giovedì 12 novembre 2020

A scuola di cinema: Allarme Rosso (1995)

27 ottobre 1962: In piena Crisi dei missili di Cuba, il sottomarino russo B-59 naviga nelle profondità marine nelle vicinanze dell'isola del Centro America, seppur in acque internazionali. La Marina Statunitense ne individua comunque la posizione e, non potendo stabilire un contatto radio, inizia a far esplodere delle cariche di profondità non letali, poiché è l'unico modo che ha per forzare il sottomarino a riemergere, di modo che si proceda alla sua identificazione.
L'equipaggio del sottomarino, che da alcuni giorni non ha più contatti con i propri superiori a Mosca, va nel panico e il comandante Valentin Savitsky si convince che sia scoppiato un conflitto e debbano lanciare un missile nucleare.
Tuttavia il secondo in comando Vasily Arkhipov si oppone alla decisione del comandante. Per via del suo grado di Commodoro, la sua autorizzazione preventiva al lancio è imprescindibile. Alla fine, Arkhipov riesce a far calmare Savitsky e a far emergere il mezzo in superficie, dove viene scortato lontano da Cuba per rientrare infine a Mosca.
Quel giorno, con ogni probabilità, è stato evitato un nuovo conflitto mondiale. E quest'evento, svariati anni dopo, funge da ispirazione per un film.


1993: I produttori Don Simpson e Jerry Bruckheimer vedono un documentario in onda su Discovery Channel intitolato Submarines: Sharks of Steel e ne rimangono intrigati, decidendo di produrre un film su un sottomarino, anche se a quel tempo la loro partnership lavorativa sta già attraversando un periodo di declino e forte crisi, dovuto all'abuso di droghe di cui Simpson soffre da da molti anni, cosa che talvolta lo porta ad avere gravi sbalzi d'umore.
Gli scrittori Michael Schiffer e Richard Henrick, quest'ultimo specializzato in romanzi ambientati proprio sui sottomarini, vengono assunti come sceneggiatori. Per la regia, i due produttori rinsaldano la loro collaborazione con Tony Scott, che va avanti dai tempi di Top Gun.
La prima bozza di sceneggiatura vede l'equipaggio del sottomarino tentare di impedire l'inizio di un conflitto nucleare globale per via di un malfunzionamento del computer del mezzo, in pieno stile 2001: Odissea Nello Spazio. La Marina fa tuttavia notare come la cosa sia del tutto impossibile, considerato che nessun computer presente su un sottomarino da guerra è in grado di lanciare dei missili nucleari.
Dovendo documentarsi a dovere, Simpson e Bruckheimer sfruttano le loro conoscenze nell'esercito americano risalenti appunto da Top Gun e viene garantito loro, nonché al regista e agli sceneggiatori, il permesso di salire a bordo della USS Florida.
Vengono riprese alcune zone del sottomarino, quelle meno sensibili ovviamente, vengono effettuate alcune interviste e si osservano e riprendono le azioni dell'equipaggio nella sala di controllo e di un vicecomandante su cui Denzel Washington modellerà il suo personaggio.
La sceneggiatura viene dunque revisionata, incentrandola in misura maggiore sul confronto tra i due comandanti. Al risultato finale contribuiscono anche Robert Towne, Steven Zaillian e Quentin Tarantino, che compiono una revisione e aggiungono qualche dialogo brillante. Tarantino porta a termine questo lavoro per fare un favore a Tony Scott, il quale è reduce dalla regia di un film tratto da una sceneggiatura di Tarantino, Una Vita Al Massimo (True Romance). Né Towne, né Zaillian, né Tarantino vengono tuttavia alla fine accreditati.
La nuova sceneggiatura non incontra i favori degli ufficiali della Marina statunitense, la quale non gradisce affatto la trama dell'ammutinamento operata dal personaggio di Denzel Washington, poiché - almeno a loro dire - tale evento non si è mai verificato nella storia. Decidono dunque di non offrire più alcuna assistenza su questo progetto.
Per andare avanti nella produzione, Simpson e Bruckheimer entrano in contatto con la Marina francese, la quale mette a loro disposizione per le riprese un sottomarino in dismissione e una portaerei.
Per il ruolo del Comandante Frank Ramsey, vengono contattati in primo luogo Warren Beatty e Al Pacino, ma entrambi impiegano troppo tempo nel prendere una decisione e, dovendo ormai iniziare a girare, la scelta ricade infine su Gene Hackman, che accetta senza troppe lungaggini.
Sentendo che Al Pacino possa prendere parte al progetto, Brad Pitt - all'epoca agli esordi o poco più - si fa avanti per assicurarsi il ruolo di Ron Hunter, poiché è suo desiderio poter collaborare col grande attore. Quando diviene chiaro tuttavia che ciò non accadrà, desiste, e la parte viene dunque affidata a Denzel Washington.
Le riprese iniziano in via ufficiale in California il 15 agosto 1994. Il problema più immediato è che - considerato il mancato appoggio della Marina statunitense - non vi sono riprese di un sottomarino che si immerge nelle acque. Per rimediare alla cosa, viene contattato un civile della zona di Pearl Harbor, il quale informa la produzione del giorno e ora in cui un sottomarino, USS Alabama, esce dal porto.
Una volta che il mezzo si trova in acque pubbliche, Scott impiega un elicottero e delle navi - già presenti in precedenza sul posto - per riprenderlo. Pur di liberarsi di loro, il capitano del sottomarino ordina l'immersione, che è esattamente ciò che Tony Scott vuole. Ovviamente viene sporto subito dopo un reclamo ufficiale ma, siccome il sottomarino si trovava in un luogo non interdetto al pubblico e non esistono leggi che impediscono di riprendere un mezzo militare durante un'esercitazione, la causa non arriva mai in tribunale.
Durante le riprese della scena del confronto tra Ramsey e Hunter, in cui il primo chiede che gli siano date le chiavi che consentono il lancio dei missili, Gene Hackman calcola male lo slancio e sferra davvero un pugno a Denzel Washington, il quale incassa bene il colpo grazie al suo allenamento da boxer che effettua ogni giorno, tanto che chiede e ottiene di inserire una scena apposita in merito anche nel film.
Le riprese si concludono il primo dicembre 1994.
Allarme Rosso (Crimson Tide) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 12 maggio 1995. A fronte di un budget di 53 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale oltre 157 milioni di dollari. Con questo film inizia anche una proficua collaborazione tra Tony Scott e Denzel Washington, che proseguirà con altre quattro pellicole negli anni successivi.
Pochi mesi dopo l'uscita di Allarme Rosso, nel dicembre 1995, Jerry Bruckheimer decide di porre fine alla partnership lavorativa con Don Simpson. C'è tuttavia un ultimo film che devono portare a compimento per obblighi contrattuali: si tratta di The Rock... ma questa è un'altra storia.

domenica 8 novembre 2020

A scuola di cinema: Gli Intoccabili (1987)

1957: Viene pubblicato The Untouchables, un libro autobiografico compilato dall'ex agente governativo Eliot Ness, le cui memorie vengono trascritte dal giornalista e scrittore Oscar Fraley.
Il libro descrive - mescolando sia accuratezza storica che qualche piccola libertà narrativa - la lotta di alcuni fidati agenti del FBI, noti come gli Intoccabili e capitanati da Ness, contro le attività criminali del gangster Al Capone.
Grazie ad alcuni attacchi a distillerie illegali - siamo nell'epoca del Proibizionismo - e il blocco di attività di contrabbando, nel 1931 gli Intoccabili infliggono un duro colpo alle finanze di Capone, il quale tuttavia alla fine viene incriminato e arrestato per evasione fiscale, cosa che pone fine al suo regno criminale, anche se la sua morte avviene solo molti anni dopo, nel 1947.
Ness riesce a dare la sua approvazione finale poco prima di morire. Il libro si rivela un grande successo, facendo luce su eventi della storia americana in quel tempo dimenticati, tanto che già nel 1959 viene opzionato per una serie televisiva omonima che va in onda per quattro stagioni sulla ABC, con oltre 100 puntate, e che vede Robert Stack nel ruolo di Eliot Ness.
Poco più di venti anni dopo la conclusione di questa serie, Gli Intoccabili riescono infine ad approdare sul grande schermo.


1986: La Paramount, titolare dei diritti dell'autobiografia di Ness, decide di produrne un adattamento cinematografico, che prenda però come principale riferimento la serie televisiva.
Il progetto viene affidato al produttore Art Linson e al regista Brian De Palma, i quali tuttavia decidono - di concerto con lo sceneggiatore David Mamet - di prescindere dalla serie e sviluppare un film autonomo, drammatizzando maggiormente la storia originaria (nella realtà, ad esempio, Ness e Capone si incontrarono per pochi istanti un'unica volta e solo dopo l'arresto di Capone e nessuno degli Intoccabili venne mai ucciso dagli uomini al servizio del gangster). Nonostante qualche resistenza iniziale della Paramount, che non gradisce la prima bozza di Mamet, il progetto viene approvato.
Per il ruolo di Eliot Ness, vengono contattati svariati attori tra cui Harrison Ford, Mickey Rourke, Don Johnson (dietro consiglio di Giorgio Armani) e Jeff Bridges, prima che la scelta ricada su Kevin Costner. Per prepararsi alla parte, Costner entra in contatto con l'ex agente FBI Albert Wolff, all'epoca l'ultimo degli Intoccabili ancora in vita, dal quale apprende il contesto storico nel quale si svolsero le vicende e la personalità e il modo di comportarsi di Eliot Ness.
Per il ruolo di Jimmy Malone, dopo il rifiuto di Gene Hackman, la scelta ricade su Sean Connery, favorito dalle sue origini britanniche.
Brian De Palma non è del tutto convinto di queste scelte, non tanto perché metta in discussione le capacità recitative di Costner o Connery, quanto perché all'epoca il primo non è ancora un nome noto al pubblico, mentre il secondo negli ultimi anni è comparso in poche pellicole. Il regista decide allora di contattare, per il ruolo di Al Capone, Robert De Niro.
Costui è interessato, ma insiste sul fatto di voler acquisire 15 chili in più, come aveva fatto per Toro Scatenato (Raging Bull), dove era ingrassato addirittura di quasi 30 chili. A tale scopo, De Niro segue la stessa dieta di allora, mangiando pancake ogni mattina e concedendosi anche un tour culinario in Italia. Alla fine, tuttavia, l'attore non ottiene la massa aggiuntiva sperata e quindi il resto viene compensato tramite delle speciali imbottiture che vengono poste sotto i vestiti.
De Niro ha anche un'altra richiesta. Che tutti gli abiti da indossare sul set rispecchino davvero quelli indossati da Al Capone. Tutti, abbigliamento intimo compreso. La produzione riesce a rintracciare dei sarti che hanno lavorato un tempo per il gangster, accontentando così l'insolita richiesta dell'attore.
Non essendo tuttavia del tutto sicuro che De Niro accetti la parte, De Palma chiede anche a Bob Hoskins se sia interessato al ruolo. Lui risponde di sì, ma solo se De Niro decidesse di rifiutare l'ingaggio. Quando ciò non accade, per scusarsi e ringraziarlo della sua disponibilità De Palma invia a Hoskins un assegno di duecentomila sterline. Al che prontamente Hoskins chiede al regista se ci siano altri ruoli per cui lui possa non essere accettato.
De Palma, dopo aver osservato la sua interpretazione in 8 Milioni di Modi per Morire (8 Million Ways to Die), vuole Andy Garcia nella parte di Frank Nitti, ma Garcia lo convince infine ad affidargli il ruolo di George Stone/Giuseppe Petri.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 18 agosto 1986, svolgendosi a Chicago e nel Montana. Stephen Burum, il direttore della fotografia, tenta di convincere De Palma a girare il tutto in bianco e nero per ricreare le atmosfere dell'epoca in cui è ambientato il film, ma il regista smorza subito le sue richieste dicendogli che la produzione non accetterà mai questa soluzione.
Per la scena dell'uccisione di Malone, Sean Connery si trova impreparato quando le piccole cariche esplosive iniziano a scoppiare vicino a lui, riempiendolo di polvere negli occhi e sangue finto, tanto che per precauzione viene portato in ospedale. De Palma rimane sorpreso dal fatto che "James Bond" non fosse pronto per una scena simile, tanto che al ritorno sul set dell'attore scozzese ci vuole un po' di tempo prima che lo si convinca a rigirare la scena.
Una delle scene finali prevede una sparatoria in una stazione, di fronte a un treno fermo sulle rotaie. Non riuscendo a trovare un treno dell'epoca, o forse ritenendo la produzione la cosa troppo costosa, De Palma modifica la scena spostandola sulle scale della Union Station e, coadiuvato dalla colonna sonora di Ennio Morricone, tramutandola in un omaggio a La Corazzata Potëmkin di Sergej Ėjzenštejn.
Il bambino nella carrozzina è Collin Hymes, il figlio del coordinatore degli stuntmen Gary Himes, che crescendo diverrà a sua volta un abile stuntman. Quando si dice iniziare in maniera precoce!
Le riprese si concludono il 21 novembre 1986.
Gli Intoccabili (The Untouchables) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 2 giugno 1987. A fronte di un budget di 25 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale 106 milioni di dollari. Un successo che spinge alcuni anni dopo De Palma a cercare di far produrre un prequel intitolato Capone Rising, dedicato all'ascesa al potere del gangster e che avrebbe visto Nicolas Cage nel ruolo che fu di Robert De Niro. Dopo molti anni di tentativi, tuttavia, il progetto viene abbandonato.
Gli Intoccabili permette inoltre a Kevin Costner e Andy Garcia di veder lanciate le loro carriere e a Sean Connery di vincere un Oscar come miglior attore non protagonista. Sarà l'unico Oscar che il grande attore scozzese riuscirà mai a conseguire.
Quanto a Brian De Palma, nove anni dopo Gli Intoccabili dirige un altro adattamento di un celebre serial televisivo, Mission: Impossible... ma questa è un'altra storia.

giovedì 29 ottobre 2020

A scuola di cinema: Il Gioiello del Nilo (1985)

Grazie al successo di All'Inseguimento della Pietra Verde (Romancing The Stone), la 20th Century Fox ne mette subito in cantiere un sequel. Un successo dovuto anche alla determinazione della sceneggiatrice della pellicola, Diane Thomas, a cui in segno di ringraziamento Michael Douglas regala una Porsche. Ma da quel momento in poi poche cose andranno per il verso giusto.


Per il sequel, Diane Thomas non può confermare il suo ritorno poiché ha già ricevuto e accettato altre offerte interessanti, tra cui una proveniente dalla Amblin Entertainment di Steven Spielberg, per la quale sta ideando la sceneggiatura di un film, che qualche anno dopo sarebbe divenuto Always - Per Sempre. In sua sostituzione vengono contattati Mark Rosenthal e Lawrence Konner.
Anche il regista, Robert Zemeckis, non ritorna, in quanto impegnato con la produzione di Ritorno al Futuro (Back To The Future), e con sua grande gioia anche, viste le enormi difficoltà riscontrate durante la produzione della prima pellicola. In sua sostituzione viene chiamato Lewis Teague, specializzato in produzioni a basso costo e dalle tempistiche ristrette, cosa quest'ultima che gioca a suo vantaggio.
Chi invece ha nel proprio contratto opzioni contrattuali per un sequel, nello specifico i tre attori protagonisti Danny DeVito, Michael Douglas e Kathleen Turner, viene prontamente richiamato. Per DeVito non è un problema, per gli altri due attori invece sì.
Douglas è infatti impegnato con le riprese di Chorus Line (A Chorus Line) e a un certo punto, dovendo anche fare da produttore del sequel - troppo profittevole per potervi rinunciare - per qualche tempo si divide tra le riprese di Chorus Line e i lavori preparatori di questa nuova pellicola.
Kathleen Turner invece non è altrettanto entusiasta. Ha avuto qualche contrasto con la produzione in merito al compenso del primo film e vuole inoltre dedicarsi ad altri progetti. Fa dunque valere una clausola contrattuale tramite cui ha potere di approvare la sceneggiatura, la quale non le risulta gradita ed è anche incompleta. Si arriva dunque a un punto in cui la Fox minaccia di farle causa per mancati doveri contrattuali per 25 milioni di dollari e l'attrice inizia a valersi dei servigi di un avvocato.
Michael Douglas interviene e le promette che, per l'inizio delle riprese, la sceneggiatura sarà stata completata e revisionata. Questa viene effettivamente rivista da Ken Levine e David Isaacs e Douglas riesce a convincere anche Diane Thomas ad effettuare una piccola revisione. Nessuno di loro tre, comunque, viene alla fine accreditato.
Kathleen Turner abbandona dunque le sue resistenze e accetta di partecipare, seppur di malavoglia. La sua delusione è rivolta più verso la Fox che non verso Michael Douglas, che come produttore ha avuto comunque un ruolo scomodo in questa vicenda, tanto che non avrà problemi a collaborare ancora con lui in futuro.
Alcune settimane prima dell'inizio delle riprese, mentre si stanno ispezionando in Marocco alcuni luoghi adatti, avviene un tragico incidente aereo a seguito del quale sei componenti della troupe perdono la vita. Pochi giorni dopo, l'aereo privato che trasporta Michael Douglas e Kathleen Turner effettua un brusco atterraggio, poiché un'ala colpisce la pista di discesa, prima che il mezzo si stabilizzi.
Le riprese iniziano in via ufficiale, in Marocco appunto, il 22 aprile 1985. Chi pensava che i problemi fossero ormai alle spalle, si sbaglia di grosso. Le temperature della nazione africana sono infatti molto alte già in quel periodo, rendendo così difficile la lavorazione.
Lewis Teague lavora con tempistiche rapide come richiesto dalla Fox, ma essendo questa la sua prima importante produzione l'inesperienza talvolta si fa sentire e gioca brutti scherzi. Una complicata ripresa notturna, che viene completata dopo ore, viene vanificata quando si scopre che non è stata inserita alcuna pellicola nelle telecamere (erano ancora lontani i tempi della lavorazione digitale). Quando Michael Douglas viene a saperlo, va fuori di sé dalla rabbia.
Quando le riprese in Marocco stanno per concludersi, alcuni componenti della troupe iniziano ad ammalarsi. Un responsabile locale del Servizio Sanitario giunge sul posto e stabilisce che si sia verificato un caso di epatite, cosa che costringerà a mettere in quarantena l'intera troupe per almeno sei settimane, vanificando così tutte le tempistiche pianificate. Lo stesso responsabile ha però pronta una soluzione per evitare tutto questo: una generosa mazzetta di un paio di milioni di dollari.
Le riprese conclusive si svolgono in Francia, Nizza, Montecarlo e Cannes e si concludono il 25 luglio 1985.
Ma un'ultima tragedia ha luogo. La notte del 21 ottobre 1985 Diane Thomas sta tornando a casa insieme al suo fidanzato Stephen Norman e a un amico, con la Porsche regalatale da Douglas, dopo una generosa serie di bevute. Il suo fidanzato è quello che ha bevuto meno e si mette dunque alla guida del mezzo, ma ciò non impedisce che, a causa di una chiazza di pioggia, perda il controllo dell'automobile, la quale in quel momento sta andando a oltre 120 chilometri all'ora. Il risultato è un tremendo impatto contro un palo del telefono. Diane Thomas, che si trova sul sedile posteriore, muore sul colpo. Stesso destino condiviso dopo qualche ora dal suo amico, nonostante venga trasportato in ospedale.
Il Gioiello del Nilo (Jewel of the Nile) viene distribuito nei cinema americani a partire dall'undici dicembre 1985. La pellicola viene dedicata alla memoria di Diane Thomas e ai componenti della troupe vittime dell'incidente aereo in Marocco. A fronte di un budget di circa 25 milioni di dollari (non sappiamo se vi sia compresa anche la mazzetta al responsabile del Servizio Sanitario), la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale una somma vicina ai 100 milioni di dollari.
Un incasso inferiore rispetto a quello conseguito con All'Inseguimento della Pietra Verde e a fronte di un budget maggiore, ma ciò non impedisce che si pensi a un terzo film intitolato The Crimson Eagle. La trama prevede un viaggio di Jack Colton e Joan Wilder in Thailandia, insieme ai loro figli, dove rimangono coinvolti nel furto di una preziosa statua.
Il progetto, tuttavia, non va mai oltre una prima bozza, principalmente per via delle pessime critiche ricevute per Il Gioiello del Nilo. Michael Douglas cerca comunque di farlo mettere in produzione, rinunciandovi del tutto nel 1997.
Alcuni anni dopo, nel 2005, l'attore cerca di far concretizzare un altro sequel intitolato Racing The Monsoon, che avrebbe visto la partecipazione di sua moglie Catherine Zeta-Jones, ma anche questo progetto naufraga.
A tutt'oggi, l'ultima avventura di Jack Colton e Joan Wilder è quella avvenuta in Africa in questa pellicola. E questa è la fine della storia.

mercoledì 7 ottobre 2020

Fabolous Stack of Comics: Thanos Vince!

 

Dopo Jeff Lemire, approda sulla più recente serie dedicata a Thanos un astro nascente del fumetto, che prima di dedicarsi a questa testata ha pubblicato alcune storie promettenti per Dark Horse e Image. Il suo nome è Donny Cates e il suo passaggio è devastante.
Cates scrive i numeri dal 13 al 18, più una parte del primo e unico Annual, della serie Thanos, pubblicati dal gennaio al giugno 2018 e che formano la saga Thanos Vince! (Thanos Wins), la cui parte grafica è affidata a Geoff Shaw.
Dopo aver sconfitto il figlio Thane e riconquistato il suo trono, Thanos riceve la visita del folle Ghost Rider Cosmico, il quale lo trascina alla fine del tempo, dove vive una futura versione del Titano, che chiede aiuto alla sua controparte più giovane. La minaccia è quella del Caduto, l'ultimo essere vivente dell'Universo, un Silver Surfer in possesso di Mjolnir. Thanos dovrà decidere se allearsi con la sua controparte futura o tracciare per sé una strada differente.
Questa minisaga è intitolata a Thanos, ma la scena gli viene subito rubata da uno dei personaggi più folli e incredibili che siano mai stati creati, il Ghost Rider Cosmico, che irrompe sulla scena portando con sé una pioggia di sangue. Ritengo la sua origin story una delle più assurde e affascinanti mai viste, con un Punitore (sorry, Netflix) maledetto da Mefisto che diventa poi un araldo di Galactus dotato del potere cosmico e infine servitore del Thanos del futuro. Non si fa fatica a capire come mai sia divenuto un beniamino del pubblico... e al tempo stesso gli sia girato il boccino, per dirla alla Stanley Kubrick.
Poi, però, Thanos prende il suo giusto posto come protagonista (quasi) assoluto. Cates è molto diretto e non prende in giro il lettore: costui è un personaggio del tutto negativo, dunque deve fare cose che lo mettano ai nostri occhi in pessima luce, perciò niente compromessi alla Lemire.
Cates effettua un'operazione azzardata caratterizzando il vecchio Thanos, il quale è in pratica il Titano folle degli esordi ossessionato dalla Morte, una versione che ha imperversato almeno fino al Guanto dell'Infinito. Questo Thanos, emblema vivente dell'anarchia, combatte una battaglia destinata a non avere alcuno sbocco: la sua vittoria finale sarà caratterizzata da nient'altro che un vuoto assoluto. Quello stesso vuoto che attende coloro che ritengono, o meglio dicono, di battersi per un giusto ideale, uccidendo chiunque si pari sul loro cammino.
Il Thanos del presente, invece, usa il potere a volte in maniera plateale, ma a volte in maniera più sottile, magari - come dimostra l'annual - intervenendo su un evento insignificante che avrà tuttavia grande impatto nel futuro. Costui è un cercatore di potere e conoscenza, che prescinde dalla Morte e si presenta al proprio pubblico sorridente e, anche quando suddetto pubblico è stato soggiogato, è di continuo oggetto di adorazione, per paura o perché le persone restano davvero convinte che Thanos abbia "fatto anche cose buone".
Col diciottesimo numero, la serie si conclude. Ma le avventure, sia di Thanos che del Ghost Rider Cosmico, sono appena agli inizi.

giovedì 1 ottobre 2020

Fabolous Stack of Comics: Spirit - The Corpse-Makers

Due anni dopo la maxiserie firmata da Matt Wagner, torna The Spirit, il personaggio ideato ottanta anni fa da Will Eisner, grazie a una nuova storia realizzata da uno dei più apprezzati artisti italiani.
Spirit: The Corpse-Makers è una miniserie di cinque numeri pubblicata nel 2017, scritta, disegnata, colorata e pure letterata nell'edizione americana da Francesco Francavilla. Si è voluto tenere impegnato, diciamo così.
In una Central City più spettrale del solito, dove la pioggia sembra non voler concedere alcuna tregua, Spirit e il suo compare Eb (che suppongo sia Ebony White, il quale non viene chiamato così per evitare stereotipi razziali) si imbattono in una serie di rapimenti ai danni di alcuni reietti della società. Con l'aiuto dell'investigatrice privata Lisa Marlowe, i due scopriranno l'incredibile verità dietro queste sparizioni.
I dichiarati modelli di ispirazione per questa storia sono le detective stories pubblicate negli anni '30 e '40 del ventesimo secolo, in particolar modo quelle scritte da Raymond Chandler e Dashiell Hammett, le cui frasi compaiono all'inizio di ogni capitolo. Rispetto a un Sam Spade o a un Philip Marlowe, tuttavia, con cui The Spirit condivide la stessa ambientazione temporale, vi è da parte dell'eroe una minore disillusione verso l'umanità, che pure esiste e maschera attraverso alcune battute, che qui però quasi scompaiono, forse sovrastate dall'orrore a cui deve assistere.
Il fatto inoltre che la protagonista femminile abbia come cognome Marlowe la dice lunga. A tal proposito, Francavilla - senza farlo pesare in alcun modo e non appesantendo la narrazione - la descrive come una donna forte e indipendente, capace di badare a sé stessa. Il tutto in netto contrasto al modo in cui venivano caratterizzati i personaggi femminili di quell'epoca... e non solo. Qualcuno potrebbe far notare che ne risulterebbe una piccola incongruenza storica, ma in questo caso, come direbbe Doc Brown:"Chi se ne frega!".
La storia imbastita da Francavilla cerca un approccio realistico, dove i veri cattivi sono gli esseri umani e la natura malvagia e arrivista che pervade alcuni di essi. Ecco perché dunque non compare nessuno dei coloriti avversari di Spirit. Sarebbero risultati decisamente fuori posto in questo contesto.
Vi è uno spiraglio per un possibile seguito al termine della storia, ma chissà quando o addirittura se lo vedremo. Ma si sa, già più di una volta Spirit è stato dato per morto, salvo poi tornare sempre: è questa la sua caratteristica principale. Questa la sua vera forza.

mercoledì 23 settembre 2020

Fabolous Stack of Comics: Machine Man

Oggi è un giorno importante. Per molti di voi sarà solo un 23 settembre come tanti altri, magari non proprio come tanti, visto come si è rivelato finora questo 2020. Ma, per chi legge fumetti, questa è una data significativa. Perché è proprio oggi che Machine Man viene ritrovato.
Machine Man è una miniserie di quattro numeri pubblicata tra l'ottobre del 1984 e il gennaio del 1985, scritta da Tom De Falco, che aveva anche realizzato alcuni episodi della prima serie dedicata a Machine Man, con i layout nei primi tre numeri di Herb Trimpe e i disegni finiti, nonché i colori, di Barry Windsor-Smith.
La storia segna il ritorno sulle scene supereroistiche di questo disegnatore, dopo quasi dieci anni di assenza dalle scene. Ecco dunque come mai Trimpe dia un piccolo contributo all'inizio, prima di essere "sovrastato" da Smith nell'ultimo numero.
L'artista contribuisce anche alla sceneggiatura di quest'ultimo numero. E ci prenderà gusto in quello stesso anno, scrivendo una storia della Cosa dei Fantastici Quattro e una di Hulk, la quale rimane inedita in quanto, a suo dire, gli viene scippata da Bill Mantlo.
In quello che nel 1984 era il futuro, ma oggi è il presente e presto sarà il passato (ho già il mal di testa), una banda di ribelli nota come I Predatori ritrova Machine Man in una discarica e lo riattiva. L'eroe robotico, scomparso da svariati anni, scopre che questo nuovo mondo è dominato dalla Baintronics, la società appartenente alla sua acerrima nemica Madame Menace, alias Sunset Bain, che al suo fianco ha un'ex alleata di Machine Man, Jocasta. In questo insolito triangolo si inserisce anche il quarto incomodo, ovvero Arno Stark, l'Iron Man del 2020 (adoro il fatto che debba sottolinearlo a ogni sua apparizione, come se la gente non sapesse che anno sia).
Avete presente quando si fanno quelle battute del tipo:"Nel 2020 ci saranno le auto volanti!" e poi si mostra l'immagine di qualcosa di desolante per far vedere che il futuro non è proprio così? Ecco, Machine Man è l'esemplificazione di questo concetto: nel 1984 si immaginava ancora un futuro dove la tecnologia avrebbe compiuto certi passi e fatto progredire la società, con inevitabili storture da parte di chi quella tecnologia l'avrebbe controllata.
Tuttavia il futuro di allora, che è il nostro presente, non si è proiettato verso l'infinitamente grande, ma verso l'infinitamente piccolo. Al posto di auto volanti ci sono dispositivi minuscoli capaci di contenere una grande quantità di informazioni. E le informazioni sono la chiave del potere.
Ma se la tecnologia ha in effetti compiuto passi da gigante... con piccole cose... altrettanto non si può dire di buona parte dell'umanità, che si limita a bearsi di questa tecnologia che non ha ideato, senza valutarne i benefici e rimanendo ancorata a un modo di pensare da ventesimo secolo ormai obsoleto e per molti versi prevaricante nei confronti dei propri simili.
In confronto, i piani criminali di Madame Menace risultano attuali oggi, poiché una motivazione concreta dietro c'è, ma sfocia in atti criminali. Quella motivazione che altri gruppi di potere oggi realmente esistenti, altre multinazionali, adoperano - il controllo delle persone, indirizzandoli verso un unico modo di pensare attraverso la tecnologia - senza incappare però in un'incriminazione, nonostante essa si configuri in più di un'occasione.
Eh sì, a quanto pare è proprio svanito il tempo degli eroi anche in questo nostro 2020 e, come Machine Man, i rappresentanti di ciò che è giusto sembra possano ritirarsi solo in una propria oasi privata. Lontani dalla società moderna e dalle sue grandi imperfezioni.
Il nome di Herb Trimpe è associato ai disegni di questa miniserie, ma si fa fatica a riconoscerlo. Dire che Windsor-Smith intervenga in maniera decisa e pesante sui suoi layout sarebbe l'eufemismo del ventunesimo secolo. Tutti i volti sono ridisegnati (tranne forse quelli che esprimono ira, l'unica espressione che a Trimpe veniva bene, da qui il suo lungo ciclo di Hulk), gli sfondi sono curati al dettaglio e si fa fatica a trovare qualche differenza sostanziale tra i primi tre capitoli e il quarto, disegnato interamente da Windsor-Smith. Detto ciò, la storia rimane - come tutte le altre opere realizzate dall'artista inglese in quel decennio - un capolavoro di arte grafica, apprezzabile ancora oggi.
Le pagine finali si chiudono su una nota di ottimismo velata da una coltre di tristezza: è ciò verso cui dobbiamo proiettarci nei prossimi mesi. Non dimenticare ciò che è accaduto, ma andare verso un nuovo tramonto, che darà vita prima o poi a una rinnovata alba dell'umanità.