua futura partecipazione al film.
Le cose, però, precipitano in maniera rapida. In quello stesso anno, Helen Cecilia Burke, la madre dell'attore, muore e il padre Salvatore si ammala in maniera grave. John Travolta rimane accanto alla sua famiglia e così l'inizio delle riprese, previsto per il 1978, viene spostato all'inizio dell'anno successivo.
Qualche tempo dopo, però, John Travolta chiede di poter avere la parola decisiva sul montaggio finale, ma Paul Schrader non è molto accondiscendente al riguardo. A chiudere la questione, alla fine dell'anno esce il film Attimo per Attimo (Moment by Moment), il quale si basa su un presupposto della sceneggiatura di Paul Schrader, ovvero la relazione tra un uomo giovane e una donna matura. Un film che si rivela un tremendo flop.
Temendo che un simile destino possa capitargli ancora, John Travolta si ritira dunque dal progetto, ma decide di tenere per sé l'intero set di vestiti preparato da Giorgio Armani, anche perché concepito esclusivamente su di lui.
Dovendo trovare un sostituto in tempi rapidi, la Paramount offre la parte e un compenso di un milione di dollari a Christopher Reeve, ma l'attore ritiene che non ci sia il tempo necessario per prepararsi in maniera adeguata e decide dunque di rinunciare.
A quel punto la produzione si rivolge a quella che era la prima scelta di Paul Schrader, ovvero Richard Gere. Costui all'epoca ha già qualche film all'attivo, ma non è ancora una star di successo come John Travolta o Christopher Reeve.
Questo permette alla Paramount di offrirgli un ingaggio di soli 350.000 dollari, più una percentuale degli incassi della pellicola. Intrigato dal personaggio e dalla sceneggiatura, Richard Gere accetta comunque la parte, nonostante abbia solo due settimane di tempo per prepararsi.
Il lungo processo di casting del protagonista ha effetti anche sull'assegnazione del ruolo della protagonista femminile, Michelle Stratton. In principio, infatti, la parte viene proposta a Jessica Lange, che ritiene tuttavia la trama troppo cupa. Viene messa dunque sotto contratto Julie Christie ma, a seguito dei ritardi nella produzione, viene tenuta un'audizione a Glenn Close.
Al suo arrivo l'attrice trova otto persone sedute attorno a un tavolo e John Travolta sdraiato su un letto. Glenn Close non ricorda le battute che deve pronunciare, così come Travolta del resto, ma questo a quanto pare non è l'obiettivo principale dell'audizione, che vuole vedere se possa scattare una chimica lavorativa tra i due protagonisti e se l'attrice sia in grado di essere seducente. L'esperienza si rivela per Glenn Close, infine, decisamente umiliante.
Si opta infine, dopo l'abbandono di John Travolta, per un'altra scelta di Paul Schrader, ovvero Lauren Hutton.
Per rientrare dalle spese già sostenute e in virtù del fatto che al film non partecipano più attori di rilievo, la Paramount prende la decisione di quasi dimezzare il budget originario.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 13 febbraio 1979, tenendosi a Los Angeles, Malibu e Beverly Hills, per concludersi a metà aprile del 1979.
American Gigolò (American Gigolo) viene distribuito nei cinema americani a partire dal primo febbraio 1980. A fronte di un budget di poco inferiore a 5 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale oltre 52 milioni di dollari.
Al successo del film contribuisce anche la colonna sonora, composta da Giorgio Moroder, e in particolar modo la canzone Call Me, concepita dallo stesso Moroder in collaborazione con la cantante Debbie Harry, del gruppo Blondie. Questa canzone diviene in breve tempo una hit internazionale.
La pellicola diventa anche una sorta di product placement involontario per la casa di moda guidata da Giorgio Armani, il quale ha fornito un nuovo set di vestiti per Richard Gere, ma che è uno stilista a quel tempo poco noto negli Stati Uniti, contribuendo così alla diffusione del suo marchio anche in questa nazione.
Oltre quarant'anni dopo l'uscita del film, nel 2022, American Gigolò ritorna sotto forma di una serie televisiva prodotta da Jerry Bruckheimer, il produttore del film stesso, la quale viene trasmessa sulla rete Showtime, con Jon Bernthal e Gretchen Mol nei ruoli che furono di Richard Gere e Lauren Hutton.
La serie si pone come un vero e proprio sequel della pellicola, ambientato circa 15 anni dopo, che vede Julian Kay tentare di riprendere i rapporti con Michelle Stratton cercando al contempo di trovare il proprio posto in una Los Angeles molto diversa da quella a cui era abituato e dove il sesso è divenuto una vera e propria industria.
La serie incontra molte difficoltà, incluso il licenziamento dello showrunner David Hollander, e viene cancellata dopo una sola stagione composta da otto episodi.
La carriera di Richard Gere, invece, a seguito di questa pellicola, decolla permettendogli di divenire una star di primo piano. Un successo che viene confermato dal film successivo, Ufficiale e Gentiluomo (An Officer and a Gentleman)... ma questa è un'altra storia.

venerdì 12 aprile 2024

Fabolous Stack of Comics: Fear Agent - Me Contro Me


Stiamo per giungere alla stretta finale della serie Fear Agent. Dopo i travagli che il martoriato protagonista, Heath Huston, ha dovuto affrontare, è tempo che si prenda la sua rivincita sugli eserciti alieni dei Dresseniani e dei Tetaldiani, che hanno devastato la Terra e distrutto la sua esistenza.
Nella saga precedente, Colpo Basso, Heath Huston stava passando al solito dei grossi guai. Mentre Mara trovava la sua fine in un atto di vendetta non portato a termine, l'ultimo dei Fear Agent finiva prigioniero in un arena di gladiatori, salvo poi precipitare in un portale dimensionale, verso morte certa... apparente.
Così non è, infatti, e Heath Huston ricompare nella penultima saga Me Contro Me (I Against I), scritta da Rick Remender e disegnata da Tony Moore.
Fuoriuscito dal portale dimensionale ancora miracolosamente vivo, Heath Huston si ritrova catapultato su un altro pianeta, dove è presente una città che sembra fuoriuscita da un film western classico e dove predominano gli antichi valori religiosi e uno stile di  vita puritano. Qui ritrova la moglie Charlotte, sopravvissuta anche lei a un attacco dei Tetaldiani.
La città, tuttavia, di pacifico e tranquillo non ha proprio nulla. Vi è una spietata forza di polizia che la sorveglia e la tormenta: e a capo di essa vi è una vecchia conoscenza di Heath Huston. Qualcuno che lui conosce come le sue tasche.
Nella vita di un alcolista incallito giunge prima o poi il momento in cui si tocca il fondo. E a quel punto ci sono due strade: continuare a rimanere sul fondo e lasciarsi andare, oppure trovare il modo di reagire e risalire. Si dice spesso che solo quando tocchi il fondo comprendi la gravità dei tuoi errori e puoi provare a rimediare.
Questo è sicuramente vero per Heath Huston. Dopo le prime due saghe in cui appariva come una sorta di tragica vittima delle circostanze e le saghe più recenti che ci hanno mostrato invece i suoi lati più oscuri, questo personaggio aveva toccato il fondo.
Per via di quello che ha passato, ma anche per via del fatto che ha scoperto di avere ancora qualcosa per cui vivere (la ritrovata moglie, una figlia), a partire da questo penultimo ciclo - meglio tardi che mai, dopotutto - il protagonista comincia la sua decisa risalita dal baratro.
Ammette dunque gli errori del proprio passato, guardandosi metaforicamente allo specchio, e inizia a combattere per garantire un futuro ai propri cari e all'umanità tutta, abbandonando al contempo i suoi vizi deleteri.
E quale modo migliore di dimostrarlo se non affrontando una sua versione spietata e corrotta? L'Heath Huston malvagio che compare in questo ciclo è come avrebbe potuto diventare il protagonista se avesse proseguito nella sua parabola distruttiva. Il fatto che si confronti letteralmente col suo peggior incubo, ovvero sé stesso, lo mette di fronte alle proprie fragilità e gli fornisce allo stesso tempo quella spinta morale che lo instrada verso un nuovo percorso.
Mr. Hyde che si trova dunque di nuovo di fronte al Dr. Jekyll, solo che stavolta c'è in gioco il destino di un intero pianeta. Anzi, svariati pianeti. Ma la semplice forza di volontà sarà sufficiente? Solo l'ultimo ciclo potrà darci la risposta.

mercoledì 10 aprile 2024

Italians do it better? 42: Bentornato Presidente (2019)


In Benvenuto, Presidente! abbiamo conosciuto l'onesto e simpatico Giuseppe "Peppino" Garibaldi. Un uomo che, per uno strano scherzo del destino, è divenuto Presidente della Repubblica e che nel suo piccolo ha cambiato le cose e ha trovato l'amore.
Ma si sa che l'Italia ha l'abitudine di ricadere negli stessi errori di un tempo e dunque occorre che il nostro eroe faccia il suo trionfale (?) ritorno. Il tutto avviene in Bentornato Presidente, diretto da Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, scritto da Fabio Bonifacci e Nicola Giuliano e distribuito nei cinema nel marzo 2019.
Sono alcuni passati alcuni anni da quando Peppino Garibaldi (Claudio Bisio) è stato eletto Presidente della Repubblica. Ormai costui vive nel suo piccolo paese di nascita insieme alla moglie Janis Clementi (Sarah Felberbaum) e alla figlia ed è del tutto disinteressato dalle faccende politiche italiane.
Tuttavia, quando Janis viene richiamata a Roma per risolvere una misteriosa e impellente crisi, Peppino Garibaldi per amore decide di seguirla. Tuttavia è molto difficile avere contatti con lei all'interno delle stanze del potere. L'unico modo è trovare dei contatti nei nuovi partiti politici emersi durante la sua assenza e divenire... Presidente del Consiglio!
Giustamente, dopo la Presidenza della Repubblica, Peppino Garibaldi non poteva che ambire all'altra importante carica presidenziale italiana. Con un approccio abbastanza all'americana, tra complotti internazionali e personaggi che vanno oltre il paradosso (ovvero le parodie dei politici Matteo Salvini e Luigi Di Maio), vi è anche una procedura tipica delle produzioni americane, ovvero il recasting, con Sarah Felberbaum che subentra a Kasia Smutniak e qualche altro attore di contorno che trova un nuovo volto.
La cosa non risulta di sicuro confusionaria, ormai siamo abituati a simili procedure, ma altrettanto certamente è ben evidente.
Anche la trama pare molto debitrice di certe produzioni americane, con Claudio Bisio nell'insolita parte dell'eroe riluttante che - per ritrovare il suo amor perduto - deve affrontare una sfida che pare aldilà delle sue capacità (che già di per sé sono scarse).
Il tutto, concepito dagli autori del primo film, probabilmente per cercare di dare un tono diverso a questo sequel e non renderlo un semplice copia e incolla del film precedente, pur partendo dalla stessa situazione paradossale di base.
Al tempo stesso, però, il pubblico che vuole cose nuove vuole anche trovare i personaggi di un tempo e quindi via libera alle situazioni comiche, anche se non satiriche, coi politici dei nuovi partiti che sono "peggio di quelli precedenti", realizzando così la profezia di Peppino Garibaldi alla fine del primo film, e Claudio Bisio che può scatenare la sua verve comica. Alla fine è lui che prevale su tutti.
E c'è anche un messaggio di fondo, come nel primo film, un messaggio che vuole essere rassicurante ma al contempo anche esortativo. Però si sa che gli italiani sono fatti in un certo modo e quindi, come in una pellicola americana, avremo una scena post-credit che risulterà alla fine abbastanza sorprendente e destabilizzante.
Quando ci si ispira agli americani inserendo il tutto in un contesto italiano in maniera abile, ne può anche uscire fuori un discreto prodotto. Discreto e... paradossale, anche, come questo insolito ciclo composto da due film.

lunedì 8 aprile 2024

Italians do it better? 41: C'è Ancora Domani (2023)


L'Italia che esce dalla Seconda Guerra Mondiale è una nazione sconfitta, messa in ginocchio dalle folli scelte di un dittatore che si è alleato con un altro dittatore che ha compiuto scelte ancora più folli. E milioni di vittime sono lì a testimoniarlo.
L'Italia, dunque, dell'anno successivo al 1945, l'ultimo anno del conflitto, è una nazione che cerca con fatica di rimettersi in piedi, subissata da una forte crisi economica, una povertà diffusa e un'occupazione militare temporanea. Una nazione in cui, tuttavia, sta anche emergendo la figura femminile.
Così come si può vedere in C'è Ancora Domani, diretto da Paola Cortellesi, scritto da Paola Cortellesi, Furio Andreotti e Giulio Calenda e distribuito nei cinema nell'ottobre 2023.
Maggio 1946: Mentre sta per arrivare il giorno della votazione per decidere tra la Monarchia e la Repubblica, in un quartiere degradato di Roma vive Delia Santucci (Paola Cortellesi). Costei viene costantemente dileggiata e schiaffeggiata dal marito Ivano (Valerio Mastandrea), il quale a volte perde il controllo arrivando a pestarla in maniera significativa, di fronte all'impotenza e al silenzio dei figli, tra cui vi è la figlia Marcella (Romana Maggiora Vergano).
Delia dà il proprio contributo alla famiglia, facendo vari lavori sottopagati - alcuni dei quali solo perché è una donna - ma stringendo anche un'insolita amicizia con un soldato americano, pur non capendosi i due.
La vita della famiglia Santucci sta per svoltare quando Marcella annuncia il fidanzamento col rampollo di una famiglia benestante, nonostante questa sia osteggiata nel quartiere in quanto probabilmente è stata collaborazionista dell'esercito tedesco. Al contempo, Delia riceve una misteriosa lettera che nasconde a tutti e che potrebbe cambiare la sua vita.
Ci troviamo di fronte a una sorta di fotografia - per certi versi romanzata con inserti musicali moderni che ben si adattano al contesto (secondo me per attenuare i toni che altrimenti si sarebbero rivelati troppo cupi), per altri versi esasperata ma partendo da uno scenario storico ben presente dell'epoca - di un importante periodo della società italiana. E che dunque, come le fotografie di quel periodo, si presenta in un affascinante bianco e nero.
Tale periodo viene incarnato da vari personaggi, ma in particolar modo dai personaggi interpretati da Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea (entrambi bravissimi, a mio avviso, e avevano già dimostrato un'alchimia perfetta in un contesto drammatico con Figli) e dalla figlia Marcella.
Costoro sì rappresentano il passato di uno spaccato della società italiana, dominata dalla figura del "padre di famiglia" e da una preminente violenza domestica a cui qualcuno più anziano avrà assistito in passato, anche dopo la nascita della Repubblica. Ma ne rappresentano anche il futuro, il futuro di un'Italia che sta per cambiare tramite un significativo evento.
Suddetto evento sarà la molla che permetterà all'apparentemente timida e remissiva Delia di trovare il proprio riscatto sociale e personale, affrancandosi dal marito, e potendo dare così alla figlia un futuro che prima con ogni probabilità le sarebbe stato negato.
A contorno di questo troviamo una Roma che sembra uscita dai film di Roberto Rossellini, preda della povertà ma dove è anche presente la volontà della popolazione di andare avanti, pur ricommettendo a volte gli errori del passato. Errori che, lo sappiamo bene, poi si sono ripresentati. Ma questo non ha impedito che la società italiana andasse avanti e - pur a suo modo - progredisse.
E se lo ha fatto, è stato anche alle tante Delie senza nome che hanno contribuito a tutto questo.