venerdì 31 ottobre 2014

Libri a caso: Le Avventure di Magnus Ridolph


Magnus Ridolph è un uomo vicino alla mezza età ma ancora in buona forma, seppure un po' "rotondetto". Spesso la noia lo porta a investire i suoi soldi in azzardati progetti, che si rivelano fallimentari: per rientrare della somma persa, dunque, deve fare affidamento sulle sue indubbie capacità investigative e di analisi e risolvere i più svariati casi in giro per le galassie.
Possiamo riassumere così Le Avventure Di Magnus Ridolph (The Complete Magnus Ridolph), una antologia che raccoglie tutte le dieci storie che vedono protagonista l'insolito detective stellare ideato da Jack Vance, in quelle che furono tra le sue prime opere professionali per il mercato statunitense (verso la metà degli anni '50). Racconti che mostrano uno scrittore ancora alla ricerca di un proprio stile, nonché di un modo efficace e smaliziato di comunicare con quel lettore di fantascienza che magari desidera solo un sano divertimento senza impegni. Il personaggio stesso sembra privo di una vera identità, una sorta di mix tra Sherlock Holmes e Nero Wolfe.
Non sono dunque racconti profondi, ma nemmeno del tutto noiosi. Senza infamia e senza lode, potremmo dire. Vance mostra già qui comunque una indubbia capacità di descrizione di società aliene, intendendo questo termine anche come lontane dalle nostra concezione di (apparente) normalità, un tratto che l'avrebbe reso celebre nei decenni successivi.
Magnus Ridolph non è poi sopravvissuto oltre i fifties, figlio forse di un tempo ancora troppo scanzonato e privo di pretese. Non diremo che sia stata una tragica perdita per la narrativa fantascientifica, di certo però siamo rassicurati del fatto che adesso i suoi soldi siano al sicuro.

giovedì 23 ottobre 2014

Tyler Durden vs Ferris Bueller

Il ventunesimo secolo, o terzo millennio che dir si voglia, ha portato con sé una maggiore esigenza di realismo da parte del pubblico. Quel pubblico smaliziato e speranzoso che si sorbiva tutte quelle produzioni anni '80 era cambiato e i nuovi target dell'audience non potevano, non volevano (ma sarà così?) più accettare certe cose prima date per scontate. E c'è stato un contagio generale, tanto che oggi non riesci più a vedere le cose come un tempo. Non riesci a vedere un telefilm dell'A-Team e accettare il fatto che soldati veterani e addestrati non uccidano mai nessuno, nonostante ci siano centinata di sventagliate di proiettili. O guardare CHIPS e non protestare per il fatto che tutti escano illesi e senza un graffio da ogni dannato incidente stradale. L'esigenza di realismo ha portato con sé prodotti eccelsi (I Soprano, Breaking Bad, House Of Cards), ma anche danni. E ha esteso le sue spire indietro nel tempo.
C'era una volta una chimera chiamata sospensione dell'incredulità.


C'è un uomo senza nome, gran lavoratore e perfettamente integrato nel sistema. Ma quel sistema è per lui opprimente, angosciante, potremmo essere noi stessi a ben vedere. Così alla fine quest'uomo, incapace di ribellarsi a questo sistema, crea una personalità ribelle, anarchica, ma che nella realtà non esiste e che quel sistema lo vuole distruggere con la violenza: quella personalità si chiama Tyler Durden e tramuterà il tizio senza nome in un uomo nuovo. Ebbene sì, questo è Fight Club, il romanzo di Chuck Palahniuk divenuto celebre grazie all'omonima trasposizione cinematografica diretta da David Fincher dove Tyler Durden era interpretato da Brad Pitt. Ora, mi direte voi, cosa c'entra tutto questo con Una Pazza Giornata Di Vacanza (Ferris Bueller's Day Off), una commedia diretta da John Hughes nel 1986?
Nel film il protagonista assoluto è appunto lo studente Ferris Bueller, interpretato da Matthew Broderick: un ribelle, che agisce al di fuori del sistema rappresentato per lui dai genitori e dalla scuola e che come Deadpool infrange il Quarto Muro, rivolgendosi direttamente al pubblico e dando lezioni di vita. Il suo contraltare è Cameron Frye: un ragazzo malaticcio che invece in quel sistema è perfettamente integrato, ma ne è anche oppresso - tanto che la figura paterna è per lui qualcosa da temere. Potremmo essere stati noi qualche anno fa. Ferris riesce a convincere Cameron a "prendere in prestito" la Ferrari di suo padre e lo porta insieme con la sua fidanzata a visitare svariati luoghi di Chicago, la città in cui si svolge il film, allo scopo di dimenticare almeno per una pazza giornata le loro preoccupazioni quotidiane. Alla fine però Cameron provoca un incidente con la Ferrari e quel sistema di cui ha paura torna a tormentarlo: solo che stavolta lo fronteggia e decide di confrontarsi con suo padre. Diventando un uomo nuovo. Ferris scompare.
Per più di dieci anni nessuno ha mai messo in dubbio nulla di questa trama. Va bene, c'erano alcuni elementi un po' sopra le righe, ma appunto... sospensione dell'incredulità. Il film è anche divenuto un piccolo oggetto di culto. Poi però è arrivato il nuovo millennio e qualcuno ha cominciato a dire:"Ehi, ma la storia è fin troppo irrealistica, l'happy ending da libro delle favole è inconcepibile" ; "Impossibile che tutti quei luoghi di Chicago così distanti tra loro siano visitati in un solo giorno" ; "Irreale che un ragazzo convinca centinaia di abitanti di Chicago a ballare e cantare con lui sulle note di Twist And Shout dei Beatles". Richiesta di realismo laddove non è necessaria: l'happy ending deve esserci perché è una commedia, lo spettatore di allora vedeva il film anche per quello e non voleva altro; e nel mondo di Ferris Bueller si può visitare Chicago in un solo giorno e uno studente può convincere l'intera cittadinanza a ballare e cantare insieme a lui o dare vita a un immenso girotondo coi bambini all'Art Institute.
E se invece non fosse così? Ecco allora circolare da qualche tempo la "teoria Fight Club", la quale ovviamente non potrà mai essere confermata o smentita da quella buon anima di John Hughes. La teoria secondo cui sia Ferris Bueller che il mondo che ruota intorno a lui (il preside della scuola, i genitori, l'eterna fidanzata) non esistono ed entrambi sono solo un prodotto dell'immaginazione di Cameron, una sua proiezione mentale. Oppresso dal sistema e dall'autorità, Cameron crea un suo opposto che da quel sistema si tiri fuori. Forse Cameron si fa un giro in Ferrari e provoca subito l'incidente, forse addirittura non prende mai in prestito l'auto di suo padre, forse il tutto viene immaginato sul letto di casa e l'unica scena reale è quando accetta di confrontarsi con il padre. Ecco spiegate le apparenti scene irreali. Ecco spiegati i monologhi che sfondano il Quarto Muro: non è Ferris che parla a noi, ma l'Es di Cameron che parla al suo Io. Ecco spiegato il lieto fine da libro di favole: nel voler dire addio alla sua creazione, Cameron si congeda da lui facendolo mettere insieme alla sua eterna fidanzata e salvandolo da una punizione ad opera dei suoi genitori. Rimanendo dunque l'idolo della scuola, quello studente amato e un po' ribelle che tutti noi avremmo voluto essere almeno per un giorno. Una rappresentazione vivente della felicità: quello che Cameron non è e mai sarà.
Sì, ridotto in questi termini il film assume più i tratti di un dramma esistenziale che non di una commedia, vedendone snaturata la sua natura originaria: ve l'avevo detto che l'eccessiva esigenza di realismo a volte provoca dei danni. Mi rituffo nella mia piscina di sospensione dell'incredulità.