martedì 11 agosto 2026

Netflix Original 207: La Donna alla Finestra


La suspense, il terrore, possono essere presenti anche in luoghi piccoli. Quei posti che crediamo di conoscere a menadito, che sentiamo come parte di noi e che non riteniamo possano presentare dei pericoli, e invece...
Sembra quasi superfluo dirlo, ma Alfred Hitchcock è stato un maestro di questo tipo di suspense, che trova la sua esemplificazione in film come Nodo alla Gola o La Finestra sul Cortile.
Ed echi hitchcockiani possono ritrovarsi in La Donna alla Finestra (The Woman in the Window), diretto da Joe Wright, scritto da Tracy Letts e distribuito su Netflix a partire dal 14 maggio 2021.
Anna Fox (Amy Adams) da tempo è barricata in casa per sua scelta e rifiuta di uscire anche solo per pochi secondi. La sua unica compagnia è il vicino di casa David (Wyatt Russell) e passa il suo tempo guardando vecchi film.
Questa routine viene interrotta dall'arrivo di nuovi vicini di casa, i Russell, il figlio Ethan (Fred Hechinger), la madre (Julianne Moore) e il padre Alistair (Gary Oldman).
Quando la madre viene dunque assassinata, con Anna Fox a osservare il tutto da casa sua, quest'ultima denuncia il fatto alla polizia, ma l'attende una sorpresa. La donna infatti è ancora viva, ma non è quella che Anna ha incontrato. Possibile che la donna - a causa di un trauma subito in passato - stia impazzendo?
I tempi cambiano e cambiano anche i background dei personaggi. Se nel film di Hitchcock - degnamente omaggiato senza nascondere la cosa - il personaggio interpretato da James Stewart era costretto a restare a casa per via di un infortunio, ora la protagonista di questa pellicola rimane a casa per via di traumi moderni che il regista inglese non poteva/voleva analizzare.
L'agorafobia, il rifiuto di un trauma passato, il non accettare una perdita. Anche se le motivazioni appaiono chiare pur a uno spettatore poco attento, pian piano viene svelato il mosaico che va a rimettere insieme l'identità della protagonista e la sua psiche spezzata.
Psiche che - nella migliore delle tradizioni - si ricompone grazie a un altro trauma che invece che ucciderla la rende alla fine più forte e determinata.
Oltre a La Finestra sul Cortile, ho qui trovato echi anche di un'altra pellicola di Alfred Hitchcock, La Signora Scompare.
Quella che è la prospettiva di Anna Fox diviene la prospettiva del regista e nostra, mentre attraversiamo quella che appare quasi in principio come una visione onirica, salvo poi progredire e divenire più concreta e reale mano a mano che la trama procede. Fino a quando Anna Fox esce di nuovo all'aperto e, letteralmente, rinasce a nuova vita dopo aver rischiato di perderla, quella vita.
Si tratta di un film che vuole mescolare un po' le carte in tavola, non troppo, giusto un poco, rispetto a temi consolidati. Su binari narrativi in ogni caso a molti più che noti. Un mix che cerca di mettere insieme passato e presenti, tempi più diversi (non necessariamente migliori) con tempi più frenetici e complicati.

lunedì 10 agosto 2026

Netflix Original 206: Rebel Moon Capitolo 1 - Calice di Sangue


Gli scenari galattici, dove sono presenti molte razze insieme agli esseri umani, dominano gli schermi cinematografici da molto tempo. E seppure non sia stato il primo esempio in tal senso, non esiste comunque scenario più ampio, intricato e longevo di quello di Star Wars...
Ma non è di questo che parleremo ora, anche se la pellicola in questione parte da un progetto per Star Wars mai approvato. Si tratta di Rebel Moon Capitolo 1 - Calice di Sangue, diretto da Zack Snyder, scritto da Zack Snyder, Shay Hatten e Kurt Johnstad e distribuito su Netflix a partire dal 22 dicembre 2023.
Da innumerevoli secoli la galassia è dominata dal Mondo Madre che tramite i suoi generali sparge terrore e distruzione nei pianeti che la compongono.
Su uno di questi, popolato da contadini e agricoltori, giunge una nave al cui comando vi è Atticus Noble (Ed Skrein), che uccide senza rimorso il leader del villaggio e schiavizza la popolazione.
A ribellarsi a questa situazione vi è Kora (Sofia Boutella), un tempo soldatessa al servizio del Mondo Madre, che inizia a cercare altri guerrieri vessati dalla dittatura militare per cercare di rovesciarla una volta per tutte.
Per Kora è anche un modo per liberarsi di un ingombrante passato che la perseguita da tempo.
Star Wars, ma con più sangue, sesso e scene al rallenty. Se volessimo ridurre ai minimi termini la cosa. Gli scenari galattici non sono ovviamente prerogativa della LucasFilm e ogni tanto si cerca di trovare una strada alternativa al modello imperante.
Ma, almeno in questo caso, il modello imperante si vede molto bene, seppur nascosto da una patina che viene via alla prima sfregatura. Ci sono pure le spade laser.
In realtà il regista ha voluto costruire un universo alla Star Wars che abbandoni dietro di sé ogni elemento fiabesco o di onore per creare un'atmosfera opprimente e oscura, ricalcante (a mio avviso) quella vista nei prodotti collegati al DC Extended Universe.
Dove dunque le dittature galattiche sono guidate unicamente da esseri spietati privi di qualsiasi empatia e chi incrocia la loro strada è destinato a soffrire.
E la ribellione in questi casi può arrivare solo dal basso: contadini, schiavi, madri a cui sono stati uccisi i figli e infine... chi da quel mondo oscuro proviene e ha cercato invano di lasciarselo alle spalle.
Peccato che, a parte il legittimo desiderio di affrancarsi dalla tirannia, i protagonisti risultino poi dei gusci quasi vuoti e sembrano agire solo perché non hanno altro da fare. In contrasto, il villain risulta davvero un villain carismatico, seppur ridotto alla classica figura del malvagio che fa del male agli altri perché gli piace, un Darth Vader che non ha mai incontrato un Obi-Wan lungo la via ed è stato preso subito sotto la tutela dell'Imperatore.
Si sa bene che questo è un progetto al momento incompiuto e che rischia di rimanere tale per sempre, ma può sempre esserci... una nuova speranza.

domenica 9 agosto 2026

Italians do it better? 79: Se Mi Vuoi Bene (2019)


La depressione non è un male così semplice da analizzare, tante possono essere le sue cause e le sue sfaccettature. Ed è qualcosa che può capitare a tutti, gente povera come benestante.
Quindi questa tematica così ampia non può non essere trattata anche in ambito cinematografico, e inevitabilmente in chiave drammatica, come in Melancholia.
Inevitabilmente? Forse non del tutto. C'è anche Se Mi Vuoi Bene, diretto da Fausto Brizzi, scritto da Fausto Brizzi, Martino Coli, Herbert Simone Paragnani e Mauro Uzzeo e distribuito nei cinema nell'ottobre 2019.
Diego Anastasi (Claudio Bisio) decide di suicidarsi in quanto ritiene che nessuno dei suoi amici o dei suoi parenti gli voglia davvero bene e tenga a lui. Tuttavia, per uno strano scherzo del destino, il suo tentativo di suicidio non riesce.
Poco tempo dopo, Diego scopre quasi per caso un locale chiamato Chiacchiere, gestito da Massimiliano (Sergio Rubini). L'amicizia che ne nasce porta Diego a voler migliorare la vita delle persone che ruotano intorno a lui (i genitori, l'ex moglie, il fratello e altri).
Ma le sue buone intenzioni incontrano presto molte difficoltà.
Siamo dalle parti del consueto prodotto rassicurante rivolto a un ampio pubblico. La depressione - le cui cause per il personaggio vengono appena accennate all'inizio e poi non più approfondite - diviene dunque solo il pretesto per descrivere la vita di un uomo che giunge al più basso della propria esistenza, tanto che intende porvi fine, salvo poi risalire la china.
Una china, un percorso, lungo il quale ci si imbatte in quelli che sono i valori più consolidati. Dunque l'amore verso i propri genitori, l'affetto verso la figlia e soprattutto i rapporti di amicizia. E sullo sfondo una storia d'amore che inizia a prendere forma (narrato bene questo ultimo aspetto, a mio avviso).
Valori che chiaramente incontrano e si scontrano con alcuni ostacoli, quali le dinamiche familiari e le differenti personalità che entrano in contrasto tra loro, i quali vengono comunque superati perché, alla fin fine, ci si vuole tutti bene e siamo tutti una grande famiglia (scusate se ho banalizzato il concetto, però...).
Viene anche inserito qualche elemento drammatico, il quale tuttavia viene soverchiato da quella che è l'atmosfera da commedia che pervade tutta la pellicola, con scenette tra il comico e - in alcune occasioni - il surreale. E un discreto cast di contorno attorno al protagonista a portare avanti le varie dinamiche narrative.
Non aspettatevi dunque un prodotto epocale, ma nemmeno qualcosa da scartare interamente a priori. Bene o male, chiunque ha affrontato dei momenti difficili nel corso della sua vita. Ed è stato in quei momenti che ha capito su chi poteva contare davvero.

sabato 8 agosto 2026

Italians do it better? 78: Hey Joe (2024)


Si sono visti in passato attori americani o inglesi, ma anche di altre nazionalità, che hanno lavorato per prodotti italiani. Nel lontano passato, molti film non utilizzavano la presa diretta ed erano pensati sin dal principio per essere doppiati, permettendo così ad attori non italiani di lasciare la propria personale impronta.
Esempi famosi  in tal senso sono i film western diretti da Sergio Leone o i thriller di Mario Bava, Dario Argento e Lucio Fulci. Una tradizione che poi è stata in gran parte abbandonata.
Una piccola reminiscenza di quei tempi si ha con Hey Joe, diretto da Claudio Giovannesi, scritto da Claudio Giovannesi e Maurizio Braucci e distribuito nei cinema nel novembre 2024.
Dean Barry (James Franco), reduce della Seconda Guerra Mondiale, di stanza durante la Campagna d'Italia, scopre poco più di vent'anni dopo il termine del conflitto di essere il padre di un ragazzo, Enzo (Francesco di Napoli), avuto da una relazione con una ragazza di Napoli ormai deceduta.
L'ex soldato si reca dunque presso la città partenopea e tenta di allacciare i rapporti col figlio, il quale però è al servizio di un boss criminale ed è dedito a spaccio di sigarette di contrabbando e sostanze stupefacenti leggere.
In principio, Enzo non intende saperne di questa parentela, ma ben presto le circostanze avvicineranno i due.
Questo film risulta in primo luogo interessante perché è uno dei primi tentativi, forse addirittura il primo, di James Franco di rifarsi una reputazione dopo una pausa forzata di cinque anni. Poiché la sua carriera attoriale americana è stata stroncata - in tutto o in parte, questo sarà da vedere - a seguito di comprovate accuse di molestie sessuali.
E se gli Stati Uniti sono per lui tabù, le produzioni estere non hanno invece problemi a inserirlo nel cast.
Inoltre dimostra una certa versatilità dell'attore che - seppur di certo guidato e istruito - parla più volte italiano in questo contesto.
La dinamica narrativa principale è tanto cara sia al cinema nostrano che a quello statunitense, ovvero il rapporto conflittuale tra padri e figli, a maggior ragione quando uno di questi è coinvolto in attività illegali.
E in questa dinamica, dunque, chi è colui che deve essere salvato e chi è il salvatore? In questo caso i due protagonisti occupano entrambi i ruoli. Perché c'è chi, come Dean Barry, deve fare i conti col proprio passato, mentre Enzo deve invece venire a patti con un turbolento presente e riuscire a dare un futuro alla propria famiglia.
C'è molta napoletanità nella pellicola, quella verace e che in certi punti potrebbe risultare stereotipata a un moderno spettatore. La città stessa diviene una sorta di protagonista aggiunta, coi suoi vicoli stretti, le strade in salita e la variegata umanità che le dà vita a ogni angolo.
Ed è infine anche una storia di fuga. Dalla realtà o dal male, per trovare un rifugio sicuro. Come lo aveva trovato Dean Barry durante la Seconda Guerra Mondiale. Un rifugio che potrebbe trovarsi più vicino di quanto si pensi.

domenica 5 luglio 2026

Italians do it better? 77: Agata Christian - Delitto sulle Nevi (2026)


Vi ricordate quando, poco più di cinquant'anni fa, il cinema italiano reinterpretava e reimmaginava il genere thriller/mystery, aggiungendovi atmosfere surreali e ambientazioni italiane che ben si conformavano alle esigenze di trama?
Ecco, diciamo che è passato ormai un po' di tempo e questa reinterpretazione è leggermente cambiata, adattandosi anche a un genere che cinquant'anni fa ancora non esisteva, come accade in Agata Christian: Delitto sulle Nevi, diretto da Eros Puglielli, scritto da Eros Puglielli, Mariano Di Nardo, Federico Fava e Antonio Manca e distribuito nei cinema nel febbraio 2026.
Agata Christian o meglio Christian Agata (Christian De Sica) è un celebre detective, seppur misantropo, rinomato per le sue apparizioni mediatiche e la capacità di risolvere i casi più complicati.
L'imprenditore Walter Gulmar (Maccio Capatonda) gli propone di divenire il testimonial della nuova edizione di un celebre gioco da tavolo, Crime Castle, con spot da registrare in una elegante villa in Val D'Aosta.
Ma la tragedia colpisce quando il capofamiglia Carlo Gulmar (Giorgio Colangeli) viene ucciso. Rimasti isolati a causa di una valanga, i presenti si interrogano su chi possa essere l'assassino.
Ci penserà Christian Agata a risolvere il mistero, assistito per sua sfortuna dal brigadiere Vanni Cuozzo (Pasquale "Lillo" Petrolo).
Non sfugge a nessuno, nemmeno allo spettatore più disattento, che Agata Christian sia una versione molto italiana di Benoit Blanc della serie Knives Out, che a sua volta è una reinterpretazione moderna degli investigatori della narrativa gialla classica. Ma al tempo stesso le somiglianze con questa saga si fermano qui.
Perché quelle che sono le atmosfere comiche e l'ambientazione della pellicola si rifanno in particolar modo a Signori, il Delitto è Servito e - in misura minore - Invito a Cena con Delitto. Solo che, invece che ricatturare il british humour, ci si è rivolti a una tipologia di battute e di comicità più in sintonia con il pubblico italiano, in special modo quello nostalgico dei cinepanettoni, ma con richiami anche a Gigi Proietti e Franco e Ciccio.
A questo si aggiunge Lillo che cerca di rifare l'Ispettore Clouseau, obiettivo di sicuro ambizioso. Sì, c'è la lunga ombra di Peter Sellers un po' dappertutto.
Di sicuro esigenze di produzione, ma al tempo stesso un piccolo rammarico, poiché si è cercato di sviluppare una trama coerente e la regia non è piatta, come in altre commedie italiane dove quello che conta è la scenetta o la battuta del momento.
Tuttavia questo viene in parte vanificato da battute ormai scontate e risapute e da personaggi che non cercano minimamente di non risultare dei caratteri (elemento presente anche in Knives Out, ma meglio gestito). Anche quei pochi elementi drammatici di Christian Agata vengono in parte vanificati da questo dettaglio, il nome stesso la dice già lunga.
Insomma, le Vacanze di Natale continuano a far sentire la loro influenza, anche a distanza di più di quarant'anni, ed è un passato da cui a quanto sembra è difficile separarsi.

martedì 30 giugno 2026

Netflix Original 205: The Kissing Booth 2


Metaforici tuoni e fulmini sono capitati ai protagonisti del primo capitolo di The Kissing Booth, con lei in shorts per tutto il tempo e con Oh My God pronunciato quelle cento, duecento volte.
Tra drammi di amicizia e amori im... no, possibili, i tre personaggi principali venivano lasciati alla fine in una sorta di limbo narrativo, in attesa di loro nuove scelte e svolte (im)previste.
Scelte che giungono col secondo capitolo, sempre con shorts e Oh My God al seguito, The Kissing Booth 2, scritto e diretto da Vince Marcello e distribuito su Netflix a partire dal 24 luglio 2020.
Inizia l'ultimo anno di scuola superiore per Elle Evans (Joey King) e Lee Flynn (Joel Courtney), amici letteralmente sin dall'infanzia. Dopo un iniziale screzio, Lee ha accettato la relazione tra lei e suo fratello Noah Flynn (Jacob Elordi), che però alla fine si è dovuto trasferire a Boston per proseguire i propri studi.
Mentre Elle e Lee progettano di rimettere in piedi uno stand dei baci per festeggiare la fine della scuola e raccogliere fondi per beneficenza, la ragazza deve anche decidere a quale università iscriversi. L'amicizia suggerisce Berkeley, ma Noah le propone Harvard, per stare più vicini.
Una scelta non facile da prendere e in cui si inserisce anche Marco Valentin Peña (Taylor Zakhar Perez), un affascinante studente che inizia a frequentare Elle.
Drammi su drammi in questo secondo capitolo. Nel primo discutevano solo i tre protagonisti, mentre in questo caso - giusto per alzare un po' il tiro e catturare l'interesse - chiunque vive una situazione di crisi, in un momento o in un altro. A tal proposito, non dimenticate mai gli orecchini in giro e assicuratevi che nessuno faccia le pulizie per settimane.
La drammatizzazione prende spunto da una scelta molto importante per i ragazzi statunitensi, anche se ovviamente spesso esasperata qui e altrove per motivi narrativi: la scelta dell'università da frequentare. Dove i ragazzi vivranno stabilmente, lontano dalla famiglia, e matureranno come persone. A mio avviso solo Edgar Wright negli ultimi tempi ci ha giocato in maniera mirabile con questa tematica.
Per mescolare in maniera ulteriore le carte, si inserisce qualche personaggio nuovo e si mette un po' di inclusività. Con qualche controindicazione: il nuovo interesse amoroso di Elle, non per colpa dell'attore, temo, si rivela un morto di fi... a livello olimpionico.
Recitazione molto di maniera (perché voglio essere buono). Solo Joey King - che dopo molta gavetta e produzioni horror - svetta, anche se esaspera la goffaggine e la solarità del suo personaggio. E con questa saga ha preso il trampolino per partecipare a produzioni più di rilievo come Zeroville e Bullet Train
Ma in realtà è un po' tutto esasperato, persino i bloopers finali, e il ritorno a una situazione più serena risulta molto improvviso. E qualche punto in sospeso rimane inevitabilmente alla fine, pronto a essere sviluppato in un capitolo conclusivo.

lunedì 29 giugno 2026

Fabolous Stack of Comics: Daytripper


Quanto vale davvero la vita di una persona? Ma è davvero possibile che le esistenze degli esseri umani siano tutte ugualmente importanti? Domande che ci si pone probabilmente sin dall'alba dei tempi.
Il protagonista di Delitto e Castigo, ad esempio, affermava che i grandi uomini della storia erano legittimati a compiere degli atti illeciti per pavimentare la loro strada verso il potere.
Forse non esistono risposte univoche a questi dilemmi, ma possiamo valutarne delle conseguenze in Daytripper, miniserie di dieci numeri pubblicata da DC Comics nel 2010, scritta e disegnata da Fábio Moon e Gabriel Bá.
Brás de Oliva Domingos è un aspirante scrittore, figlio di un importante autore brasiliano, che nonostante tutti gli sforzi e la sua abilità è ridotto a scrivere in anticipo dei necrologi di gente famosa per un quotidiano.
Una carriera stroncata sul nascere a trentadue anni, quando Bras viene ucciso durante una rapina finita male. Oppure no e Bras muore da anziano, essendo riuscito a realizzare i suoi sogni e pubblicare dei romanzi. Oppure no e Bras muore quando è ancora giovane, prima di maturare come essere umano.
Una miriade di possibilità che convergono infine nell'unico scenario possibile.
Può risultare straniante in principio, eppure questa miniserie esplora diversi aspetti della vita di Brás de Oliva Domingos, da quando è un bambino sino all'età anziana. Ogni scelta di vita che lui compie (un amore, una separazione, l'allontanamento di un amico, un'opportunità lavorativa) ha effetti sulla sua esistenza. E può finire in bene o in male.
E siccome questa esistenza può terminare anche in maniera improvvisa (per un incidente domestico, un atto criminoso o una sventura del destino), Bras attinge a ogni possibilità che la vita gli offre, per poterla vivere al meglio.
Ma quindi esiste un'unica linea temporale per Brás de Oliva Domingos? Certo e questo viene rivelato alla fine. Gli altri capitoli rappresentano dei "what if...", se così li possiamo definire. Svolte drammatiche che capitano quando qualcuno rinuncia alle opportunità che l'esistenza gli offre. Tanto che, anche se la storia passa attraverso diverse età andando avanti e indietro nel tempo, il personaggio diventa consapevole di questo sempre di più con ogni capitolo.
Perché questa non è una storia sulla morte, ma una storia sulla vita e le sue possibilità, che possono essere molteplici per qualunque essere umano. Il tutto nell'affascinante - e quasi inedita, per quella che è la storia del fumetto - cornice brasiliana, che dà ulteriore colore alle vicende.
Quello che il destino dà, il destino può togliere. Ma non è detto che non si possa fare qualcosa al riguardo.

domenica 28 giugno 2026

Italians do it better? 76: La Vita Va Così (2025)


"Un tempo qui era tutta campagna", afferma un celebre detto popolare. Di fronte all'incredibile processo di urbanizzazione a cui si è assistito negli ultimi decenni (iniziato quasi certamente dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e divenuto col passare del tempo sempre più imponente) molti paesaggi "immacolati" sono scomparsi, sostituiti da giungle di cemento.
Ma saltuariamente qualcuno si oppone a questa espansione e da una di queste storie giunge La Vita Va Così, diretto da Riccardo Milani, scritto da Riccardo Milani e Michele Astori e distribuito nei cinema nell'ottobre 2025.
Nel 1999 una grande azienda immobiliare gestita da Giacomo Greatti (Diego Abatantuono) decide di avviare dei lavori per costruire un resort turistico presso la spiaggia di Bellesa Manna, in Sardegna. A gestire il cantiere c'è il fido Mariano (Aldo Baglio).
Tutto fila liscio fin quando un pastore di nome Efisio Mulas (Giuseppe Ignazio Loi) rifiuta di cedere la sua terra, anche di fronte a offerte con cifre spropositate. È l'inizio di una storia che durerà più di dieci anni, durante i quali Efisio sarà abbandonato da tutti i suoi concittadini, tranne la figlia Francesca (Virginia Raffaele).
Come potrà un semplice e povero pastore sconfiggere una potente multinazionale?
Dopo i paesaggi innevati di Un Mondo a Parte si giunge alle campagne della Sardegna. E il tema è sempre quello, alla Miyazaki: la natura e la sua preservazione di fronte alle mire espansionistiche dell'essere umano.
E anche in questa occasione si parte da un fatto di cronaca realmente accaduto per ampliare poi in maniera ulteriore il discorso.
La lotta di Efisio Mulas non è di tipo economico, visto che rifiuta negli anni offerte di importo sempre più ampio, bensì concettuale. Di preservazione della terra in cui e nato (e morirà) di fronte a persone che - guidate solo dal dio denaro - non capiscono il valore e l'importanza di questo fatto.
Una lotta che lo isola dai suoi amici di una vita, anche loro obnubilati (e non a tutti i torti) dalla possibilità di avere una vita migliore. L'aspetto più controverso, pur in una commedia di questo tipo, che viene analizzato. Mentre altri, prima dalla parte della ditta immobiliare, cambiano infine idea.
Come nel caso di Un Mondo a Parte, si cerca - invano, è ben chiaro da quale parte stia il regista - di presentare allo spettatore il tutto con una posizione buonista, lasciando poi il giudizio finale alla singola persona.
Con un Diego Abatantuono eccessivamente dimesso, un Aldo Baglio che non riesce a liberarsi dal suo personaggio e Virginia Raffaele che switcha accento da un film all'altro, l'attore non professionista che interpreta Efisio Mulas - alla maniera di Visconti e Rossellini - risulta essere il migliore. Poiché in ultima analisi interpreta sé stesso.
Un finale alla La La Land sembra voler riportare il tutto a una dimensione onirica: ovvero, questa non è la realtà, che è ben più complessa, bensì una sua reinterpretazione. Nella realtà, non è così scontato che i poveri prevalgano sui ricchi.

sabato 27 giugno 2026

Italians do it better? 75: La Grazia (2025)


La figura del Presidente della Repubblica è la più alta a livello istituzionale presente nell'ordinamento italiano, seppur non la più influente a livello esecutivo e legislativo. Una figura così importante, il più delle volte occupata da persone di alto prestigio, che rende difficile una trasposizione in chiave cinematografica. In tal senso gli americani sono "facilitati".
La commedia interviene sempre in soccorso, in queste occasioni, come nel caso di Bentornato Presidente, ma infine una visione più seria e drammatica del Presidente della Repubblica si ha in La Grazia, scritto e diretto da Paolo Sorrentino e distribuito nei cinema a partire dal dicembre 2025.
Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) sta affrontando gli ultimi sei mesi del suo mandato, assistito dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti) che compie gran parte del lavoro al posto suo.
In questo periodo due scottanti tematiche si presentano alla sua attenzione: la prima, che va avanti da lungo tempo, è l'approvazione di una legge sull'eutanasia, fortemente osteggiata dal Vaticano. La seconda sono due domande di grazia per un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e per una donna che ha ammazzato il proprio compagno che la picchiava di continuo.
Mariano De Santis vorrebbe passare queste problematiche al suo successore, ma lentamente la sua coscienza prende atto di quanto sia importante che prenda una decisione. Una decisione, su questa e altre cose, che ha evitato sin da quando sua moglie è morta quarant'anni fa, lasciandogli il dubbio di un tradimento da lei perpetrato.
Giusto per chiarimento, questo non appare come un film incentrato su un particolare Presidente del passato. I temi affrontati sono spesso stati oggetto di discussione presso Sergio Mattarella, il look di De Santis ricorda Francesco Cossiga e la presenza della figlia al fianco richiama Oscar Luigi Scalfaro. Al tempo stesso, però, il suo vissuto è diverso da qualunque altro.
Quello che è sotto i riflettori, dunque, è un uomo con tutte le sue fragilità. Un uomo che - potremmo dire incidentalmente - si ritrova a ricoprire una importantissima figura istituzionale. Non c'è satira o analisi politica, anche se i temi trattati (l'eutanasia, il femminicidio, la malattia, gli amori tossici) sono anche argomenti politici.
De Santis appare come Bartleby lo Scrivano: non vuole prendere decisioni, che demanda a suoi collaboratori, partecipa a eventi istituzionali perché è ciò che è obbligato a fare ed è nostalgico di un passato che non esiste più.
Il confronto con la figlia, che si oppone al suo immobilismo morale, con le due persone che gli chiedono la grazia e col suo doloroso passato con cui viene infine a patti lo portano infine a cambiare. A divenire, se non una persona migliore, di sicuro differente da prima. Il tutto in un'atmosfera abbastanza surreale - sottolineata da una ben scelta colonna sonora - che richiama precedenti pellicole del regista.
Dopo Il Divo, Sorrentino e Servillo tornano a percorrere i corridoi del potere, anche se in maniera diversa. Lì la figura storica era reale, qui è immaginaria. Eppure i dubbi, quei dubbi che a volte tutti noi affrontiamo, lo rendono più umano. Meno Presidente e più Mariano De Santis.

venerdì 26 giugno 2026

Netflix Original 204: Frankenstein


Pubblicato nel 1818, il romanzo Frankenstein, scritto da Mary Shelley, è stato uno dei più celebrati a livello cinematografico, sin dai tempi del cinema muto.
Pur contando decine tra pellicole e parodie, la figura della creatura ritratta da Boris Karloff - avendo però ormai un secolo di vita e quindi ignota perlopiù al pubblico giovane - rimane una delle più celebrate.
Ma Frankenstein è anche il moderno Prometeo, colui che donò il fuoco agli uomini ma venne punito dagli dei. Al tempo stesso, il Barone Frankenstein vuole sfidare le leggi della natura e viene castigato per questo.
Film più recenti si sono distanziati dalle prime produzioni, che ritraevano il Barone Frankenstein come un genio incompreso e la Creatura perlopiù come un mostro senza cervello. E si inserisce in questo solco Frankenstein, scritto e diretto da Guillermo del Toro e distribuito su Netflix a partire dal 7 novembre 2025.
Mentre percorre le vie ghiacciate dell'Artico, l'equipaggio di una nave si imbatte nel Barone Victor Frankenstein (Oscar Isaac), rimasto gravemente ferito a seguito di uno scontro con un misterioso nemico.
Soccorso e portato a bordo dell'imbarcazione, l'uomo rivela come sia stato lui stesso ad aver dato vita alla Creatura (Jacob Elordi) che l'ha ridotto in pessimo stato.
La ragione è da ricercarsi nel passato del Barone e della Creatura stessa, che racconteranno la loro storia e i loro punti di vista all'incredulo equipaggio.
Tra il romanzo e questo adattamento sono passati più di due secoli, eppure certe tematiche rimangono ancora oggi affascinanti da esplorare e trattare.
Victor Frankenstein viene ritratto come una figura tragica, spinto ad agire per amore, dolore e ambizione, elementi che se combinati insieme rischiano di dare vita a un drammatico risultato. Come nel suo caso.
L'affetto per la madre Elizabeth, morta di malattia, si trasfigura nell'amore per la fidanzata del fratello, Claire - anche perché l'attrice che interpreta queste due parti, Mia Goth, è la medesima.
Cambia dunque la motivazione di partenza, ma non il castigo che il destino infligge poi al Barone. Castigo che si manifesta sotto forma di un'altra figura tragica, la Creatura.
Non più un mostro senza cervello ma, come ritratto anche in passato da Robert De Niro, una figura empatica, le cui motivazioni principali sono l'amore e la vendetta.
Amore verso la natura e coloro che non lo vedono come un mostro, ovvero Claire e un anziano cieco, che però viene rapidamente distrutto dalla ferocia dell'uomo, contro cui infine la Creatura si rivolta. Un amore distrutto in primo luogo dal Barone stesso, che ha deciso di abbandonare la Creatura.
Il confronto finale, in terre vergini ancora non toccate dalla mano distruttrice dell'uomo, sancisce l'impossibilità per entrambi di appartenere a questo mondo.
Ognuno ha dato la propria visione della storia, ognuno ha offerto il proprio punto di vista. Lo spettatore può valutare entrambi e decidere di comportarsi come il capitano della nave oppure come queste due tragiche figure che il destino ha messo infine l'uno contro l'altro. In uno scontro destinato a un drammatico epilogo sin dal principio.

giovedì 25 giugno 2026

Netflix Original 203: KPop Demon Hunters


Quand'è che un prodotto diventa un fenomeno di costume? Non esiste una risposta univoca a questa domanda, altrimenti le major cinematografiche avrebbero la strada spianata.
Ci sono progetti importanti e su cui vengono spesi molti soldi che alla fine, inesorabilmente, floppano e ci sono progetti che non si considera più di tanto - sono solo uno dei tanti, in principio - ma che per qualche motivo fanno breccia nel pubblico e vincono alla fine anche un Oscar.
Tra questi vi è KPop Demon Hunters, diretto da Chris Appelhans e Maggie Kang, scritto da Chris Appelhans, Maggie Kang, Hannah McMechan e Danya Jimenez e distribuito su Netflix a partire dal 20 giugno 2025.
Rumi, Mira e Zoey sono tre artiste KPop la cui band si chiama Huntrix e che in segreto combattono demoni, tradizione che si perpetua da generazioni. Il loro nemico principale è il capo dei demoni Gwi-Ma che vuole invadere la dimensione terrestre.
Un suo sottoposto, Jinu, propone allora di affrontare le Demon Hunters sul loro stesso terreno, formando una band KPop composta da demoni per combattere le loro performance vocali. Il piano ha incredibilmente successo e i Saja Boys conquistano lentamente il pubblico delle Huntrix, un cui segreto rischia di distruggerle per sempre.
Risulta sempre un po' particolare vedere un prodotto di animazione rivolto a un pubblico di riferimento diverso a quello a cui la nostra persona appartiene e quindi certe cose possiamo anche non comprenderle del tutto o ritenerle banali.
Tuttavia, vi sono comunque delle tematiche che risultano universali. Pur non essendo detto esplicitamente, è Rumi la vera protagonista della storia, grazie alla sua natura duale e il suo desiderio di trovare il proprio posto in questo mondo dove caos e ordine si affrontano (e lei rappresenta entrambe queste parti).
Un'affermazione di identità che passa anche attraverso l'amicizia e l'amore con chi è "diverso" da lei. Togliendo dallo scenario i demoni, nessun personaggio umano o con natura umana è in realtà davvero malvagio e lei prova mostra empatia per tutti. Chi sembra convertito al male lo fa in realtà per sopravvivere o per espiare un grave peccato del proprio passato.
L'accettazione di chi si ritiene diverso da noi, passando attraverso i sentimenti di amicizia verso chi conosciamo da poco o molto tempo, è una tematica molto presente nella pellicola e - immagino - molto sentita da una certa fetta di pubblico giovane, che dunque si ritrova in essa.
Il tutto ovviamente viene contornato da balletti e canzoni di un genere musicale molto in voga, ulteriore motivo di interesse.
Non credo proprio che questo sia un prodotto di animazione epocale, né credo sia stato concepito per esserlo o diventarlo. Anche l'animazione in sé, in confronto a titoli e case di produzione più blasonate, non regge il paragone.
Ma è indubbio che KPop Demon Hunters sia riuscito a fare breccia, a creare un fenomeno di massa. Quanto possa durare, non è dato saperlo. Sappiamo solo che presto o tardi vi sarà un sequel, di certo non previsto nei piani iniziali. Anche questo deve essere un effetto collaterale della magia delle Huntrix.

mercoledì 24 giugno 2026

Fabolous Stack of Comics: Plastic Man - In Fuga


Creato dall'artista Jack Cole nel lontano 1941, Plastic Man è uno di quei tanti personaggi "allungabili" presenti nel mondo del fumetto.
Un personaggio che ha attraversato i decenni e ha vissuto anche periodi di buio, pur per lunghi periodi, ma che col tempo si è guadagnato un proprio degno spazio.
Il suo carattere eccentrico, la sua sottile follia e il suo essere il più delle volte sopra le righe lo hanno portato infine a divenire un componente fondamentale della Justice League... e a ottenere una testata a lui dedicata.
La prima saga, In Fuga, scritta da Kyle Baker, viene pubblicata nel 2004.
Prima che divenisse Plastic Man, l'eroe era un criminale di mezza tacca di nome Patrick O'Brian. Pochi sono a conoscenza di questo segreto e tra questi vi è la fedele spalla dell'eroe, Woozy Winks.
Quando, dunque, viene ritrovato il cadavere di colui che appare proprio come Patrick O'Brian, grande è la sorpresa di Plastic Man. E lo è ancora di più quando diventa lui il sospettato principale di questo omicidio.
In fuga dalla polizia, dal FBI e da Woozy Winks, Plastic Man deve trovare un modo per discolparsi e capire come qualcuno abbia ucciso lui stesso e l'abbia incastrato.
Come detto, c'è sempre un po' di follia quando si tratta di storie che vedono protagonista Plastic Man e questa saga non fa eccezione. Dopotutto l'autore è uno che è abituato a concepire trame surreali e il suo tratto cartoonesco va a sottolineare in maniera ulteriore questo aspetto.
Nulla viene preso davvero sul serio in questa storia, sembra quasi di trovarsi in uno di quel film con Gianni e Pinotto di tanti anni fa, ma al tempo stesso vi è un'atmosfera fortemente drammatica - tra morti inattese, svolte impreviste e vendette provenienti dal passato - che la pervade.
Plastic Man, inoltre, in stile Deadpool, pare essere consapevole di essere il personaggio di un fumetto e qua e là non mancano battute che fanno riferimento alla continuity, a svolte di trama lasciate in sospeso o dimenticate e a quei colpi di scena così improbabili e ritorni immediati allo status quo originario che - in questo caso specifico - hanno l'effetto di poco più di una pacca sulla spalla.
Plastic Man (e Kyle Baker) si allontana da quelle atmosfere cupe e ipertrofiche che avevano caratterizzato i quindici anni precedenti, per ritornare a un'atmosfera più giocosa, che ricorda la Golden Age da cui il personaggio proviene e la attualizza in un mondo che inevitabilmente è cambiato... ma rimane sempre spazio per qualche sana risata.

martedì 23 giugno 2026

Libri a caso: L'Incognita Tempo


Nel 1895, il Viaggiatore intraprende il suo primo viaggio nel tempo, proiettandosi nell'anno 802.701 e incontrando l'evoluzione degli esseri umani, gli Eloi e i Morlock.
Un viaggio pieno di sventure e tragedie che culmina con la perdita dell'amata Weena. Il tutto descritto ne La Macchina del Tempo di H.G. Wells.
Passano cento anni, ma il Viaggiatore ha ancora dei conti in sospeso col passato, il presente e il futuro. Giunge dunque il tempo di un secondo viaggio, descritto in L'Incognita Tempo (The Time Ships), scritto da Stephen Baxter e pubblicato nel 1995.
Il Viaggiatore è appena ritornato dal suo viaggio nel lontano futuro e non intende accettare la perdita di Weena, perita in un incendio o - peggio - dilaniata dai Morlock.
Decide dunque di partire per un nuovo viaggio e tentare di impedire la morte della ragazza. Ma una sorpresa lo attende: il suo primo viaggio nel tempo ha infatti alterato la storia e così il Viaggiatore si ritrova in un mondo futuro popolato da Morlock intelligenti e non selvaggi che sono riusciti a imbrigliare le energie solari.
Ha inizio per lui, dunque, una nuova odissea temporale che lo porterà a visitare altri mondi alternativi sia nel passato che nel futuro, durante la quale vecchi nemici diventeranno suoi preziosi alleati e il destino dell'umanità sarà messo a dura prova.
E che ne sarà di Weena?
È passato un secolo dalla pubblicazione del primo libro e, come sperimenta il Viaggiatore, viviamo in un mondo profondamente diverso da quello presente alla fine del diciannovesimo secolo.
La Macchina del Tempo, attraverso la lente del lontano futuro, esplorava il mondo presente di H.G. Wells, con le sue riflessioni sul progresso industriale e le sue controindicazioni. A tratti appariva più come un trattato sociologico.
Un secolo dopo, le industrie cedono il passo alla tecnologia e la scienza è molto progredita. Internet è appena stato reso disponibile al pubblico e i telefoni cellulari prendono sempre più piede. Un mondo costruito, anche con la fatica e col sangue, da quei "Morlock" che hanno ceduto al cannibalismo nel lontano futuro.
Un'immagine non più attuale o proponibile, tanto che in questo sequel i Morlock sono invece civilizzati e progrediti a livello tecnologico e scientifico, rappresentando così il vero passo successivo dell'evoluzione umana.
E costringendo il Viaggiatore a cambiare paradigma, soprattutto quando il Morlock Nebogipfel - nome tratto da un'altra opera di Wells - diventa un suo compagno di viaggio e lo mette di fronte ai suoi limiti come essere umano e alla sua visione limitata e antropocentrica.
Al tempo stesso si cerca anche una semi-spiegazione scientifica al viaggio nel tempo, del tutto ignorato da Wells all'epoca (non era l'argomento di cui gli interessava parlare), introducendo un misterioso materiale anch'esso presente in un'altra storia dello scrittore inglese.
Questo seguito rappresenta dunque sia un omaggio al pantheon immaginato da Wells che una reinterpretazione dell'opera primaria, con i due protagonisti che visitano varie epoche temporali e assistono sia alla nascita che al declino dell'umanità, venendo infine proiettati all'origine stessa del tempo.
Più che trattato sociologico, quindi, appare più in certi punti come un saggio filosofico incentrato sull'esistenza umana. Sul suo vero ruolo nell'Universo e come le proprie azioni possano avere effetti devastanti sulla Terra e sulla storia.
Ma è anche un'opera di fantasia dove il protagonista del primo libro diviene infine una persona totalmente diversa, allineandosi al ventesimo secolo. Capace di creare, invece che distruggere. Il suo viaggio forse termina qui, oppure è solo il prologo a qualcosa di più grande e inimmaginabile.

lunedì 22 giugno 2026

Fabolous Stack of Comics: Star Wars Cavalieri della Vecchia Repubblica - Giorni di Paura


Il viaggio di Zayne Carrick, il Padawan tradito dai propri Maestri Jedi, prosegue. Dopo aver abbandonato il pianeta Taris e aver fatto la conoscenza del Mandaloriano che si oppone alla sua stessa specie, Rohlan Dyre, per lui è tempo di dolorose separazioni che rappresentano in realtà il prologo a nuove avventure.
Tutto questo nella saga Giorni di Paura (Days of Anger), pubblicata nel 2007, scritta da John Jackson Miller e disegnata da Dustin Weaver, Brian Ching e Harvey Tolibao.
Sin da quando è iniziata la sua tortuosa odissea galattica, Zayne Carrick ha potuto contare sull'aiuto del contrabbandiere Marn Hierogryph e sulla guerriera Jarael, la quale ha posto sotto la sua ala protettiva l'anziano Camper, malato da tempo ma ancora in possesso di un grande genio scientifico.
La malattia di Camper peggiora e arriva dunque il momento di separarsi. Jarael e Camper, Arkaniani, tornano al loro pianeta natale Arkania, mentre Zayne e Marn approdano su un pianeta dove sono presenti soldati al servizio della Repubblica, fingendosi dei cuochi ambulanti.
Ma la tragedia è in agguato per tutti: Zayne e Marn devono infatti affrontare un tremendo attacco dei Mandaloriani, mentre Jarael e Camper - pur ricevendo tutte le cure del caso - sono in realtà, a insaputa della prima, parte di un esperimento voluto dal governatore del pianeta per motivazioni oscure. E da quale parte si schiererà Rohlan Dyre?
Le prime due saghe hanno presentato i protagonisti principali e gettato i semi per le trame che si sarebbero svolte nei successivi archi narrativi.
Giunge ora il tempo di raccogliere questi semi. Separando i protagonisti, si creano così due percorsi narrativi separati - ma inevitabilmente destinati a incrociarsi - incentrati sul conflitto tra Repubblica e Mandaloriani e sulle origini arkaniane di Jarael.
Da qui la storia segue percorsi consolidati, con Zayne Carrick destinato ad affrontare una terribile perdita e Jarael che diviene qualcosa di più rispetto a come era apparsa in precedenza. Viene così approfondito il background della protagonista, fino a quel momento rimasto alquanto misterioso, staccandola dalle origini guerriere presentate sinora.
L'intera sottotrama che la vede protagonista sembra in realtà anche una metafora delle multinazionali del farmaco e delle lobby delle armi, pronte a sperimentare i loro preparati su cavie umane senza le adeguate misure di sicurezza e guidate unicamente dal profitto.
Rimaniamo dunque in attesa di vedere come questi due percorsi diversi arriveranno a percorrere di nuovo un'unica strada.

sabato 9 maggio 2026

Italians do it better? 74: Tutta Colpa del Rock (2025)


Penso che molti di voi conoscano The Blues Brothers e di come l'epilogo li veda esibirsi nella prigione di Joliet, scatenando l'entusiasmo dei detenuti. Una pietra miliare della cinematografia, con interpretazioni strepitose...
Ma non è di questo che parleremo ora, bensì di una pellicola che condivide quella tematica musicale e l'ambientazione carceraria. Si tratta di Tutta Colpa del Rock, diretto da Andrea Jublin, scritto da Matteo Menduni, Pasquale "Lillo" Petrolo e Tommaso Renzoni e distribuito nei cinema nell'agosto 2025.
Bruno Verdocchi (Lillo) è un'artista rock di secondo piano il cui sogno è sfondare nel campo della musica, vincendo un prestigioso festival di Roma, ma questo obiettivo lo allontana progressivamente dalla sua famiglia.
Col dente avvelenato verso la sua ex band, che a suo dire l'ha cacciato, Bruno tenta di sabotarne un'esibizione, ma finisce per dare fuoco al palazzetto dove dovrebbe tenersi il concerto.
Condannato e incarcerato, Bruno ha una seconda possibilità grazie a un laboratorio di musica del carcere voluto dal ministero della giustizia. Riuscirà a riscattarsi? E soprattutto diventerà un buon padre, mantenendo le promesse fatte alla figlia?
Siamo dalle parti della commedia più pura, che scivola verso il surreale nella seconda parte... ma diciamo pure anche nella prima, con personaggi che in realtà sono caratteri e appaiono tutti sopra le righe per esigenze narrative. Quindi, se si vedono alcune scene che oggi qualcuno definirebbe cringe (e lo sono), la ragione è questa.
Non so dunque come commentare il fatto che la ragazza che interpreta la figlia di Bruno Verdocchi, quella meno esasperata, sia quella che offre la migliore interpretazione.
Il personaggio di Lillo, qui presente sotto altro nome, è passato dalla televisione e dai programmi streaming al cinema, dove continua a portare avanti questa figura di persona impacciata, pasticciona ma di buon cuore che evidentemente è gradita al pubblico e ha successo.
Per il resto l'unico perno di trama è quello su cui poi vengono costruite attorno le scenette comiche, ma - e qui non mi sento di obiettare - la natura di prodotto leggero di questo film porta a questa scelta di trama, peraltro vista in molte altre commedie.
Anche il discorso carcerario è trattato in maniera molto giocosa, come se fosse solo una tappa inevitabile del percorso. Giocosa come era peraltro anche la visione di The Blues Brothers. Non vedremo dunque personaggi disperati per la loro situazione o redenzioni di Shawshank. Alla fine questo film si incentra sul rapporto padre/figlia, trattato un po' all'americana e molto all'italiana.
Non è un film usa e getta: rimane qualcosa da vedere se si ha tempo libero e non si vuole impegnare troppo la mente.

venerdì 8 maggio 2026

Netflix Original 202: Mank


Ci sono film che fanno la storia del cinema, e sono pochi o tanti a seconda dei punti di vista. E poi ci sono film che segnano un punto di svolta nella storia del cinema, e questi sono pochi.
Se il primo di essi è, nel bene e nel male (soprattutto nel male), Nascita di una Nazione, un'altra pietra miliare è senza ombra di dubbio Quarto Potere, di Orson Welles. E come tutti i film storici, c'è una storia dietro la sua nascita.
Che viene narrata in Mank, diretto da David Fincher, scritto da Jack Fincher e distribuito su Netflix a partire dal 4 dicembre 2020.
Dopo un incidente che lo costringe a rimanere a letto, lo sceneggiatore Herman Mankiewicz (Gary Oldman), scelto personalmente da Orson Welles per scrivere Quarto Potere, ripensa ai suoi giorni di gloria a Hollywood, dove era uno degli sceneggiatori più pagati e riconosciuti.
Ma mentre ritorna con la mente a quei giorni, Mankiewicz giunge alla conclusione che non erano poi così dorati, e soprattutto richiama alla mente le sue dispute morali e politiche col produttore Louis Mayer (Arliss Howard) e il magnate dell'editoria William Randolph Hearst (Charles Dance).
Tutto questo gli darà la spinta e la motivazione per concepire uno dei film più importanti della storia del cinema.
La pellicola parla della Hollywood dell'epoca d'oro, che aveva appena scoperto il sonoro e cercava di sfruttarne le potenzialità, ma al tempo stesso è un film che parla di modernità.
La creazione di Quarto Potere diventa così un buon pretesto narrativo per introdurre temi più generali. Poiché, e credo lo abbiamo già detto, la storia ha la brutta tendenza a ripetersi.
Come ci sono quindi le lotte sindacali e politiche oggi su temi quali il salario minimo e il rispetto del lavoratore, tali tematiche erano presenti già novant'anni fa, pur in un mondo che ora ci appare distante, non avendolo mai vissuto.
E, oggi come novanta anni fa, vi erano persone che sfruttavano le persone per arricchirsi, come Arliss Mayer e William Randolph Hearst. Pur essendo figure storiche reali, costoro diventano anche l'incarnazione di quei miliardari/imprenditori che -- in nome del profitto e di convenienze politiche - non hanno scrupolo alcuno nei confronti dei dipendenti che contribuiscono a creare la loro ricchezza.
Mettendoli da parte come se nulla fosse o sfruttando i loro contatti e il loro potere mediatico per alterare la verità.
Herman "Mank" Mankiewicz combatte contro di loro una battaglia ideologica in apparenza destinata a fallire, una battaglia che lo porta infine ai margini di Hollywood. Ma lo sceneggiatore scopre che può comunque trionfare sfruttando il mezzo che quelle due stesse persone hanno contribuito a rendere popolare: il cinema. Perché anche se la verità può essere filtrata, essa può arrivare a migliaia di persone e far capire loro che il re è nudo.
Tra i film che hanno celebrato il cinema in questi ultimi anni, come Empire of Light, The Fabelmans o Babylon, questo si pone come il più cupo, quello che - così come il citato Babylon - non ha remore a mostrare quei lati oscuri di quella Hollywood tanto celebrata. Costruita anche col sangue e la prevaricazione.

giovedì 7 maggio 2026

Fabolous Stack of Comics: Il Batman Che Ride


Comparso per la prima volta in Batman: Metal, il Batman Che Ride si è posto subito come uno degli antagonisti più insoliti di Batman. Fondamentalmente perché... è Batman stesso ma in una forma deviata!
In un universo dove tutto è andato storto, un Bruce Wayne di un altro mondo è divenuto un ibrido tra il Cavaliere Oscuro e il Joker. Il più grande folle mai esistito unito al più grande detective e risolutore di problemi mai vissuto. L'imprevedibilità fatta persona e con un inquietante look concepito da Greg Capullo.
Dopo quell'evento multiversale, il personaggio fa il suo ritorno nella miniserie di sette numeri Il Batman Che Ride (The Batman Who Laughs), pubblicata nel 2019, scritta da Scott Snyder e disegnata da Jock.
Il Batman Che Ride ritorna a Gotham con un nuovo alleato del Multiverso Oscuro, il Cavaliere Tetro, un Batman che non esita a usare armi e violenza eccessiva. Inoltre inizia a richiamare dal Multiverso altri Bruce Wayne che hanno abbandonato l'identità di Batman per uno scopo ignoto.
Capendo di avere poche speranze contro di lui, il Batman di Terra 1 rimane infettato da una tossina rilasciata da un Joker morente e comincia lentamente a trasformarsi, così come accaduto al Batman Che Ride. Batman ha così un'esile speranza di sconfiggere il suo nemico, ma a prezzo della sua anima.
Questo sequel autorizzato di Batman: Metal, in quanto scritto dallo stesso sceneggiatore, porta dunque avanti l'oscuro percorso del Batman Che Ride, deciso a portare l'ordine nel Multiverso a modo suo.
Provenendo da un mondo e un Multiverso Oscuro, il Batman Che Ride si è convinto che l'oscurità sia ciò che darà ordine al mondo intero e vuole applicare questa sua "cura" partendo dalla Gotham di Terra 1. E per quanto pazzo, costui ha la mente raffinata di Batman.
E quindi come si sconfigge un avversario del genere? Mettendosi al suo stesso livello. La progressiva discesa negli inferi di Batman, che lentamente si trasforma nel suo nemico, diventa qualcosa di angosciante. Anche se si sa che alla fine Batman riuscirà a uscirne, i progressivi cliffhanger a ogni capitolo rendono la situazione sempre più disperata.
Una disperazione in cui viene trascinato anche James Gordon, l'anima di Gotham insieme a Bruce Wayne, che qui deve venire a patti con la natura assassina del figlio che porta il suo stesso nome, anche questa una trama che Scott Snyder ha ereditato da sé stesso e da precedenti gestioni delle serie batmaniane.
L'uomo delle regole e il serial killer trovano paradossalmente il loro equilibrio affrontando un Batman assetato di sangue e dittatoriale.
C'è dunque un filo comune che lega tutti gli eventi e tutti i personaggi, che porta infine al deflagrante finale. Ecco, il finale è forse (dopo una costruzione della trama così progressiva) e inevitabilmente la parte più deludente. Il fatto che Batman ritorni come prima perché è Batman, banalizzo un po' il concetto ma non ci allontaniamo troppo, rende chiaro che allo scrittore interessava di più la parte di sviluppo della trama e non la sua risoluzione.
E quello che è certo è che vedremo ancora il Batman Che Ride e il Multiverso Oscuro. Perché se è vero che Batman pensa a tutto, il Batman Che Ride pensa a tutto ciò che è oscuro.

mercoledì 6 maggio 2026

Fabolous Stack of Comics: Berserk - L'Inizio della Notte Eterna


Dopo Il Giorno della Partenza, Gatsu ha abbandonato la squadra dei Falchi, a cui è rimasto legato per tre anni e dove ha conosciuto Grifis e Caska, nonché altri compagni d'arme.
Sembrerebbe dunque un capitolo chiuso della sua vita, eppure si sa bene che è difficile lasciarsi certe cose alle spalle e le conseguenze si avvertono subito in L'Inizio della Notte Eterna, pubblicato sulla rivista Young Animal nel 1995.
Mentre Gatsu ha un insolito incontro sovrannaturale con il Cavaliere del Teschio, che lo avverte dell'arrivo di un'Eclissi tra un anno, Grifis - forse turbato dalla partenza di Gatsu - si intrufola nella camera della principessa Charlotte e la forza a un rapporto sessuale, sverginandola.
Quando il re delle Midlands scopre la cosa, fa incarcerare Grifis sottoponendolo ad atroci torture e condanna a morte l'intera squadra dei Falchi. Metà di loro viene uccisa o si dà alla macchia e coloro che rimangono si riuniscono sotto il comando di Caska.
Quasi un anno dopo, i sopravvissuti intendono tentare un'impresa impossibile cercando di liberare Grifis e al loro fianco ritorna Gatsu.
Si avverte subito come questa saga di Berserk - che pur potrebbe essere vista come una sorta di prologo dei drammatici eventi futuri - sia fondamentale per le sorti della serie. In poche pagine quello che davamo assodato in precedenza (la furia guerriera di Gatsu, l'influenza di Grifis a corte, le lodi ai Falchi) svanisce nel nulla e viene del tutto distrutto, per essere sostituito da un quadro molto più cupo. Come è nello stile di Kentaro Miura, che ama mescolare le carte in tavola.
Sta iniziando inoltre a divenire sempre più preminente l'aspetto sovrannaturale, che è quello contro cui Gatsu si confronterà in futuro, come visto nei primi capitoli di quest'opera.
Zodd, degli ignoti dei che governano il destino degli esseri umani e ora il Cavaliere del Teschio, tutti tasselli di un mosaico che si sta andando a comporre. Anche il lettore più sprovveduto ha ormai capito che l'Eclissi è il perno di tutto, il punto di non ritorno.
In tutto questo assistiamo anche alla caduta di Grifis - incapace di accettare la perdita di uno dei suoi e di controllare ciò che non è in suo potere - e l'inizio della relazione carnale e tenera allo stesso tempo tra Gatsu e Caska, entrambi con profonde ferite interne - che sovrastano quelle esterne - che questo difficile legame prova a sanare.
Ma su entrambi, anzi su tutti e tre, si proietta una lunga ombra che ha le sue radici nel passato e che, seppur involontariamente, hanno contribuito a creare.
Si tratta, quindi, di un lungo percorso, fisico e spirituale. Un percorso che potrebbe venire bruscamente interrotto.

martedì 5 maggio 2026

Netflix Original 201: Pain Hustlers - Il Business del Dolore


Non è certo argomento per cui possiamo spacciarci come esperti, ma è noto a molti che la sanità americana differisce in maniera notevole da quella italiana. La prima, infatti, è molto basata sulla sanità privata, finanziata da varie assicurazioni, a cui bisogna accedere per avere cure adeguate, mentre qui da noi - anche se talvolta si prova a smantellarla - la sanità pubblica è preminente.
Ed entrambe le nazioni presentano la loro dose di scandali. E la motivazione di fondo è sempre quella: i soldi. Restando sulla sponda statunitense, questo è il tema di Pain Hustlers: Il Business del Dolore (Pain Hustlers), diretto da David Yates, scritto da Wells Tower e distribuito su Netflix a partire dal 27 ottobre 2023.
Liza Drake (Emily Blunt) è una ballerina di lap dance che viene notata da Pete Brenner (Chris Evans), un dirigente della casa farmaceutica Zanna, la quale è sull'orlo della bancarotta.
Grazie al suo carisma e alla propria abilità dialettica, Liza Drake riesce a far sì che molti dottori inizino a prescrivere un antidolorifico di nome Lonafen, facendo così salire le azioni della società.
Liza fa così carriera all'interno della multinazionale e diviene ricca, ma ci sono degli effetti collaterali che lei non ha immaginato. E la porteranno alla fine a dover prendere una drastica scelta.
Il film si basa su una storia realmente accaduta, seppur con nomi modificati per ragioni legali, avvenuta circa quindici anni prima della produzione della pellicola. Ma come spesso accade con prodotti del genere, la storia di base viene così ampiamente modificata di modo da diventare qualcosa di diverso rispetto alla fonte originaria.
Diverso in quanto si intende fare un discorso più generale. In questo caso sulla sanità americana e lo strapotere di alcune multinazionali del farmaco, che lucrano sulla salute delle persone malate e talvolta in difficoltà economiche per sole ragioni di profitto, senza pensare alle conseguenze etiche.
Il personaggio di Chris Evans è incarnazione di questo strapotere e della mancanza di moralità, mentre il personaggio di Emily Blunt è colei che, provenendo dalle classi sociali meno abbienti, è ancora aggrappata a certi valori e quindi compie un percorso in cui, dopo aver toccato le stelle, non dimentica del tutto le proprie origini e decide di ritornarvi per il bene comune.
Ne emerge, dunque, un confronto sotterraneo in cui forse nessuno di loro è dalla parte del torto in senso assoluto, poiché entrambi lottano per sopravvivere. Ma un vincitore alla fine deve esserci, qualcuno che possa dare un po' di speranza.
Che sia un'opera moralistica, e un po' buonista, credo sia indubbio. Offre uno sguardo a un mondo che già conosciamo, però non fa mai male vedere come si comporta chi scruta nell'abisso. E cerca di far catapultare altre persone in quell'abisso.

lunedì 4 maggio 2026

Libri a caso: La Chiusa n. 1


Il rapporto tra il Commissario Maigret e il mare, anzi tra Georges Simenon e il mare, è sempre stato molto stretto. Maigret, dopotutto, è nato su un'imbarcazione - metaforicamente parlando - e più volte le sue indagini si sono svolte in località vicine al mare o a un fiume.
Ma Maigret è anche legato strettamente alla città di Parigi e l'autore ha fatto in modo che questi due tratti si conciliassero in La Chiusa n. 1 (L'Écluse numéro 1), pubblicato nel 1933.
Dopo essere uscito ubriaco da un locale sul lungosenna, il marinaio Gassin cade in acqua e, richiamando altri avventori del locale, si scopre il corpo di un uomo pugnalato alla schiena. Si tratta di Emile Ducrau, un imprenditore del luogo che gestisce con autorità l'intero traffico fluviale della Chiusa n. 1 e altre imprese collegate.
Maigret, che sta per andare in pensione, interroga Ducrau su chi possa averlo pugnalato e scopre una realtà molto più complicata. Che diventa ancora più intricata col suicidio del figlio di Ducrau e un omicidio. Riuscirà il Commissario a sbrogliare la matassa prima del suo ritiro?
Sappiamo bene cosa succede quando un autore cerca di liberarsi del suo personaggio più famoso, difficilmente gli va bene, ma sono abbastanza certo che ritorneremo su questo argomento.
Immagino che, nelle intenzioni di Georges Simenon, questo romanzo - che nella sua mente era il penultimo - dovesse rappresentare una summa dei temi che avevano caratterizzato i diciassette libri incentrati su Maigret pubblicati fino a quel momento.
Ecco dunque Parigi, con i suoi edifici già proiettati verso un'era moderna. Ecco la vita di mare, o meglio di fiume, che nasconde mille tragici segreti. Ecco un rappresentante di una classe abbiente, così inviso al Commissario - e suppongo anche a Simenon - che proviene invece da una famiglia umile.
E, infine, Maigret che ancora una volta entra in questo mondo che non gli appartiene ma che impara subito a padroneggiare, non facendosi intimorire da nessuno.
Quindi Maigret/Simenon mostrano tutto il loro disprezzo per Emile Ducrau che, pur in apparenza non avendo compiuto nulla di male, è in realtà l'araldo di tutto il male che permea il lungosenna. Un'autorità che instilla il terrore nei suoi sottoposti, nella sua famiglia, che vengono continuamente irrisi e sbeffeggiati.
Quel tipo di personalità che ritiene che niente e nessuno possano toccarlo e, quando si accorge di tutte le tragedie che ha generato col proprio comportamento, continua a comportarsi come se nulla fosse.
La Chiusa n. 1 rappresenta uno dei più cupi romanzi di Simenon, se non il più cupo visto finora, dove non c'è proprio spazio per alcun tipo di speranza.
Non stupisce, dunque, che Maigret voglia alla fine staccarsi da questo scenario, rifugiandosi in una placida città di campagna insieme alla moglie. Ma si sa, forse il bello deve ancora venire.