sabato 31 marzo 2012

Powerless


Immagino succeda anche a voi di ritrovare ogni tanto, nella pila di fumetti che dovete ancora leggere, un volume che vegeta lì da mesi, se non addirittura anni, magari perchè il titolo non vi attirava più di tanto o semplicemente ve ne siete dimenticati. Poi però lo leggete e rimanete piacevolmente stupiti. La miniserie, datata 2004, che ho scoperto e letto di recente è appunto stata questa piacevole sorpresa: sto parlando di Powerless, mini di 6 numeri scritta dagli sceneggiatori televisivi Matt Cherniss e Peter Johnson e disegnata da Michael Gaydos, l'artista di Alias che per questa storia di sicuro ha deciso che Alex Maleev era un buon modello a cui ispirarsi (non gliene facciamo una colpa, sia ben chiaro).
Diciamolo subito, l'idea alla base della storia non è nulla di originale: dimostrare che il coraggio e l'altruismo di alcuni eroi (Devil, Uomo Ragno e Wolverine nello specifico) esistano aldilà dei loro superpoteri. Premesso questo, però, il tema centrale di tutta la miniserie, ovvero la narrazione delle vicende che coinvolgono tre semplici "esseri umani" di nome Matt Murdock, Peter Parker e Logan è a mio avviso veramente ben narrato, senza eccedere in inutili spiegazionismi o psicologismi (se questo termine non è mai stato usato prima, ne reclamo la paternità). Inoltre non si toglie il lusso (sarebbe stato anche semplice farlo) di intrecciare le varie storie tra loro. Ognuno dei protagonisti prosegue per la sua strada, che porterà ad una tragedia o ad un apparente lieto fine. Unico collante, uno psicologo con cui i tre entreranno in contatto, William Watts, di cui scopriremo l'identità Marvel solo nell'ultima pagina (un piccolo colpo di scena davvero ben fatto).
L'edizione italiana credeva così tanto in Devil... che l'ha depennato come protagonista dal titolo della copertina, lasciando l'onore della ribalta solo all'Uomo Ragno e Wolverine. Va beh, si può perdonare. Nelle note finali si parla anche di un possibile seguito, che però non è mai stato realizzato: forse è meglio così, alla fin fine.
Torno a rovistare nella pila di fumetti lasciati in sospeso, visto mai che scopra qualche altra perla...

giovedì 22 marzo 2012

I film che... ma anche no: Wrestlemaniac


Ci sono quei film trash, talmente trash da risultare geniali. E poi ci sono quei film trash, talmente trash da risultare vomitevoli. Con questa nuova rubrica, a cadenza 'la faccio quando trovo il film adatto', andremo ad occuparci della seconda categoria. Le pellicole che se non le vedete... meglio. Ovviamente in rete (youtube, blogosfera, ecc...) c'è gente molto più brava di me a fare questo tipo di recensioni, ma spero possano interessarvi.
Cominciamo da questo slasher ma mica tanto horror del 2006. Vai con la trama: un regista di porno amatoriali credibile quanto un Alan Moore sostenitore dei prequel di Watchmen se ne va in giro bel bello col suo furgoncino per gli States, insieme al suo unico cameraman (e una telecamera che si usava ai tempi dei fratelli Lumiere), le sue tre attrici por...tate per la recitazione ed il suo, boh non l'ho capito, sarà il produttore. Tutti loro pippano alla grande e questo fin dall'inizio segna la loro fine (niente droga oggi, niente sesso pre-matrimoniale negli anni '80, insomma non ci si può proprio divertire).
I primi 15 minuti sono dedicati all'appassionante e spasmodica ricerca di una toilette per una delle pu...lzelle (giuro che è così). E subito si intuisce uno dei leitmotiv del film: non appena una delle ragazze fa tanto di voltarsi, c'è un primo piano del suo lato B. Cosa che, per carità, va benissimo, ma alla novantanovesima volta viene un po' a noia. I nostri eroi preferiti dai pusher di mezzo mondo giungono infine nella consueta, scalcinata stazione di servizio (si passano questo set di film in film) dove trovano il solito buontempone che li esorta a non andare nella città fantasma chiamata El Sangre De Dios, perchè lì c'è il Diablo... che mirabile sottigliezza.
Chissà come mai, nessuno gli presta ascolto e così il furgoncino, dopo aver cozzato contro un enorme sasso in mezzo alla strada, va in panne e si ferma proprio davanti a... toh, El Sangre De Dios. Dopo le prime, focose riprese (eeeeehhhh), il produttore pipparolo ed una delle attrici scompaiono, al che il regista dice:"Fan..., io li lascio qui". Premuroso. Una delle altre ragazze poi decide di riparare il motore perchè "sono figlia di un meccanico e non sono solo un paio di tette". Se lo dici tu, ci fidiamo.
Gli altri tre allora vanno a cercare i loro amici scomparsi, scoprendo infine la verità. El Sangre De Dios è abitato da un'unica persona, El Mascarado, un lottatore di lucha libre così violento, che ha ammazzato così tanta gente che... lo hanno lasciato qui solo. Capite? Non lo hanno messo in prigione o in un istituto psichiatrico, ma confinato in una città fantasma. Il sistema penale messicano è troppo avanti!
Ma il cameraman ha l'intuizione del millennio: El Mascarado segue le regole della lucha libre, quindi se gli si toglie la maschera si arrenderà e non ucciderà più. Bravo! Seguono meritate botte da orbi a tutti e tre e, come premio, la loro faccia strappata ed appesa alla parete dei trofei. Memento mori. L'ultima sopravvissuta intanto ripara il motore e va alla ricerca dei suoi amici, per poi sfuggire al mascarado e nascondersi in un posto geniale, con una posa non sessualmente allusiva.

Si vede il marsupio?
Ma il tipo, che è fuuuuuuurbo, finge di andarsene e la coglie di sorpresa. E dopo altri 5 minuti di inseguimento utili a far durare questo film più di un'ora, anche la meccanica de no'altri ci lascia.
Il film si chiude col Mascarado che prende il furgone e se ne va, pronto a nuove stragi per un sequel che grazie al cielo non vedremo mai. Ci vediamo invece i titoli di coda, dove il cameraman si lancia in "divertentissimi" rap che suscitano le risate della troupe, che ancora non sa che non verrà pagata per questo film.

Minuti della vostra vita che guadagnerete non vedendo questo film: 75
Giudizio: What you gonna do when the Hulkmania runs wild on you!

lunedì 12 marzo 2012

Quel megalomane di Jim Shooter (IV)


10 – I SOGNI SON DESIDERI

Nell’epoca attuale, dominata dalla notizia dell’acquisto della Marvel da parte della Disney, forse stupisce un po’ che qualche tempo fa uno sceneggiatore abbia cercato di fare la stessa cosa. Con i se e con i ma non si arriva da nessuna parte, eppure mi chiedo come sarebbero andate le cose se fossero andate in un certo modo: la Casa delle Idee avrebbe mai rischiato il fallimento?
Dopo il suo defenestramento, Shooter tenta di rientrare in Marvel dalla porta principale: mette insieme una partnership e comincia a raccogliere soldi da una piccola compagnia creata per l’occasione, il tutto attraverso quello che lui stesso ha definito un anno da incubo. Alla fine la somma totale raccolta corrisponde a 81 milioni di dollari, sembra sia praticamente fatta, ma arriva la doccia fredda. Giunge all’ultimo istante un’offerta ritardataria da parte del gruppo di Ron Perelman (tramite una manovra di insider trading, peraltro) del valore di 82.5 milioni, che si aggiudica l’intera torta.
Ma non tutto il male viene per nuocere, come si suol dire. Perché quella somma di denaro raccolta c’era ancora e bisognava in qualche modo impiegarla. Dopo aver inutilmente tentato di acquistare anche la casa editrice Harvey, Shooter decide infine di fondare una propria compagnia editoriale. Dalla Voyager Communications nasce poi la casa editrice Valiant, grazie anche alla partnership con Steve Massarsky. Insieme i due si recano alla Fiera Internazionale del Libro di Francoforte, dove trovano un ottimo investitore nella Triumph Capital, che anch’essa tempo prima aveva avuto l’intenzione di acquistare la Marvel. Shooter li convince a gettarsi in questa nuova impresa. Verso la fine del 1989 l’avventura comincia.
Possiamo definire il Valiant Universe, anche se probabilmente sarebbe una definizione banale, come una sorta di New Universe 2.0: anche qui un universo non dominato dai supereroi, ma da un evento unico che corrispondeva al rilascio dei poteri della mente. Anche qui gli eventi di questo universo seguono il tempo reale del nostro mondo. Per procurarsi un solido background, Shooter acquista i diritti di pubblicazione di alcuni personaggi pubblicati tempo prima da un’altra casa editrice, la Gold Key Comics, come ad esempio Turok o Solar. Shooter coinvolge in questa impresa altra gente rimasta delusa dalle due grandi casi editrici di fumetti americane (questo due anni prima della fondazione dell’Image) come Bob Layton o anche Barry Windsor-Smith, nonostante la minaccia silenziosa per chiunque che, qualora qualcuno fosse andato a lavorare per lo spilungone, sarebbe entrato di diritto nella lista nera delle due big. Inoltre l’abilità di talent scout di Shooter non è mai venuta meno: nel corso degli anni la Valiant vedrà esordire quelli che sono oggi i grandi nomi del fumetto americano. Valga uno per tutti: su una serie di nome NINJAK, compare per la prima volta il nome di un certo Joe Quesada. Vi suona familiare, vero? E poi David Lapham, Tony Bedard…
Dopo un inizio inevitabilmente un po’ difficile (del resto agli esordi pubblicava fumetti dedicati al wrestling ed ai personaggi dei videogames), il Valiant Universe comincia ad ingranare circa un anno e mezzo dopo grazie soprattutto al crossover UNITY, scritto proprio da Shooter, che rende più coeso ed omogeneo il panorama di questo universo narrativo introducendo i primi, veri supereroi. Sempre Shooter si occupa inizialmente dei testi di ben sei serie regolari, qualcosa che lo fa quasi impazzire, soprattutto perché per la Valiant arriva a dare letteralmente l’anima lavorando anche nei giorni festivi. In un paio di anni questa nuova casa editrice si fa spazio nel mondo dei comics USA, fino ad insidiare le due big.
Ma anche questa vicenda non si conclude bene per lo spilungone. Tramite alcune manovre i suoi partner economici, che gli garantivano la quota di maggioranza della società, vengono licenziati e lui si ritrova in minoranza. La Triumph tuttavia afferma che la società è in perdita ed occorre l’inserimento di un nuovo investitore: Shooter inizia a pensare che questo non sia nient’altro che un modo per allontanarlo definitivamente dalla società, alla sua richiesta di maggiori spiegazioni riceve solo promesse di futuri chiarimenti e l’assicurazione che i nuovi partner, legati al colosso Toys R’Us, saranno fondamentali. Alla fine Shooter legge i termini dell’accordo e rimane scioccato: gli viene promesso un contratto di dieci anni da semplice dipendente, senza aumento di paga e con la sottrazione di tutti i suoi titoli come azionista della società. Inoltre i suoi nuovi compiti non sono ben definiti e c’è la possibilità di un immediato licenziamento in tronco al sorgere della prima, minima difficoltà. Al suo posto, con una classica manovra di nepotismo (ehi, esiste anche negli Stati Uniti, dunque) i parenti di altri azionisti.
Lo spilungone chiaramente non la prende bene, col carattere che si ritrova poi... Poco dopo ha un incontro con Bob Layton, il quale gli dice che i suoi compiti editoriali verranno rilevati da lui e da Barry Windsor-Smith: Shooter lo manda a quel paese e non gli ha più parlato da quel momento in poi. Poi fa fuoco e fiamme contro chiunque, sicuramente commettendo anche qualche errore di giudizio, minacciando cause e querele: inevitabile conseguenza, nel 1992 viene licenziato in tronco e deve successivamente affrontare lunghe e costose cause civili.
Cosa è accaduto dopo: il boom della Valiant termina, la società comincia a sperimentare gravi difficoltà finanziarie. Per farvi fronte la compagnia viene acquisita dalla Acclaim, una casa produttrice di videogiochi. La Valiant viene rinominata poco prima del 2000 Acclaim Comics, la quale decide di far ripartire tutti i titoli sfruttando sì il nome dei personaggi, ma introducendone nuove e più giovani versioni, senza apparentemente alcun punto di contatto col vecchio universo narrativo (questa storia l’ho già sentita). Fabian Nicieza viene nominato nuovo editor-in-chief. Ma ormai il periodo di vacche grasse è finito, tutte le case editrici di fumetti attraversano un periodo di crisi e la Acclaim non fa eccezione (aggiungiamo inoltre che qualche anno dopo la compagnia di videogiochi dichiarò bancarotta).
In un ultimo disperato tentativo di risollevare le sorti di questa casa editrice, nel 1999 Jim Shooter viene richiamato all’ovile. Lo scrittore progetta il crossover in sei parti UNITY 2000, col quale intende spiegare l’esistenza del nuovo universo narrativo, metterlo in correlazione col precedente e fonderli entrambi. Tuttavia è già troppo tardi, i gravi dissesti finanziari fanno sì che la casa editrice chiuda definitivamente i battenti quando solo tre capitoli del crossover sono stati pubblicati. E termina così una bella avventura, o forse no…

11 - PROVOCATO

Nel 1993 Shooter fonda la Defiant Comics, coinvolgendo in questa sua nuova impresa alcuni artisti provenienti dalla Valiant che gli erano rimasti fedeli come Dave Lapham. Inoltre anche alcune “vecchie glorie” come Dave Cockrum e Chris Claremont entrano nella squadra. Anche qui ci sono gli inevitabili problemi iniziali e la qualità degli albi, soprattutto a livello colorazione, non è quella che un perfezionista come lo spilungone desidera.
Non ci vuole molto tuttavia perché le vere difficoltà facciano capolino, basta solo l’annuncio del primo titolo: PLASM. Al sentirne il nome la Marvel Comics fa immediatamente causa alla Defiant in quanto a suo dire questo titolo violerebbe un loro marchio registrato per la linea editoriale Marvel UK, PLASMER. Dietro consiglio dei loro avvocati, la Defiant cambia il titolo della serie in WARRIORS OF PLASM, ma la Marvel Comics va avanti con la sua causa. Alla fine il giudice dà ragione alla Defiant, ma c’è una controindicazione: tutta questa vicenda è costata alla compagnia ben 300.000 dollari di spese legali. Una inezia per dei colossi editoriali, una vera e propria tragedia per una piccola casa editrice, praticamente i fondi aziendali sono stati prosciugati. E così, nell’estate del 1995, la Defiant cessa del tutto le sue pubblicazioni. I diritti sul suo parco personaggi sono attualmente nelle mani della Golden Books e Shooter non esclude di potervi tornare a lavorare, un giorno, in futuro.

12 – LA STRADA VERSO IL SUCCESSO

Jim Shooter si lancia subito in una nuova impresa, immediatamente dopo la chiusura della Defiant: Broadway Comics. Anche in questo caso l’universo narrativo che prendeva forma dai vari titoli ricordava molto come concetti di base il New Universe ed il Valiant Universe (avventure in tempo reale, scarsa presenza di uniformi supereroistiche), tuttavia la cosa ha breve vita poiché la compagnia a supporto della casa editrice (la Broadway Video Entertainment) nel 1996 viene ceduta alla Golden Books, la quale però ne dichiara immediatamente la bancarotta.
Quello che segue subito dopo è probabilmente, da un punto di vista strettamente editoriale, uno dei periodi più neri per Jim Shooter. Dopo il breve e fallimentare ritorno alla Valiant/Acclaim cui abbiamo già accennato, nel 2000 diviene consulente creativo di una ditta che si occupa di creare contenuti di entertainment per siti Internet.
Nel 2002 quella che sembra una svolta. A quel tempo Joe Quesada è già divenuto nuovo editor-in-chief della Casa delle Idee e contatta Shooter perché dia un seguito alla celebre saga vendicativa di Korvac: dopo numerose, gentili insistenze da parte di Quesada lo spilungone accetta e la notizia del suo imminente ritorno alla Marvel rimbalza su molti siti specializzati. Shooter scrive un soggetto di base di 8.000 parole per una miniserie di otto numeri, che incontra l’approvazione sia di Quesada che dell’editor designato, Tom Brevoort. Ma poi, alla prova dei fatti, tutto crolla. Per la prima volta da molto tempo Shooter si ritrova dall’altra parte della barricata, non è più il capo e deve sottostare alle indicazioni di altre persone. Aggiungiamo a questo che la figura dell’editor è decisamente cambiata dagli anni ’80 e che Brevoort è una forte personalità, capace di influenzare direttamente le trame altrui, e non avremo difficoltà a capire come mai questo progetto finisce prima ancora di iniziare.
Seguono altri anni di buio, di oscurità, ma alla fine qualcosa accade. Nel 2007 Jim Shooter torna al titolo che lo aveva reso celebre da ragazzino, LEGION OF SUPER-HEROES: non si tratta della Legione classica, ma di quella ideata da Mark Waid qualche tempo prima. Il problema è che proprio in quello stesso periodo la dirigenza DC inizia ad ideare progetti che possano riportare in auge la Legione del passato. Il risultato è che la serie viene lasciata un po’ a sé stessa e termina dopo neanche un anno. Nel suo classico linguaggio senza peli sulla lingua, Shooter afferma che ciò è stato fatto semplicemente per allontanare lui, dal momento che il disegnatore è stato subito assegnato ad altri progetti.
E proprio quando tutto sembra perduto, una nuova luce risplende. Nel 2008 i diritti della Valiant/Acclaim sui personaggi della Gold Key da lei acquisiti, ma anche quelli sui suoi personaggi, scadono. Messi all’asta, i diritti su Solar, Turok e Magnus Robot Fighter vengono acquisiti dalla Dark Horse, la quale ha recentemente annunciato l’intenzione di rilanciarli. E chi si occuperà di questo progetto, nonché delle sceneggiature? Proprio lui, Jim “Jimbo” Shooter. A quanto pare per lui la parola fine non vuole proprio arrivare e presto sicuramente sentiremo riparlare di lui, nel bene e temiamo anche nel male. Ma è per questo che abbiamo imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo.

E così si concludeva il mio articolo originario. Da quel giorno in poi Shooter è stato coinvolto nel rilancio di alcuni titoli della Gold Key (Solar, Magnus, etc...) i cui diritti erano passati alla Dark Horse. Solo poche storie tuttavia sono uscite ed ancora si attende un vero e proprio revamp di questi personaggi... oh, poi tra un po' torna anche la Valiant, eh? E chiudo con questa sua frase:

“Se tu fossi l’attuale EIC della Marvel, cosa faresti di diverso?”
“Renderei migliori i fumetti”

martedì 6 marzo 2012

Quel megalomane di Jim Shooter (III)


7 – GUERRE (SEGRETE E NON)

Nel 1984 Shooter ottiene la sua ultima, personale soddisfazione. Tutto ha inizio quando una casa produttrice di giocattoli, la Mattel, si propone di lanciare una linea di action figures dedicata ai supereroi Marvel. Tuttavia chiede prima alla casa editrice di pubblicare qualcosa di epocale con il maggior numero di personaggi, di modo da suscitare curiosità intorno alla cosa. Anche stavolta piovono le critiche sul fatto che la storia che ne segue è semplicemente motivata da una scelta economica e nulla più. Probabilmente anche Shooter oggi sarebbe d’accordo, ma nonostante ciò decide di costruire attorno all’evento anche una epopea editoriale. Dopo un paio di titoli proposti e scartati, viene accettato MARVEL SUPERHEROES SECRET WARS, fondamentalmente perché la parola “secret” piaceva alla dirigenza. Il problema fondamentale che si pone attorno ad una cosa del genere è chi debba scriverla, poiché essendo coinvolti decine di personaggi appartenenti a svariati sceneggiatori è inevitabile che qualcuno possa vedere in malo modo il trattamento che un altro scrittore riserva ad un personaggio da lui gestito. La soluzione di Shooter è la più semplice, la maxiserie la scriverà lui: perché è il capo della baracca e, anche se qualcuno dovesse protestare, lui ha le spalle larghe ed inoltre potrà proporre interessanti evoluzioni narrative.
Su SECRET WARS ci sono alcuni tra i pareri più discordanti dell’intera storia del fumetto, tra chi la esalta e chi la boccia senza appello. Shooter ha cercato senz’altro di andare oltre il semplice concetto di “buoni contro cattivi”, cercando anche di introdurre nella storia alcuni elementi filosofici/esistenziali: in questo ha apportato uno dei cambiamenti più duraturi per quanto riguarda l’Uomo Ragno, facendogli assumere il costume nero che si sarebbe poi rivelato come Venom, uno dei nemici ancora oggi più insidiosi ed amati del tessiragnatele. Lo sceneggiatore non ha avuto problemi a gestire personaggi di cui si era già occupato in passato (i Vendicatori), ma ha avuto qualche difficoltà con quelli che non aveva mai scritto (gli X-Men). Aldilà di insignificanti questioni di continuity, SECRET WARS rimane ancora oggi una pietra miliare del fumetto. Shooter dice che è stato uno dei titoli più venduti della Marvel (vero) e non ne rinnega nemmeno una pagina, forse è l’opera che sente come la più personale e per questo non ha nemmeno voluto dare un’occhiata al “sequel” di qualche anno fa, che peraltro parlava di tutt’altro.
SECRET WARS avrebbe avuto l’anno dopo un secondo capitolo, dove gli elementi filosofico/esistenziali sarebbero stati maggiormente approfonditi, ma martoriati da disegni tremendi. Inoltre la descrizione dell’Arcano come sosia di Prince che cerca di sperimentare tutte le sensazioni umane toglie molto appeal a questo personaggio, che oggi alla Marvel è visto come una sorta di macchietta.
Nel frattempo i rapporti di Shooter con i pezzi forti della sua scuderia si incrinano drasticamente. Non è ben chiaro se ci sia lui dietro la partenza di Frank Miller dopo RINASCITA, ma di certo è da addebitare a lui l’allontanamento di Dennis O’Neil e Michael Carlin, due supervisori molto apprezzati dalla dirigenza. Ma di certo la diatriba più famosa rimane quella con John Byrne: nasce dopo il netto rifiuto di pubblicare una storia di Hulk piena solo di splash page ed alcuni contrasti in merito ad alcune trame future dei Fantastici Quattro. Di certo però dietro deve esserci qualcos’altro: un uomo pur rancoroso come Byrne deve avere un buon motivo se ancora oggi non può sopportare Shooter, e questo di certo non a causa solo di una storia bocciata. E così tutti questi nomi citati vanno alla DC Comics, che non è rimasta con le mani in mano. La pubblicazione di CRISIS ON INFINITE EARTHS e TEEN TITANS aveva dato nuova linfa ad una casa editrice che poco tempo prima era in condizioni disastrate ed il totale restyling di tutti i suoi personaggi più celebri (pur con le incongruenze del caso) attira molti nuovi lettori.
Byrne su Superman, Miller su Batman e tra i nuovi supervisori guarda caso Dennis O’Neil e Michael Carlin. Insomma, con le sue manovre Shooter si è creato dei nuovi, forti competitori e la dirigenza vede in lui il principale se non l’unico responsabile della rinascita della DC Comics ed il crollo delle vendite degli albi della Casa delle Idee. Non un crollo tragico, ovvio, però evidente. Appare chiaro che già dal 1986 i piani alti della Marvel cercassero un pretesto per poter allontanare Shooter: quel pretesto sarebbe arrivato presto ed avrebbe portato un nome infausto.

8 – IL NEW UNIVERSE

Quello che è stato forse il più grande fallimento economico della Marvel ha avuto radici profonde. Nel 1986 la Casa delle Idee festeggiava i venticinque anni di vita, essendo passato appunto un quarto di secolo dall’uscita del primo numero di FANTASTIC FOUR. Chiaramente la storia della Marvel ha origini più profonde e sotto altri nomi e serie, ma in questo caso si voleva celebrare degnamente l’anniversario di un evento che aveva segnato la storia del fumetto.
E per eventi del genere bisogna prepararsi con largo anticipo. Due anni e mezzo prima, avviene una riunione editoriale tra Shooter, il Presidente ed i vicepresidenti della Marvel per discutere al meglio come celebrare questo anniversario. L’EIC propone due idee: far ripartire tutte le serie da uno, come una sorta di rinascita (così come era stata una “rinascita” FANTASTIC FOUR 1), ma questa viene scartata poiché le testate non vendevano così male e ciò poteva rivelarsi una manovra fin troppo azzardata; la seconda idea sul piatto è quella di onorare la nascita di un universo narrativo dando vita ad un altro universo narrativo. Un New Universe, appunto. Stan Lee e soci avevano rotto gli schemi prefissati del medium fumetto dal 1961 in poi, questo nuovo progetto doveva fare altrettanto. E così alla fine l’idea viene accettata ed a Shooter viene offerto un budget di circa 120.000 dollari per svilupparla.
Dopo il meeting Shooter incontra Tom DeFalco, il quale si propone come assistente per sviluppare il progetto: lo spilungone gli consegna il budget e gli dà carta bianca. Tuttavia passano svariati mesi e Shooter non vede risultati: dopo circa un anno poco di quel denaro è stato speso e principalmente per la creazione di un paio di personaggi che non trovano il gradimento dell’EIC. Uno di questi, in versione abbozzata, qualche anno dopo avrebbe trovato gloria come Speedball. Shooter prende personalmente in mano le redini della cosa ed insieme a DeFalco ed il fido Eliot Brown passa una intera giornata a buttare giù idee per questo Nuovo Universo. A Shooter viene in mente una cosa: l’originale Marvel Universe, nella concezione di Stan Lee, cercava davvero di fare della fantascienza credibile inserendola in un contesto realistico. Nel primo numero di FANTASTIC FOUR, ad esempio, gli eroi non indossano alcun colorato costume. Solo successivamente sono state inserite idee fantasy come la Zona Blu o Atlantide, nella tipica grandeur di Kirby. Shooter propone di ritornare a quella originale concezione, con un contesto il più possibile realistico (il famoso detto “il mondo che potete vedere fuori dalla vostra finestra”) e veri fumetti (fanta)scientifici, dove gli eventi si basano su fatti reali. Niente elementi fantasy come la Zona Blu e soprattutto niente costumi.
Shooter scrive una pagina di presentazione di questo suo progetto e lo sottopone alle alte sfere ed a Stan Lee: tutti quanti lo approvano e lo esaltano. Vengono ideate otto testate: STARBRAND, DP7 (le uniche due che si sono viste anche in Italia), JUSTICE, SPITFIRE AND THE TROUBLESHOOTERS, KICKERS INC., NIGHTMASK, MARC HAZZARD: MERC, PSI FORCE. Col senno di poi si può dire che questa è stata una manovra azzardata: in un mercato di allora con molte buone proposte era improbabile che il pubblico si interessasse subito ad un progetto così sofisticato. Ma i problemi cominciano anche prima. La Marvel Comics ed il gruppo editoriale iniziano ad avere infatti i primi dissesti economici, quelli che in un futuro non troppo lontano avrebbero quasi portato al fallimento. Il budget per il New Universe viene ridotto a 80.000 dollari, poi a 40.000, poi a 20.000, infine bloccato del tutto. Shooter si incazza leggermente, ma non può fare altro. Chiaro che con queste premesse nessun grande nome del fumetto avrebbe preso parte al progetto, se non i fedelissimi di Shooter (DeFalco, Goodwin, Gruenwald) che lavorano praticamente pro-bono: le uniche due grandi firme sarebbero state John Romita Jr. e Al Williamson, solo perché conquistati dall’idea di STARBRAND e pagati praticamente una miseria, per loro scelta. Per il resto, molti di quelli che parteciparono allora oggi sono o sono state delle star (Lee Weeks, Peter David, Fabian Nicieza, Mark Texeira, Whilce Portacio, ecc…) ma all’epoca erano dei perfetti sconosciuti. Non è difficile dunque intuire cosa sia accaduto.
Entro un anno dall’inizio metà delle otto serie ha chiuso i battenti, mentre le altre sono state rilanciate a parte DP7, unica ad avere mantenuto lo stesso team creativo sino alla fine. Il motivo l’ho spiegato più sopra, aggiungiamo a questo il fatto che dopo CRISIS ON INFINITE EARTHS la DC Comics era tornata ad essere un forte competitor ed aveva sottratto quote di mercato alla Marvel, la quale ben si guardò dal promuovere minimamente il New Universe. Lo stesso Shooter ammette oggi senza troppi giri di parole che buona parte di quei fumetti era spazzatura (lui ha usato un termine anche più forte) fatta da gente che all’epoca non aveva lavoro. E se tutti si erano dichiarati entusiasti all’inizio, col fallimento del progetto la colpa ricade unicamente sull’EIC, che pure non è esente da negligenze in questi fatti, è giusto affermarlo. E così il pretesto, un ottimo e giustificato pretesto, per cacciare via lo spilungone arriva: alla fine del 1987 Jim Shooter non è più EIC della Marvel e viene licenziato in tronco.

9 – JIMBO ALLA CONQUISTA DEL MONDO

Il giorno in cui Jim Shooter venne cacciato dalla Marvel probabilmente fu acclamato con un grido di gioia collettivo, senza barriere editoriali: i nemici, i rancori ed i risentimenti che l’EIC si è guadagnato nel corso degli anni  lo perseguiteranno per molto tempo. Deve essere davvero dura sperimentare sulla propria pelle le sensazioni di essere visto come un reietto, quando poco tempo prima eri in cima al mondo. Infatti per molto tempo il telefono di Shooter non suona più.
Così decide di prendere in mano lui la situazione, ma come detto le mura erano già state erette. Un esempio concreto Shooter lo ha quando contatta Paul Levitz e gli propone una storia della Legione dei Supereroi, una sorta di ultima avventura. Una storia senza legami di continuity, da pubblicare a parte, insomma che non pestava i piedi a nessuno. Eppure l’ex EIC si premura di avvisare Levitz che ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe protestato, ma lui lo esorta a non pensarci e gli promette di richiamarlo presto. La promessa non viene mantenuta e così Shooter ricontatta Levitz, la sua risposta è disarmante: i rancori sono ancora troppo forti, si creerebbe troppa tensione, meglio lasciar perdere. Shooter allora si propone di diventare direttore della divisione editoriale della Disney, ma persino lì le voci a lui contrarie lo scalzano da quel ruolo prima ancora che possa conquistarlo.
Ciliegina sulla torta: con la cacciata di Shooter il New Universe viene ridimensionato, ma STARBRAND continua comunque ad uscire. E c’è qualcuno che non vede l’ora di metterci le mani addosso: si chiama John Byrne. Il suo intento dichiarato è quello di ridicolizzare le idee ed i personaggi di Shooter e far capire chiaramente quanto il suo allontanamento sia stato un bene per tutti. Gli basta un solo numero. Ken Connell è un personaggio complesso e dalle molte sfaccettature? Diventa un idiota che viene deriso dai suoi amici e dalla sua fidanzata. Niente costumi colorati? Arrivano subito e senza troppi ripensamenti. Realismo? Ken Connell incontra ad una convention di fumetti John Byrne, Mark Gruenwald e Howard Mackie, i quali gli fanno capire che lui è un personaggio irreale che vive in un contesto irreale.
Ed infine l’apoteosi: nelle ultime pagine Ken Connell con un’azione avventata distrugge Pittsburgh. Sì, proprio la città natale di Jim Shooter. Non c’è molto sottotesto in questa decisione, è tutto perfettamente chiaro. Shooter (come EIC) è morto, sono morte anche le sue idee e la sua città.
Insomma, sembra proprio sia arrivato il periodo più buio per lo spilungone, un qualcosa che lui non poteva prevedere. Ed è allora che ha una idea folle, una idea che rischiava quasi di concretizzarsi: comprare la Marvel Comics.

mercoledì 29 febbraio 2012

Quel megalomane di Jim Shooter (II)


4 – EIC

Bisogna dire che ridotta ai minimi termine la scelta appare un po’ strana: un ventisettenne alla guida editoriale di una delle più importanti casi editrici statunitensi, quando forse sarebbe stato meglio scegliere qualcuno di più navigato. Ma come al solito la realtà dei fatti è molto diversa. Innanzitutto bisogna inquadrare il periodo storico dell’epoca: i fumetti attraversano una crisi nera, una crisi che fatti i dovuti distinguo fa impallidire anche quella vissuta a metà degli anni ’90. La DC è quella che se la passa peggio, non capisce che i lettori che aveva nel decennio precedente sono cresciuti ed apprezzerebbero anche storie più mature ed i telefilm di Batman, che avevano imposto salvo poche eccezioni a tutta la linea di supereroi un approccio quasi demenziale, alla lunga si rivelano controproducenti. E la dirigenza sembra, anzi è, fossilizzata su un passato che per quanto glorioso non consente un ricambio di lettori. La linea Vertigo, lo sperimentalismo inglese dovevano ancora arrivare. Risultato: la DC Implosion. Decine di serie chiudono i battenti da un giorno all’altro, persino personaggi storici come Aquaman, Freccia Verde e Lanterna Verde scompaiono nel semioblio.
Nemmeno la Marvel se la passa altrettanto bene: la voglia di osare e di rompere gli schemi che ha caratterizzato gli anni ’60 lentamente lascia il passo, con l’acquisto di quote sempre più ampie di mercato, a racconti banali, inconcludenti, a volte demenziali (come le storie dei Difensori). Lentamente il numero di pagine per albo, da 22, scende a 20, poi a 18, infine a 17: un approfondimento di un personaggio o di un tema trattato in una storia non è cosa impossibile, di certo comunque più difficile di prima. La Casa delle Idee evita una sua personale DC Implosion se non peggio nel 1977 quando, grazie all’arguzia di Roy Thomas, entra nella produzione di Guerre Stellari. Un film in cui, incredibile ma vero, pochi credono all’epoca della sua uscita ma che si rivela un successo (è proprio il caso di dirlo) planetario e che fa affluire una ingente e benefica somma di denaro nelle casse della Marvel. Certo è comunque che il problema del calo di lettori e della crisi di idee rimane.
E la figura cardine per la sua risoluzione si rivela proprio l’Editor-in-Chief. Come era inteso questo ruolo prima dell’arrivo di Shooter? In modo molto diverso da come è oggi. I suoi compiti infatti erano puramente editoriali, si limitava a controllare le varie serie (a quel tempo non erano poi moltissime, dunque poteva supervisionarle anche una sola persona) preoccupandosi di dare loro coerenza narrativa e cancellando eventuali argomenti scomodi. Solo che una cosa del genere non funzionava più dai tempi di Roy Thomas. È stata proprio questa l’intuizione di Shooter, che probabilmente gli ha permesso di essere promosso a quel rango (questioni anagrafiche a parte, Gerry Conway era più giovane di lui ed era stato Editor-in-Chief): l’EIC non deve più limitarsi ad essere il ‘padrone del vapore’ delle varie serie, ma deve anche occuparsi degli aspetti connessi al marketing, allo sfruttamento commerciale ed agli aspetti legali dei comics. Insomma, una figura multitalentuosa che necessita ovviamente di una persona che sia disposta a sobbarcarsi questi doveri: Len Wein, Marv Wolfman e Archie Goodwin evidentemente volevano concentrarsi solo sulla scrittura lasciando perdere tutto il resto. Shooter no.
L’ex editor/scrittore viene personalmente scelto da Stan Lee e Jim Galton, allora presidente della compagnia, ma dichiara che accetterà l’incarico solo se gli verrà concesso di effettuare dei cambiamenti. Come ad esempio royalties e tavole originali restituite ai disegnatori. La replica di Galton durante il primo incontro ufficiale dimostra quanto questo problema non fosse sentito:”Davvero non facciamo cose del genere?”. Sempre secondo Galton l’industria dei comics sta morendo, per via delle ragioni succitate, e non c’è modo di invertire la tendenza: dunque nel periodo in cui la Marvel entrerà in altri media (animazione, libri per bambini) Shooter dovrà ridurre al minimo le perdite del settore fumetti, prima che questo venga chiuso del tutto e la casa editrice percorra altre strade.
Ma il nuovo EIC è di diverso avviso: è vero, l’industria dei comics è in crisi e rischia di morire. È vero, la Marvel ha così tanti titoli che alcuni ne cannibalizzano altri. Ma la soluzione non è chiudere tutto, la soluzione è rinnovare il panorama, tornare di nuovo a rompere gli schemi come era accaduto negli anni ’60. Ma ciò può essere fatto solo se gli artisti sono incentivati a farlo. E da lì le proposte di cui sopra. Una delle sue prime azioni di Shooter è quella di incentivare la figura dell’editor: come detto, l’EIC poteva e doveva occuparsi anche di altre cose e dunque certi compiti editoriali dovevano essere demandati ad altre persone. Beninteso, siamo lontani anni luce dalla figura professionale dell’editor di oggi (con tanto di assistenti ed un direttore di produzione), semplicemente allora era grossomodo un altro sceneggiatore che controllava il lavoro di un suo collega e dava il benestare e saltuariamente qualche suggerimento. Ma comunque già dal primo mese della gestione Shooter si intuisce che qualcosa è cambiato e molti sembrano non prenderla bene, solo che la DC Implosion fa tornare tutti a più miti consigli.
Fatto il primo passo, ne arrivano altri. La Marvel non deve più adagiarsi sugli allori, deve tornare ad essere quella potenza editoriale che era. E lo era diventata rompendo degli schemi prefissati. Il cosiddetto Marvel Style? Va rinnovato. Ecco dunque i primi celebri cicli già nel 1979: Chris Claremont e John Byrne su UNCANNY X-MEN; il solo John Byrne su FANTASTIC FOUR; ma soprattutto Frank Miller su DAREDEVIL, che in pochissimi numeri fa tornare mensile una serie che prima non riusciva a sbloccarsi dalla bimestralità. Le oscure profezie di Galton vengono demolite in pochissimi mesi. In generale tutte le serie ritornano a buoni livelli di vendita e, all’inizio degli anni ’80, quelle che vengono chiuse sono quelle che stanno sotto le 100.000 copie. Alla faccia dei rami secchi.
Certo, non è tutto rose e fiori. Il primo a dimostrare malcontento è il veterano Roy Thomas: uno sceneggiatore che ha sempre mal digerito la figura dell’editor (preferiva supervisionarsi da solo) comincia a vedere con occhio critico queste continue ingerenze editoriali. E quando la sua creatura prediletta, INVADERS, gli viene sottratta lui fa armi e bagagli e si trasferisce alla DC Comics, dove darà vita al progetto ALL-STAR SQUADRON, le cui premesse non erano poi differenti da quelle degli Invasori. Il secondo “contestatore” è Gene Colan: chiusa la sua testata simbolo, TOMB OF DRACULA, torna ad occuparsi a tempo pieno di supereroi, ma secondo alcuni lo fa un po’ imbrogliando, cercando di disegnare il minor numero di tavole possibili ed alterando così le varie sceneggiature. Le proteste non si fanno attendere e Shooter prova a mettere in riga Colan, il quale però decide di seguire le orme di Roy Thomas e trasferirsi alla DC.
Ma sono tutto sommato contestazioni minori, che non inficiano il lavoro del nuovo EIC. Mese dopo mese le vendite tornano a livelli stellari, quasi impensabili. Fino al 1982 nessuno si sarebbe messo contro Shooter, nessuno avrebbe agito contro di lui, nessuno avrebbe avuto qualche ragione di protestare. Le cose sarebbero drasticamente cambiate.

5 – VENTI DI CAMBIAMENTO

Ma prima di parlare di ciò, occorre citare altri esperimenti introdotti da Shooter, soprattutto all’inizio degli anni ’80 quando in virtù dei suoi successi editoriali la sua posizione come EIC si era rafforzata. Il percorso di autorialità, con i diritti che rimanevano in mano agli autori, viene realizzato grazie alla linea EPIC, dove dominava la parola sperimentazione e dove in generale si preferiva battere strade diverse da quelle supereroistiche, più consolidate. Il successo di questa linea lo si deve soprattutto al suo editor, Archie Goodwin, per cui la parola ‘limite’ non esisteva. Il fiore all’occhiello di questa linea editoriale è la rivista EPIC ILLUSTRATED MAGAZINE, mentre i prodotti di punta sono DREADSTAR di Jim Starlin ed ELEKTRA ASSASSIN di Frank Miller e Bill Sienkiewicz. Anche le riviste in bianco e nero come MARVEL PREVIEW, in bilico tra supereroismo e fantasy, vengono potenziate.
Shooter introduce poi in Marvel due elementi già presenti nel panorama del comicdom. Il primo è la cosiddetta miniserie, che aveva fatto capolino sia in DC che in alcune case editrici minori già qualche anno prima, la quale consente di narrare una storia e portarla a conclusione all’interno di pochi albi. Storie perfette anche per il lettore occasionale. WOLVERINE di Claremont/Miller è il primo e miglior biglietto da visita che si possa presentare. La mania attuale dei Trade Paperback trae da qui le sue origini. Il secondo elemento è il cosiddetto romanzo grafico alla Will Eisner, la graphic novel: un albo di grande formato e con molte più pagine del consueto (anche un centinaio, a volte) adatto a presentare storie dal forte impatto. Ed in effetti la prima Graphic Novel Marvel è di quelle che lascia il segno: LA MORTE DI CAPITAN MARVEL. Questa storia sconvolse moltissimo i lettori di allora e non poteva essere altrimenti. Rifacendosi ad una tragica esperienza personale (la morte del proprio padre), Jim Starlin scrive l’ultima avventura del celebre eroe spaziale, il quale ha contratto il cancro dopo un’esposizione ad un gas nervino alcuni mesi prima. E la sua fine non avviene in battaglia, ma in un letto d’ospedale. In generale la storia si segnala poiché profondamente intimista e non contenente alcuno scontro, molto toccante. Il formato Graphic Novel diviene molto gradito e viene utilizzato per proporre altri prodotti supereroistici d’elite (come ad esempio la celebre storia Dio Ama l’Uomo Uccide) o addirittura racconti mainstream, qualcosa per l’epoca di molto raro.
Ma sono due le principali intuizioni di Shooter che meritano di essere segnalate, poiché frutto di una attenta analisi del mercato di allora e che ancora oggi sono incredibilmente attuali. Da quando lo spilungone era diventato EIC, il mercato dei comics era cambiato: prima i fumetti si vendevano al 100% in vari esercizi commerciali (drugstore, bar, empori, in certi casi addirittura farmacie), ma dall’inizio degli anni ’80 erano sorti i cosiddetti comic shop, le fumetterie per intenderci. Locali dediti solo alla vendita di fumetti e gestiti da gente competente, che doveva saper vendere quel tipo di prodotto. Shooter pensa che questo possa essere un buon canale di distribuzione e concepisce una linea di comics da vendere esclusivamente attraverso i comic shop, con carta pregiata e maggiore foliazione. Non solo, poteva essere un viatico attraverso cui far passare quei fumetti che nel circuito classico vendevano poco, ma filtrati attraverso questo nuovo esercizio potevano raggiungere risultati differenti e suscitare la curiosità di altri lettori. Certo, rivisti a distanza di anni le serie che vennero lanciate per i comic shop (DAZZLER, KA-ZAR THE SAVAGE) fanno un po’ sorridere, ma le aspettative di vendita vennero pienamente soddisfatte e se pensiamo che costavano un po’ di più rispetto agli altri comics…
Oggi i fumetti si vendono praticamente solo nei comic shop, si è invertita la tendenza rispetto a venti anni prima (fatta eccezione per alcuni prodotti, come i fumetti per bambini): il primo a capire che il mercato sarebbe andato in quella direzione è stato Jim Shooter.
Un’altra intuizione ancora oggi fa sentire i suoi segni. Verso la fine degli anni ’70 Shooter sancisce dei contratti di collaborazione reciproca con alcune case produttrici di giocattoli: in sintesi la Marvel avrebbe pubblicato fumetti con protagonisti le creazioni di queste case e avrebbe fatto loro pubblicità, e viceversa. E’ quello che l’EIC si proponeva di fare fin dall’inizio: portare il mondo del fumetto fuori dal ghetto in cui si era cacciato, sfruttando altri media ed altri prodotti che in qualche modo potevano incrociarsi con le esigenze di una casa editrice. Il direct marketing, verrebbe da dire. All’inizio si disse che con questa manovra la Marvel aveva venduto la propria anima al mondo dell’economia, soprattutto quando si vide che questi nuovi fumetti non appartenevano ad un altro universo narrativo come era accaduto per altri franchise (es. STAR WARS), ma erano ambientati nel Marvel Universe vero e proprio apportando talvolta significativi cambiamenti. Polemiche che i fatti demolirono senza appello. Come detto per le serie vendute solo nei comic shop, riviste oggi queste serie fanno (nel più gentile dei casi) sorridere per la loro ingenuità, e qualcuna si rivelò anche un terribile flop, ma alcune diventarono rapidamente dei prodotti di punta della Marvel. Narra la leggenda che i primi numeri di ROM SPACEKNIGHT vendettero addirittura poco meno degli UNCANNY X-MEN di Claremont/Byrne, ed anche MICRONAUTS fu un insperato successo. Ancora oggi queste due serie hanno una fanbase regolare e si spera sempre in una ripresa (narra una seconda leggenda, e questa è vera, che poco più di una decina di anni fa Mark Millar e Grant Morrison volevano produrre una seconda serie di ROM). Ironia della vicenda: i giocattoli di Rom e dei Micronauti furono un tremendo insuccesso e sparirono in pochi mesi dagli scaffali dei negozi, le loro serie invece durarono più di otto anni. L’apoteosi di questa manovra commerciale si sarebbe avuta con SECRET WARS.
Shooter come EIC ha in mente un obiettivo ben preciso: far sì che si parli della Marvel, a qualsiasi costo. Parlarne significa attrarre interesse. Attrarre interesse vuol dire conquistare nuovi lettori. Ci riesce e, grazie anche al fatto che nei primi anni ’80 la DC vive una crisi editoriale e di contenuti, a quel tempo la Casa delle Idee conquista circa il 75% del mercato fumettistico. Ma questa stessa manovra presto si sarebbe ritorta contro Shooter stesso.

6 – LA CALUNNIA E’ UN VENTICELLO

Sciaf!
Seppur oberato di impegni come EIC, Shooter ogni tanto ritorna a scrivere alcune sceneggiature. Tuttavia la sua unica run come sceneggiatore regolare avviene su AVENGERS, serie su cui aveva già lavorato in passato, e comunque sono poco più di una decina di episodi pubblicati nel biennio 1981/1982. Episodi che ancora oggi vengono ricordati per il loro tema centrale: la caduta dal paradiso di Hank Pym, preda come non mai delle sue nevrosi. Calabrone arriva addirittura ad attaccare i suoi stessi compagni ed a schiaffeggiare sua moglie Janet pur di farsi notare: quest’ultimo gesto in particolare ha gettato una macchia praticamente indelebile sul personaggio. Indelebile poiché, diversamente magari dal nostro paese, la violenza domestica è un fatto molto sentito e condannato negli Stati Uniti. In questo caso Shooter porta all’estremo le psicosi nervose di Hank Pym, che già negli anni ’60 avevano generato trame interessanti ma alfine confinate nella ingenuità di quel periodo. Qui no, qui l’eroe e la sua percezione cambiano totalmente davanti ai nostri occhi, nessuno ha poi più visto Hank Pym come lo vedeva prima.
Come abbiamo accennato, Shooter voleva che l’attenzione di tutti tornasse a concentrarsi sui fumetti di modo che uscissero dal ghetto in cui si erano cacciati. Ci è riuscito, ma subito dopo questa manovra gli si è ritorta contro. Fino al 1982, salvo alcune sporadiche defezioni, nessuno aveva messo in dubbio la sua gestione, ma negli anni successivi numerose polemiche sarebbero piovute sul suo capo. La prima accusa è nientemeno che di omofobia: la materia del contendere nasce da un episodio di RAMPAGING HULK (rivista in bianco e nero che usciva, per i temi trattati, senza che venisse sottoposta all’approvazione del Comics Code Authority), durante il quale Bruce Banner subisce un tentativo di stupro da parte di due omosessuali in un YMCA. Apriti cielo, la storia e le sue polemiche escono subito dai confini del fumetto ed arriva nel “mondo reale”, laddove alcune associazioni pro-omosessuali (chiedo scusa per il termine un po’ brusco) accusano Shooter appunto di omofobia. La difesa dell’EIC a dire il vero è un po’ blanda, in quanto afferma che con quella storia non ha voluto offendere nessuno, solo mettere in mostra un episodio di vita reale, ed infatti nessuno gli crede. A complicare le cose c’è una successiva dichiarazione di Shooter ad una rivista specializzata nella quale dichiara categorico che non esistono supereroi gay nel Marvel Universe. Anche se è vero che a quell’epoca il Comics Code censurava ancora riferimenti espliciti all’omosessualità, non era sfuggito a nessuno il fatto che il Northstar di ALPHA FLIGHT fosse tutto tranne che eterosessuale. Come risultato lo sceneggiatore della serie, John Byrne, inizia a mitigare questo tipo di riferimenti ed in seguito si arriverà addirittura a dire che Northstar appartiene ad una razza elfica eccetera eccetera (anche se negli anni successivi la sua omosessualità verrà fin troppo sbandierata). A tutt’oggi non è ben chiaro se Shooter sia o meno omofobo, per quanto questa cosa possa importare a qualcuno, mi limito solo a dire che dopo questi fatti lo sceneggiatore non è più voluto tornare a discutere della faccenda.
Alla prima pietra dello scandalo se ne aggiunge immediatamente un’altra, di cui sicuramente avrete sentito parlare, la cosiddetta querelle Kirby. Questa vicenda ha lunghe radici. L’ultimo contratto con la Marvel di questo grande artista termina nel 1978, incidentalmente il primo anno di Shooter come EIC, e subito dopo comincia a reclamare diritti legali sui personaggi che aveva creato o co-creato (una vecchia polemica con Stan Lee). In questo tentativo si inserisce una manovra legale dei suoi avvocati, i quali chiedono che a Kirby venissero restituite le sue tavole originali. Per la Marvel questa è una sorta di “trappola”, poiché restituire le tavole sarebbe stata una tacita ammissione che Kirby ne era il legittimo proprietario e non le aveva realizzate con un contratto di lavoro salariato, che sanciva in questo caso che la casa editrice ne era sia l’”autore” che il proprietario. Contorto? Siamo ancora all’inizio. Insomma, agendo in quel modo la Marvel avrebbe dimostrato che la rivendicazione di Kirby aveva ragion d’essere, pur non potendo nascondere che alcune di quelle tavole a causa dell’incuria e della disattenzione erano ormai ridotte in pessimo stato.
Ora il problema di fondo è che a quell’epoca la Marvel già restituiva le tavole originali ai suoi autori, per via appunto di quella politica di cambiamento voluta da Shooter durante il suo primo incontro con le alte sfere della Casa delle Idee. Ed in effetti Kirby ne aveva già ricevute molte. Una politica che si interrompe bruscamente, ed in toto, per le ragioni succitate. Si arriva dunque ad una situazione di stallo che dura parecchi mesi, una situazione in cui Jim Shooter si ritrova a fare da mediatore tra la casa editrice ed il grande artista che per così tanti anni aveva lavorato per essa. Una posizione che, all’esterno, pare non trasparire dal momento che negli anni successivi Shooter sarebbe stato identificato grossomodo come colui che si rifiutava di restituire a Kirby (uno dei personaggi più amati del mondo dei comics) le sue tavole. A dar man forte a Kirby c’è anche un altro grande artista recentemente scomparso: Steve Gerber. Un uomo che per aiutare il creatore dei Fantastici Quattro aveva scritto un fumetto volto unicamente a raccogliere fondi da utilizzare per la causa. Un artista che vanta anche lui diritti legali, su di un personaggio stavolta: Howard il Papero. La posizione di Gerber è che la Marvel non è titolare del personaggio in quanto esso è apparso come comprimario su altre testate prima di ricevere la propria serie ed un trademark, dunque il suo legittimo ideatore è proprio Gerber (in realtà dietro c’è anche una vicenda di sospensione di strisce sindacate, sempre dedicate ad Howard il Papero).
Alla fine la situazione di stallo si risolve, Shooter dice di esserne stato il principale se non l’unico risolutore, ma mi permetto di dire che anche gli avvocati della Marvel abbiano avuto voce in capitolo. Kirby infatti riceve indietro tutte le sue tavole, ma prima che possa portare avanti altre rivendicazioni la Casa delle Idee produce una pila di documenti, tutti regolarmente sottoscritti da Kirby, i quali affermano per farla breve lo status di dipendente salariato del grande artista durante il suo periodo presso la casa editrice. La vicenda si chiude qui, anche se viene strumentalizzata dal giornalista/fanzinaro Gary Groth per lanciare un attacco contro la Marvel e più in generale contro Stan Lee. A detta di Shooter, gli avvocati di Kirby mandarono poi una lettera di scuse ufficiali alla Marvel e Kirby non ebbe mai nei suoi confronti motivi di risentimento. Diversamente da altri, come adesso vedremo.
Già, perché l’accusa principale (motivata in più di un caso) rivolta a Shooter durante i suoi ultimi cinque anni di gestione Marvel è quella di ingerenza editoriale. E non solo. Shooter stesso ha più a volte affermato di avere un caratteraccio, che gli ha spesso precluso alcune scelte. Durante il suo run come EIC, Shooter è come certi imprenditori che vogliono il massimo dai propri dipendenti imponendo la propria legge ed a volte non tenendo in considerazione le loro richieste. L’esempio più lampante di questa cosiddetta ingerenza è quello capitato per il finale di UNCANNY X-MEN 137, del 1980. Se la storia vi dice qualcosa non mi sorprende, poiché è l’epilogo della celeberrima Saga di Fenice Nera, durante la quale Jean Grey viene sedotta al lato oscuro da Mastermind e dal Club Infernale (tralasciamo le future retcon, per la salute mentale di questo articolo). Portata sul pianeta Shi’Ar per essere giudicata, infine si uccide, consapevole di non poter gestire un potere così grande. Ora nei piani originali di Claremont alla fine della saga Jean non moriva e la sua trama durava ancora circa un annetto, culminando col nr. 150 ed uno scontro con Magneto che l’avrebbe fatta rinsavire. Ma accade qualcosa. Nel corso della saga, Jean distrugge un intero pianeta e stermina tutti i suoi abitanti, circa cinque miliardi di persone. Shooter viene a sapere dei piani originali di Claremont e li boccia, poiché a suo dire per una persona che ha ucciso tutti quegli esseri viventi non si può semplicemente cancellare la lavagna e ricominciare da capo. Dunque, andando contro le decisioni dello sceneggiatore della serie e del suo supervisore che aveva approvato il piano iniziale, Shooter cambia le carte in tavola a storia praticamente già conclusa (il disegnatore infatti aveva completato le sue tavole). Serve una punizione adeguata. E la punizione arriva ed è quella che conoscete tutti. In realtà dietro a questa decisione pare ci sia stata anche una imbeccata di John Byrne (toh, guarda chi rispunta), nemmeno lui convinto del finale originario. Un evento che, insieme a tante altre cose, avrebbe poi portato alla rottura dei rapporti tra lui e Claremont.
Questo diviene all’epoca il più noto caso di ingerenza editoriale, anche perché qualche tempo dopo viene pubblicato il finale originario ed il dibattito si apre. Non che ingerenza editoriale non ci sia stata in precedenza, tutt’altro, ma forse in questo caso per la prima volta i lettori (in un’epoca in cui Internet non era diffuso) hanno la percezione di come il prodotto che giunge nelle loro mani sia a volte il frutto di un compromesso. O di una decisione arbitraria.

sabato 25 febbraio 2012

Quel megalomane di Jim Shooter (I)


Vi ripropongo un mio articolo pubblicato tempo fa sulla mai troppo compianta rivista Omniverso, dedicato a questo celebre personaggio del mondo del fumetto.

Pazzo. Arrogante. Genio incompreso. Megalomane. Venduto. Bastardo. Ed altri termini poco riferibili: questo ed altro è stato detto nel corso degli anni di Jim Shooter, sicuramente una delle figure più controverse nel panorama dei comics statunitensi. Anche se bisogna dire che il tempo come sempre ha fatto il suo sporco lavoro: se provate a pronunciare questo nome a dei giovani lettori, sia americani che italiani, difficilmente dirà loro qualcosa. Invece dite ‘Jim Shooter’ di fronte a dei fan di fumetti più ‘attempati’, che magari hanno cominciato a leggere storie Marvel con la Star Comics: nascerà subito una accesa discussione. Tra innocentisti e colpevolisti, lettori entusiasti e critici infuriati, non ci sarà una via di mezzo. E a volte questi dibattiti offrono spunti sia interessanti che divertenti, del tipo:”Come erano belli i tempi in cui…”. Come si diceva di un nostro dittatore che durante il suo regime “i treni arrivavano sempre in orario”, così di Shooter si è spesso detto:”Con lui, quando Malekith ha aperto lo Scrigno dei Mille Inverni su THOR, su tutte le testate Marvel è nevicato”.
Ma allora Jim Shooter è da considerarsi un dittatore? O una vittima del sistema? Oppure qualcos’altro, magari un po’ banalmente un uomo che ha fatto il suo tempo ed gggi non ha più nulla da dire al mondo dei fumetti? Cercheremo di scoprirlo nelle pagine che seguono, cercando per quanto possibile di dare una versione oggettiva dei vari eventi che hanno caratterizzato la carriera di questo scrittore/editor, anche se, lo diciamo fin da subito, non sarà una cosa facile.

1 – NASCITA DI UNA NOZIONE

Jim Shooter nasce il 27 settembre 1951 a Pittsburgh, Pennsylvania (ricordate questa città, vi sarà utile per dopo). La sua è la classica famiglia del proletariato americano: il padre operaio (in una delle tante industrie dell’acciaio di Pittsburgh), la madre casalinga e numerosi figli. Un solo reddito e gli inevitabili problemi economici. Una realtà difficile, da cui a quel tempo si può fuggire in un unico modo, immergendosi nelle pagine colorate e nei mondi incredibili del fumetto di supereroi, il divertimento più a basso costo che ci sia. E negli anni ’50 supereroi è sinonimo di DC Comics, che comincia proprio in quel periodo la sua Silver Age. Shooter legge le storie di questa casa editrice sin da piccolo, ma se ne stanca abbastanza presto, già ad otto anni, perché a suo dire presentano sempre le stesse situazioni (soprattutto i racconti di Superman, dove Lois Lane ha in mente solo di scoprire il segreto di Clark Kent, mentre l’Uomo d’Acciaio affronta o Lex Luthor o mostri generati dalla kriptonite rossa). Così nei successivi quattro anni praticamente abbandona la loro lettura.
Ritrova l’entusiasmo a dodici anni, grazie alle prime storie della Marvel Comics di Stan Lee e soci, nelle quali avverte un’atmosfera ed un modo di delineare i personaggi totalmente differente. Le serie della DC Comics invece, a suo dire, non sono cambiate. E nella sua candida mente di dodicenne nasce un pensiero: se riuscisse a scrivere storie come Stan Lee, potrebbe tranquillamente venderle alla DC, che ne ha disperatamente bisogno. Ben presto tutto questo diventa realtà.

2 – LA LEGIONE DI JIMBO

Alcuni mesi dopo la famiglia di Shooter si ritrova in una drammatica condizione economica, alle soglie della povertà. Il giovane ragazzo vorrebbe aiutare i suoi cari per quanto può, ma alla sua età uno come lui non può di certo andare a lavorare in fabbrica, al massimo deve accontentarsi di incarichi mal pagati come consegnare i giornali porta a porta. Ed allora quella idea di qualche tempo prima gli torna alla mente. È giusto precisare una cosa: Shooter non ha mai visto questa cosa come un divertimento, anzi, trattandosi di dover aiutare la sua famiglia era per lui una cosa molto seria. E mai gli è passato per la testa che fosse inconcepibile che un tredicenne entrasse in un mondo competitivo come quello dei comics. E così inizia, letteralmente, a studiare le storie di Stan Lee, cercando di capire cosa le renda così speciali e di adattare quello stile ai racconti della DC, che possiedono un impianto narrativo leggermente differente, più formale se possiamo così definirlo.
La scelta di Shooter ricade sulla Legione dei Supereroi, le cui avventure a quell’epoca sono pubblicate su ADVENTURE COMICS. Il giovane scrittore, ovviamente ignaro di come si stenda una sceneggiatura, disegna degli schizzi della sua storia a cui aggiunge poi i dialoghi e le didascalie. Terminata la sua opera la spedisce alla DC, la quale la consegna all’editor Mort Weisinger, che assolutamente ignaro dell’età dello scrittore rimane così impressionato dalla storia da accettarla subito e chiederne altre. Shooter manda una saga in due parti, che viene ugualmente approvata, poi Weisinger gli offre il suo primo lavoro su commissione, un racconto di Supergirl. Nasce così una leggenda. Le prime storie di Shooter vengono affidate a disegnatori più esperti come Sheldon Modoff e Curt Swan perché le ripuliscano da inevitabili imperfezioni: nonostante ciò soprattutto Swan (disegnatore del maggior numero di storie di Superman) rimane impressionato dagli schizzi del ragazzo ed adatta ad essi il suo stile. Questi racconti vengono infine pubblicati dal luglio 1966 sui nr. 346 e seguenti di ADVENTURE COMICS (ignoro se abbiano mai avuto una edizione italiana).
Shooter viene infine contattato da Weisinger, che scopre finalmente di aver a che fare con un quattordicenne. Ma questo non lo scoraggia e chiede al ragazzo di iniziare a scrivere su base regolare per la DC e di venire a New York per discutere di alcune cose, anche se per richiesta di Weisinger il primo viaggio Shooter deve farlo accompagnato da sua madre, cosa che lo imbarazza un po’. Arrivato nella Grande Mela a Shooter viene chiesto di non recarsi direttamente negli uffici della DC, ma di aspettare nella sua stanza d’albergo. Quando Weisinger infine arriva rimane impressionato da due cose: Shooter è più alto di lui (non a caso nel corso degli anni è stato spesso soprannominato lo Spilungone) ed è vestito in modo impeccabile, in giacca e cravatta. Weisinger invece si aspettava un ragazzino lentigginoso con una maglietta casual. Shooter ha il giusto codice di abbigliamento e di comportamento da passare come scrittore e può ora recarsi negli uffici DC.
Nei successivi cinque anni, oltre ai racconti della Legione, Shooter riceve da Weisinger altri incarichi per altre testate ed impara come sceneggiare in modo appropriato una storia. Non è tutto rose e fiori ovviamente. Innanzitutto c’è un problema che solo uno con l’età di Shooter può avere: la scuola. Il giovane sceneggiatore è costretto a studiare di giorno e scrivere la sera o la notte, cosa che non è esattamente salutare per nessuno. Oltre a ciò è a volte costretto a recarsi a New York, negli uffici della casa editrice, per discutere con alcuni editor. Secondariamente, quello che forse era iniziato come un divertimento, si rivela ben presto un lavoro serio e più duro del previsto, competitivo come molti altri: le scadenze e le pressioni editoriali sono davvero forti e spesso Weisinger critica il suo protetto definendo le sue storie stupide e lamentandosi anche dei particolari più insignificanti. Shooter (che bene o male all’epoca è ancora un ragazzo) all’inizio ci rimane male e pensa di ritirarsi dalle scene, poi però capisce che quella di Weisinger è solo una posa: finge di criticarlo, in realtà apprezza quanto sta facendo. E lo sceneggiatore di Pittsburgh prova ad osare.
Prima di questo tuttavia mi preme sottolineare una cosa: Mort Weisinger, uno della vecchia scuola, è la prima figura autoritaria, per così dire, che Shooter incontra nel corso della sua carriera. Da lui capisce che essere il capo non significa necessariamente essere l’amico di tutti, anzi, a volte comporta dire “no” soprattutto agli scrittori più quotati, che in forza di ciò credono che qualsiasi loro idea possa passare, anche la più orrenda. Inoltre, nel corso dei loro colloqui newyorchesi, Weisinger spiega a Shooter non solo il lato creativo dei fumetti, ma anche ciò che vi sta dietro: la produzione di un albo, la sua stampa, il merchandising, la pubblicità… Lezioni che Shooter ascolta con piacere e che gli sarebbero presto tornate utili.
Lo sceneggiatore di Pittsburgh è un nome nuovo negli uffici della DC Comics, una forza fresca, una mente giovane con idee nuove laddove gli altri scrittori, nella stragrande maggioranza dei casi, provengono dalla Golden Age ed hanno inevitabilmente idee conservative. Così prova ad inserire temi sociali nelle sue storie, ma capisce subito che un editor quando deve dire no non usa tanti giri di parole, lo dice e basta. La sua prima idea è di creare un supereroe afroamericano, Ferro Lad, che inizialmente appare solo in maschera: nei suoi piani, quando si fosse rivelato, la cosa sarebbe stata accolta come normale ed ordinaria, poiché in un illuminato trentesimo secolo di certo non possono esistere pregiudizi ed odi razziali. Sfortunatamente per lui, Shooter ha a che fare con menti precluse del ventesimo secolo: in questo caso l’idea gli viene bocciata poiché la presenza di un supereroe nero avrebbe reso difficile se non impossibile la distribuzione dell’albo nel sud degli Stati Uniti; successivamente il giovane scrittore prova ad introdurre lo scottante tema della droga, ma la storia (“The Lotus Fruit”) viene pesantemente revisionata togliendo ogni problematico riferimento poiché un racconto del genere, con un argomento del genere, sarebbe sicuramente stato bocciato dal Comics Code, cosa che all’epoca la DC non poteva permettersi. Lo stesso Stan Lee, quando poco tempo dopo fece una cosa simile su AMAZING SPIDER-MAN, andò avanti consapevole che non avrebbe avuto l’approvazione, una manovra più che rischiosa per quei tempi.
Tra alti e bassi Shooter scrive le storie della Legione fino al nr. 380 di ADVENTURE COMICS. Cinque anni durante i quali, anche grazie a lui, le condizioni economiche della sua famiglia migliorano. Inoltre, terminato il liceo, il giovane sceneggiatore si appresta ad entrare nel college. Il tutto mentre la storia dei suoi esordi comincia a filtrare fuori dagli uffici della DC Comics: inizialmente molti la ritengono una leggenda metropolitana e non ci credono. La Legione viene sostituita da Supergirl, mentre Cosmic Boy e soci diventano protagonisti di storie d’appendice su ACTION COMICS. Shooter però ha già raggiunto il suo scopo, la carriera nel campo dei fumetti non gli interessa: può dedicarsi ad altri obiettivi ora. E così abbandona questo colorato mondo, non immaginando che ne sarebbe presto diventato uno dei protagonisti principali.

3 – L’APPRODO ALLA MARVEL

I fan della Legione non approvano il cambiamento. Su ADVENTURE i loro eroi erano i protagonisti assoluti, su ACTION COMICS invece devono accontentarsi di poche pagine d’appendice. Inoltre manca qualcosa, manca quel mordente che c’era prima: è inevitabile che lettori adolescenti si identifichino in personaggi tratteggiati da un loro coetaneo e non da un ultraquarantenne vissuto in un’altra epoca. E così cominciano ad inondare la redazione di lettere, chiedendo che si torni a quei temi ed a quelle atmosfere. Occorre dire che a quell’epoca la DC Comics non inseriva i credits nelle sue storie, dunque a parte le persone più informate in pochi potevano dire:”Rivorrei quel ragazzo di Pittsburgh al timone della serie”.
Comunque la casa editrice corre immediatamente ai ripari: trasferisce la Legione su SUPERBOY, che per l’occasione viene rinominato SUPERBOY AND THE LEGION OF SUPER-HEROES, e circa a metà degli anni ‘70 richiama Shooter all’ovile, suppongo con un contratto economico non indifferente. Questo sancisce il ritorno definitivo dell’autore nel campo dei comics e ben presto avrebbe scalato le gerarchie, imponendosi come una delle più importanti figure mai esistite. Ma andiamo con ordine: Shooter ricomincia a scrivere le storie della Legione, ma entra subito in contrasto col suo nuovo editor Murray Boltinoff. E non solo una volta. Da qui all’addio alla serie il passo è breve. Ma stavolta Shooter decide di non ritornare nell’oblio.
Nel 1976 Marv Wolfman lo assume alla Marvel come editor associato. Shooter rimane colpito, la prima volta che entra negli uffici di questa casa editrice, dall’ambiente informale e goliardico che domina tra i suoi dipendenti, molto diverso da quello da lui visto alla DC. C’è gente che ride, scherza e gioca, ci sono persone vestite in modo assolutamente casual e non costrette ad indossare giacca e cravatta, ci sono gigantografie dei vari personaggi pubblicati… insomma, c’è di tutto. Ed a lui piace molto. Dopo un breve periodo di rodaggio Shooter comincia a sceneggiare alcune serie, tra queste GHOST RIDER, DAREDEVIL e AVENGERS.
Soprattutto su quest’ultima testata lo scrittore mostra tutte le sue capacità: coadiuvato dagli esordienti ma già capacissimi George Perez e John Byrne (futuro amico/nemico) dà vita a celebri saghe come ‘La Sposa di Ultron’ o ‘La Saga di Korvac’ e crea personaggi come Jocasta e Graviton. Oltre a ciò riceve il prestigioso incarico di plottare insieme a Stan Lee le storie dell’Uomo Ragno che compaiono sulle strisce sindacate di vari quotidiani. E questo fino al 1978, quando Archie Goodwin abdica dalla sua posizione come Editor-in-Chief e Shooter ne prende il posto.