giovedì 23 ottobre 2014

Tyler Durden vs Ferris Bueller

Il ventunesimo secolo, o terzo millennio che dir si voglia, ha portato con sé una maggiore esigenza di realismo da parte del pubblico. Quel pubblico smaliziato e speranzoso che si sorbiva tutte quelle produzioni anni '80 era cambiato e i nuovi target dell'audience non potevano, non volevano (ma sarà così?) più accettare certe cose prima date per scontate. E c'è stato un contagio generale, tanto che oggi non riesci più a vedere le cose come un tempo. Non riesci a vedere un telefilm dell'A-Team e accettare il fatto che soldati veterani e addestrati non uccidano mai nessuno, nonostante ci siano centinata di sventagliate di proiettili. O guardare CHIPS e non protestare per il fatto che tutti escano illesi e senza un graffio da ogni dannato incidente stradale. L'esigenza di realismo ha portato con sé prodotti eccelsi (I Soprano, Breaking Bad, House Of Cards), ma anche danni. E ha esteso le sue spire indietro nel tempo.
C'era una volta una chimera chiamata sospensione dell'incredulità.


C'è un uomo senza nome, gran lavoratore e perfettamente integrato nel sistema. Ma quel sistema è per lui opprimente, angosciante, potremmo essere noi stessi a ben vedere. Così alla fine quest'uomo, incapace di ribellarsi a questo sistema, crea una personalità ribelle, anarchica, ma che nella realtà non esiste e che quel sistema lo vuole distruggere con la violenza: quella personalità si chiama Tyler Durden e tramuterà il tizio senza nome in un uomo nuovo. Ebbene sì, questo è Fight Club, il romanzo di Chuck Palahniuk divenuto celebre grazie all'omonima trasposizione cinematografica diretta da David Fincher dove Tyler Durden era interpretato da Brad Pitt. Ora, mi direte voi, cosa c'entra tutto questo con Una Pazza Giornata Di Vacanza (Ferris Bueller's Day Off), una commedia diretta da John Hughes nel 1986?
Nel film il protagonista assoluto è appunto lo studente Ferris Bueller, interpretato da Matthew Broderick: un ribelle, che agisce al di fuori del sistema rappresentato per lui dai genitori e dalla scuola e che come Deadpool infrange il Quarto Muro, rivolgendosi direttamente al pubblico e dando lezioni di vita. Il suo contraltare è Cameron Frye: un ragazzo malaticcio che invece in quel sistema è perfettamente integrato, ma ne è anche oppresso - tanto che la figura paterna è per lui qualcosa da temere. Potremmo essere stati noi qualche anno fa. Ferris riesce a convincere Cameron a "prendere in prestito" la Ferrari di suo padre e lo porta insieme con la sua fidanzata a visitare svariati luoghi di Chicago, la città in cui si svolge il film, allo scopo di dimenticare almeno per una pazza giornata le loro preoccupazioni quotidiane. Alla fine però Cameron provoca un incidente con la Ferrari e quel sistema di cui ha paura torna a tormentarlo: solo che stavolta lo fronteggia e decide di confrontarsi con suo padre. Diventando un uomo nuovo. Ferris scompare.
Per più di dieci anni nessuno ha mai messo in dubbio nulla di questa trama. Va bene, c'erano alcuni elementi un po' sopra le righe, ma appunto... sospensione dell'incredulità. Il film è anche divenuto un piccolo oggetto di culto. Poi però è arrivato il nuovo millennio e qualcuno ha cominciato a dire:"Ehi, ma la storia è fin troppo irrealistica, l'happy ending da libro delle favole è inconcepibile" ; "Impossibile che tutti quei luoghi di Chicago così distanti tra loro siano visitati in un solo giorno" ; "Irreale che un ragazzo convinca centinaia di abitanti di Chicago a ballare e cantare con lui sulle note di Twist And Shout dei Beatles". Richiesta di realismo laddove non è necessaria: l'happy ending deve esserci perché è una commedia, lo spettatore di allora vedeva il film anche per quello e non voleva altro; e nel mondo di Ferris Bueller si può visitare Chicago in un solo giorno e uno studente può convincere l'intera cittadinanza a ballare e cantare insieme a lui o dare vita a un immenso girotondo coi bambini all'Art Institute.
E se invece non fosse così? Ecco allora circolare da qualche tempo la "teoria Fight Club", la quale ovviamente non potrà mai essere confermata o smentita da quella buon anima di John Hughes. La teoria secondo cui sia Ferris Bueller che il mondo che ruota intorno a lui (il preside della scuola, i genitori, l'eterna fidanzata) non esistono ed entrambi sono solo un prodotto dell'immaginazione di Cameron, una sua proiezione mentale. Oppresso dal sistema e dall'autorità, Cameron crea un suo opposto che da quel sistema si tiri fuori. Forse Cameron si fa un giro in Ferrari e provoca subito l'incidente, forse addirittura non prende mai in prestito l'auto di suo padre, forse il tutto viene immaginato sul letto di casa e l'unica scena reale è quando accetta di confrontarsi con il padre. Ecco spiegate le apparenti scene irreali. Ecco spiegati i monologhi che sfondano il Quarto Muro: non è Ferris che parla a noi, ma l'Es di Cameron che parla al suo Io. Ecco spiegato il lieto fine da libro di favole: nel voler dire addio alla sua creazione, Cameron si congeda da lui facendolo mettere insieme alla sua eterna fidanzata e salvandolo da una punizione ad opera dei suoi genitori. Rimanendo dunque l'idolo della scuola, quello studente amato e un po' ribelle che tutti noi avremmo voluto essere almeno per un giorno. Una rappresentazione vivente della felicità: quello che Cameron non è e mai sarà.
Sì, ridotto in questi termini il film assume più i tratti di un dramma esistenziale che non di una commedia, vedendone snaturata la sua natura originaria: ve l'avevo detto che l'eccessiva esigenza di realismo a volte provoca dei danni. Mi rituffo nella mia piscina di sospensione dell'incredulità.

domenica 17 agosto 2014

Quel megalomane di John Byrne (II)

A metà del 1974 John Byrne era ancora un signor nessuno, eppure anche un promettente giovane artista in attesa di compiere il grande passo. Presto sarebbe arrivato il suo momento.



La prolifica attività di copertinista di fanzine e il fumetto ACA Comix 1 fanno sì che Byrne sia notato da un editor della Marvel, Tony Isabella, il quale gli commissiona le matite di una storia di Dracula di 5 pagine sceneggiata da David Anthony Kraft dal titolo Dark Asylum. La storia viene regolarmente completata e pagata, ma rimane nel cassetto per oltre un anno: è comunque importante poiché segna il primo lavoro professionale portato a termine da Byrne.
Nell'agosto 1974, Byrne vede finalmente un suo lavoro pubblicato: si tratta di una storia in bianco e nero di due pagine scritta da Al Hewetson e pubblicata sul ventesimo numero della rivista Nightmare, edita dalla piccola casa editrice Skywald Publications, la quale poi non sopravvisse agli anni '70 e alla concorrenza spietata della Marvel, chiudendo i battenti meno di un anno dopo la pubblicazione di questa storia.
Nella seconda metà del 1974 Byrne inizia a lavorare in maniera più stabile per la casa editrice, ora defunta, Charlton Comics. Un suo editor, Nicola Cuti, nota infatti su una fanzine intitolata Contemporary Pictorial Literature - ideata da tali Roger Stern e Bob Layton - una storia dedicata ad un robot di nome Rog-2000 e decide di renderla una backup story di un titolo Charlton, E-Man, facendosi carico lui stesso delle sceneggiature ma lasciando a Byrne la parte grafica. È l'inizio di un proficuo sodalizio dell'artista anglocanadese con questa casa editrice che lo porta ad occuparsi nei successivi due anni di altre serie quali Emergency!, Space: 1999 (adattamento a fumetti della serie televisiva interpretata da Martin Landau) e il post-apocalittico Doomsday Plus One, la prima testata professionale co-creata da Byrne.


Il 1975 rappresenta il vero anno della svolta per Byrne: oltre a veder finalmente pubblicata la sua storia di Dracula su un Giant-Size, infatti, un giovane sceneggiatore della Marvel suo coetaneo di nome Chris Claremont nota le storie disegnate dall'artista anglocanadese per la Charlton e inizia a chiedere con insistenza ai suoi editor di poter collaborare con lui (se ne sarà pentito, col senno di poi?). L'occasione propizia si presenta quando il disegnatore Pat Broderick buca una scadenza per un racconto di Iron Fist che doveva essere pubblicato sul venticinquesimo numero di Marvel Premiere. L'editor John Verpoorten allora lo licenzia e, seguendo il consiglio di Claremont, affida la storia a Byrne, il quale riesce a consegnarla in tempo.


Caso vuole che di lì a poco Iron Fist diventi titolare della sua prima serie regolare, una testata che vede di nuovo riunito il binomio Claremont/Byrne: la prima di una lunga serie di collaborazioni.

sabato 26 luglio 2014

Libri a caso: Nostra Signora Delle Tenebre


La letteratura horror ha molte sfaccettature, ma uno dei suoi rami più intriganti è l'horror metropolitano, ambientato nelle grandi città. Si potrebbe pensare che nelle metropoli odierne, preda dell'ambizione e di un senso di sfrenatezza dove il passato viene subito lasciato alle proprie spalle, sia impossibile trovare qualche elemento riconducibile ai classici topoi dell'horror, ma in realtà non è così e anche il cinema lo ha dimostrato in più di una occasione, soprattutto con quello che è forse l'esempio più riuscito in tal senso, Rosemary's Baby.
Uno degli scrittori più a suo agio in questo sottogenere (la cui paternità può forse attribuirsi a H.P. Lovecraft), fu lo scrittore Fritz Leiber, che visse in prima persona l'espansione delle metropoli a seguito della Seconda Guerra Mondiale. Il romanzo Nostra Signora Delle Tenebre (Our Lady Of Darkness) del 1978 ne è un fulgido esempio. La Mater Tenebrarum celebrata anche da Dario Argento, e basata su un'opera dello scrittore Thomas De Quincey, fa capolino anche qui, in una San Francisco preda di una rivoluzione a livello sociale e sessuale (con alcuni risvolti drammatici che sarebbero apparsi evidenti solo negli anni successivi).
Il protagonista si chiama Franz Westen, uno scrittore vedovo ex alcolizzato che sta cercando di rifarsi una vita, il quale una sera vede col binocolo dalla finestra del suo appartamento una strana figura aggirarsi nei pressi di Corona Heights. Spinto dalla curiosità, Westen indagherà su questo mistero e si imbatterà in una enigmatica figura del passato di San Francisco, una insolita maledizione e in strani esseri noti come paramentali, i fantasmi dell'era moderna, nati tra le viscere dei grattacieli e le strade affollate delle metropoli.
Il protagonista è un riflesso distorto di Leiber stesso, visto che anche lui precipitò per tre anni nel baratro dell'alcolismo a seguito della morte della sua prima moglie: quindi rappresenta anche una metafora dello scrittore sempre alla ricerca di territori ignoti (anche metafisici) da esplorare. Il romanzo può dividersi in due parti: la prima, dopo il primo evento misterioso, è incentrata sulla descrizione di Westen e del mondo che lo circonda (i vicini di casa, il suo lavoro), la seconda sull'indagine per venire a capo del mistero. La prima parte, fin troppo lunga (occupa una buona metà del romanzo), risulta alla fine ridondante e noiosa, mentre la seconda è veramente avvincente salvo forse un finale fin troppo frettoloso, anche se la descrizione di Nostra Signora delle Tenebre nella sua semplicità risulta assolutamente spiazzante... diciamo che non vedrete più le vostre librerie come un tempo.
In conclusione, non sarà l'opera migliore di Leiber ma ha in sè alcuni elementi che hanno precorso parte della letteratura horror moderna.

mercoledì 16 luglio 2014

I film che ma anche no: Cherry Falls


A volte certi film horror nascono con intenti seri... al limite seriosi, ma rivisti a distanza di anni ed anni dalla loro uscita lasciano dietro di sè un carico di trashitudine e involontario surrealismo che diviene alla fine l'unico motivo per cui vengono ricordati.
Caso in questione: la pellicola del 2000 Cherry Falls di Geoffrey Wright. Essendo un film dove c'è un assassino misterioso, vi annuncio che più avanti vi rivelo chi è, quindi se per qualche oscuro motivo voleste vedervi questa pellicola non proseguite oltre. Di per sè il film si segnala per essere interpretato dalla sfortunata attrice Brittany Murphy (morta a soli 32 anni) e vede un ritorno sulle scene dell'originale Kyle Reese, alias Michael Biehn. Aldilà del fatto che film così negli Stati Uniti se ne producono a bizzeffe ogni anno, penso che il tutto nasca anche a seguito del successo del ciclo di Scream di Wes Craven, che pur aveva parodiato un certo tipo di horror (lo slasher movie).
Nella cittadina di Cherry Falls, una misteriosa assassina uccide giovani coppiette di liceali, gettando nel panico la popolazione. La figlia dello sceriffo locale, dopo un discorso sentito da parte di un insegnante, Leonard Marliston, a cui lei tiene molto, inizia a indagare sul caso, cosa che rischia di ritorcersele contro quando l'assassina arriva quasi a ucciderla dopo averla inseguita per tutta la scuola. E qui finisce la parte seria del film.
Ben presto infatti si scopre una cosa tragggggica: tutti i ragazzi uccisi erano pure vergini - e non nel senso del segno zodiacale (oltre al danno, la beffa insomma). "Holy hymens, Batman!". Allora gli studenti concepiscono una soluzione... ma proprio di quelle che... le menti eccelse quando lavorano... insomma, un'orgia! O meglio "un olocausto di imeni", come viene definita. Persino io, che spengo il cervello durante la visione di film del genere (non che sia molto attivo in ogni caso), mi sono detto:"Il luogo perfetto per una strage di massa!". Prima della serata di sesso sfrenato, ampiamente pubblicizzata anche in TV (con un mordi e fuggi ve la cavavate, gente, io ve lo dico), ci sono anche sedute comuni sul come comportarsi in casi eccezionali tipo orgasmo clitorideo... no, non ho spento il DVD in quel momento.
Con un piccolo colpo di scena, la sera dell'orgia più casta della storia l'assassino non è lì. E scopriamo chi è: il professor Leonard Marliston. Sua madre, da giovane, venne violentata da cinque studenti (uno dei quali era il futuro sceriffo di Cherry Falls) e quindi ha deciso di vendicarsi della popolazione vergine della città, togliendo loro la vita. E lo ha fatto travestendosi da donna per ricordare a tutti il peccato originale. Forse se non mi soffermo troppo a pensarci, è una motivazione sensata. I fantasmi di Michael Caine e Brian DePalma nel frattempo mi stanno girando intorno. Marliston uccide lo sceriffo, poi insegue sua figlia - non prima tuttavia di essersi travestito da donna (il look innanzitutto) - arrivando fino al luogo dell'orgia ("Oh, finalmente sesso e sangue!" esclamano in massa gli spettatori di tutto il mondo): dopo qualche asciata qua e la tra amici, la ragazza con un colpo che avrebbe fatto invidia a Bruce Lee fa precipitare Marliston contro una staccionata, impalandolo e lasciando che sia infine ucciso da un'agente di polizia con doppi colpi di pistola alla John Woo.
La minaccia dell'assassino ammazzavergini è finito... ma sua madre? Che fine ha fatto? Che sia davvero lei la mandante? E che ne so, il film ci lascia con questo dubbio...
Bene, bravi, bis... ma anche no.

Minuti della vostra vita che guadagnerete non guardando questo film: 92

Giudizio: Vieni con me, se vuoi trombare (papapapapa).

venerdì 27 giugno 2014

Libri a caso: Zona Pericolosa



Jack Reacher è il personaggio con cui lo scrittore Lee Child si è imposto all'attenzione della scena letteraria e che di recente è apparso anche sul grande schermo, interpretato da Tom Cruise, nonostante alcune lievi differenze (il Jack Reacher dei libri - per dirne una - è alto più di due metri).
Zona Pericolosa (Killing Floor) del 1997 è il romanzo in cui il personaggio di Jack Reacher ha fatto il suo esordio, in grande stile oserei dire. L'ex marine esperto in indagini militari ha abbandonato l'esercito e ora vive una esistenza da vagabondo: una volta giunto nella cittadina di Margrave, in Georgia, viene arrestato per un crimine poco chiaro. Tra un'esperienza drammatica in prigione, la morte di una persona cara e un amore imprevisto, Jack Reacher scoprirà un contrabbando di banconote false, guidato da uomini spietati e insospettabili.
La forza principale di questo romanzo è il fatto che venga narrato in prima persona direttamente da Reacher stesso: attraverso i suoi occhi e il suo modo cinico di vedere la vita, dunque, gli eventi del libro assumono una piega particolare ed intrigante, una sorta di prospettiva dell'uomo comune ma in possesso di una mente analitica, fredda e distaccata. Lo stesso svolgersi degli eventi è lineare e non pretende di avere dunque colpi di scena a tutti i costi, tranne uno che forse non a caso è volutamente prevedibile.
Sembra dunque che Lee Child, partendo da un problema oggettivo (la distribuzione di dollari falsi su territorio americano provenienti dall'estero), abbia voluto costruire una storia il più possibile realistica, dove anche gli eventi più crudi (colluttazioni, omicidi) sono descritti in maniera trasparente e oggettiva, mettendo da parte qualsiasi tipo di emozione poichè l'unico che potrebbe condividerle con noi è qualcuno che le maschera e le nasconde il più possibile.
Un buon esordio, perciò, che ha dato vita ad una serie di romanzi ancora in corso.

venerdì 20 giugno 2014

Libri a caso: Pianeta Rosso


C'è stato un tempo in cui la fantascienza pensava su scala di portata cosmica, dove tutto era immensamente grande (e ingombrante) e avveniristico. Si fantasticava di viaggi spaziali, di viaggi nel tempo, di comunicazioni avanzate... il tutto con macchinari che avrebbero riempito un edificio. Concetti che alla lunga si sono rivelati non tanto errati, quanto "difettosi", non avendo saputo prevedere l'esatto contrario, ovvero dispositivi incentrati sull'immensamente piccolo. Soprattutto nel campo della comunicazione.
Pianeta Rosso (Red Planet), del 1949, scritto dal veterano Robert Heinlein rientra in questi racconti di portata cosmica, specchio di un'epoca che oggi ci appare così lontana. Il pianeta rosso in questione è chiaramente Marte. I protagonisti di questo "juvenile" (romanzo teoricamente adatto a un pubblico di bambini) sono Jim Marlowe e Frank Sutton, che come tutti i ragazzi devono andare al liceo marziano. La loro particolarità tuttavia è che come animale da compagnia hanno una piccola palla di pelo marziana, Willis, un mutaforma capace di replicare alla perfezione ogni timbro vocale. Dopo un fortuito incontro con i nativi marziani, i due ragazzi vengono a conoscenza di un piano per impedire un esodo di una parte della popolazione umana presente su Marte, allo scopo di risparmiare soldi e "fare la cresta" sugli approvvigionamenti. Riferito il tutto ai loro genitori, la ribellione dei coloni monta e troverà presto un aiuto inaspettato.
Quando prima parlavo di altra epoca, intendevo concetti che adesso ci appaiono veramente obsoleti e non mi riferisco solo ad una descrizione di Marte oggi superata (cosa che comunque all'epoca Heinlein non poteva certo immaginare). Suona un po' strano ad esempio, in quest'epoca di comunicazioni moderne, leggere che i personaggi di questa storia ambientata nel prossimo futuro debbano usare il telefono di casa o scrivere una lettera a penna (!) per comunicare con l'esterno. Senza contare alcuni inevitabili clichè del dopoguerra: Marte sembra essere stato conquistato solo e unicamente dagli americani albini, con le donne comunque relegate al ruolo di "casalinghe" (non c'è una frase del tipo stai zitta e vai a cucinare, ma poco ci manca). Poi Heinlein, che aveva opinioni sulla società un po' particolari, all'inizio per bocca di uno dei protagonisti dice allegramente che ogni cittadino dovrebbe avere il diritto di portare un'arma da fuoco, anche i bambini!
Ci aggiungiamo una serie di protagonisti abbastanza detestabili, a partire dal Jim Marlowe di cui sopra (anche se forse è una cosa voluta da Heinlein), e concludiamo dicendo che questo libro è un must solo per i veri appassionati di questo grande scrittore, che ha segnato sì la storia della fantascienza ma con altre opere.