lunedì 6 novembre 2023

Disney+ Original 19: Not Okay


Amati. Detestati. Chiacchierati. Bene o male, oggi sempre al centro dell'attenzione mediatica. Sono gli influencer, una figura praticamente sconosciuta anche solo poco più di dieci anni fa ma che, col progredire dei social, è divenuta sempre più rilevante.
Come sempre nell'era Internet, si tende a cristallizzare le proprie opinioni e c'è chi è convinto fermamente che gli influencer siano inutili e dannosi e chi invece li segue con passione, non mettendo mai in dubbio ciò che fanno o dicono. Ma come accade per tutte le categorie di questo mondo, ci sono le male marce e i gioielli scintillanti.
Come ad esempio in Not Okay, scritto e diretto da Quinn Shephard e distribuito su Disney+ a partire dal 29 luglio 2022.
Danni Sanders (Zoey Deutch) è una photo editor che lavora per una rivista online, sperando un giorno di poter diventare una scrittrice. Per questo cerca costantemente le attenzioni di un influencer che lavora per la rivista, Colin (Dylan O'Brien).
Quando per un malinteso con lui, Danni fa capire che si recherà a Parigi per un seminario, non avendo i soldi necessari modifica alcune sue foto e le posta su Instagram per far intendere che in realtà si trova nella capitale francese.
Accade, tuttavia, che la città sia oggetto di alcuni attentati terroristici a celebri monumenti nazionali che uccidono molte persone. Danni, piuttosto che ritrattare quanto da lei postato, inizia a tramutare la cosa a suo vantaggio, fingendo di essere una sopravvissuta e divenendo in breve tempo un idolo mediatico. Ma questa sua bugia potrà restare in piedi?
Il disclaimer iniziale mi dice che questo film è incentrato su una persona detestabile. Direi che invece ci troviamo di fronte a una persona profondamente sola, la quale non ha legami stabili e finge ogni tipo di emozione pur di diventare qualcuno, pur di dare un senso alla propria vita che un senso non ha, visto che il suo sogno di essere una scrittrice si scontra con la dura realtà.
E quando trova la prima vera amicizia della sua vita è destinata a perderla a causa delle sue bugie, capendo solo in un secondo momento la portata del suo errore.
Chi vedesse questa pellicola sperando in una visione da boomer del tipo:"Ah ma che pessimi gli influencer, che si trovino un lavoro vero!" resterà deluso, poiché non è così. Non vi è affatto una critica generica a tutta la categoria degli influencer, piuttosto a come una (Grande? Piccola?) parte di essi gestisce la comunicazione social.
Danni Sanders è un estremismo, ma credo chiunque di noi si imbatta in post che cercano di sfruttare con malizia il tema del momento, meglio se delicato (un conflitto, un evento luttuoso), al solo scopo di accaparrare like e followers, fingendo emozioni e con messaggi preparati dalle agenzie.
Ma ci sono anche (Tante? Poche?) persone che gestiscono i social con coscienza, che li utilizzano per parlare di svariati temi con cognizione di causa, cosicché chiunque possa farsene un'idea (nel film vi è un personaggio importante che ricopre questo ruolo). Tuttavia i loro messaggi si perdono nelle centinaia di altri post che l'algoritmo consiglia a discapito di questi.
La critica semmai è rivolta dunque verso chi foraggia questo tipo di influencer e preferisce "annegare" in un mare di like a portata di mano senza interrogarsi sulla realtà che lo circonda. E, ovviamente, verso gli influencer che sfruttano questa cosa solo per proprio tornaconto. Salvo quando la loro finzione viene smascherata, subiscono una levata di scudi mediatica e sono costretti a scomparire.
Può esserci redenzione per loro o per Danni Sanders? Hanno davvero perso qualcosa di davvero importante se un giorno non saranno più considerati degli idoli di Internet?

domenica 5 novembre 2023

Italians do it better? 26: Dogman (2018)


Prima del Dogman di Luc Besson, vi è stato quello nostrano di Matteo Garrone. Un personaggio che si ispira a un drammatico fatto di cronaca, ovvero l'omicidio del pugile Giancarlo Ricci - dopo essere stato rinchiuso in una gabbia per ore - da parte di Pietro De Negri, detto Er Canaro, così soprannominato in quanto si occupava di cura e toelettatura di cani in un negozio sito nel quartiere romano della Magliana.
Il film, scritto da Matteo Garrone, Ugo Chiti, Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo, Massimo Gaudioso, Marco Perfetti e Giulio Troli viene distribuito nei cinema nel maggio 2018.
Marcello (Marcello Fonte) è un uomo mite che gestisce un negozio per la cura e la pulizia dei cani nella periferia romana. Costui, pur dedito a piccole attività criminali quale il traffico di stupefacenti, è comunque benvoluto dagli abitanti del quartiere, ma al contempo viene continuamente bullizzato da un teppista locale, Simone (Edoardo Pesce), temuto in tutto il circondario.
Quando però Simone supera il limite, facendo sì che Marcello inizi a essere ostracizzato da tutti i suoi vicini ed amici, quest'ultimo medita vendetta. Una vendetta che si compirà nel modo più atroce possibile.
Va innanzitutto fatto un plauso ai due interpreti principali, poiché sono riusciti a rendere benissimo, con le loro movenze, il loro modo di parlare e i loro differenti aspetti fisici, sia il bullo del quartiere come Simone che parla solo coi pugni e con le minacce, sia nel caso di Marcello l'incarnazione della persona in apparenza innocua che, se però provocata, può scatenare tutta la sua ira nella maniera più impensabile.
Pietro De Negri non ha mai mostrato pentimento per ciò che ha fatto e al tempo stesso ha chiesto di essere dimenticato. Infatti, non ha mai rilasciato un'intervista su quanto accaduto e le fonti ufficiali di questo atto criminoso rimangono solo le dichiarazioni rese all'autorità giudiziaria e alla polizia e i referti autoptici.
Si potrebbe dunque pensare che film come quello di Matteo Garrone non contribuiscano alla richiesta di essere lasciato in pace da parte di De Negri. Ebbene, di sicuro è in parte così, ma uno sguardo anche solo distratto fa comprendere che la pellicola non è una semplice riproposizione del delitto sotto altra forma.
Certo utilizzando l'omicidio di Giancarlo Ricci come base, il film è in realtà un'analisi dell'oscurità dell'animo umano che è presente in ognuno di noi.
A volte tale oscurità è palese, come quella di Simone, che con la sua stazza fisica e capacità di incutere paura si permette di prevaricare tutti coloro che lo circondano senza avere un vero scopo nella vita. Ma a volte tale oscurità è più sottile, subdola, e si nasconde negli animi più tranquilli che tranquilli in realtà non sono. Le persone come Marcello, appunto.
Coloro che covano dentro una rabbia interiore, che rimane lì per mesi se non anni, e infine esplode in tutta la sua dirompenza.
Insomma, l'essere umano è fondamentalmente una creatura malvagia, che invece che pensare alla propria felicità preferisce rovinare le esistenze altrui, che a loro volta si ribellano in un infinito circolo vizioso di distruttrice oscurità. Che nessuna gabbia è in grado di contenere.

sabato 4 novembre 2023

A scuola di cinema: Gorky Park (1983)

1981: Viene pubblicato il romanzo Gorky Park, scritto da Martin Cruz Smith.
L'opera si incentra su Arkady Renko, un investigatore della polizia di Mosca, il quale viene incaricato di risolvere il caso del ritrovamento di tre cadaveri, due uomini e una donna, avvenuto nel Gorky Park, un celebre parco della capitale sovietica.
Da alcuni indizi, l'ispettore scopre che le tre vittime - uno dei quali è un americano - erano collegati a una guardarobiera di nome Irina Asanova e che dietro la loro morte potrebbe esserci la mano di John Osborne, un americano che commercia in pellicce di zibellino ed è ben visto dall'establishment sovietico.
Come se questo non bastasse, Renko entra in contatto con William Kirwill, detective newyorchese e fratello dell'americano ucciso, intenzionato a vendicare la morte del proprio caro.
Dopo aver salvato Irina da un attentato, Arkady Renko inizia una relazione con lei. Quando l'ispettore prova a far incriminare John Osborne, costui viene protetto dai superiori di Renko.
Renko scopre infine che le vittime russe avevano collaborato con Osborne per far uscire dalla Russia alcuni zibellini, la cui pelliccia è molto pregiata, di modo che John Osborne potesse commercializzarla negli Stati Uniti. In cambio, l'uomo aveva promesso loro di farli espatriare negli Stati Uniti, ma li aveva invece uccisi.
Nel confronto finale che avviene a New York, William Kirwill viene ucciso da Osborne, ma Arkady Renko uccide a sua volta l'imprenditore americano corrotto al termine di un conflitto a fuoco. Irina Asanova decide di trasferirsi negli Stati Uniti, mentre Renko ritorna nella propria patria, non prima però di aver rimesso in libertà tutti gli zibellini catturati da John Osborne.
Poco tempo dopo, questo romanzo diviene oggetto di un adattamento cinematografico.


Nell'anno stesso della sua pubblicazione, nel mese di aprile, i diritti di sfruttamento cinematografico del romanzo di Martin Cruz Smith vengono opzionati dai produttori Gene Kirkwood e Howard Koch, dietro una somma di circa 250.000 dollari. I due produttori avevano messo gli occhi sul romanzo già da prima della sua pubblicazione ufficiale.
Si vuole iniziare subito coi lavori, così pochi mesi dopo una prima bozza di sceneggiatura viene completata da Dennis Potter e viene individuato il regista in John Schlesinger.
La sceneggiatura, dopo essere stata rifiutata dalla Metro-Goldwyn-Mayer e dalla Dino De Laurentiis Productions, cattura l'interesse della American Cinema Productions. Tuttavia, a causa di alcuni ingenti debiti pendenti nei confronti della Bankers Trust di New York, la compagnia è costretta a dichiarare bancarotta poco prima di raggiungere un accordo sulla pellicola.
La sceneggiatura viene infine opzionata dalla Orion Pictures grazie al sostegno economico di Uri Harkham ed Efrem Harkham, due imprenditori di Los Angeles per cui questa è la prima produzione cinematografica.
Per il ruolo di Arkady Renko, viene considerato in un primo momento Al Pacino, dopodiché si fa avanti Dustin Hoffman ma, a causa dell'eccessivo ingaggio che comporterebbe la sua presenza, viene scelto infine, nel settembre del 1982, William Hurt.
Per il ruolo di Irina Asanova vengono provinate alcune attrici, fino a quando Roman Polanski - che in principio dovrebbe avere una parte nella pellicola - suggerisce il nome di un'attrice che sta frequentando a quel tempo. Si chiama Joanna Pacula ed è originaria della Polonia. Dopo che nel 1981 nel suo paese è stata dichiarata la legge marziale, costei è rimasta a Parigi dove stava facendo una vacanza e qui ha conosciuto il regista.
Per l'attrice è il primo ruolo in una produzione americana dopo alcune pellicole girate nella madrepatria, evento che la convince a trasferirsi negli Stati Uniti in maniera permanente. In preparazione alla parte, si fa infoltire le sopracciglia e si unge i capelli.
Per il ruolo di Jack Osborne, dopo il rifiuto di Cary Grant viene scelto Burt Lancaster, tuttavia a causa di alcuni problemi di salute causati dal cuore - e che lo porteranno poco tempo dopo a subire un'operazione di bypass coronarico - costui deve rinunciare al progetto e la parte viene infine affidata a Lee Marvin.
Alla fine John Schlesinger deve rinunciare alla regia in quanto impegnato su altri fronti e viene scelto in sua sostituzione Michael Apted.
Le riprese iniziano in via ufficiale l'undici febbraio 1983. Essendo la storia ambientata in Russia e con l'azione che inizia in un noto parco di Mosca, la produzione cerca di ottenere i permessi per filmare in Unione Sovietica.
Ma ne riceve solo un netto rifiuto, poiché - a detta delle autorità governative sovietiche - sia il libro che la sceneggiatura descrivono fatti criminosi, come la corruzione, che non possono verificarsi in Russia. E il tutto viene bollato come un'operazione anti-comunista, tanto che viene negato un pranzo di lavoro ad Howard Koch, recatosi nella capitale russa per vedere coi propri occhi alcune location.
Preventivando tuttavia un simile rifiuto, già da alcuni mesi la produzione e il regista stavano cercando location alternative che potessero ricordare i paesaggi e gli edifici sovietici. Trovando infine quella più adatta nella città di Helsinki. Il sostituto del Gorky Park è dunque il Kaisaniemi Park di Helsinki. Riprese aggiuntive vengono inoltre effettuate a Stoccolma.
Lee Marvin non è a dire il vero in uno stato di salute migliore rispetto a Burt Lancaster, vista la sua dipendenza dall'alcolismo che gli ha già causato dei problemi in passato, tanto che quando giunge sul set ad Helsinki viene mandato presso un ospedale locale per disintossicarsi. Michael Apted si reca lì e gli fa provare alcune scene.
Le riprese si concludono il 4 maggio 1983.
Gorky Park viene distribuito nei cinema americani a partire dal 16 dicembre 1983. A fronte di un budget di 15 milioni di dollari, la pellicola arriva infine a incassare 16 milioni di dollari.
Un risultato non eccelso che blocca sul nascere qualsiasi speranza di un sequel, considerato che Arkady Renko ritorna a essere protagonista negli anni successivi di altri romanzi scritti da Martin Cruz Smith, ambientati sia prima che dopo il crollo del comunismo sovietico.
Vi è un tentativo, poco più di dieci anni dopo, da parte del produttore Larry Gross di adattare un altro romanzo, Red Square, ma nulla si concretizza. E con la morte, nel 2022, dell'attore William Hurt si interrompe ogni tipo di discorso in tal senso.
E questa è la fine della storia.

venerdì 3 novembre 2023

Fabolous Stack of Comics: Fear Agent - L'Ultimo Addio


Nei primi numeri di Fear Agent, sembrava che fossimo di fronte a uno scenario futuristico: pochi anni, qualche decennio, ma comunque tutto - le astronavi, gli scenari galattici - lasciava presagire qualcosa del genere. Ebbene, eravamo in errore.
Dopo qualche indizio sparso nei numeri precedenti, giunge infine uno sguardo al passato del protagonista, e non solo, con L'Ultimo Addio (The Last Goodbye), pubblicato nel 2007 nei numeri dal 12 al 15 della serie da Dark Horse.
Nella storyline La Mia Guerra, Heath Huston ha scoperto che vi è un nuovo corpo di Fear Agent e che a capitanarlo vi è Charlotte, l'ex moglie. Mentre sulla Luna annega i dispiaceri nell'alcool, Heath Huston ripensa ai primi mesi dell'invasione avvenuta dieci anni prima.
A quando gli alieni Tetaldiani e Dresseniani colpirono senza preavviso, uccidendo migliaia di persone, tra cui suo padre e suo figlio. Heath, Charlotte e un altro manipolo di umani diedero dunque vita a delle sacche di resistenza che crebbero sempre più, sino a formare un esercito, pronto a combattere la battaglia decisiva contro gli invasori alieni. Con un drammatico epilogo.
Quindi quello di Fear Agent non è il futuro, bensì un presente alternativo, un presente in cui due razze aliene hanno attaccato la Terra e, a seguito della rivalsa, l'umanità ha iniziato a solcare le stelle sfruttando la tecnologia di queste due stesse razze.
Questa storyline sembra dunque fare piena luce sul passato di Heath Huston e sulle sue motivazioni, nonché la ragione per cui lo abbiamo trovato in quello stato (ubriaco, del tutto disilluso) nella prima storia. E soprattutto mette in chiara evidenza quello che era stato suggerito finora: Heath Huston non è un eroe, come Flash Gordon o Buck Rogers, tutt'altro anzi.
Poiché il protagonista è texano e sostenitore di Bush junior e tenendo conto che le vicende nel passato si svolgono verso la fine del ventesimo secolo, possiamo vedere questo futuro come una sorta di metafora degli Stati Uniti post undici Settembre e il protagonista come un'incarnazione dei sentimenti di una parte della popolazione americana, istigata in tal senso dall'establishment, a seguito degli attentati.
Non così strano se pensiamo che questa serie è iniziata nel 2006, quando le ferite morali e fisiche di quanto era successo erano ancora ben presenti.
Nella realtà, la rivalsa americana verso coloro che attaccarono New York si tramutò in una guerra al terrorismo che, pur punendo coloro che avevano ordinato gli attentati, colpì anche e soprattutto la popolazione civile di due paesi e creò dei nemici all'interno dell'America stessa, i quali sfruttarono questa situazione.
Nella finzione di Fear Agent, accade la stessa cosa. La rivalsa verso le due razze aliene si tramuta infine nel quasi totale genocidio di entrambe e la morte di miliardi di persone che col conflitto non c'entravano nulla, oltre a creare nemici e distanze tra i propri stessi simili.
Spesso i racconti ambientati nel futuro diventano una metafora per parlare del presente e Fear Agent non ha fatto eccezione in tal senso. Il fatto che vi siano echi de L'Eternauta ne è una ulteriore conferma.

giovedì 2 novembre 2023

Prime Video Original 78: Nanny


Abbiamo già visto horror che nascondevano, e nemmeno in maniera troppo velata, un messaggio di critica sociale, di solito incentrato sui cosiddetti "ultimi", i reietti della società abbandonati a loro stessi.
Come la gestione degli immigrati, tematica in questi ultimi anni sempre più scottante, trattata nella saga cinematografica The Purge, ma anche in Madres. Un tema che ritorna anche in Nanny, scritto e diretto da Nikyatu Jusu e distribuito su Amazon Prime Video a partire dal 16 dicembre 2022.
Aisha (Anna Diop) è un'immigrata proveniente dal Senegal che trova un lavoro come tutrice e insegnante di francese presso una ricca famiglia newyorchese, poiché la madre della bimba, Amy (Michelle Monaghan), è una donna molto impegnata col lavoro, mentre il padre è spesso fuori.
L'obiettivo di Aisha è guadagnare abbastanza denaro da consentire di far trasferire negli Stati Uniti suo figlio, che ha dovuto lasciare in Senegal, ma Amy è spesso in ritardo coi pagamenti. Inoltre strane visioni iniziano a perseguitare Aisha, visioni in cui annega e viene perseguitata da strane creature. Che l'appartamento di Amy sia stregato?
In questo film, la trama horror rimane molto sullo sfondo, tanto che emerge solo in un secondo momento e in certi punti pare quasi venir dimenticata, anche se poi scopriremo che non è proprio così.
In effetti questo sembra quasi un trattato di sociologia, una dissertazione sotto diversa forma della vita degli immigrati negli Stati Uniti (come noto, questa non è una problematica solo italiana).
La pellicola sottolinea come vi sia una evidente disparità a tutti i livelli tra queste persone, che comunque contribuiscono alla società, nel caso di Aisha badando a una bambina abbandonata dai genitori in cambio del lavoro e della carriera, e le classi abbienti, le quali vivono in eleganti appartamenti e che, pagando queste persone in nero, a volte le trattano in maniera ingiusta.
Anche se vi sono delle eccezioni, è il sistema americano stesso che permette tali disparità. Quindi l'horror del film diventa alla fine in realtà l'orrore della vita di tutti i giorni di Aisha. Lontana da casa, lontana da suo figlio, osteggiata da Amy per mancanze e difetti di Amy stessa, invisa a molte altre persone per le sue origini. A volte l'incubo più grande è quello che si sperimenta ad occhi aperti.
Eppure vi è qualche raggio di speranza, come il ragazzo che Aisha incontra nell'appartamento di Amy e con cui inizia una relazione.
La pellicola utilizza la metafora dell'acqua, che vedremo comparire spesso nelle visioni della protagonista, sotto due forme. La prima come elemento della natura in cui si può annegare, precipitare senza fondo nell'oblio e venire inghiottiti. La seconda come simbolo di rinascita, di nuova vita.
Starà ad Aisha, e idealmente anche a noi, decidere quale sarà dunque il suo destino finale.

mercoledì 1 novembre 2023

Italians do it better? 25: Un Paese Quasi Perfetto (2016)


A volte, mentre percorriamo le strade con l'automobile, li vediamo lì, inerpicati sui monti. Sono quei piccoli paesi costituiti da uno sparuto agglomerato di case e composti da poche centinaia di abitanti. Quei paesi dove forse è vero che tutti conoscono tutti.
Anche se ormai il progresso e la continua urbanizzazione sta ormai inglobando anche queste piccole realtà urbane, destinate dunque a scomparire entro un certo tempo che non si può ancora definire, questi piccoli paesi continuano oggi a esistere.
E uno di essi si trova in Un Paese Quasi Perfetto, scritto e diretto da Massimo Gaudioso e distribuito nei cinema nel marzo 2016. La pellicola è un remake, manco a dirlo, di un film francese del 2014, Un Village Presque Parfait.
Un tempo Pietramezzana, piccolo comune della Basilicata, era una ridente cittadina che prosperava grazie a una miniera. Ma quando questa miniera è stata chiusa a causa di un allagamento, molti se ne sono andati. Ora in paese rimangono poco più di un centinaio di persone, in buona parte ex minatori con le loro famiglie che campano con la cassa integrazione.
Uno di questi è Domenico Bonocore (Silvio Orlando), che intravede a un certo punto l'opportunità di far rinascere Pietramezzana grazie all'interesse di un'azienda che vuole aprire qui una fabbrica tramite i fondi dell'Unione Europea.
Ma c'è un problema. Perché questi vengano concessi, occorre che un medico sia residente nel paese. Domenico Bonocore individua un possibile candidato in Gianluca Terragni (Fabio Volo), un chirurgo estetico e appassionato di cricket, facendolo trasferire per un mese. Ma come convincerlo a restare?
Siamo nell'ambito della perfetta commedia dei buoni sentimenti. Abbiamo infatti dei perdenti che hanno comunque un buon cuore e cercano di sopravvivere come possono, convinti di stare agendo per il meglio, da un lato, mentre dall'altro vi è un medico un po' pieno di sé, che rimane tuttavia corretto e sincero.
Ecco dunque nascere da questa contrapposizione il classico gioco degli equivoci, per convincere il medico che Pietramezzana sia un paese idilliaco in cui rimanere, terreno perfetto per dare vita a una serie di situazioni comiche che comunque non vanno a intaccare più di tanto sulla trama generale. Giusto per strappare qualche risata in più allo spettatore, come certa commedia italiana è solita fare.
Il messaggio finale, esplicitato da Domenico Bonocore nel confronto finale con Gianluca Terragni, è che una persona per conservare la propria dignità e avere un lavoro è anche disposta ad andare contro le regole, in quanto quelli sono beni superiori.
In mezzo a questo, inoltre, una piccola critica - così piccola che quasi non te ne accorgi - di come lo stato, le aziende e le autorità si dimentichino di queste persone, convincendole con la loro indifferenza a trasferirsi in città e far morire questi piccoli agglomerati che hanno tanta storia alle loro spalle da raccontare.
Un po' semplicistico, forse, ma il film non intendeva certo essere un trattato di sociologia.