domenica 9 maggio 2021

A scuola di cinema: RoboCop (1987)

1980: Alle elezioni presidenziali statunitensi trionfa Ronald Reagan, il quale batte George Bush Senior. Nei primi anni della sua presidenza, la politica americana e le megacorporazioni statunitensi diventano più aggressive rispetto al passato per contrastare lo strapotere delle megacorporazioni giapponesi. Il tutto causa anche inevitabili effetti deleteri, come la chiusura di molte fabbriche - in particolare quelle automobilistiche di Detroit - e l'aumento della disoccupazione.
In questo scenario presente incerto, nasce un eroe del futuro che diventa un caposaldo del cinema: RoboCop.


1981: Lo sceneggiatore Edward Neumeier lavora come correttore di bozze cinematografiche in un camper vicino agli studi della Warner Bros. quando nota la costruzione di un grande set a poca distanza da dove si trova, qualcosa che cattura la sua attenzione.
Il set è quello del film Blade Runner e di notte, quando Neumeier termina di lavorare, si reca presso di esso a osservare Ridley Scott e la troupe lavorare alla pellicola e dà una mano laddove serve. Non essendoci all'epoca rigide procedure di sicurezza, nessuno cerca di allontanarlo.
Neumeier rimane lì per quattro notti, durante le quali nota il modellino dell'auto volante utilizzata nel film, rimanendone affascinato. Appassionato di fantascienza e fumetti, Neumeier - pensando alla trama del film che vede un poliziotto umano cacciare dei robot ribelli - concepisce in quelle notti l'idea di RoboCop. Ovvero di un robot che punisce i criminali umani. Un'idea poco più che abbozzata, la quale viene concentrata in un primo trattamento di 40 pagine che lo sceneggiatore decide di non sviluppare nell'immediato.
Nel 1984, Neumeier conosce un aspirante regista cinematografico, che per sbarcare il lunario dirige video musicali, Michael Miner.
Quando scopre che Miner sta dirigendo un video musicale incentrato su un robot - Don't Stop Runnin' degli Y & T - e ha in mente un film su un robot intitolato SuperCop, Neumeier lo mette a parte del suo progetto. I due autori cominciano a collaborare e, lavorando durante le notti e nel tempo libero durante i weekend, dopo tre mesi di lavoro nel dicembre 1984 la prima bozza, intitolata RoboCop: The Future of Law Enforcement, viene completata.
Grazie alle loro, seppur limitate, conoscenze nell'ambiente cinematografico, i due fanno circolare la sceneggiatura. Poco tempo dopo ricevono due proposte: la prima da parte della società indipendente Atlantic Releasing, la seconda della Orion Pictures per tramite del produttore Jon Davison.
Viene accettata questa seconda proposta e Neumeier e Miner si mettono al lavoro per rifinire la sceneggiatura, ricevendo un ingaggio di 25.000 dollari più la promessa di una piccola percentuale sui profitti della pellicola.
Una volta completata la seconda bozza, Neumeier chiede di essere uno dei produttori del film, mentre Miner si propone come regista. Al primo viene dato un ruolo da co-produttore, mentre al secondo viene offerta la regia della seconda unità, considerata la sua scarsa esperienza. Una proposta che Miner rifiuta.
Trovare un regista interessato al progetto non è comunque semplice. Il primo a cui viene assegnato l'incarico è Jonathan Kaplan, che però vi rinuncia per andare a dirigere Fuga dal Futuro (Project X). Altri registi vengono dunque contattati, ma rifiutano, alcuni non appena vengono a conoscenza del titolo del film, ora abbreviato solo in RoboCop, ritenuto troppo stupido.
Fino a quando una dirigente della Orion, Barbara Boyle, suggerisce il nome di Paul Verhoeven, un regista olandese un cui film ha esordito di recente negli Stati Uniti, L'Amore e il Sangue (Flesh and Blood), distribuito appunto dalla Orion.
Barbara Boyle manda la sceneggiatura a Verhoeven che, come nota il titolo in prima pagina, la butta nel cesto della spazzatura. Senza arrendersi, Barbara Boyle gliela rimanda, chiedendogli di andare oltre. Verhoeven consegna allora la sceneggiatura a sua moglie Martine Tours che, dopo averla letta, gli consiglia di accettare l'incarico, poiché la storia parla di un uomo che perde la propria identità e deve lottare per riacquisirla.
Verhoeven dunque inizia a leggere la sceneggiatura a sua volta, con accanto un dizionario, non essendo ancora fluente nella lingua inglese e non capendo perciò alcuni giochi di parole. Alcuni dovrà farseli spiegare dai due sceneggiatori. Quando arriva alla parte in cui il personaggio di Alex Murphy torna a casa e ha flash di memoria su sua moglie e suo figlio, il regista decide di accettare.
Verhoeven si presenta dai due sceneggiatori, chiedendo di dare alla storia toni più seri, ma quando legge la terza bozza prodotta, incompleta - che prevede anche una relazione tra Alex Murphy e Anne Lewis - decide che è meglio utilizzare la seconda, dai toni più satireggianti.
Per il ruolo principale, vengono considerati vari attori, tra cui Michael Ironside, Tom Berenger e dietro richiesta di Verhoeven Rutger Hauer, ma il loro fisico, per quanto possa apparire strano, è troppo esile per poter adattarsi all'armatura e all'elmetto di RoboCop. Orion propone dunque Arnold Schwarzenegger, ma qui si presenta il problema contrario: la sua stazza è troppo imponente e dunque non risulterebbe credibile come RoboCop.
Si arriva dunque a Peter Weller, che non solo ha il fisico adatto grazie al fatto che compete spesso e volentieri a titolo amatoriale in delle maratone, ma il suo ingaggio è anche inferiore rispetto agli altri attori. E il suo mento, secondo Verhoeven, si adatta alla perfezione all'elmetto.
Per prepararsi alla parte, Weller entra in contatto col mimo Moni Yakim per ideare i movimenti ideali del suo personaggio quando è in armatura.
Per il ruolo di Anne Lewis, la prima scelta ricade su Stephanie Zimbalist, che ritiene aver concluso i suoi impegni televisivi per il telefilm Mai Dire Sì (Remington Steele). Tuttavia a sorpresa la NBC decide di produrre una nuova stagione del serial ed essendo l'attrice obbligata contrattualmente a parteciparvi è costretta a declinare la proposta. In sua sostituzione viene scelta Nancy Allen, che accetta dopo aver letto la sceneggiatura, pur ritenendo il titolo orribile.
L'attrice ha una fluente chioma di capelli biondi e Paul Verhoeven le chiede di accorciarli perché - almeno a suo dire - con un aspetto mascolino il pubblico non penserà che ci possa essere del tenero o un sottotesto sessuale tra il suo personaggio e RoboCop. Le viene anche chiesto di mettere su qualche chilo, cosa che l'attrice ottiene semplicemente smettendo di fumare.
Per prepararsi alla parte, visto che in vita sua non ha mai maneggiato armi, Nancy Allen frequenta un'accademia di polizia, ricevendo lezioni dal reclutatore Steve Estrada.
Per l'ideazione dell'armatura di RoboCop viene contattato l'esperto di effetti speciali Rob Bottin. Costui si trova subito di fronte alla difficoltà di realizzare un'armatura il più possibile robotica, ma con la consapevolezza che dovrà essere indossata e manovrata da un attore in maniera il più possibile fluida. Bottin concepisce circa 50 design dell'armatura prima che Verhoeven si dichiari soddisfatto, cosa che causa in lui grande frustrazione.
Ma la parte più difficile arriva quando si tratta di costruire l'armatura, per cui si decide di utilizzare come materiale principale la gommapiuma. Il team capitanato da Bottin impiega ben sei mesi per completare quest'incarico, dovendo costruire più modelli per esigenze di riprese e lavorazione, saranno alla fine sette i modelli prodotti. Senza contare la difficoltà intrinseca che si tratta di un lavoro che non ha precedenti nell'ambito dell'industria cinematografica.
Il lavoro viene dunque completato a riprese sostanzialmente già iniziate, cosa che non permette a Peter Weller di provare l'armatura in maniera preventiva come si era prefisso.
Le riprese iniziano in via ufficiale il 6 agosto 1986. Anche se la storia si svolge a Detroit - simbolo della decadenza economica statunitense dell'epoca, ma ritenuta poco futuristica - i lavori vengono eseguiti in Texas, Pennsylvania e California.
Quando l'armatura di RoboCop giunge sul set, a due settimane dall'inizio dei lavori, Weller impiega non meno di undici ore per entrarvi, ma riesce a muoversi a malapena. Inoltre non riesce a vedere bene dall'elmetto. Irato in quanto tutto il lavoro di preparazione coordinato da Moni Yakim è da gettare al vento, Weller chiede di bloccare la produzione e trovare una soluzione al problema.
La Orion a quel punto vorrebbe affidare la parte a Lance Henriksen, ma Bottin ha modellato l'armatura sulle fattezze di Weller, così Yakim viene chiamato sul set mentre l'armatura viene rimodellata e idea in tre giorni insieme a Weller e Verhoeven dei nuovi movimenti per il personaggio.
Anche quando finalmente Weller può muoversi, i problemi non sono finiti. Essendo comunque l'armatura ingombrante, non gli permette di entrare nelle auto o di scendere le scale. Così, quando vi è una scena che coinvolge questi aspetti, l'attore viene inquadrato solo dal petto in su, mentre sotto è in mutande.
Le alte temperature texane inoltre fanno sì che, ogni volta che esce dall'armatura, Weller abbia perso circa un chilo e mezzo di peso. Oltre a reidratarsi, per far abbassare la temperatura interna vengono diretti in primo luogo verso l'attore getti di aria condizionata ogni venti minuti. Fino a quando viene inserito un piccolo ventilatore dentro l'armatura.
Edward Neumeier è presente ogni giorno sul set, cosa che aiuta la produzione quando si tratta di riscrivere una scena al volo o estenderla dietro richiesta di Verhoeven. Nonostante ciò, sia la tempistica che il budget iniziale previsto di 11 milioni di dollari vengono sforati, costringendo il regista della seconda unità Monte Hellman a dirigere di persona alcune scene, poi chiaramente approvate da Verhoeven.
Per questo motivo, in un primo momento si decide di non girare la scena dell'uccisione di Alex Murphy, ma quando i dirigenti della Orion visionano il materiale filmato mettono a disposizione una somma aggiuntiva perché tale scena sia girata.
Le riprese si concludono l'otto novembre 1986.
La pellicola, contenente per l'epoca scene molto violente, seppur alcune di esse presentate in chiave caricaturale, fatica a ottenere l'approvazione da parte della Motion Picture Association of America (MPAA), che vuole applicare un rating X, vietato ai minori. Solo dopo otto rimontaggi, ottiene infine un Rating R (minori fino ai 13 anni ammessi se accompagnati da almeno un genitore).
RoboCop viene distribuito nei cinema americani a partire dal 17 luglio 1987. A fronte di un budget di tredici milioni e settecentomila dollari, la pellicola arriva infine a incassare solo sul territorio statunitense oltre 53 milioni di dollari.
Un buon successo, pur se non eccezionale, che convince la Orion Pictures a mettere subito in produzione un sequel. La cosa non si rivelerà così semplice... ma questa è un'altra storia.

venerdì 7 maggio 2021

Fabolous Stack of Comics: Stormwatch - Colpisce il Fulmine


Fino al numero 36 del giugno 1996, Stormwatch era una delle tante serie prodotte dalla Image Comics. Creata da Jim Lee e Brandon Choi, si distingueva per essere un gruppo sotto la tutela delle Nazioni Unite - concetto non così originale, visto che quantomeno lo SHIELD della Marvel possedeva la stessa caratteristica - e con supereroi provenienti da varie nazioni... no, neanche questo originale a pensarci bene, anticipati dagli X-Men molti anni prima.
Insomma, Stormwatch rischiava di divenire col tempo una serie come tante, ricordata solo perché fu una delle prime serie Image dei transfughi della Marvel Comics (anche quest'evento, peraltro, ormai sepolto dal tempo e di cui i lettori più giovani non sanno nulla, e credo nemmeno vogliano saperne nulla)... poi è arrivato il numero 37 del luglio 1996. Una nuova gestione, un nuovo punto di partenza, un nuovo autore: Warren Ellis.
Lo sceneggiatore, coadiuvato da alcuni disegnatori il cui elemento principale è Tom Raney, inizia da questo numero a imbastire una lunga saga - tramite racconti singoli che si scoprono poi essere interconnessi - che si protrae fino al numero 47 intitolata Colpisce il Fulmine (Lightning Strikes).
Nel primo numero di questa saga viene subito introdotto un personaggio fondamentale per questa nuova gestione: Jenny Sparks, lo Spirito del Ventesimo Secolo. Tramite un seminale colloquio tra lei e Henry Bendix/Weatherman viene identificato il problema principale della narrativa dei supereroi a più di 35 anni dalla creazione dei Fantastici Quattro. Il ripetersi mese dopo mese dello scontro tra supereroi e supercriminali e il mantenimento perpetuo dello status quo.
Bendix rifonda Stormwatch creando tre branche di questo gruppo: Stormwatch Primo, il gruppo principale e pubblico, Stormwach Nero (capitanato da Jenny Sparks e di cui fa parte anche Jack Hawksmoor), per le missioni sotto copertura, e Stormwatch Rosso, incaricato delle ritorsioni. Mentre nel frattempo alcuni componenti del gruppo subiscono misteriosi attacchi che sembrano fare capo a un ignoto mandante.
Bendix e Jenny Sparks condividono due visioni diverse della gestione del potere ed entrambi sono convinti che il loro punto di vista sia quello più ottimale. Per Bendix, al fine di garantire la sicurezza di tutti, occorre anche sporcarsi le mani, privare qualcuno di alcune sue libertà, usare le maniere forti spesso e volentieri. Per Jenny Sparks invece bisogna andare al cuore del problema, colpendo non i sottoposti, ma eliminando alla radice l'origine del problema stesso, coloro che manovrano i burattini.
Entrambe queste visioni presentano molte criticità, infatti Ellis non presenta nessuna di esse come risolutiva - pur indicando Bendix come il principale "criminale" - e attraverso di esse rappresenta un'allegoria della politica militare "interventista" degli Stati Uniti (la prima Guerra del Golfo si era conclusa da pochi anni).
Quello che un po' inficia (ma solo un po') la saga è la parte grafica poiché molto "pompata" secondo quello che era lo stile imperante dell'epoca. Uno stile che tuttavia mal si adatta a queste atmosfere create da Ellis. Ma il disegnatore adatto sta per arrivare.

giovedì 6 maggio 2021

Libri a caso: Il Mistero di Abbacuada


Uno dei classici topos narrativi che si è soliti vedere nei romanzi gialli è quello dell'investigatore di turno che - per le più svariate ragioni - si ritrova a un certo punto fuori dal proprio elemento. Cosa che avviene già dai tempi di Sherlock Holmes, il cui esempio più significativo in tal senso è con ogni probabilità Il Mastino dei Baskerville.
Un topos che ritroviamo anche nel romanzo Il Mistero di Abbacuada di Gavino Zucca, pubblicato nel 2017 da Newton Compton Editori.
L'opera rappresenta la prima parte di un ciclo incentrato sul Tenente Giorgio Roversi, composto alla data odierna da quattro romanzi. La storia è ambientata tra novembre e dicembre del 1961. Giorgio Roversi è un carabiniere di Bologna che, per un motivo che rimane per il momento ignoto, viene trasferito in Sardegna, presso la città di Sassari. Qui fa la conoscenza di un suo ex collega, Luigi Gualandi, divenuto tenutario e imprenditore agricolo, e della sua governante Caterina.
Mentre con l'aiuto di Gualandi cerca di abituarsi a una realtà per lui del tutto inedita, Roversi si ritrova coinvolto nell'indagine sull'omicidio di Carlo Ferrero, un vicino di Gualandi che in apparenza non aveva alcun nemico: ma allora perché le modalità del suo assassinio ricordano quelle di un codice criminale del posto?
Due argomenti appaiono interessanti in questo romanzo: in primo luogo l'ambientazione della storia, non solo la terra sarda, sassarese, con tutte le sue peculiarità, ma anche il periodo temporale. Un periodo in cui l'Italia, con finalmente alle spalle le conseguenze del secondo conflitto mondiale, si appresta a vivere un nuovo boom economico.
Un'epoca senza telefoni cellulari, senza Internet, senza computer, e dove la televisione inizia a far breccia nelle case degli italiani. L'opera riesce a catturare bene quello spirito dei tempi passati (passati non significa necessariamente migliori di quelli di oggi, è doveroso precisarlo), almeno dalla mia visione di persona che quell'epoca non l'ha vissuta, ma ne ha sentito parlare più volte dai propri genitori o conoscenti.
Il secondo aspetto è il legame tra i due protagonisti principali della storia, ovvero Roversi e Gualandi. Un rapporto alla Holmes/Watson intercambiabile, con una succedanea di Irene Adler (Caterina) stavolta dalla loro stessa parte.
Per chi è appassionato di fumetti, sarà una sorpresa scoprire che i due protagonisti sono entrambi appassionati lettori di Tex Willer - tanto che su di lui modellano persino il loro modo di agire durante le indagini - e più volte nel corso del romanzo si fa riferimento al celebre personaggio ideato da Gianluigi Bonelli, con tanto di indicazione di celebri storie del passato del ranger.
Rappresenta sempre una sfida sviluppare un personaggio femminile calato in un'epoca dove purtroppo alle donne non era concesso molto spazio, ma in questo caso il personaggio di Caterina ha quella giusta e necessaria indipendenza e spirito di iniziativa che non va a cozzare contro l'epoca storica di cui lei fa parte.
Questi due aspetti sono prevalenti, soprattutto nella prima parte, rispetto al mistero presentato, che viene comunque trattato nel solco della tradizione dei romanzi gialli, trovando infine una conclusione adeguata.
Credo che sia Roversi che Gualandi siano riflessi narrativi dell'autore, il quale è nato e vive in Sardegna, ma per lungo tempo ha soggiornato a Bologna. Un uomo di due mondi. E una Sardegna che non rappresenta un mondo a parte, bensì diviene crocevia delle varie anime dell'Italia.
L'unico problema che ho - ma questo è un mio limite - è che ogni volta che ci sono personaggi che iniziano a parlare sardo mi parte subito nella testa il flash di Nico di Aldo, Giovanni e Giacomo.

martedì 4 maggio 2021

A scuola di cinema: Rambo (1982)

1972: Viene pubblicato il romanzo Primo Sangue (First Blood) di David Morrell. L'opera è incentrata su un reduce del Vietnam di cui viene rivelato solo il cognome, Rambo. Costui, vagando senza meta per le strade di una contea del Kentucky, viene intercettato dallo sceriffo Wilfred Teasle e fatto allontanare.
Rambo non ci sta e torna indietro, venendo così arrestato. La detenzione in una piccola cella buia che subisce da parte degli agenti di polizia del posto gli riporta alla memoria quanto ha dovuto patire in Vietnam e qualcosa nella sua mente si spezza. Riuscito a fuggire, Rambo si nasconde nei boschi, ma Teasle ordina una caccia all'uomo.
Una caccia che si rivela un massacro, poiché Rambo, grazie alla sua esperienza militare, uccide molti uomini incaricati di catturarlo. Finché, nel conflitto finale con Teasle, sia lui che lo sceriffo muoiono a causa delle ferite riportate.
Questo libro si rivela un successo e viene subito opzionato per essere adattato sul grande schermo, dando vita a un personaggio cinematografico memorabile.


Nello stesso anno in cui Primo Sangue viene pubblicato, Morrell - tramite il suo agente - ne vende i diritti di sfruttamento a Lawrence Turman della Columbia Pictures, per la cifra di 75.000 dollari. La Columbia affida il progetto al regista Richard Brooks, il quale vi lavora per circa un anno, ma rimanendo infine insoddisfatto dalla sua stessa sceneggiatura che rimane incompleta.
La Columbia allora vende i diritti alla Warner Bros. per 125.000 dollari. L'idea dello studio è quella di affidare la parte del protagonista a Robert De Niro o Clint Eastwood. Inizia così una lunga sequela di attori a cui viene proposto questo ruolo nel corso degli anni (tra questi John Travolta, Nick Nolte, Jeff Bridges, Michael Douglas), un ruolo che tutti rifiutano per varie ragioni, la principale delle quali è che il film - basato sulle sceneggiature dell'epoca - sia troppo violento.
Nel 1974, Sydney Pollack cerca di far rivivere il progetto, proponendo Steve McQueen - nonostante la sua non più giovane età - come Rambo e Burt Lancaster nella parte dello sceriffo Teasle. Ma decide infine di rinunciare.
Nel 1975, il produttore Martin Bregman tenta di rilevare i diritti facendo scrivere una nuova sceneggiatura a David Rabe e cercando di affidare il ruolo ad Al Pacino, che tuttavia non è interessato perché ritiene i toni della storia troppo poco estremi. La sceneggiatura di Rabe arriva all'attenzione del regista Martin Ritt e poi di Mike Nichols, che ha in mente Dustin Hoffman come protagonista, ma anche stavolta si risolve in un nulla di fatto.
Nel 1976, il regista Ted Kotcheff viene contattato per sviluppare il progetto, che tuttavia non va nuovamente in porto. La conclusione del conflitto in Vietnam rappresenta ancora una ferita fresca per la società statunitense e un soggetto come quello di Rambo risulta alquanto delicato in quel periodo storico.
Nel 1977, gli sceneggiatori Michael Kozoll e William Sackheim ideano una nuova bozza di sceneggiatura. Sackheim intende anche essere il produttore del film, individuando il regista in John Badham e cercando per mesi dei finanziamenti, ma invano, e sempre per la stessa motivazione: che l'argomento è troppo delicato. Tutte queste prime sceneggiature sono abbastanza fedeli al romanzo di Morrell, dunque in esse Rambo uccide molte persone e muore alla fine.
Il progetto rimane perciò ancora nel limbo e viene rilevato nel 1978 dal produttore Carter DeHaven, che sceglie come regista John Frankenheimer. Stavolta qualcosa sembra concretizzarsi, poiché vengono trovati i finanziamenti e la Filmways si dichiara disponibile alla distribuzione, mentre Brad Davis viene scelto nel ruolo del protagonista. La Filmways però incontra qualche difficoltà finanziaria e tutto si arena di nuovo. Poco dopo, questa società viene acquisita dalla Orion Pictures.
Poco tempo dopo Mario Kassar e Andrew Vajna della Carolco Pictures, una piccola società di produzione che fino a quel momento si è limitata a finanziare progetti a basso costo, rilevano i diritti dalla Warner Bros. e acquisiscono la sceneggiatura di Sackheim e Kozoll. I due produttori offrono la regia a uno dei precedenti registi che si era dimostrato interessato, Ted Kotcheff, con la promessa di finanziare uno dei suoi prossimi progetti.
Per il ruolo di Rambo occorre una star di primo piano. Kotcheff vorrebbe James Woods, con cui ha già collaborato, ma questo non è possibile. Il regista manda allora la sceneggiatura a Sylvester Stallone, un attore sulla cresta dell'onda grazie ai due film usciti su Rocky Balboa fino a quel momento. Stallone la legge in un solo giorno e richiama subito Kotcheff, dichiarandosi disposto ad accettare, ma a due condizioni: un ingaggio di tre milioni e mezzo di dollari e la possibilità di riscrivere la sceneggiatura.
Il compenso che Kassar e Vanja possono offrirgli è di due milioni di dollari, ma la somma rimanente viene garantita tramite le future vendite dei diritti televisivi internazionali. Per quanto riguarda la sceneggiatura, Stallone ha intuito come mai tanti attori prima di lui hanno rifiutato la parte: ciò che funziona su un libro può non funzionare in uno script e nelle varie sceneggiature prodotte Rambo appare troppo selvaggio e sanguinario, non si riesce a provare alcuna forma di empatia per lui.
Stallone mette dunque mano alla sceneggiatura: oltre a dare un nome di battesimo a Rambo, John, ne modifica la personalità rendendolo una persona senza un vero scopo nella vita, preda di uno stress post-traumatico a causa del conflitto in Vietnam e vittima degli eventi.
Inoltre, fa in modo che Rambo non uccida mai in maniera intenzionale nessuno, neanche i poliziotti che gli danno la caccia (laddove nella bozza di Kozoll e Sackheim le sue vittime erano almeno diciassette). Infine, si impunta perché il finale sia cambiato, facendo sì che Rambo sopravviva.
Kotcheff fa compiere un'ulteriore revisione della sceneggiatura da Larry Gross e David Giler, i quali però non vengono alla fine accreditati. In tutto nel corso degli anni sono state preparate non meno di ventisei bozze.
Per il ruolo di Will Teasle, dopo i rifiuti di Gene Hackman and Robert Duvall, Kotcheff suggerisce il nome di Brian Dennehy, con cui ha lavorato nella pellicola Punto Debole (Split Image).
Per il ruolo del Colonnello Sam Trautman, la prima scelta ricade su Kirk Douglas. Costui fa anche foto promozionali vestito come il personaggio che deve interpretare e si presenta sul set pochi giorni prima dell'inizio delle riprese. Comincia però a mettere in dubbio certe parti della sceneggiatura e insiste perché il finale del film veda il suo personaggio uccidere Rambo. Kotcheff e i produttori non lo accontentano e l'attore abbandona il set.
In sua sostituzione viene contattato Rock Hudson, ma costui sta per essere sottoposto a un delicato intervento chirurgico al cuore - a seguito di un lieve infarto - ed è costretto a declinare. La parte viene infine assegnata a Richard Crenna, pochi giorni prima che le riprese incentrate su Trautman abbiano inizio. Sarà il ruolo a cui questo attore rimarrà più associato nel corso degli anni.
Le riprese si svolgono durante l'inverno del 1981, nella regione del British Columbia, in Canada. La città dove si tengono principalmente le riprese, Hope, è stata colpita di recente da una serie di licenziamenti da parte della principale ditta agraria del posto, che ha chiuso i battenti. Molti ex suoi dipendenti, dunque, vengono assunti come comparse.
Stallone cerca di effettuare in autonomia il maggior numero di riprese acrobatiche, ma non senza conseguenze. Durante un salto da una parete rocciosa in cui il suo personaggio deve restare ferito, l'attore si frattura una costola atterrando con un forte impatto sul ramo di un albero. L'esclamazione di dolore che ne consegue non è frutto di recitazione.
In un'altra scena in cui Rambo fugge dalle autorità, Stallone posa la mano su un pezzo di legno dove è presente un petardo esplosivo che si attiva un istante dopo. Stallone rimane ferito alla mano e per qualche momento teme anche di aver perso il pollice.
Anche ai colleghi di Stallone non va altrettanto bene. Brian Dennehy realizza personalmente la scena del confronto finale con Rambo, compresa la caduta finale dal tetto, ma atterrando si rompe un paio di costole. Nella scena dell'evasione, inoltre, Stallone con una gomitata procura involontariamente una frattura al setto nasale all'attore Alf Humphreys, motivo per cui nelle riprese successive costui compare con un cerotto sul naso.
Questo senza contare le temperature canadesi, che spesso e volentieri vanno sottozero, con rischio di ipotermia. Un altro curioso problema invece si verifica quando un camion che contiene un set di armi da fuoco da utilizzare sul set viene rubato da ignoti. A causa di questa e altre problematiche, compreso un allungamento della tempistica iniziale, il budget iniziale previsto di 11 milioni di dollari viene superato.
Anche se si è deciso di far sopravvivere il personaggio di Rambo, diversamente da quanto accade nel libro, viene comunque girata una scena in cui Trautman lo uccide, di modo tale che si scelga quale possa essere l'epilogo più efficace.
Un primo montaggio della pellicola è superiore alle tre ore e Stallone lo giudica orribile, tanto che lui e il suo agente si dichiarano disposti ad acquistarne tutte le copie per distruggerle. Viene dunque creato un filmato di test della durata di 40 minuti, che consente una rapida vendita dei diritti internazionali. Dopo un nuovo montaggio, infine, il minutaggio scende a poco più di 90 minuti. Tra i tagli ci sono numerose scene di dialogo di Stallone, il che spiega come mai Rambo nel corso del film non parli così tanto.
Rambo (First Blood) viene distribuito nei cinema americani a partire dal 22 ottobre 1982. A fronte di un budget non inferiore a 15 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare a livello internazionale oltre 125 milioni di dollari.
Dopo Rocky Balboa, Sylvester Stallone ha contribuito a creare un nuovo personaggio iconico. Un personaggio che comparirà in futuro in altre pellicole... ma questa è un'altra storia.

lunedì 3 maggio 2021

Libri a caso: Harry Potter e la Pietra Filosofale


Prima che si intestardisse a voler disquisire sul sesso degli angeli, J.K. Rowling aveva concepito una delle saghe fantasy e mediatiche più di successo di sempre, la saga di Harry Potter. Composta da sette libri, qualche spin-off e pure un'opera teatrale, ha conquistato il mondo intero e... e penso che non serva aggiungere altro.
Il primo libro di questa saga si intitola Harry Potter e la Pietra Filosofale (Harry Potter and the Philosopher's Stone), pubblicato nel 1997. Giusto per completezza di informazione, la storia si incentra sull'orfano Harry, il quale un giorno scopre di essere figlio di due maghi uccisi alcuni anni prima da uno stregone malvagio di nome Voldemort, un agguato a cui lui - ancora neonato - è misteriosamente sopravvissuto.
Invitato come studente alla scuola di magia di Hogwarts presieduta da Albus Silente e che può vantare insegnanti del calibro dell'inflessibile Melinda McGonagall e dell'insidioso Severus Piton, Harry entra nella casata di Grifondoro, scopre alcuni segreti di una scuola popolata da fantasmi e troll e inizia a stringere amicizia con altri studenti quali Ron Weasley, Hermione Granger e Neville Longbottom.
Ma la minaccia di Voldemort non è stata debellata. Costui ha un ultimo conto in sospeso, proprio con Harry Potter, ed è pronto a sfidare le leggi della natura e della magia pur di vendicarsi.
C'è un particolare interessante che va subito sottolineato. Io (e, come immagino, moltissimi altri lettori di quest'opera) non sono il target di riferimento del libro, concepito in special modo per i bambini pre-adolescenti. Eppure la lettura non ne risulta inficiata e - sarà per le tematiche trattate, sarà per la scrittura comunque non infantile - può essere fruita anche da chi ha qualche annetto in più sulle spalle.
Quando si tratta di "worldbuilding", il pericolo è sempre dietro l'angolo. Nel caso però dell'universo di Harry Potter, tale pericolo viene affrontato e superato con quella che appare una semplicità fuori dal comune.
Non avendo letto tutti i libri del mondo, non posso essere certo che l'idea di una scuola per magia per giovani maghi fosse già stata sfruttata in passato, di sicuro però l'ambientazione che J.K. Rowling costruisce intorno a quest'idea è qualcosa di inedito, con un mondo dove convivono allo stesso tempo spiriti benigni, maligni e burloni, centauri, foreste misteriose, labirinti pieni di enigmi, creature fiabesche e molto altro.
Inizia inoltre a delineare con grande efficacia quella che già sappiamo essere la trama a lunga gittata che caratterizzerà l'intera saga, ovvero la minaccia di Voldemort. Anche se in questo libro rimane sullo sfondo, in realtà ne permea l'intera struttura tramite piccoli frammenti piazzati con maestria che vanno poi a comporre il mosaico finale di quest'opera.
Se si volesse fare un paragone con la versione cinematografica, si può dire che quest'ultima è stata molto fedele, ma inevitabilmente ha tagliato qualcosa. Soprattutto la parte precedente all'arrivo di Harry Potter a Hogwarts e la visita a Diagon Alley contengono molti più particolari che vale la pena di conoscere, anche se avete visto e rivisto i film di questa saga.
Il primo anno di studi si è dunque concluso con successo e i prossimi promettono faville.

domenica 2 maggio 2021

Fabolous Stack of Comics: Terminator - Il Nemico del Mio Nemico


Ogni volta che una storia termina, ogni volta che vediamo comparire la fatidica parola "FINE", molti di noi si chiedono: e ora? Sì, perché la minaccia di turno può essere stata sventata, la situazione problematica può essere stata risolta... ma cosa accade il giorno dopo? O nei mesi successivi?
Sono anche questi i motivi per cui ogni tanto si scopre che quella certa storia non è proprio terminata, che c'è un altro capitolo da narrare, che quell'epilogo così finale tanto finale non era. Le saghe cinematografiche lo sanno bene e Terminator non ne è esente, visto quanti reboot ha subito nel corso degli anni.
E i fumetti hanno ampliato questo desiderio di voler ammirare un nuovo capitolo di questa saga. Come nel caso della miniserie in sei numeri pubblicata nel 2014 Il Nemico del Mio Nemico (The Terminator: Enemy of My Enemy), scritta da Dan Jolley e disegnata da Jamal Igle.
La storia si svolge nel 1985, un anno dopo il fallito tentativo di uccidere Sarah Connor. Arriva un nuovo Terminator dal futuro, ma stavolta ha un altro incarico, sempre sanguinario: uccidere la scienziata Elise Fong, per motivi che lei stessa ignora. Sulle sue tracce, in realtà, vi è anche Farrow Greene, un'ex agente della CIA con un passato oscuro alle proprie spalle divenuta una mercenaria.
Farrow Greene deve uccidere Elise Fong per conto dei suoi mandanti, ma l'arrivo del Terminator cambierà le carte in tavola, portando a rapidi capovolgimenti di fronte, battaglie sanguinarie e... alleanze all'apparenza improbabili.
Come era accaduto in Guerra Parallela, anche in questa miniserie i riflettori si incentrano su una donna fuori dall'ordinario, cazzuta per usare un termine immediato. Pur essendo questa principalmente una storia dominata dall'azione e dalle sparatorie, tante sparatorie, vi è qui e là qualche momento in cui si analizza la personalità di Farrow Greene.
Il segreto del suo oscuro passato è presto rivelato, ma le conseguenze che ciò causa alla sua psicologia vengono esplorati capitolo dopo capitolo. Il tutto però senza dimenticare che questa è una storia inserita nell'universo di Terminator, dunque rispettandone quei requisiti indispensabili.
In conclusione, di certo non una storia imprescindibile, ma comunque gradevole. Da leggere in velocità, tra un fumetto e l'altro.